Nei cuori della maggior parte degl'Italiani quella pura fiamma divampa ch'all'acquisto dell'unione, indipendenza, e libertà della patria sospinge: ma per la tristizia del tempo che trascorre, per confuso intricamento delle circostanze, per la compressione prodotta dalla forza nemica, per la diffidenza reciproca; ogni unità non poco paventa di manifestarsi alla spartita, e di riuscire ai santi interessi del popolo perniciosa, anzicchè profittevole. Pertanto, a buon dritto lo sfogo dei sentimenti comprimesi, e col velo della simulazione, il generoso impulso del cuore ardente, debbesi ad arte ricoprire: ma dai primi prosperi successi delle bande, di bocca in bocca divulgati, dall'entusiasmo magnificati e giustamente dal savio esaltati, e benedetti; lo scoppio generale ridonda, che, qual torrente, lungo la sua via rigonfiando, dalle rive trabocca, e tutto seco trascinando, quanto si oppone al rapido e maestoso suo corso, involve, distrugge, annienta. Poscia poi vittorioso si pacifica, e trionfante riposa.
Dal fatto d'arme di Lexington in America e dal combattimento del Bruch in Ispagna, le provincie d'ambi quei stati, all'impiego immediato d'ogni mezzo possibile d'attacco e difesa, si decisero. Gli amici della patria da quel primo successo incoraggiati, ovunque alla guerra più attiva si rinforzarono, nè deposero le armi se non quando il decoro, e l'indipendenza di lei, rimasero assicurati. Così pure dopo il primo felice successo delle bande, sarà in Italia per avvenire. Da ogni lato, da ogni classe di persone, da ogni sorta d'armi, verrà l'inimico sì fattamente assalito, che spaventato e confuso, non troverà in alcuna parte della penisola nè respiro, nè salvezza. Allora quando sopraffatto da maraviglia e dalla massa di contadini amici della patria, che il canonico Montanà di Manresa, nelle vicinanze del Bruch, contro la sua colonna raccolse; il generale Chabran preso da grandissima paura, si decise alla ritirata, dice il nostro Vacani che: «Quelli fra i villaggi da lui lasciati in ischiena, che avevangli mostrato al suo passaggio un'accoglienza più amichevole, si fecero pei primi subitamente a sbarrare le strade, troncar fossi, romper ponti, ed a guernire di genti armate di sassi, di lancie, di fucili, i tetti, le porte, e le finestre, onde ebbesi gran pena a ripassarli. L'artiglieria, ed i bagagli andarono perduti; i corpi si disciolsero, e se non che la notte sopraggiunse, e lo spavento ebbe in parte contenuto gli abitanti, in parte messe le ali ai fuggitivi, pochi sarebbero scampati.» Così seguita il citato scrittore: «Pervennero in quel giorno i bellicosi Manresani, e gli abitanti dei vicini monti, e paesi a liberarsi dalla presenza del nemico, avviluppandolo, e assalendolo alla rinfusa in siti ad esso ignoti.» L'intera popolazione italiana essendo dall'ardente, e sacrosanto fuoco dell'amor della patria, d'alto coraggio accalorata; giunto il momento creduto favorevole, tutti gl'individui alla cooperazione del sublime progetto di renderla una, independente e libera, fervorosamente si accingeranno. Vecchi, giovani, donne, ragazzi, tutti da quel generoso ardore ponderosamente concitati, cercheranno in qualche modo di rendere alla santa causa, valevole servizio, onde poi con ragione darsene vanto all'avvenire, sclamando: «Io fui pur anco alla grand'opra della patria rigenerazione, non disutile cooperatore!» Nessuno in tal momento neghittoso rimane, un vecchio venerando, sebbene per l'età cadente debole e tremante, si occupa non dimeno con entusiasmo, tutti gl'ingredienti per far la polvere da schioppo, a raccogliere nell'angolo del suo focolare. Altro canuto e decrepito ajutato dai ragazzi, stà liquefacendo piombo per formare le palle, onde distruggere i nemici del suo paese, altro pur vedesi tutt'occupato ad affilare i pugnali pei figli che si preparano a portarsi al campo, e le armi vecchie della casa, gli schioppi, tromboni, sciabole, spade, e coltelli pulisce dalla ruggine, ed in buono stato ripone. Un altro forma lancie, picche, ed a ferrare un grosso e noderuto bastone, onde renderlo atto