Prese queste precauzioni, il condottiero guarnirà le alture dei monti, ed i volontarj colà situati, potranno, facendo un fosso circondato di alberi coi rami, con tronchi, terra, etc., se ne hanno il tempo, ripararsi a piè dei monti e ad un'altezza dominante la strada, e spezialmente in quelle parti che ad uno stretto soprastanno, il capo potrà, se gliene viene l'acconcio, far costruire dei ridotti laterali, che non dovranno essere tondi ma quadri, lunghi, o triangolari; al dissopra dei quali, potrà fare dei tagli nel monte da un semplice parapetto coperti, tal che si debba, per entrarvi, dalla sommità, per difficilissima via, calare; non dovendo essere perpendicolari ai ridotti, ma diagonali, onde schivare, che rotolando le pietre dall'alto a basso, l'amico, anzichè l'avversario, distruggano. Saranno in quei tagli, situati dei volontarj, che di rottami, e grosse masse di pietre, provvisti, con quelle, e con fuoco de' moschetti, dovranno il nemico senza posa e con suo grave danno, infastidire. Prese tutte queste misure, dividerà il condottiero la sua forza nei luoghi da lui, atti a difesa, riputati, ed avrà sempre una spezial cura, che ciascun distaccamento, non lasciando in servizio, che un terzo alla volta, della truppa, possa i posti confidatigli, delle necessarie guardie, vegghie, scolte, e velette, agevolmente guarnire. Delle ventiquattr'ore del giorno, ne avranno in questo modo i volontarj, otto di servizio, e sedici di riposo, la metà del quale sarà in pattuglie, riconoscenze, etc., impiegato, ed ott'ore per mangiare, e dormire, solamente rimarranno. Si regolerà in questo modo; tutte le volte che avrà una forza sufficiente, per poterlo eseguire, e non sarà stretto dal nemico, perchè in quel caso, non al riposo, ma solo alla gloria, ed alla patria, si deve pensare. L'illustre Hofer nell'ardimentosa sua guerra contro all'impero francese, ci offre varj esempi d'una insurrezione nazionale, potente, gli stretti, burroni, etc., a difendere. Ei mise in fuga una colonna di venti mila nemici, sotto agli ordini del generale Lefebvre, e del principe ereditario di Baviera, che per tre volte consecutive, diedero l'assalto alla posizione del romitaggio di Hunterau, dove quel prode aveva la sua forza, riunita, e trasse partito da tutt'i grandi vantaggi offertigli dalla natura del terreno, dov'erasi fortemente trincerato; costrinse quei duci a fuggire colla perdita di dieci mila morti, mille e cinquecento prigionieri, otto cannoni, nella massima confusione; infine a Sterzing Hofer di bel nuovo il generale Lefebvre, sconfisse, nell'inseguirlo fino alle paludi di quelle vicinanze e cagionogli la perdita di mille ottocento uomini morti, di mille cinquecento prigionieri, di molti cavalli e di gran parte del suo equipaggio, pel qual disastro, fù quel generale, costretto a tornare indietro fino ad Inspruck. Dopo di tutte queste preclarissime gesta, Hofer venne informato essere una colonna di dieci mila uomini, per trasferirsi a Prutz, passando per Landek, paese cui non si può giungere, senza entrare in una valle, che per lo spazio di tre leghe, si restringe, qual orrido tortuoso abisso, da inacessibili, asprissimi greppi formato, in mezzo a due altissimi monti d'onde, peramb'i lati del cammino, tali masse di roccie, sì fattamente sporgono