Onde in possesso della nazione insorta, possa una fortezza cadere, converrà che i soldati stessi, dal tiranno, od invasore, alla sua difesa comandati (accortisi la vera gloria nel contribuire alla publica felicità e non all'oppressione consistere) vergognandosi di contro la loro patria adoperarsi, agli oppressori disubbidiscano, e per la buona cosa si dichiarino; che dagli abitanti renitenti, i soldati soverchiati, e compressi, vengano all'arrendimento costretti, e sian le porte ai veri Italiani sbarrate; che i civili e i militari sullo stesso oggetto d'accordo, a gara l'ingresso favoriscano nei modi già indicati o che per ultimo, improvvisamente si occupino, se come inservibili dai tiranni tenute, e nella nostra guerra, di somma utilità considerate, facilmente (non avendo gente alla difesa) sorprese dalle bande esser possano. Quelle fortezze nelle mani della nazione cadranno, o al primo scoppio dell'insurrezione, o dopo d'essersi stabilito il governo provisionale. Se nel primo caso, ai condottieri principali e particolari operanti nella provincia e circondario, la cura di provvedere alla loro difesa, senza dubbio appartiene. Se nel secondo, sarà dovere dei consigli, assemblee, consulta etc., coi mezzi forniti dalla provincia, o dall'intero stato, di sostenerle e difenderle.

Se una piazza isolata senz'abitanti, fia che venga della forza nazionale militare, in potere; dovrassi, secondo i principj della guerra regolare, sostenerla, ed ai condottieri dovranno sufficienti difensori presi nella provincia essere aggiunti, che coi militari, secondo il sistema regolare, agiscano ed alla difesa concorrano. Se fosse il presidio numeroso ed aumento non comportasse; una competente parte dell'antica guarnigione, con nuovi giovani dall'entusiasmo guidati, scambiar con destrezza converrebbe, e la parte uscente, per separati drappelli, ad altri propugnacoli inviare in guarnigione, ed in campo, per bande, disseminare. Dovrà pur essere il comandante persona dabbene e devota alla patria, che goda dell'intera confidenza della nazione, ed aver dee guarentigie di antecedenti fatti che sua fedeltà alla causa e capacità militare, pienamente mallevino. Se abitanti nella piazza vi fossero per contrarj alla buona causa conosciuti, ben bene esser dovranno osservati e contenuti. Ma se all'opposito quelli, com'è probabile, da generosi sentimenti d'amor di patria animati saranno; allora, quantunque sia le precauzioni sempre cosa buona da considerarsi, nondimeno cesseranno di essere d'assoluta necessità, e quegli abitanti che robusti e ben disposti, saranno di fare tutto il servizio eguale alla truppa di linea capaci, in corpi regolari si arroleranno e gli altri abitanti non arrolati nella linea, verranno eziandio, come stanziali, in decurie e centurie ordinati, ed avranno pure i loro luoghi per la defesa in caso di attacco, assegnati. Quando la truppa fosse stata dagli abitanti a cedere costretta, perchè quelli erano i più forti allora, dovendo i soldati ed uffiziali come nemici della buona causa essere supposti, epperciò ammazzati, si dovrà nella fortezza un competente corpo di truppe introdurre, all'uopo di ordinare gli abitanti alla difesa ed in quella ajutarli e dirigerli. In tutti gli altri suddetti casi, la truppa che occupa le fortezze, difenderalle. Non disagevol cosa sarà al provisionale governo di provvedervi: ma grandi e forti difficoltà, innumerevoli ostacoli, a' condottieri e fortezze frapporranno. Imperciocchè dovranno essi colla scarsità de' mezzi, quasi continuamente combattere. Non dimeno, con perspicacia ed attività, dallo spirito publico assecondati, per venirne a capo, insuperabile malagevolezza, non incontreranno. Le bande guerreggianti nel circondario delle fortezze, fino a che non esistano le colonne volanti e le legioni, come gli eserciti d'operazione, si dovranno in sostegno e sollievo della piazza adoperare. Non essendo lo scopo nostro di minutamente, i mezzi di cui si debba far uso per la difesa, indagare ed esporre, perchè alla guerra regolare appartengono, ci contenteremo poche maravigliose cittadine difese ai nostri leggitori citare che durante la guerra di Spagna contro di Napoleone, fecero il mondo intiero stupefatto rimanere: per la qualcosa saranno mai sempre Saragozza e Gerona, come alti esempii di virtù patria, dalla posterità venerate. Così il nostro