a servire di massa, è con tutt'i pensieri affaccendato. Tutti anelanti, non temono, che il riposo, e l'inerzia: ognuno ha presto il suo schioppo onde dalle finestre, tetti, e feritoie a bella posta nel muro della casa praticate, a danno dei nemici del paese e a tempo, valersene. Tutte intente si mirano la madre, la zia, la nonna a riunire vettovaglie, a fare d'ogni sorta di camangiari copioso ammanimento, a preparar filaccie, bende, e medicamenti pe' feriti, ad abbracciare e benedire i loro figli, che alla difesa della patria s'avviano, cui il sacro dovere impongono di morire se loro non arriderà la fortuna e di poter quai veri Italiani liberi ed independenti, nel seno della famiglia ritornare. I ragazzi, le fanciulle assise per terra a fare giorno e notte cartocci, menano della patria ventura, lieta festa, e mentre le mani sono al dovere impiegate, il cuore volto pure alla patria, le move con soave incitamento al canto, e con dilettosa gioia, da quelle ingenue e vezzose bocche vengono inni pel buon successo della causa italiana articolati, e pateticamente intuonati. Attenta la fedele consorte a riempire la bisaccia del marito, gli promette nello stesso tempo di non restare passiva spettatrice de' suoi pericoli, ma di cogliere pur essa il destro di essere utile al suo paese: la moglie, il marito, le sorelle, i fratelli, le innamorate, gli amanti, le amiche, gli amici, la madre ed il padre, esortano i campioni della patria independenza a valorosamente per essa combattere, a salvargli dalle mani dello straniero e dei tiranni, o di gloriosamente morire. Accettano di buon grado i giovani robusti Italiani non inteneriti, ma dalla grandezza del progetto esaltati, le armi loro porte dai padri, le nappe dalle sorelle, le provvigioni dalle madri, e ad incontrar il nemico, cantando, arditamente incamminansi. Ecco tutta l'intera nazione correre spontaneamente alle armi, e seguendo l'esempio della spagnuola nella guerra dell'independenza, con sublime ed eroica determinazione in un subito sollevarsi. Ecco tutte le classi, tutte l'età, tutt'i sessi non avendo che un solo voto contro ai nemici del paese, di comun accordo marciare. Dice il Botta, che in America nel 1774 «non si udiva da ogni parte, che romor d'armi, o suoni di pifferi, o di tamburi; non si vedeva che gente, la quale con grandissima contenzione imparava le mosse e l'uso delle armi: giovani e vecchi, padri, e figliuoli e perfino le donne, in ciò tutti insistevano, chi per apprendere, e chi per dar animo, e conforto: fonder palle, far procaccio di polveri, erano occupazioni comuni diventate.» Tali pur diverranno le occupazioni degl'Italiani, quando saranno di mandar ad effetto il gran disegno, decisi.
Quella più gentile, dolce, leggiadra, ed attraente parte del genere umano, quella dilicata, cortese, ed influente metà della nazione, le donne, tutta posseggono la capacità per dare un opportuno e decisivo impulso, all'esito felice della contesa, conducevole. Chi mai sarebbe tanto insensato, che un'assoluta influenza sul cuore dell'uomo, pretendesse a quell'avvenente sesso negare? Pochi sono i cuori, che non sieno stati al suo impero soggetti, ed esenti di novamente ricadervi. Quante non si commisero inaudite e sorprendenti azioni, sì detestabili che laudevoli da uomini trasportati dal furore in essi loro eccitato dalle donne che il misterioso segreto per signoreggiare il cuore, non men che l'intelletto dei viventi, serbano appieno nelle loro mani? Checchè di un qualche raro esempio di certuni che furono delle donne abborritori, si possa dire, non è però non vero, e nessuno potrà non concedere, che nel genere umano, le masse non siano in gran parte dalla forza della loro attrazione, al lor dominio ampiamente assoggettate! Cosa giusta, e convenevole! Quell'integrante parte della nazione, fù per essere compagna, stimata ed amata dall'uomo, fù posta giudiziosamente dalla natura, e può, dev'essere utilissima, quante volte verso il bene generale e la felicità della patria, la sua influenza indirizzi. Che non fecero, che non operarono, le illustri