all'infuori, che pajono volersi, l'un coll'altro congiungere, dalle quali la sottostante strada, lungo la sponda del fiume Inn, che impetuoso e borbogliante scorre nella profondità del burrone, viene signoreggiata. Presa in quelle ineguali sommità sporgenti, convenevol militar posizione, ammucchiò il prode Hofer, per lungo tratto, grandissimo numero di enormi macigni, tronchi d'alberi, ed altre simili cose atte, pel loro peso, l'imprevidente nemico tosto, nella profondità inoltrato, a flagellare. Passò l'anti-guardo di ottocento Sassoni, senza molestia e giunse a Prutz, che a suo grande stupore, trovò da un assai maggior numero di Tirolesi, militarmente occupato, che a posare le armi, senza indugio costrinserlo. Sedotto all'istante un prigioniero, quel capo, indietro inviollo al generale, con la relazione della caduta di Prutz. E di ciò, la colonna nemica, avend'egli persuaso, nel fondo del burrone, con piena confidenza s'intromise; alcune piccole bande di Tirolesi, a bella posta, onde ingannare il nemico sulle vere intenzioni, lungo la valle situate, al suo ingresso, arditamente si opposero. Viddesi fra quei difensori, un canuto cittadino d'oltre ottant'anni con venerabile aspetto, situato con le spalle al monte, che ad ogni archibugiata, un nemico del suo paese trucidava, e seguiva in quel modo, riparato dai nemici. Ma alcuni Bavaresi, s'arrampicarono alla sommità della rupe e da sopra, per assalirlo si calarono. Tostocchè quello conobbe non essergli più via di scampo, proruppe in un grido terribile, e con altere parole, i due invasori che si avvicinavano, provocò, quindi coll'ultimo suo tiro di schioppo, il primo di loro stese immediatamente a suoi piedi, ed avventandosi poscia contro al secondo, a metà del corpo strettamente abbracciollo. Valendosi il soldato della libertà delle braccia, forte il percoteva, ma il rispettabile vecchio all'orlo dell'orrido dirupo, invocato il nome di Dio, seco il nemico trascinando, disperatamente nel profondo sbalzossi, e viddersi ambedue giù nell'abisso precipitare. Tostocchè fù l'intiera colonna nello stretto inoltrata, una risonante voce dalla cima d'altissima rupe laterale, pronunziò le seguenti parole: «È opportuno il momento? Debbo io tagliare?» Cui, dalla vetta dell'altro lato fù in tuono imperativo e forte, tostamente risposto: «Sì: subito; periscano gl'infami!» A queste tremende e sconosciute voci, le schiere nemiche a darne immediato avviso al generale spedirono alcuno, ma troppo era tardi! In quello stesso punto, fra le universali grida di tutt'i Tirolesi in quelle scoscese creste collocati, sassi, pietre, tronchi d'alberi, grossi massi staccati di roccia, etc., furono, con orrendo principizio, dalle vette, per tutto il lungo delle strette dov'era chiuso il nemico, lasciati cadere, che nel profondo piombando, in modo spaventevole, più di sei mila Bavaresi, Francesi e Sassoni, rimasero da tanto improvvisa, ed orrenda difesa, interamente schiacciati.
Calarono sull'istante i vincitori Tirolesi nel burrone alla corsa, per compire la vittoria, ammazzare i superstiti, ed impossessarsi del bottino, nella quale operazione, vecchi, giovani, donne, ragazzi e fino le bellissime donzelle, pur anche intente a distruggere il nemico del paese, vedevansi, soddisfatte, festevolmente accorrere.