Vacani spiegasi in proposito della prima: «Finalmente richiesta a grandi sagrifizi per la causa nazionale in questa guerra provocata contro l'imperatore de' Francesi, essa sviluppò nella difesa quell'amore di patria per cui facevano prodigj i Greci, ed i Romani, quello spirito stesso di pietà, e d'orgoglio nei combattimenti onde s'illustrarono gli erranti delle crociate, quell'odio alla tirannia che rese a libertà i Svizzeri, i Batavi, gli Americani.» In fatti quai sforzi inauditi non fece? Ecco come prosegue il già citato autore: «Quello che più de' far ammirare il sangue freddo, e la virtù dei cittadini, si è lo aver essi trincerato nell'interno della piazza, tutte le contrade, sbarrate le porte, e le finestre delle case, aperti tutti i muri con troniere, praticati passaggi difensivi dall'un punto all'altro, e trasformata ogni casa in ridotto, ogni convento in cittadella, o piazza d'arme, od arsenale, e fatto per tal modo dell'intiera città una rete di forti inestricabile, essendo sodamente stabilito nella mente dei difensori di non rendersi nè alla perdita del primo recinto, nè a quella del primo, o second'ordine di ostacoli interiori, nè ancor che ristretti in poca parte della città, ma di farsi agli estremi buon riparo di questa, per passare sull'altra riva dell'Ebro nel sobborgo parimenti trincerato, ed ove prolungar non si potesse la difesa, uscire al campo, per quel lato men coperto da nemici, evadersi, e raccogliersi ne' monti a nuova guerra.» Dalla pertinacia di quella difesa non men che da quella di Gerona, puossi toccar con mano quanto sia di sostenersi una fortezza capace, ove i cittadini colla truppa concorrono. Valgaci quanto dal generale San Ciro, rispettivamente a questa seconda piazza, viene alla pagina 285 del suo giornale, esposto, onde la nostra asserzione corroborare: «Le più belle difese fatte dalle truppe, non si avvicinano a quelle eseguite dagli abitanti, quando per un fanatismo qualunque, i loro occhi sono stati chiusi a tutt'i pericoli ed il cuore di essi, ad ogni timore. Senza cercar prove fuori di Catalogna, si paragoni la difesa di Rosas con quella di Gerona. Nella prima non vi erano che soldati, nell'altra i soldati erano sostenuti, o per meglio dire dominati dagli abitanti. Prendiamo un esempio ancor più ristretto nell'ultima di queste piazze. Il forte Monjuich non fù difeso che dalla truppa di linea, e fù certamente ben difeso; ma dal momento che vi si fece una breccia praticabile, o che i lavori degli assedianti furono sufficientemente vicini per dargli speranza d'impadronirsene, e che la riescita pareva possibile; fù tosto evacuato dalla guarnigione: mentre chè, malgrado le quattro breccie esistenti nel corpo della piazza di Gerona, breccie, che molti generali ed uffiziali superiori francesi avevano giudicate praticabilissime, poichè trenta piazze nelle ultime guerre s'erano rese in migliore situazione, senza che l'onore delle guarnigioni incaricate della loro difesa sia stato menomato; malgrado quelle quattro breccie, la guarnigione di Gerona, non si perdè d'animo nel giorno diciannove settembre, seguente all'attacco vigoroso e simultaneo di quattro colonne che si presentarono in pien giorno per darle la scalata: e ciò perchè si trovava sostenuta ed incoraggita dalla vista dell'intiera popolazione della città, bene o male armata, e senza distinzione di stato e di sesso, che voleva concorrere nel pericolo e guarniva i baluardi. La giberna e lo schioppo si vedevano sulla sottana del frate e del prete, come sull'abito del crociato e del simplice artigiano, la minima agitazione dell'aria faceva sventolare e scoprire i nastri, coi quali si distinguevano le donne della compagnia di santa Barbara, delle quali alcune acquistarono in quel giorno la ricompensa e distinzione dei bravi. Quanti motivi di emulazione per gli uomini che componevano la guarnigione! Potevan essi forse far meno di quelle eroine dell'amor di patria? Potevano essi cedere in valore alle donne? Si osservi presso questo quadro, una difesa alla quale gli abitanti non prendano parte. Essi non pensano che alla loro conservazione, a quella delle loro case ed industria, sollecitano ed anche minacciano il comandante che fa la resistenza prescritta dal suo dovere, ma che gli rovina e porta la distruzione della loro città. Aggiungansi a ciò i loro sforzi, i loro maneggi per