Non rade volte accaderà, nella guerra d'insurrezione per bande, ai condottieri di trovarsi in qualche punto da ogni parte circondato da' nemici. In fatti, siccome nel numero si trovan costoro di molto maggiore alla forza della banda, ed una data porzione del territorio irradiano, per quanto astuto e previdente possa essere il comandante di essa, non gli sarà sempre dato di poter perfettamente conoscere, in tutto il tempo della guerra, quanti piccoli movimenti, quanti giri e contro giri, ognuna di quelle colonne esegua, o sia per eseguire. Egli è certamente di chi ha il carico di condurre una banda, principal dovere di averne sempre le più esatte informazioni, ma ben sovente accade, che sono gl'indispensabili mezzi per procurarsene, affatto mancanti. Ed ecco allora, senza colpa di chi dirige, mal sicura la posizione della banda, circondata da ogni parte, e nella situazione di dovere, o con molta avvedutezza, guizzar di mano al nemico, o con un eroico ardimento cimentarsi, ed a traverso le contrarie file, aprirsi, colla forza, un passaggio, o con stoica, ed ammirabile fermezza, ogni sua ultima speranza nel acciaro riponendo, sul luogo stesso assalito, strage orribile degli aggressori facendo, eroicamente morire, col vendere a sanguinolento prezzo quella vita del tutto alla santa causa, consagrata, e che nè ad un condottiero, nè ad un volontario, sarà mai permesso, con ignominiose operazioni, di conservare. Non intendiamo però di esporre ciò che debba adoprarsi, un punto da' nemici occupato, per circondare, potendosi ciò abbastanza dalle molte operazioni, di che già ragionato abbiamo, con chiarezza e minutamente desumere.
Se improvvisamente, da ogni parte, una banda troverassi inseguita, senza speranza di potersi od in pianura, o nei monti a maggior forza incalzante, sottrarre; se si vedrà di troppo vicina alle schiere nemiche, onde, sia per individuo, sia per truppa, poter cogliere il destro di sbandare la sua forza ed in quel modo, dalla fronte dell'assalitore sparire; null'altro, per opporre, una convenevole resistenza, oppur salvarsi, le rimarrà, se non la sola risorsa di prendere, in una casa isolata, in qualche antica chiesa, od abbandonato castello, o ben situato villaggio, o sopra torreggiante bicocca nei monti, opportuno ricovero, e quindi o dalle mani del nemico fuggire, o quello con furia respingere, oppure se inevitabile piena le si volge addosso, in un orrendo impasto di spoglie, di membra, e di amico e nemico sangue, l'estremo patrio sospiro stoicamente, fuor dal petto mandare!
Non parleremo di ciò che debba eseguirsi per mettere una casa, un castello in istato di difesa, non indicheremo le finestre da chiudersi, quelle da tenersi aperte, le porte da rinforzarsi con travi, le feritoie, che tutt'all'intorno, e ad ogni piano conviene che sieno praticate, perchè tali oggetti alla fortificazione passeggiera regolare, appartengono. L'uso di tali precauzioni è pure, nella guerra per bande, necessario, ma per le circostanze a che vanno soggette, tutte ben di rado essere potranno adoperate. Nulla dimeno converrà al condottiero di acquistare sù di questo, particolare, sufficiente istruzione onde potersene, in tutto od in parte, all'occasione valere. Dovranno, tosto che siasi preso possesso della casa, e sia posta in stato di difesa, collocarsi al di fuori, le necessarie guardie, sentinelle, vegghie, velette, scolte tutt'all'intorno del fosso (se di farlo s'ebbe l'agio) non meno che alla porta della casa, sul tetto, e ad ogni piano di essa. Gli uffiziali saranno ad ogni appartamento ripartiti, ed uno di loro sarà destinato al comando in ciascuno di quelli, la difesa del quale, colla sua vita malleverà. Correndo l'appartamento terreno, maggior pericolo, sarà qual posto d'onore ed al più intelligente, confidato. Saranno i volontarj in egual porzione, ai varj piani, distribuiti. Una riserva sarà sempre pronta a rinforzare i posti attaccati; presteranno i diversi comandanti, per quanto fia loro possibile, soccorso ai piani assaliti, senza però, quello a loro confidato, mettere in pericolo, nè di troppo