Esposto da noi in succinto, come si possa il passaggio d'uno stretto, difendere, passeremo a trattare delle sorprese delle quali poco in questo capitolo ragioneremo, dovendone in quello delle fortezze, far motto. Non sarà peraltro mai disutile rammentare ad un condottiero, che può, negli avvenimenti della guerra, essere una banda, senz'aver torto, battuta, ma che sarà sempre da considerarsi colpevole, e degna di vituperio quella che si lascierà, in qualsivoglia tempo, sorprendere. Quindi, per quanto grandi, fastidiose, e picciole molte precauzioni parer possano; mai non saranno di troppo. E se ad un volontario potrà esser permesso di darsi, per un certo tempo, tranquillamente al sonno, ad un condottiero non sono leciti che brevi riposi, e questi presi con intervallo di tempo, nel giorno, quando il pericolo di essere sorpreso, sarà di molto lontano. Tre ore od al più quattro di sonno, nelle ventiquattro, debbono essere ad un buon condottiero bastevoli, dovendo avvertire, che il suo Secondo non riposi mai nello stesso tempo, ma che uno vegli, se l'altro dorme. Deve il condottiero farsi dappertutto vedere, tutto conoscere, senza che mai non sia la sua ora di riposo, conosciuta. Ordinariamente non si tenta una sorpresa, se non quando si suppone, che l'avversario non prenda le necessarie precauzioni per evitarla. Quando si ha notizia, che il condottiero troppo in sè stesso confidi, o sia conosciuto per essere leggiero di testa, e nelle occasioni difficili, sia soggetto a confondersi; quando la truppa avversaria, debole, o cattiva, sia riputata; quando sia il comandante assente od ammalato; quando gli abitanti siano dei loro difensori, nemici; quando vi sia discordia nella truppa, in fine, quando da quella non si faccia esattamente il servizio; se quindi, le strade, vicine a quel luogo, sono coperte, ed il paese, disabitato, se vi sono boschi, burroni, balze, col di cui favore possa, senza essere veduta, appressarsi al nemico, e tutte le altre simili circostanze, o parte di esse concorrano; allora per lo più di notte, ma in certi casi anche di giorno, si tenta, o per stratagemma, od apertamente, la sorpresa.
Le storie di tutt'i tempi e di tutte le guerre, ne insegnano abbastanza, essere la negligenza nelle precauzioni, causa principale di gravi disastri e perdite di battaglie, che ben soventi la somma delle cose rovinano e danno a quello dei combattenti, che secondo tutti i calcoli dovrebb'essere perditore, la compiuta vittoria. Questo difetto, nelle guerre civili di Francia, all'esercito degli Ugonotti, ordinario, lo portò molte volte a gravi pericoli, e soprattutto nella battaglia ch'ebbe luogo nel 1562 tra Spina e Blanvilla, diede all'esercito cattolico vinta la giornata; locchè spinse il prode ammiraglio di Colignì ad esclamare, che, per loro negligenza, era venuto tempo da porre la salute non più ne' piedi, come per lo passato tentavasi fare, ma nelle mani. Checchè dicasi, è certo che non mai sarà la vigilanza, ad un condottiero, troppo raccomandata.
Usavano gli Spagnuoli, oltre moltissime altre precauzioni, di quella di mettere alcune vedette sopra le sommità principali dei monti, dove operavano. Eran quelle per l'ordinario, de' contadini stessi alla buona causa devoti, ad una certa distanza, gli uni dalli altri, per lo spazio di due o tre leghe collocati, e formavano una specie di catena di corrispondenza. Il primo che vedeva l'inimico, sparava il suo schioppo, e gli altri a misura, che quello a loro si approssimava, facevano progressivamente lo stesso, in modo che, con difficoltà potevano essere sorpresi, poichè pe' tiri venivano da lungi, avvertiti, per qual direzione il nemico si muovesse. E per indicare, quello esser più forte della banda o bande riunite, sparavano due tiri consecutivi. Sebbene conoscessero i Francesi, essere quello un segnale convenuto, non potevano però impedirlo, perchè udivano in vero, uno o due tiri partire dalle sommità circondanti, ma non potevano dal loro cammino deviare, od isolare soldati per inseguirli. Soprattutto, facilissima cosa era ad uno o due contadini nascosti nei boschi, o nei rami d'un alto e fronzuto albero, schivar le ricerche del nemico, massimamente, che, fatti uno o due tiri, più non dovevano continuare. Gli altri contadini appostati in seguito, avevano cura, prima di sparare, d'attendere l'avvicinamento della colonna; primieramente per dare il segnale giusto della sua forza, poichè quella avrebbe potuto in un punto essere maggiore, ed in un altro, partendosi in due o tre frazioni destinate a differenti propositi, divenir minore; in secondo luogo per dare agli amici, segno della sua direzione, e del grado di rapidità della sua marcia; in terzo luogo, per non indicare al nemico, con un fuoco immediatamente successivo in quella data linea, il luogo dove trovavasi la banda, impostata.