donne americane, spagnuole e greche, in quelle stupende rivoluzioni per la patria independenza e libertà intraprese ed a buon fine recate? Ecco quanto ci vien detto dal sopramentovato Botta sulla mirabile fortezza delle donne Caroliniane: «In mezzo a così fiera catastrofe, le donne caroliniane diedero l'esempio di una fortezza più che virile; e tanto amore dimostrarono di quella patria americana, che per me non saprei, se le storie sì antiche, che moderne ci abbiano tramandato la memoria di uguali, non che di maggiori. Non solo non tenevano a male, ma e' si rallegravano e si gloriavano all'essere chiamate col nome di donne ribelli, in vece di andarsene per le adunate publiche, dove si facevano le feste, ed i rallegramenti, concorrevano a bordo delle navi, ed in altri luoghi, in cui erano tenuti prigioni i consorti loro, i figliuoli, e gli amici, e quivi con modi pieni di cortesia gli consolavano, e riconfortavano. Stessero forti, dicevano, non cedessero al furor de' tiranni; doversi anteporre le prigioni all'infamia, la morte alla servitù; risguardar l'America, i suoi diletti campioni; sperare, i mali loro, dover fruttificare, e produrre, e confermare quella inestimabile libertà contro gli attentati dei ladroni d'Inghilterra; martiri essi essere, ma martiri di una causa sacra agli uomini, e grata a Dio.» Con tali detti ivano queste valorose donne disasperando i mali dei miseri cattivi. Allorchè i conquistatori nelle festevoli brigate e ne' lieti concerti convenivano, non accadea mai che volessero le Caroliniane intervenirvi, e quelle poche che facevano altrimenti, n'erano presso le altre disgraziate: ma che arrivava prigioniero in Charlestown un uffiziale d'America, tosto il ricercavano e con ogni sorta di più onesta cortesia e con ogni segno di osservanza e di rispetto, il proseguivano. Altre nei luoghi più segreti delle case loro convenivano, e quivi addolorate lamentavano le sventure della patria. Altre i mariti loro incerti e titubanti riconfortavano, sicchè preferiron essi all'interesse ed ai commodi della vita un disagioso esiglio, nè poche furon quelle le quali venute per la costanza loro in odio ai vincitori, furon dalla patria bandite ed ebbero i beni posti al fisco. Queste nel prendere l'ultimo congedo dai padri, dai figliuoli, dai fratelli, e dagli sposi loro non che alcun segno dessero della fralezza; non sò se nel presente caso io mi debba meglio dire maschile o femminile, gli esortavano e scongiuravano, fossero di buono, e saldo proponimento, non cedessero alla fortuna, e non sofferissero, che l'amore, che portavano alle famiglie loro, tanto in essi potesse, che dimenticassero quello, di che erano alla patria debitori. Quando poi, siccome accadde poco dopo, furono comprese in un bando dato ai libertini, abbandonate colla medesima costanza le natie terre ed esulando anch'esse, i mariti loro accompagnarono in lontane contrade! ed anche sulle fetide, e schife navi gli seguitarono, che a quelli servivano di prigione. Ivi ridotte in somma povertà nutrendosi di vilissimi cibi, andavano con miserabile spettacolo mendicando il pane; molte ch'erano nate ed allevate in mezzo alle ricchezze, non solo ai soliti agi rinunziarono della passata vita, ed alla speranza della condizione avvenire delle famiglie loro, ma ancora ai più grossi lavori ed ai più umili servigj le disavvezze mani accommodarono. Tutte queste cose facevano non che con fortezza, con allegrezza; l'esempio loro confermò gli altri, e da questa fermezza delle caroliniane donne, stette principalmente, che non venisse spento affatto nelle meridionali provincie il desiderio, ed il nome della libertà. Da questo conobbero anche gl'Inglesi che avevano alle mani un'impresa più dura di quello, che prima si fossero fatti a credere. Imperciocchè il più manifesto segno della generale opinione e dell'ostinazione dei popoli in qualche publica faccenda, loro quello sia, che le donne ne siano venute a parte, ed in questa abbiano posta la loro immaginazione, la quale se più debole, e più variabile di quella degli uomini, quando in calma, è