sguarnire. Due uomini, da ogni finestra impediranno al nemico di avvicinarsi, e colle armi di getto con la bajonetta, spontoni, lancie, ed altre armi bianche, le scale che il nemico avrà per salire ai piani superiori collocate, faranno ributtare. Ciascuna feritoia del piano terreno, sarà sempre dalla canna dello schioppo d'uno de' volontarj, riempita, che saranno rilevati a due per volta onde, col loro continuo fuoco, tenere il nemico a convenevol distanza, e per tal modo d'impossessarsi di quel buco, e di sparare dentro le sale, impedirgli. Tutte le feritoie non occupate, dovransi accuratamente turare. Tosto che giungerà il nemico, vicino alla casa, dalle finestre superiori, dal tetto, dai merli, se ve ne sono, da tutti gli appartamenti dominanti, se gli farà cadere un diluvio di cenere infuocata, calce viva bagnata al momento, acqua bollente, sassi, travi con punte di chiodi sporgenti, canestri pieni di pietre etc., violentemente addosso. E se malgrado tutto ciò, e la resistenza fatta alle porte, alle barriere etc., il nemico entrerà nella casa, i volontarj combatteranno nelle camere al piano terreno, e quando non potranno più resistere, unitamente alla riserva, retrocederanno alla porta di un'altra, ove, alla forza che in quella trovano, uniti, al nemico il varco disputeranno, mentre quelli del piano superiore, per moltissimi buchi, nel pavimento formati, scaricheranno sul capo dei nemici, continuo fuoco, faranno piovere per quei fori, piombo fuso, faranno cadere, copia soprabbondevole d'acqua bollente, di cenere infuocata, di carboni accesi, e nello stesso tempo, dalle feritoie delle adiacenti camere, pei lati, un ben nutrito fuoco incrocichiando, recheranlo in breve tempo all'esterminio. Ma se malgrado tali sforzi, il nemico rimanesse superiore, la truppa, per mezzo di scale a mano, che avrà nell'ultima camera del piano attaccato, poste a quel di sopra, vi si raccoglierà ed una volta, saliti tutt'i combattenti, tireransi sopra, le scale, onde non se ne possa l'avversario servire, non dovendosi dubitare che prima dell'ingresso dell'assalitore, si sarà posto il pensiero a rendere, rovinandole, le scale della casa, impraticabili. La difesa del presidio situato al primo piano, assumerà, in quel momento, un aspetto ancor più terribile. Piombo, olio, acqua bollente, fuoco, pietre, ferro, razzi etc., che come cataratte infernali, da ogni parte riempiranno la camera; dai boccaporti, per dove si saranno ritirate le scale, grossi sassi, travi, di continuo si scaglieranno e con un'attività raddoppiata, si confonderà l'aggressore, quindi si sterminerà. Con accorte non meno, che sollecite disposizioni, s'impedirà che materie combustibili, per bruciare la casa, siano dal nemico, all'intorno ammassate. Debbono essere i tiri all'uomo giustamente diretti, e non a caso sparati. Se la casa si trova convenevolmente costruita, se gli appartamenti secondano le operazioni, si effettueranno dalle camere attaccate, facendo un giro in tondo, passando per le altre camere, onde giungere ad assalire, nella casa stessa, il nemico alle spalle. Potrassi co' modi accennati, la distruzione o la fuga del nemico, facilmente ottenere, purchè siano con esattezza, ed a sangue freddo, praticati. Nel funesto caso poi, che si debba inevitabilmente soggiacere, dovrà la banda morire ma non mai arrendersi. Esempio memorabile di patrio valore, viene dalla storia della rivoluzione di Corsica fornito, nella difesa fatta dal capitano Abatucci, cugino del generale de Paoli, al forte di Vivario. Assalito dai Francesi, quel prode, alla testa di soli trecent'uomini, qual nuovo Leonida alle Termopile, porse all'universo un maraviglioso insegnamento del modo, col quale debbasi la patria difendere. Fecero quei valorosi, un orribile macello dei Francesi, finchè sopraffatti dal numero, fino all'ultimo respiro, ferocemente combattendo, Abatucci e tutt'i suoi ammirabili compagni lasciaronsi, anzicchè cedere, per la loro patria, trucidare. Il caso di potersi arditamente scagliare sul nemico, ed in mezzo alle sue file, aprirsi colle armi, un varco e giungere a