In breve poi tutto si riduce a che, un buon condottiero, deve tanto i suoi movimenti, quanto le sue posizioni, le sue marcie e fino le sue idee al nemico nascondere, nel mentre che per lo contrario, deve tutto ciò sapere di lui. In questo modo potrà sorprendere l'avversario, e non correrà il rischio di essere da quello, sorpreso.
Fra la sorpresa e l'imboscata, non havvi altra differenza se non che, nella prima, si marcia sù del nemico, e nella seconda si aspetta in un luogo coperto, e da lui non preveduto, al varco. Il generale Milans, nell'anno 1822, alla testa di una piccola colonna composta la maggior parte di proscritti italiani, ch'erano in Ispagna rifuggiti, per conclusione della contro marcia, di che nel capitolo secondo di questa parte già abbiam tenuto discorso, recossi alla sorpresa di Pineda. Giunto un'ora prima dell'alba, nelle vicinanze di quel paese, collocò il battaglione d'Africa sui contrafforti dei monti, che quella terra circondano, onde osservare gli aditi, e la fuga del nemico, per quella parte, impedire. La cavalleria, composta de' lancieri italiani, e d'alcuni tenui drappelli spagnuoli, fù nella pianura delle maremme, schierata. Eransi in quella notte, sette cento apostolici di alloggiamento in Pineda, in grande gozzoviglia e sollazzevole ballo (dato loro dagli abitanti del paese coi quali conveniano nella opinione) con gran tripudio, intrattenuti. Aveane avuto Milans, dai suoi informatori, sollecito avvertimento. Era, sul suo finire, il festino, e già nel santuario, i bacchettoni apostolici alla messa congregavansi, quando Milans credè opportuno di dare alla sanguinosa divisata operazione, energicamente principio. Formati in colonne d'attacco, preceduti dai corridori, entrarono gl'Italiani a bajonetta spianata, e dopo aver tutte l'esterne, ed interne guardie dell'ingresso in un baleno trucidate, giungono al centro del paese. Battono i tamburi, squillano le trombe, invitano alla carica, e stanchi gli apostolici dal ballo, dallo stravizzo della passata notte, scoraggiati, attoniti, ed in chiesa fra loro confusi, chi da una parte, chi dall'altra, corrono sonnacchiosi a munirsi delle loro armi. Oppone la guardia principale della piazza, ostinata resistenza agli aggressori, e dà campo ai commilitoni di rinvenir le loro armi. Malgrado ciò, assalita alla bajonetta gagliardamente, soggiace al vigore dell'attacco, e tutta perisce. Affoltansi gli apostolici, nell'uscire armati dalle loro case, nè sanno dove far testa, alcun luogo riparato per riunirsi non trovano; le colonne, ed i corridori colla bajonetta, e colla sciabola, gliene tolgon l'acconcio. Per ultimo dai liberali, ferocemente inseguiti, si riparano tremanti nelle botteghe, e nelle case, e da quelle cominciano, per tutte le parti a sparare. In ogni strada, in piazza, nei viottoli, nei cortili, non odesi, che il fragore dei tiri di continuo, in ogni dove, spesseggianti. Arde il paese, passeggia la morte in una fornace; snicchiano dai loro nascondigli ad uno, ad uno, gli sbandati, sul limitare delle porte, nelle camere, nei balconi, etc., quanti ne incontrano sul posto, trafiggono. Senza più potersi difendere, spaventati all'idea dell'orrenda fine, che lor si para davanti, trasportati dalla disperazione, pervengono i superstiti a riunirsi in un angolo del cimiterio, da dove quell'affoltata torma in iscompiglio, agli aditi dei monti s'addirizza, perchè sguarniti di truppe li suppone, e spera potersi a salvamento recare. Ma si trova il battaglione d'Africa in fronte, che con un ben diretto fuoco per drappelli, ne spiana la metà del loro numero, a terra, e mette l'altra in disordinata fuga. Di là corrono, anzi volano i rimanenti apostolici alla sponda del mare, nella speranza di rinvenire sulle onde la loro salvezza, ma colà in vece, inevitabile morte li aspetta. La cavalleria ch'era sull'arenosa piaggia, schierata, spinge al loro appressarsi, una carica a fondo, e con una spaventevole carnificina, mette il colmo al generale sbaraglio. Fra i pochi cui, per momentanea ventura, è dato di destramente i micidiali colpi delle lancie, schivare, neppure a tanto macello bastevoli, alcuni gettansi a mare, ed altri di piccoli battelli abbandonati s'impossessano, sperando la prossima morte, che li minaccia, isfuggire od almeno allontanare. Uno stuolo di valorosi lancieri italiani, scende in un batter d'occhio da cavallo, corre di botto alla ripa, entra in alcuni dimenticati palischermi, e a destra, a sinistra, in fronte, ed alle spalle, colle lancie da ogni parte vibrando ripetute puntate, sprofonda gl'imbarcati fuggiaschi nel mare. Tutti quanti di salvarsi a nuoto presumevano, ma sono dall'inesorabile cuspide trafitti. La terra è seminata de' cadaveri. Il mare che prima imbiancava per ripercossi marosi, ora tutto di sangue rosseggia; nessuno dei combattenti apostolici ha schivato la morte; così la sorpresa fù coronata dal più brillante successo.
