Gli agguati, come di sopra abbiam, detto, non sono che sorprese di piede fermo, e difficilmente di queste, senza che all'agguato la mente si rivolga, tener puossi ragionamento. Ma siccome in un altro capitolo, già ne abbiamo a lungo trattato, ci contenteremo di esporre un solo esempio, pure da quella celebre guerra dell'independenza, da noi estratto.
Il condottiero Cuesta nella Estramadura, come quello, che conosceva benissimo il terreno di tutt'i monti della provincia, e che di buoni informatori si serviva, seppe, che una divisione di cavalleria, ed altra di fanteria francesi, marciavano da Taraicejo in direzione del Puente dell'Arzobispo. Agguatatosi nei monti di Guadalupe, spiò la favorevole occasione, e come vidde, che il generale Maricy comandante di quel corpo d'esercito, marciava co' suoi ajutanti di campo, nell'intervallo delle due divisioni le quali per l'asprezza, ed angustia del cammino si trovavano ad una certa distanza l'una dall'altra; quatto, quatto, nascosto in uno stretto, dietro una siepe lo stette ad aspettare; lasciò sfilare tutta la divisione di cavalleria davanti a lui senza fiatare, nè lasciarsi vedere, e tosto, scoperto il generale, si slanciò ferocemente sopra di lui, ed in un co' suoi ajutanti che lo vollero difendere, lo mise a pezzi, e soddisfatto, nascondendosi di bel nuovo, la disperazione dei comandanti dei corpi d'ambe le divisioni, che non potevano vendicare la morte del loro comandante, Cuesta rimase, con sommo giubilo, ad osservare.
Sono la sorpresa, l'agguato, e lo stratagemma, le più ordinarie operazioni in questa guerra, da praticarsi. Va per lo più quest'ultimo, sempre unito alla sorpresa. E lunga, difficil cosa sarebbe il riandare i possibili stratagemmi, che dal principio della guerra nel mondo, infino ad oggi, sono stati messi da' generali, e condottieri, con profitto, in uso. Possonsi da Pollieno, e Frontino utilissimi ammaestramenti, a quest'oggetto, ricavare, epperciò non esporremo il modo di far credere al nemico di aver maggiore forza di quella, che si abbia, facendo suonare le trombe molte, e separate, dove non v'è truppa; di accendere fuochi nella notte, dove precisamente non si serena, e tener la banda all'oscuro; di far montare gli abitanti a cavallo, sebbene vecchi, od infermi, per far credere da lontano al nemico, che si è forte in cavalleria etc., e molte altre dimostrazioni di tal fatta che a quasi tutti d'altronde sono già note, non essendovi scrittor militare, che non le abbia, trattando dei stratagemmi, ripetute. Consiglieremo non dimeno i condottieri a servirsene, perchè quantunque già conosciuti, non mancano quasi mai di produrre un buon effetto mettendole all'improvviso, ed all'insaputa del nemico, in pratica.
Aveva Mina ricevuto un soccorso di munizioni dalla giunta d'Aragona, e pensò di subitamente servirsene, al qual effetto marciò alle porte di Estella in quel tempo dalle truppe francesi presidiata. Prima di giungere alla vista del paese, la maggior parte della sua banda, dietro alle siepi, e boccone, per terra, nei fossi, e nei solchi dei campi ei cautamente nascose. Quindi a portata della piazza, per allettare i nemici ad attaccarlo, con pochi soldati presentossi. Ed in fatti, cent'uomini della guarnigione pieni di jattanza, e con animo di tagliare a pezzi quei pochi Spagnuoli, uscirono al loro incontro. S'appiccò incontanente la zuffa, e quando già erano alle mani, fece Mina un segnale; accorse il rimanente della banda di volo, ed in un istante fù quel distaccamento, distrutto. Nuovi Francesi uscirono dal paese per ajutare i compagni, ma troppo tardi: già erano i primi, annichilati, ed i secondi non ebbero miglior sorte, dimodocchè, sotto le stesse mura della piazza senza che un solo abbia potuto fuggire, tutti inesorabilmente perirono.
Don Ramon de Ulzurrum y Eraso, comandante di uno dei battaglioni di Mina, stava in Echarre-Vranaz all'uopo di riunirlo, ed ordinarlo, e non aveva ancora, che un centinajo di volontarj. Mandarono i Francesi un distaccamento di quattro cento, e cinquanta uomini, affinchè, prima di esser compiutamente formato, lo mandassero in rovina. Uscì Ulzurrum dal villaggio, e quella mano di uomini, nascondendone il numero, con tanto avveduto consiglio dispose, e con tanto vantaggio seppe il nemico molestare, che i Francesi non osarono entrare nel paese, e con la perdita del terzo della loro forza, fuggirono.
Per mezzo dei loro giusti calcoli, e dello stratagemma di far l'uno, minore, e l'altro, maggiore forza comparire, riportarono i due citati condottieri sui Francesi compiuta vittoria. Ora per l'ordine regolare del nostro trattato, passeremo a parlare delle scaramuccie, ossia badalucchi.