disanimare il soldato, ammutinarlo, etc. Qual contrasto! Abbiamo noi per tanto ad asserire, che la difesa d'una piazza non può essere intiera, quando non sia fatto dagli abitanti ajutati dalla truppa regolare? Dobbiam noi assicurare che non ve n'esiste, per poco che siano fortificate, le quali non sieno, in quel caso, suscettibili della più lunga difesa? E che una città come Gerona, non sarebbe mai stata presa, se l'esercito destinato per la difesa di Catalogna, ed in conseguenza per soccorrerla, avesse dimostrato un poco più di vigore, e se il suo morale non fosse stato così depresso, com'era e doveva esserlo, dopo la perdita di quattro battaglie seguite da altrettante rotte? I difensori di Gerona hanno spiegata la massima energia e niente omisero di quanto poteva procurar loro il vantaggio. Ritennero nella piazza trecento disertori napolitani e sempre gli opponevano all'esercito francese sulle breccie e nelle sortite, perchè conoscendo essi la sorte che loro aspettava, se quello fosse vincitore, erano sicuri che avrebbero combattuto con l'accanimento della disperazione: profittarono dell'entusiasmo degli abitanti e se ne valsero con grande vantaggio. Finalmente io credo loro non potersi contestare che abbiano fatto tutto quanto un militare, od un cittadino bramoso di difendere una piazza fino all'estremo, dovrà sempre fare quando sarà fortunato abbastanza per incontrare tutte, o almeno parte di quelle circostanze, in che si trovò il generale Alvarez, difensore di Gerona nel 1809.»

Puossi ancora un altro caso presentare che, sebbene difficile in una guerra d'insurrezione nazionale; non dimeno è pure possibile, cioè che la truppa d'una fortezza si dichiari per la patria, e che gli abitanti sieno a quella contrarj. Allora dovrà essere spezial cura dei condottieri di aumentare e fortificare la guarnigione, e tutte le misure prendere, onde i danni che dalla sinistra intenzione degli abitanti nascere potrebbono, con profitto evitare. Al qual uopo, avendo il comandante che tutti si siano delle necessarie vettovaglie forniti pel tempo determinato, esattamente provvisto; fuori della piazza gl'inutili spingerà, sotto qualche pretesto tutti gli abitanti disarmerà, facendoli con numerose pattuglie contenere, ond'esse, circolando di continuo per la città, il buon ordine affermino, ed i suoi regolamenti ed ordini facciano eseguire, per mezzo de' quali le riunioni tumultuarie, gridi, domande e richieste collettive, le parole sediziose, e tendenti a disanimare i difensori, saranno con severità proibite. Per la qualcosa tutt'i trasgressori de' suoi ordini, (senza emanciparsi il comandante, in detrimento della patria ed in pericolo suo e della piazza, ad essere pietoso) dovranno con capital pena, essere castigati. Farassi insomma da quegli abitanti temere, e per ovviare alla commistione dannosa in tal circostanza dei cittadini colla truppa, tutt'i meccanici del paese tenendo pel servizio della fortezza salariati, in continuo lavoro intratterralli. Altri al servizio dei forni, dei magazzeni e degli ospedali separatamente destinerà; tutti, a recar cibo e bevanda ai soldati che sono alle mura, alle porte, alle poterne, alle guardie avvanzate, previamente scelti, troveransi in continuo movimento. Quanti rimangano degli abitanti, in tante squadre, quanti quartieri vi sono nella città, dovrà ordinare. Resteranno questi continuamente di guardia, ma solo un terzo alla volta d'attivo servizio, onde l'incendio della città, prevenendo, impedire; di molle, crocchi, accette, scale e secchie muniti, le palle roventi dal nemico gettate, raccoglieranno, onde nell'acqua che a quell'uopo, in ogni casa si terrà, tosto s'immergano, i progressi delle fiamme da una casa all'altra (che pure colle pompe cercheranno di spegnere) tagliando, rovinando, rompendo, opportunamente si arrestino. Ogni squadra dovrà del suo quartiere occuparsi, e solamente in un caso urgente, e per ordine del comandante, potranno alcune volte, i varii terzi in riposo, essere, in un punto determinato, fuori del loro quartiere, chiamati e riuniti. Con severità quest'ordine mantenuto, ciascun abitante disarmato, al suo quartiere confinato, non potrà i volontarj con artifizii sedurre, e nemmeno, il suo timore, malcontento e cattive intenzioni agli altri concittadini comunicando, portar nocumento alla causa e la difesa impedire.