L'imperterrito, ed avveduto Milans, presente in ogni parte, diresse, da esperto condottiero, una sorpresa di tanto momento, che il possesso del castello di Hostalrich assicurò, pell'introduzione del convoglio di vettovaglie, e munizioni, di che sommo difetto pativa. Stava il generale congratulandosi con gl'Italiani sullo strenuo loro comportamento, ed esatta esecuzione de' suoi ordini, quando venne avvertito, che una decina d'apostolici, fra i quali alcuni capi, eransi nel campanile della chiesa rifuggiti. Vittorioso Milans, al cui cuore umano di proseguire lo spargimento di sangue, forte incresceva, immediatamente sul piazzale della chiesa, e sotto al campanile si trasferisce, ove colla promessa di salvar loro la vita, esorta quei miserabili ad arrendersi. In vece di rispondere a tali generose proposte, sparano coloro una schioppettata per ammazzarlo, ma per buona ventura sbagliano il colpo ed in vece sua, un Italiano, che al suo fianco gli serviva d'uffiziale d'ordinanza, cade morto sul posto. Milans da così ostinata temerità, e dall'attentato contro sua vita, quand'egli con parole di pace lor prometteva la salvezza, giustamente irritato, dà ordine, che quegli ostinati vengano colla forza ad evacuare il campanile, costretti. Alto, e chiuso com'era, sarebbe stato un attacco alla bajonetta, impossibile. Si decise dunque il generale, a fargli appiccare il fuoco, e furono in un istante, tutt'i banchi, confessionali, ed oggetti combustibili, in mezzo alla chiesa ammassati. Si chiusero le porte, e si accese la bica; il subitaneo crepitar delle volte dell'edifizio non tardò, l'effetto delle fiamme a palesare. Aperte le mura, e distrutte le finestre, bentosto le stridenti vampe annunziarono l'incendio generale. Ei fece arder le porte, che dal campanile davano adito al santuario, le stesse corde delle campane s'abbruciarono, il fumo era densissimo, nero, ed insopportabile. Sul punto di soffocare, non hanno più i rifuggiti alcuna speranza di scampo; allora si decidono ad implorare la pietà dei vincitori, ma troppo tardi. Già il momento della clemenza è trascorso; deve una giusta vendetta soddisfarsi; merita la morte dell'italiano, d'essere con memorabil castigo caramente pagata. Col mezzo di altre corde, e scale si facilita la loro uscita, ma per essere tutti al piede della torre archibugiati: due colonelli, quattro frati, e due preti erano costoro, che espiarono, morendo, i numerosi misfatti da loro, contro la patria, commessi.