salvamento, potrà pure, alcune volte, presentarsi. Ogniqualvolta ne scorga, un condottiero, l'opportunità, il dovere gl'impone di sempre eleggere questo partito, prima di fare della sua vita, un generoso sagrifizio alla patria. Imperciocchè, salvandosi, colle armi alla mano, certo egli è, di poterle essere, per l'avvenire, di maggiore vantaggio. Come ciò possa eseguirsi, viene dal cavaliere Follard, nelle osservazioni sulla storia di Polibio, al tomo quinto, pagina 151, colle seguenti parole, chiaramente spiegato: «Ciò che havvi di più raro alla guerra, si è la difesa di una cosa da ogni parte, assalita. Carlo XII fù nella sua, vicino a Bender, nel 1713, da un gran corpo di Tartari, con tutto l'ardore, e la furia immaginabili attaccato; tutto fino il cannone, fù impiegato per isloggiarlo, ma la difese quel principe con un coraggio intrepido. Quando le appiccarono il fuoco, solamente uscì, e al di fuori non meno, che al didentro fù egli, ai nemici terribile in modo che riescì a salvarsi.» Uscendo quel principe di viva forza, e con animo determinato, gli si facilitò il mezzo di aprirsi, passando sui cadaveri, dei Tartari, la via, e lo scampo, mentre tutta la massa, coll'assalitrice truppa sopraffatta da maraviglia, e spaventata, più non osò attaccarlo, e senza molestia, libero di ritirarsi a piacimento, lasciollo. Pochi anni prima di quell'avvenimento, nel 1706, il maresciallo di Sassonia, illustre generale, la cui perdita tutt'ora ad ogni militare rincresce, si trovava nella città di Lembourg, aspettando una scorta, onde farsi, fino a Varsavia, città, dove, in quel tempo, risedeva la corte, accompagnare. Siccome egli aveva avuto contezza, che fra i Sassoni, e confederati, era stata una tregua, conchiusa, pensò valersi di quest'intervallo, per intraprendere il suo viaggio, e verso la fine di gennajo, con pochi uffiziali ed alcuni soldati, da quella piazza partì, e come quello, che non sapeva essere stata rotta la tregua, e che i Polacchi della sua partenza informati cercavano d'impossessarsi della sua persona, in un piccolo albergo nel villaggio di Craknitz con intenzione di pernottare, fece tranquillamente sosta; alla qual volta, onde sorprendere in cammino il conte Floming, ch'erasi pure avviato da quella parte, furono dai confederati, ottocento uomini di cavalleria, spediti.
Stava il maresciallo per assidersi a mensa, quando gli venne detto, che un gran numero di soldati a cavallo, era entrato nel villaggio, e pareva, che verso la casa dov'egli si trovava, prendesse la direzione. A tal notizia cominciò egli a dare le necessarie disposizioni per opporre un valevole schermo. Se con sole dieciotto persone pensato avesse di difendere tutta la casa, ciò condotto l'avrebbe a troppo, la forza sparpagliare, ed impossibile ne sarebbe divenuta la difesa. Epperciò, il cortile ed il piano terreno abbandonando, alla protezione della parte superiore della casa, solamente appigliossi; pose due o tre soldati per ogni stanza con ordine di traforare il pavimento, in modo che potessero sopra chiunque nelle camere di sotto s'introducesse, dalle innumerevoli buche sparare e coll'intendimento di poter in qualche modo, quelli di dentro la casa, dalla stalla soccorrere, col rimanente della sua forza, in quest'ultimo luogo appiattossi. Non ancora quelle tali disposizioni eran compite, che incominciarono i nemici l'attacco. Le porte del piano terreno furono le prime ad esser atterrate, essendo le stanze tutte basse, i soldati del maresciallo con certezza i loro tiri aggiustavano; e quanti, per entrare affacciavansi, erano immediatamente ammazzati. Supposero i Polacchi quella parte di casa rigurgitante di truppa, e nell'idea che fossero i piani superiori, per essere più facilmente forzati, ad altra parte si volsero, ed al fine di prendere a rovescio, e cadere sulle spalle dei difensori, alle finestre delle camere più alte, diedero la scalata, ed affatto vuote di gente le rinvennero. Mise tale disposizione, in grande imbarazzo il maresciallo cui mancava il modo d'impedirla. Ei li lasciò montare, ed in quell'atto, divisando, non esservi