In qualunque piazza, nella quale vi siano degli abitanti civili, procederà il comandante, a far loro prestar un solenne giuramento, prima d'intraprendere le operazioni. Tutti, di non mai cedere al nemico la piazza qualunque possa essere la sua situazione, giureranno, a che dovranno aggiungere la dichiarazione di doversi ammazzare chiunque sia, la parola, capitolazione, per pronunziare. Oltracciò faranno solenne sacramento di voler piuttosto un ammasso di gloriosi cadaveri sepolti sotto le rovine degli edifizj e delle mura della piazza, addivenire, che di vivere avviliti e coi barbari negoziare, che veri e forti italiani, piuttosto che cedere, soffriranno e se d'uopo sarà morranno; tutto meno acerbo della schiavitù, doversi da uomini considerare!....... Se fosse la piazza investita ed attaccata, dovrà il comandante, passo a passo, difenderla, e quando soverchiato dal numero de' nemici, fia che si vegga, e che quelli, nell'interno, nel centro, nella piazza della fortezza, già siano penetrati, e nè di salvarla, nè di uscire, più non vegga speranza, ma solo di aprirsi disperatamente un passaggio nelle linea dell'avversario gli rimanga; allora da sè stesso nella parte principale, e da suoi confidenti nelle altre, alle miccie delle molte mine, che prima dell'avvicinarsi del nemico avrà preparate, e ben visitate, sarà la decisiva fiammella, con decisione, appiccata, e così nemici, abitanti, e truppa tutti ai baluardi, edifici e mura della piazza congiunti, con orrendo, e strepitoso scoppio, in generoso sacrifizio alla patria, di botto in aria sfracellati, salteranno e saranno per tal modo al nemico, le vittorie in Italia funeste!

CAPITOLO IX. DELLE COLONNE VOLANTI E LEGIONI.

Se non havvi sulla certezza del felice risultamento della guerra per bande punto a dubitare, certo egli è però che per natura sua, oltre di essere penosa e lunghissima, perchè devono le bande solo in piccoli combattimenti di quasi certo vantaggio, con minor perdita per parte nostra alla distruzione del nemico attendere; deve da tutto questo avvenire, che ben di raro, e fors'anche mai, si presentino quei casi, che con un brillante attacco, con un'operazione anzi temeraria, che ardita, un combattimento decisivo s'impegni, che porti ne' suoi resultamenti la liberazione immediata d'Italia. Le bande non dovendo dipendere dai magistrati locali stabiliti nelle provincie, cantoni, distretti, etc., ma solo dal condottiero supremo per le operazioni combinate; non potranno avere la forza necessaria e continuata per eseguire tante numerosissime incombenze che ancora per accelerare il bene della patria, rimangono. Sono esse in fatti e debbono esserlo, di quella convenevole stabilità, onde far obbedire ai ritrosi ed i malevoli annichilare, deficienti. Sebbene a quest'uopo debbano pur tutte le bande essere intente; ciò non pertanto il sistema generale di questa guerra, che ad una continua mobilità le costringe, impedisce, che possano quelle operazioni effettuare, la di cui riuscita dipende da una lunga permanenza in un luogo, e dalla riunione delle varie armi che sostenendosi a vicenda, debbono concordemente operare.