Una zuffa parziale di piccoli corpi, che s'incontrano, costituisce una scaramuccia, per lo più di poca entità nelle guerre regolari, ma da mettersi nella guerra d'insurrezione, continuamente in uso. Mina nel tempo della guerra dell'independenza, scriveva, che risme di carta non gli sarebbero bastate, per notare tutte le scaramuccie in ch'egli, e la sua banda furono le tante volte impegnati, perchè ogni giorno, ed anche due, o tre volte al giorno, di scaramucciare gli succedeva. Per mezzo della scaramuccia, si molesta, si spossa veramente il nemico, e si perviene a tanto infastidirlo, che perde alla fine il coraggio, e la volontà di far la guerra. D'uopo è dunque al condottiero di essere perseverante non men che sollecito nella ricerca delle occasioni, di frequentemente col nemico badaluccare. La perseveranza, dice il generale san Ciro, è il principio, e la causa di tutt'i buoni successi, la sola guarentigia della loro durata, la virtù la più rara, la più necessaria alla guerra la prima istruzione, ed il primo esempio che un capo debba alle truppe, cui comanda. Perseverare dunque nel molestare il nemico, a frequenti scaramuccie, obbligandolo, dovrà essere la principale cura di un condottiero. Dall'ostinazione proverrà la riuscita della nostra lotta; sconfitti, e dispersi quest'oggi, saremo dimani di bel nuovo riuniti per iscaramucciare. Dice Polibio al libro nono che: «L'ostinazione spossa il nemico e prepara il buon successo.» Da quella sola, potrà l'Italia la sua rigenerazione sperare. Quel carattere ostinato, che Mina dimostrò nella guerra dell'independenza, quello si fù che gli diede finalmente la vittoria. Nessun condottiero si trovava in una posizione più pericolosa della sua; erano tutte le fortezze in Navarra da truppe Francesi guarnite, che pure tutto il paese, che le circondava, possedevano. Non vi era un punto dal quale Mina potesse ricevere soccorso, o dove gli fosse di ritirarsi, possibile, le sole sue fortezze erano i monti, ed altre risorse non aveva, che quelle dal suo ingegno, dalla sua pertinace volontà, dal coraggio de' suoi compagni, e dall'amore de' suoi compatrioti, fornite. A forza di scaramuccie, sorprese, ed agguati, impedì egli per lungo tempo a Suchet di portarsi contro di Tarragona e Valenza, sempre gli toglieva i convogli, e le sue comunicazioni interrompeva.
È massima di guerra, dice Tucidide al libro quinto, che colui il quale attacca, il primo, rovina e spaventa il nemico. Era questa, messa in esecuzione dai principali condottieri spagnuoli, perchè si ritiravano, o dividevano la banda, se non si conoscevano in forza bastevole per far resistenza. Ma se poi sapevano esservi grande probabilità di riescita, allora non aspettavano di essere attaccati, ma primi, assalivano, ed era passato in proverbio che «quien pega primero pega dos veces.»
Trovavasi Mina in Mondigorria con tre de' suoi battaglioni e la cavalleria, quando il generale Caffarelli, con due divisioni, una per puente de la Reyna, e l'altra per la valle d'Echaurri, marciava contro di lui. Il generale Reille, con una terza si avanzava dal Carrascal; una quarta veniva da Logrogno sopra d'Estella, tutta la forza nemica mossa contro di lui, sommava ad otto mila fanti, e due mila cavalli. Avvertito dei loro movimenti, non volle Mina con ragione aspettare di essere attaccato, ma quantunque fosse di molto inferiore in forza, pur si decise ad attaccare. In fatti, postosi in agguato, vicino al Carrascal, onde assalire il generale Reille, lo attaccò al varco, lo mise in piena rotta, ed a ritirarsi sopra Tafalla, lo astrinse. Ma quando inseguendolo, già era giunto fino al villaggio di Barasoain, tosto s'avvide che Caffarelli retroceduto da Puente, era pervenuto a situarsi tra il battaglione comandato da lui, e gli altri due, di maniera che, se Reille si fermava nella sua fuga, e riuniva una parte della sua truppa, la colonna spagnuola si trovava in mezzo a due fuochi, locchè di fatti ebbe luogo. Quattro mila fanti, e settecento cavalli, che avevano un grande vantaggio sì pel numero, come per la posizione, il prode Mina disperatamente attaccarono, ma per opra di quel coraggio proprio a chi difende la patria con un indicibile vigore, con la sola perdita di ventitre morti, quel condottiero, respingendoli, liberossi. Un distaccamento di usseri pervenne, in questo frangente, a circondare la sua persona, ed uno di loro gli vibrò un colpo, che non potè, se non, abbassandosi di lungo sul cavallo, evitare, il quale ad un tratto impennandosi, con uno slancio il fe' balzare di sella. Rimessosi subitamente in piedi con tutta possa la diede a gambe. Per buona fortuna, il cavallo seguì il padrone, che in sella prestamente risaltò, e solo, inoltrandosi nel più folto de' boschi, dagli usseri, che lo inseguirono fino alla notte, si salvò, i quali poi disperando di più rintracciarlo, indietro se ne ritornarono. Così il valente Mina, dopo d'avere per tre giorni, senza compagni, errato, di bel nuovo a Cerna ritrovò la smarrita banda. Ripeteremo dunque, che debbono essere le scaramuccie, in questa guerra frequentissime, che al condottiero conviene essere il primo a tentare, ed in quel modo fino alla fine, perseverare.