altro scampo se non di entrare in quelle camere, con estraordinario ardimento, la spada alla mano, dietro di loro, e con una vigorosa carica, loro correr addosso, confonderli e sbigottirli, locchè spezialmente in un'oscurissima notte, qual erasi quella, mancar non dovea di produrre felicissimi effetti. Ed infatti all'oscuro, venendo dal coraggio, la numerica inferiorità, surrogata, e la notte sempre a credere inducendo che il numero degli assalitori, più grande di quello che in realtà si ritrovi, da sì fatte considerazioni determinato da pochi intrepidi uffiziali, seguito, perseguitò l'inimico. Una palla di moschetto, che lo ferì in una coscia, dall'attacco nol distolse, nella prima stanza, che già trovasi da numerosi nemici occupata, disperatamente si slancia. Mettonsi tutt'i Polacchi nella maggior confusione, corrono alle finestre, ma chiunque da quelle, con isveltezza, tosto non fugge, viene a gambe levate, nella strada precipitato, o cade inesorabilmente al suolo, trafitto. Così dopo pochi minuti un solo inimico vivente più non è possibile in tutta la casa, rinvenire. Tentarono i Polacchi un secondo assalto, che non ebbe un migliore successo, e furono di bel nuovo a ritirarsi costretti. Quindi, a tenere la casa fino allo spuntar del giorno in istretto blocco, si determinarono. Guari non tardò il maresciallo a comprendere il loro disegno, e mentre medita sul miglior modo di fuggire, un uffiziale gli si presenta per intimargli la resa, con minaccia di tosto, in caso di rifiuto, la locanda non solo, ma l'intiero villaggio abbruciare. Ordina egli con dignitoso contegno, allo straniero messo, di subitamente ritirarsi, quegli con baldanza rifiuta, il maresciallo ciba la pistola,... la imposta... spara lo coglie al corpo, e cade il parlamentario, sul luogo, ammazzato. Mandano, senza indugio, i Polacchi un frate Domenicano d'una seconda intimazione incaricato, e non appena sta egli per aprir la bocca, che un altro ben aggiustato tiro, esangue al suolo, ad un tratto, lo stende. Riunisce tosto, dopo di ciò, il maresciallo, tutta la sua gente e così prende ad esortarla. Ben voi conoscete, o compagni, che ormai alcuna speranza di aver quartiere, non deve in noi più esistere, sola, per nostra salvezza, la spada rimanci, onde un varco, per mezzo delle file nemiche, alle nostre persone dischiudere. Trovasi la massa delle loro forze a bastevole distanza, profittiamo dell'oscurità, onde i boschi vicini al villaggio nel più breve tempo raggiungere. Se nei posti avvanzati dell'inimico ci avverrà d'incontrarci, nel maggior silenzio, tutti a fil di spada gli passeremo. Partiamo dunque! Abbandonarono i difensori, in numero di quattordici, la casa; a poca distanza di là, in una guardia nemica s'imbatterono, ma per loro fortuna, stanchi gli uomini che la componevano dalle fatiche del giorno, e credendosi in perfetta securità, profondamente dormivano. Quatti quatti se ne passarono essi frà gli addormentati guerrieri, e giunsero a salvamento. Chi avrebbe mai supposto, che dieciotto persone, fossero di respingerne ottocento, capaci, e da un violento attacco di notte, in una casa non fortificata, non riparata, in una locanda, perfettamente salvarsi? Ma la freddezza nel disporre, e l'ardimento nell'assalire, furono della riuscita, principali cagioni. Ed è pur anche ben vero, che nulla può mezzi più adatti ad una vigorosa difesa suggerire, quanto la disperazione degli assaliti. Avendo il maresciallo, coll'uccisione dei due parlamentarj polacchi, posto i suoi seguaci nella circostanza di non poter sperare quartiere, li rese gagliardi ad affrontare qualunque pericolo, e disposti a seguirlo dovunque, perchè alla salvezza di colui, che solo sapeva dirigerli, e cui la loro propria era collegata, con forte anima, cooperavano. Dovrà pure in quel modo, un condottiero, condursi, se vuole i suoi volontarj, nell'accanimento mantenere. Vogliam dire, ch'ei deve metterli nel caso, che se mai loro avvenga di cadere nelle mani del nemico, corrano gli stessi pericoli, anzi abbiano la certezza di dover tanto, quanto egli soffrirebbe, soffrire.