Conobbero gli Spagnoli questa verità nella guerra dell'indipendenza, ma non seppero tosto acconciamente al buon successo indirizzarsi. Per verità, cominciarono a voler porre le bande sotto ad un regolare comando, nominarono una giunta speciale direttiva delle bande, la quale spedì colonelli, stati maggiori, etc., onde quei corpi staccati, secondo il sistema di regolar disciplina ed evoluzioni ordinare. Il colonello don Antonio Claraco y Sans, fù nel paese di Guadalupe, provincia di Estremadura, spedito a prendere il comando delle bande, e regolarle. In fatti più di quattro mila uomini egli accozzò in un corpo, al quale diede il nome di regolare divisione dell'esercito. Ma che quindi gli avvenne? Essendogli venuto a notizia, che un distaccamento francese doveva nella vicinanza passare, gli si fece con la sua colonna incontro. Non oltre passava quello, il numero di ottanta quattro uomini a cavallo, che vedendosi in fronte di quattro mila, rimase, non sapendo a qual partito si dovesse appigliare, alcun tanto irresoluto: ma in quel frattempo accortosi dell'esitazione a muoversi della divisione spagnuola, che fluttuante, fortissimo panico timore dimostrava, fece ardita resoluzione di cagionarle con un movimento temerario, grandissimo spavento e profitare della confusione in che sperava di metterla, onde potersi ad opportuno scampo aprire un cammino. Ordinò quindi il comandante francese la carica, e sul centro della divisione impetuosamente scagliossi. Al suo avvicinamento i soldati pseudo-regolari allibbirono; si scompose la schiera, ogni drappello pensò alla propria salvezza, ed in un istante furono i quattro mila uomini da ottanta quattro ussari compiutamente sconfitti, lasciarono settecento morti sul campo di battaglia. Allora il superstite avanzo disgustato di quel modo regolare di guerra, si mise di bel nuovo in bande separate, rimandando gli uffiziali ch'erano stati dal governo senza consentimento de' volontarj al loro comando imposti; ed a poco a poco, trasse di quel oltraggioso scherno tarda ma severa vendetta, facendo soffrire perdite enormi a quei Francesi stessi, ottanta quattro de' quali bastarono per mettere quattro mila Spagnuoli in piena rotta. Persuasi da quell'infausto saggio, i medesimi non doversi, nè potersi le bande in modo, da battersi in linea e far evoluzioni sulla fronte del nemico, regolare; ne rinunziarono l'idea. Ma d'altra parte la necessità conoscendo in che trovasi un governo qualunque di avere una certa forza di truppa tattica onde sostenere le molte operazioni che le appartengono; con ben ponderato consiglio fecero essi divisamento d'ordinare varj corpi composti di fanteria, cavalleria ed artiglieria che divisioni, o colonne volanti appellarono, i soldati de' quali erano vestiti e pagati dal governo ed agivano secondo il sistema di guerra regolare per quanto la loro forza e le circostanze, il permetteano. Poi che pegli sforzi delle bande, una sufficiente parte del territorio italiano sarà dal Tedesco lezzo purgata, ed una giunta provinciale già vi esista; un connestabile delegato militare nominato dal condottiero supremo, si occuperà dell'ordinamento di varie di queste colonne, più o meno forti, più o meno numerose, a seconda dei mezzi che si troverà possedere: tenendo fermo, però che ciascuna di esse porti con sè tutt'i mezzi tanto per combattere, come per sussistere, e sia esente dalla necessità di una base stabile. Gli uomini, che compor debbono queste colonne, dovranno avere tutte quelle qualità, che ad un militare tattico si convengono: e difficil cosa certamente non sarà di rinvenire in Italia molti di quei valorosi, che possansi al servizio regolare con immenso patrio vantaggio applicare. I duecento mila uomini, che alla gloria ed ai disastri della Francia parteciparono, per anco non sono spenti. Sparsi per tutti gli stati d'Italia, trascinano abbiettamente una miserabile vita. Dai governi attuali, generalmente dispregiati, pochi di essi furono al servizio dei prìncipi che ora tiranneggiano quel paese ammessi, e non pochi di quelli, che nelle pianure della Prussia, della Germania, di Raab, della Russia, e soprattutto sulle ineguali montuosità della Spagna tanto si distinsero, in oggi, vicini ai loro focolari nell'inopia e forzatamente neghittosi, giacciono fremendo e deplorando la dura sorte, cui vedono l'onore italiano, condannato, ed altro non aspettano se non la favorevole occasione, per islanciarsi nel nuovo arringo di più risplendente gloria, e a prò della patria, per ferocemente lottare.