Qual capo d'opera delle sorprese, puossi questa giustamente annoverare, nella quale di sette od ottocento apostolici ad un solo, di recarsi a salvamento, non riuscì. Tosto che una solamente di tali operazioni, ad un condottiero italiano riesca, si potranno dir debellate le fetenti macchine tedesche le quali null'altro tanto temono, quanto le sorprese. Colto dal sagace condottiero, il destro d'impadronirsi, e trucidare i loro uffiziali, non troverà resistenza nei soldati, e potrà una compiuta vittoria facilmente riportare. Ci rimarrebbe a dire, come una banda si debba da una sorpresa difendere, ma siccome nel capitolo delle fortezze, come in quello della difesa di un punto circondato da nemici, di ciò a lungo terrem ragionamento, non aggiungeremo altri precetti, e ci contenteremo di avvertire, che il più delle volte succede, che chi va per sorprendere, si trova egli stesso dall'avversario, sorpreso, sopra tutto se l'assalito è vigilante, se scorge gli stratagemmi dell'aggressore, e mette convenevol riparo. Molte volte pure succede, che cadendo con impeto deciso, ed ardito addosso al nemico lo confonde, istupidisce, profitta del momento, e si salva. Di ciò in appoggio, può la condotta di Mina in simili circostanze, valevolmente servirci. Avvenne, che un giorno, essendosi Mina alquanto dalla sua banda separato, con soli diciesette volontarj (locchè gli succedeva soventi, secondo il sistema di sparpagliarla, quando troppo strettamente si vedeva inseguito, o circondato), andò ad alloggiare in Sangaren, nella casa di un abitante, dove, quando era di passaggio per quel paese, abitualmente si posava. Avutane contezza i Francesi, ch'erano in Huesca di guarnigione, ivi un distaccamento di dragoni, per sorprenderlo, immediatamente spedirono. Giunse quello al far del giorno, quando Mina, disposto a partire, con una tazza di cioccolato rifocillavasi. Avvertito dell'arrivo dei nemici, egli senz'armi, come si trova, corre alla porta del cortile, con l'idea di chiuderla; ma non appena vi giunge, che da due dragoni arrivati a briglia sciolta sul limitare della medesima, già la trova occupata. Questi alla sua volontà con vigore si oppongono; ed in tal frangente afferra egli una grossa stanga, che per assicurare la porta nella notte, serviva, la maneggia con destrezza, e tanto sulla testa dei due dragoni, come sù quella dei cavalli, vibra colpi terribili. Così perviene a talmente confonderli, che sono alla fine, di abbandonare la porta costretti, da lui immediatamente chiusa, ed assicurata. Addossate quindi le armi, monta a cavallo, solo da quattro de' suoi volontarj seguito, perchè gli altri sparsi nelle case del paese, erano gli uni stati presi dal nemico, e gli altri, ciascuno al proprio ingegno ricorrendo, eransi colla fuga salvati. Mina comanda all'esitante padrone di aprir tosto la porta, lancia di carriera il cavallo, cozza con violenza nel distaccamento nemico, ruota da ogni parte la spada, ferisce l'uno, rovescia l'altro, trafigge molti, e finalmente si reca illeso nelle vicinanze di Egea de los caballeros, vi trova riunita la sua banda, ed alla testa di quella, nello stesso momento riparte.
Nell'indomani, e nei successivi giorni, fece Mina, il giro di tutti quei paesi, per dov'erano, i Francesi, passati, onde portarsi a sorprenderlo, i di cui abitanti per malizia, od inavvertenza degli alcaldi, e parrochi, non l'aveano di tal movimento, a tempo, avvertito. Subitocchè in quei paesi del transito nemico, giungeva, sul piazzale della chiesa, a sè chiamava l'alcalde, e parroco delinquenti, e dopo d'aver loro fortemente la mancanza verso la patria, rimproverata, facevagli ambedue al campanile della parrocchia, per la gola, impiccare. Avvenne, che uno fra tanti di questi parrochi, si trovò essere stretto parente suo, ma il forte Mina come buon condottiero, che l'amor della patria a qualunque altro sentimento anteponeva, e vedeva essere la sicurezza, e salvazione della sua banda, e persona non meno, che la buona riescita della contesa, posta nel rigore verso di quei due impiegati, al supplizio del campanile, parimenti mandollo.