Quante volte non vi sarà più speranza di poter difendere la casa, chiesa, castello, etc., ed ogni mezzo a quell'uopo sarà stato esaurito, e con valore, la difesa fino all'estremo, prolungata, dovrassi il loco, di notte, dalla banda, quietamente abbandonare. I volontarj dovranno marciare in silenzio, nell'ordine il più serrato che sia possibile, col condottiero alla testa. Si cadrà sulla parte del nemico, che la più debole si consideri e se sarà d'uopo combattere, si dovrà solamente fare uso delle armi bianche, senza arrestare la marcia in avanti, onde non dar, col fragore dei tiri, nè avviso nè tempo agli altri posti di venirsi con quello attaccato, a congiungere e mettere al varco, impedimenti. Tosto superato il punto difficile, e con avvedutezza passato, all'uopo d'ingannare il nemico, che certamente manderà truppa in traccia dei fuggitivi, si dovranno i cammini meno conosciuti, e fuori mano, seguire. Se di essere circondato in un villaggio avverrà e se tempo non mancherà al condottiero di fare una fortificazione passaggiera, egli trarrà dagli abitanti profitto se gli sono favorevoli, e se contrarii, li conterrà. Dei mezzi che saremo nel capitolo delle fortezze, per indicare e rispetto ai Comarchi, in quello del governo provisionale, ei trarrà profitto, e se, per mancanza di tempo, non gli sarà possibile di fortificarsi, li metterà, secondo l'esigenza delle circostanze, più o meno in pratica. Solo del modo da eleggersi, quando una banda, saprà, che una eminente positura nei monti, da un nemico superiore in forza, trovasi circondata, ci rimane a trattare. Sarà cosa facilissima per un condottiero, che dalla sommità può l'arrivo del nemico attentamente guardare, mettere da lontano, la sua forza di quello, in ponderato calcolo, e le sue disposizioni osservandone, potere a tempo, la sua truppa in piccole porzioni dividere, o per individui sbandare, e quindi in un villaggio, bicocca, o punto qualunque lontano, fuori delle operazioni del nemico, spiarne i movimenti. Ben soventi di trovarsi in simili circostanze a Mina successe. Posero i generali francesi, varie volte ogni mezzo in opera, per distruggere quelle bande, ed in un bel giorno, la loro forza, (il numero di ventimila uomini eccedente, due mila cinque cento de' quali, erano di cavalleria) da tutte le parti circostanti, all'intorno di lui, riunirono. Certo il condottiero di non poter sostenere l'attacco, al loro appressarsi, ma prima, che interamente la vetta, dov'egli si trovava, circondassero, divise in tanti piccoli corpi staccati, la sua banda, che con marcie, contro marcie e stratagemmi, pervennero il nemico a perfettamente schivare. Per giungere a questo scopo, fù loro inevitabile patir la fame e la nudità, non meno, che ogni genere di fatica e privazioni pazientemente sopportare, da quell'indomabile spirito di perseveranza, sostenuti, che dev'essere la caratteristica virtù dei popoli, che vogliano l'indipendenza e libertà del loro paese conquistare, virtù che gli Spagnuoli, in quella guerra, in un grado eminente possedevano. Così quei corpi, rimasero, per l'intiero corso di cinquantatre giorni, frà di loro separati ed a tante pene soggetti. Il divino Plutarco nella vita di Crasso ci narra, come Spartaco, essendo sul monte Vesuvio dai Romani comandati da Clodio, circondato, liberossi co' suoi compagni. Da sopra la vetta d'un monte, per un solo strettissimo, e difficilissimo sentiero guardato da Clodio, e sue truppe, scendere solamente potevasi, tutte le altre parti non essendo che ripidi, ed inaccessibili macigni da numerosi ceppi di viti selvaggie coronati. Tagliarono i gladiatori i più forti sarmenti di quelle, ed i più convenienti ai ruminati loro disegni, e scale saldissime ne fabbricarono di tale lunghezza, che dalla cima della rocca in terra, nel sottostante piano, posavano: pel qual ritrovato, tutti quanti senza pericolo, discesero e dall'imminente pericolo scamparono. Un solo ultimo rimase per distribuire le armi a tutti e quindi, come gli altri, salvossi. Questa difficile operazione fatta, senza essere da' Romani scoperta, mise i gladiatori in grado di poterli, senza opposizione avviluppare, ed in fatti repentinamente cadendo loro addosso, tanto con tale subitaneo, ed inaspettato attacco li spaventarono, che i Romani in un momento sconfitti, ed i gladiatori padroni del campo inimico, immediatamente rimasero.
Se poi il condottiero, altro scampo che quello di una ostinata estrema e terribile difesa, non vede avanti di sè, dovrà, se ne avanza il tempo, con ripari passaggieri fortificare. Se una casa, torre, etc., trovasi in quelle alture, la difenderà, come al principio di questo capitolo abbiam detto. Se alcun fabbricato non saravvi, e se la sommità non trovasi dalla natura stessa della rupe, difesa, ma solo di terra, allora, se ne ha l'agio, potrà fare un ridotto, il quale in questa circostanza crediamo conveniente dovere formarsi di forma tonda, e non quadra, nè triangolare, etc., per essere atto ad una eguale quantità di fuochi da ogni parte. E se di fare un ridotto con parapetto, banchetta, fosso e spaldo non avrà il destro, potrà i mezzi tenuti da' Greci, in quest'ultima guerra d'insurrezione, praticare, che come Pecchio assicura non usano di far trinceramenti: «Ma quando vogliono combattere insieme e fortificarsi, costruiscono, egli dice, un tamburo, che così chiamano un campo chiuso da un piccolo parapetto di sassi posticci; dietro questo parapetto fanno contro il nemico, un fuoco, che per lo più è micidiale, perchè d'ordinario colgono bene nel segno. Il generale Caratazzo, nel giorno dicianove aprile, postato col suo corpo in uno di questi tamburi, fece mordere la polvere a più centinaja di Egiziani, che si avvisarono di sforzare la sua posizione.» Nel caso di gran fretta e necessità, crediamo che possa un tal modo di fortificazione leggiera, praticarsi, sebbene sia da noi di cortissimo vantaggio pei difensori, creduto. Molto migliore di questo, noi opiniamo che sia, il tamburo conosciuto nella fortificazione passeggiera regolare. Se poi malgrado di tutte le più saggie precauzioni, non verrà fatto a quella banda di sostenersi, o salvarsi senza trattare col nemico, con quell'eroica risoluzione, che dev'essere compartimento di chi alla patria si consagra, non cederà, e saprà, in mezzo alle imprecazioni contro agli oppressori d'Italia, ammazzando, morir da gagliarda.