Altri pure havvene non men valorosi, sebbene forse alcun tanto meno esperimentati, per l'età loro giovanile impediti, nel tempo delle ultime guerre, ad essere compagni degl'Italiani alteri degli allori mietuti ne' campi della vittoria, che da quattordici anni in quà la carriera delle armi, sotto agli attuali tiranni seguirono, e che tanto per le conoscenze tattiche, acquistate, quanto pei loro sublimi pensieri, potranno in quelle colonne volanti, recare inestimabili servigii. Le operazioni di queste colonne come l'ordinamento loro, piuttosto alla guerra grave, che alla leggiera spettando, e non essendo intendimento nostro di parlare di quella; ci asterremo d'indicare le loro incombenze. Solo conchiuderemo con dire, che dovranno i capi di quella, far in sè stessi ritratto, dell'inclito Sertorio uno dei più grandi capitani che abbiano esistito prima di Cesare, il quale come quello che la guerra leggiera perfettamente conosceva, stancò e spossò il grande Pompeo, del quale come se stato fosse un fanciullo, prendeasi trastullo. Vienci dal divino Plutarco spiegato il metodo da quell'abile e sagace guerriero con invincibile costanza tenuto. Non meno utile insegnamento per quella guerra, potranno i capi, dalla vita ed operazioni militari del prode Scanderbeg ottenere, che immortal gloria, nel secolo 1500, acquistossi facendo la guerra contro ai Turchi, cui erasi ribellato, e che gli elogi del papa, e di tutt'i regnanti di quel tempo in Europa, ad una voce riscosse. Altrettanto degna di essere altamente commendata, e per quanto il conceda la differenza delle circostanze, applicabile da un capo di truppa regolare, in istato d'insurrezione, sarà pur anche la condotta del celebre ammiraglio Gasparo di Colignì. Quel grand'uomo comandando agli Ugonotti, perdute quattro battaglie decisive; ad onta della cattiva sorte, seppe col valore e con l'arti sue, vigorosamente risorgere, sempre a' suoi nemici più formidabile presentarsi. Finalmente raccomandiamo ai comandanti delle colonne volanti di studiare attentamente il metodo adottato nella guerra dei sette anni, dal barone di Treuk alla testa dei Panduri, del celebre Hofer nel Tirolo contro alla forza colossale dell'impero francese e finalmente quella del già tante volte citato, e mai sempre celebre Espoz y Mina nei due ultimi anni della guerra dell'indipendenza: e da siffatti insegnamenti potranno tesori di verace utilità guadagnare.

Quante volte poi il connestabile delegato militare della provincia, veda pell'aumento progressivo di queste colonne volanti, non meno che pell'esistenza di mezzi materiali, essere possibile passare ad un ordinamento ancor più regolare; procederà, per ordine del condottiero supremo, alla formazione di tutte quelle legioni che la forza disponibile regolare della provincia, renderà con fornire i mezzi, fattibile: e queste comandate da tribuni legionarj, composte di tutte le armi corrispondenti, cioè di fanti, cavalli, ed artiglieria, seco loro portando tutto il necessario al loro sostentamento; saranno la base, il principio dell'esercito regolare italiano, che bel bello ingrossando, compirà con brillanti e decisive operazioni, la grand'opera della riunione, independenza e libertà dell'Italia.

CAPITOLO X. PARTE ATTIVA DELLO SPIRITO PUBLICO. — COOPERAZIONE NAZIONALE.