CAPITOLO VII. OPERAZIONI MARITTIME.
Presenta l'Italia un tanto esteso littorale da Nizza fino a Trieste, che impossibil cosa sarebbe, d'una guerra nazionale d'insurrezion per bande, ragionare, senza intrattenersi della parte marittima che, per dare rapidità ai movimenti delle bande medesime, per sottrarle al pericolo di essere dall'incalzante nemico raggiunte, per facilitare il loro trasporto da una parte ad un'altra della costa, onde prendere il nemico, a rovescio, in fianco, ed alle spalle, per salvarle dalla prossima loro distruzione: deve di tanto inestimabile vantaggio, riuscire.
L'Italia, prima distruggitrice della formidabile potenza marittima Cartaginese invincibile, in quel tempo, riputata; ne' secoli scorsi, due republiche per forza marittima potentissime, nel suo seno racchiudeva, Venezia, e Genova, a vicenda, il tridente di Nettuno, nel mare Mediterraneo si disputavano. La prima inimica tremenda della Porta Ottomana, signoreggiava sulla maggior parte della Grecia, e con lo smercio delle mercanzie tratte in gran copia dal levante, per mezzo de' suoi numerosissimi legni naviganti in quelle acque, d'agi e di beni, l'Italia, doviziosissimamente forniva; e delle gloriose bandiere di Venezia e di Genova trovavasi il mare, coperto. Ma quella Italia, che inventò la bussola, che diede al mondo un Colombo, un Amerigo Vespucci, un Sebastiano Caboto, un Usumaro, compagno di Vasco di Gama, un Morosini Peloponnesiaco, un Andrea Doria, e finalmente un Carraccioli con tanti, e tanti altri illustri navigatori ed ammiragli famosi, che nessun marittimo duce di altre nazioni europee pervenne ad uguagliare, non che a vincere; quell'Italia, che malgrado le sue divisioni intestine, e le cattivissime instituzioni che la reggevano, in sul mare primeggiava, trovasi oggidì povera oltremodo di marina, priva di riputazione, avvilita, e derisa da tutte quelle nazioni marittime, che prima, la forza del suo naviglio, e la bontà de' suoi marinari, meritamente rispettavano, e deve soffrir la vergogna di vedersi dalla lista delle potenze marittime del tutto eliminata. Noi possiam dire, senza pericolo di errare, che per terra o per mare, essa non pesa un solo atomo nella bilancia d'Europa. Volgendo il pensiero a calcolare la forza del naviglio di tutti gli stati italiani, chiaro si vede che la sua marina di guerra non ascende a più di novanta vele tra grandi, e piccole in buono stato. La marina sarda-genovese, che si può denominar la più florida in questi tempi, e che alquanto va crescendo, non oltrepassa il numero di venti sei vele quadre, tutto compreso: la marina napoletana non giunge a dodici, e la veneziana ne conta solamente cinquanta. Ma lo stato Papale, e Toscano, essendone affatto privi, è manifesto che il naviglio di guerra italiano, minutamente annoverato, non giunge alle novanta vele, che abbiam di sopra indicate. Tutto ciò in tre distinte frazioni è diviso, l'una dall'altra differentemente regolate, e la maggior delle quali, all'immondo servizio della turpissim'Austria, capitale, perpetua nemica della gloria, e prosperità italiana, trovasi vergognosamente impiegata. Epperciò tal marina, senza spirito d'emulazione, senza energia, è incapace pel piccolo suo numero, e per la sua posizione, di sostenere quell'onore, con tante sofferenze, e con lo spargimento di tanto sangue dagli avi nostri acquistato. Egli è però da supporsi, che al momento di una insurrezione generale in Italia, queste novanta vele da Italiani comandate, e dirette, non vorrebbero, con somma infamia, e vergogna loro, essere del vizio, dello straniero, della tirannide, obbrobrioso sostegno. Vogliamo noi credere, che tutt'i comandanti, ed uomini di mare, abbraccierebbero il partito del loro paese, e quello accanitamente difenderebbero, vantaggio di gran lunga maggiore potendone sì al publico che al privato, ridondare. La marina militare italiana, inalberando la bandiera dell'unione, independenza, e libertà della patria, non rimarrebbero altri nemici da combattere, imperciocchè, sendo l'austriaca marina d'Italiani composta, e seguendo questi la via dal dovere loro indicata, si troverebbe quella potenza affatto priva di naviglio, e non sarebbe più atta ad infestare le nostre coste: anzi quelle novanta vele ci servirebbero a mantenere le comunicazioni fra un punto e l'altro del littorale, al trasporto di vettovaglie, armi, e munizioni dall'estero nei nostri porti: o nelle baie, golfi, cale, seni, verrebbero onde il popolo combattente, di quanto gli bisogna, prontamente provvedere, ed altresì per caricare bande di volontarj, ed in quei punti rapidamente trasportarle, dove il nemico, trovandosi assai più debole, si possa facilmente schiacciare: quindi le bande tornando a navigare di bel nuovo, nel luogo, da dove partirono, compariranno, dove forse il nemico più non le aspetta: così, colla velocità dei movimenti, favorita dal trasporto marittimo, la loro forza in mille modi, e differenti apparenze, troverassi moltiplicata, e finalmente nella loro fuga, qualora inseguite dal nemico, saran protette e salvate. Grande addunque sarebbe il vantaggio che la marina militare potrebbe in questo modo nella guerra d'insurrezione, al suo paese arrecare, e non v'ha dubbio, che sia quella disposta, al primo grido d'unione, e libertà d'Italia, ad accorrere sotto agli stendardi di quella patria, che ha d'uopo del maggior numero de' suoi figli, onde spezzare il giogo straniero, ed anche dalla tirannia domestica liberarsi. Ma nello stesso modo, che tutto a credere conduce, essere gli uomini della marina di Sardegna, Napoli, Venezia, schivi dal coprirsi dell'infamia, e del vituperio del mondo, e che anzi a difendere, e sostenere la causa della loro patria, con entusiasmo, ed ardimento, imprenderanno; tutta volta la prudenza, quella madre dei felici risultamenti, vuole, che la questione, da ogni lato si esamini, e che ad una supposizione contraria si giunga che al nostro cuore pesa oltre modo, e di che il minimo indizio non abbiamo, ma che pure noi dobbiamo per un momento ideare, onde non resti il nostro trattato, in così essenzial parte, incompleto. Ammesso dunque che nella guerra d'insurrezione, una marina nemica esista, e che questa delle tre squadre, sarda, napolitana e veneta, o di una parte d'esse o d'alcuna di quelle si componga, non avverrà che il felice risultamento della guerra d'insurrezione abbia, per questa disgrazia, ad essere impedito. Il solo danno consisterebbe in un ritardo nel perfetto compimento della vittoria; perchè que' navigli, anzicchè trasportare le nostre truppe da un punto all'altro, ne trasporterebbero le inimiche, ed anzicchè fornir delle vettovaglie, armi e munizioni dall'estero, cercherebbero d'impedirne l'arrivo, e quelle all'avversario apporterebbero. Malgrado ciò, se il popolo italiano vuole veramente divenir libero; possono ben anche tali pericoli, se non per intero eludersi, almeno diminuirsi. Allo scoppio della italica rivoluzione, tutt'i capitani mercantili nizzardi, genovesi, toscani, pontificii, napoletani e veneti, (che secondo i calcoli più recenti, posseggono più di ventimila vele quadre, pell'aumento ch'ebbero dalla spedizione di lord Exmouth contro di Algeri, fin'oggi) seguendo il glorioso esempio dato nel 1821 e 22 dai Greci contro ai Turchi; la bandiera nazionale italiana, festosi, nella vista della gran ventura della patria, inalbereranno. Armeranno, costoro e metteranno i loro legni in istato di combattere, quindi a seconda di quanto più sopra indicammo per le navi di guerra, opereranno. Per via della loro picciolezza, saranno que' legni atti vieppiù a condurre ad effetto le loro imprese, e altresì a deludere la vigilanza dell'inimico. Si serviranno pure i capitani delle loro carte e bandiere, ogni qual volta si troveranno sotto alla portata di quello ed esser più forte di essi loro, giudicheranno. Quante volte non potranno opprimerlo colla forza, avranno all'astuzia ricorso. Il sistema di guerra marittima, non differisce, nelle massime generali, da quello di guerra terrestre e solamente nei particolari, speziali alla varietà dell'elemento, dee cangiarsi. Imperciocchè, alcune volte sarà più facile al nemico di soverchiarci, se si trova a sopravento, o con un legno più veliero del nostro. Allora ch'esauriti dal portolano dell'italico legno, saranno tutti quei mezzi statigli dall'astuzia, valore, e temerità suggeriti; anzicchè nelle mani del nemico vilmente cadere, dovrà alla salute della patria immolarsi. Giunto all'estremo istante in che vegga, non esservi altro scampo, che la resa; in vece di ammainare la sagrosanta bandiera della patria e darla preda ai barbari, lor farà egli un estremo e terribile saluto, dando fuoco al deposito delle polveri nella Santa Barbara, e quindi a quella unito, ed al bastimento, in onore della nazione, e beffa dei barbari, salterà il prode Italiano, in mille pezzi per l'aria.
In tutt'i paesi, villaggi e borghi, lungo la costa marittima, si metteranno in mare dei mistici, liuti, schifacci, paranze, bovi, etc., armati di cannone, e con sufficiente quantità di gente; si terranno quelli sempre vicino alla costa, per sorprendere le corrispondenze del nemico; trasportare vettovaglie, etc. Oltracciò, da tutti quei paesi littorali, pure si metteranno in mare lancioni alla foggia delle speronare siciliane, contenenti un centinajo di persone armate, le quali staranno di giorno, e di notte permanentemente a bordo, e faranno continui sbarchi sulla costa; tirando a terra il loro lancione, ed in quella inoltrandosi. Per tal modo, manterranno tutt'i paesi, e villaggi, che si estendono lungo la spiaggia, in attività continua, rispetto e devozione al partito della patria. La grande cura, la somma precauzione di chi comanda al lancione, sarà di star ben avveduto, e prendere le sue misure, onde non gli venga la ritirata al mare impedita. Epperciò non dovrà mai tanto dentro terra inoltrarsi, che possa dal nemico essere scorto, e tagliato di fuori. Questi lancioni possono in mare portarsi nel tempo di notte sotto ai bastimenti di alta portata e senza essere veduti, incendiarli o farli saltar all'arrembaggio. L'ardita condotta dei filibustieri nei mari d'America è degna di essere da noi nelle marittime operazioni onninamente imitata; non diciamo nello scopo, perchè quelli al solo soddisfacimento di licenziose brame, ad un ismodato desiderio di far preda, anzicchè alla gloria e felicità della patria, miravano. Ma che con ispirito patrio e veramente italiano intrapresa, debba l'imitazione delle loro gesta grande giovamento alla riuscita della contesa cagionare, non vi può esistere il minor dubbio. Il celebre storico Rayual, parlando di questi famosi guerrieri marittimi, dice, che formavano tra loro, molte piccole squadriglie di cinquanta, cento, o cencinquanta uomini, che in una barca più o meno grande, consisteva tutto il loro armamento, e là, notte e giorno, all'ingiurie dell'aria esposti, non rimaneva a quegli straordinarj navigatori, che un picciolissimo spazio per coricarsi. Essi non deliberavano mai per attaccare un legno che si presentasse alla loro vista. Il loro sistema era quello di correre all'arrembaggio: la picciolezza de' legni e l'arte di maneggiarli, salvavagli dal pericolo dell'artiglierie della nave nemica; non presentavano mai al suo fuoco altrocchè la prora coronata dagli scoppettieri che dirigevano tutt'i loro tiri, agli sportelli dei cannoni avversarj, così bene aggiustati, che sgomentavano e rendevano i migliori artiglieri mal atti alla difesa. Quand'essi avevano gettato il grappino, era cosa molto rara, che il più grande bastimento, potesse loro sfuggir di mano. Quando s'incontravano con un vascello spagnuolo, non tralasciavano mai di attaccarlo e seguivano le flotte fino allo sbocco del Bahama, nel qual tragitto, se un bastimento si allontanava dagli altri o restava indietro, era certamente preso, ed i vinti, precipitati nel mare. Pietro Le Grand, nativo di Dieppe, che aveva soltanto una lancia armata con quattro cannoni e ventotto uomini; malgrado la disparità delle forze, si decise ad attaccare il vice ammiraglio dei galeoni: e dopo d'aver comandato che fosse il suo proprio legno nell'acqua sprofondato, il sorprese e saltò a bordo con tutti gli uomini. Fù talmente dalla sua temerità l'equipaggio spagnuolo, stupito, che nessuno di fargli la minima resistenza ebbe ardimento, ed egli stesso calando alla camera del capitano, il trovò intento al giuoco, gli mise la pistola alla bocca, e l'astrinse ad arrendersi a discrezione.