bene molto più tenace, e forte, quando è mossa, ed accesa.» E se tanto a giusto titolo, vengono da quell'autore le illustri donne americane, per la forza del loro animo, la fermezza del loro carattere, la loro carità spiegata al ben della patria encomiate; che non dovrassi dire di quelle eroine spagnuole, che nella guerra dell'independenza presero attiva ed efficacissima parte? Nel memorabile assedio di Saragozza, formate in compagnie armate di pugnali, di picche ed alcune anche di tromboni, in mezzo al fuoco micidiale del nemico, sotto una pioggia di palle di moschetto, di cannone, di scaglie, con animo sicuro e tranquillo, le une alla cura dei feriti accudivano, le altre tutta la loro sollecitudine ponevano a recare acqua, vino e provvigioni di ogni genere ai difensori della città. La sempremai rinomata contessa Burita di alta prosapia, giovane dilicata e bellissima, non meno ardimentosa che gentile, aveva instituito un corpo regolare di donne, e sempre in mezzo al fuoco il più tremendo, si vedeva in quelle occupazioni ch'erano divenute il suo dovere, serenamente applicata. Nè il corso di due intieri mesi d'imminenti pericoli, chè tanto durò l'assedio, ai quali volontariamente si espose, la minor alterazione sul suo vago aspetto e dilicatezza della persona produsse, nè nulla di contrario o terribile fù mai, dal suo eroico proponimento, capace di farla, non che retrocedere, deviare. Non meno bella, non meno decisa, non meno attiva fù la signora Fitzgerald, comandante le compagnie di donne alla difesa di Gerona. Così si esprime il nostro Vacani parlando di quella difesa: «Persino le donne raccolte in compagnia sotto il comando della Fitzgerald si recarono alle brecce, o si tennero in luoghi convenienti onde compire in modo il più sollecito, ove il bisogno il richiedeva, e col coraggio, che in tutte traspirava, il generoso uffizio di raccogliere i feriti, e recare soccorsi e provvigioni ai defensori.» E parlando dell'assedio di Saragozza: «Nè le dame stesse accostumate agli agi della vita sdegnavano di aggregare i loro uffici più miti, e più pietosi, a quelli più vivaci della difesa. Esse accordavano all'eroismo sventurato il soccorso delle loro mani nel cicatrizzare le ferite di chi alla patria tutto, tutto, apparteneva. V'ebbero quindi all'uopo sotto il comando della contessa di Burita alcune compagnie di nobili e plebee destinate a raccogliere i feriti ed averne cura, a munire di provvigioni da bocca, e da guerra, i soldati, e le guardie, ai posti i più avvanzati, ed a concorrere insomma coll'armata in non men gravi operazioni indirizzate alla difesa. E la gara che in esse s'introdusse nell'esercizio di queste loro funzioni fù tanta, che molte armaronsi ben anco e tutti corsero quei pericoli che agli uomini soltanto erano stati fin ad allora riservati. Quindi stabilendo un'efficace emulazione nel coraggio, esse tentarono non solo di eguagliarli, ma di superarli in quel difficile aringo della gloria militare.» Esempio di maravigliosa carità della patria, quello pure si fù che alcune cronache del tempo della guerra dell'independenza spagnuola ci conservano, di una eroina dimorante in Madrid, la quale poichè la funesta catastrofe dei due maggio, ebbe luogo; avendo cinque uffiziali francesi d'alloggio in casa sua, da violento desiderio di vendetta, da fervido e purissimo amor di patria, da incontenibile livore contro agli oppressori della Spagna, esaltata, e spinta, appigliossi alla terribile risoluzione di tor la vita a quei cinque nemici ed unitamente alla sua persona non meno che a quella di una vezzosissima sua figlia, in olocausto, sull'altare della patria, con devoto affetto immolare. In fatti confidato il robusto progetto e con mirabile decisione dalla venusta giovine donzella prontamente approvato; misero tutte le loro arti più sottili e scaltrite in giuoco, fecero delle tante femminili lusinghiere attrattive pomposa mostra, usarono delle più affabili e seducenti maniere, onde le loro vittime vezzeggiare, e rinfrancare, per poi quindi ferocemente accopparle. Giovani, caldi, floridi, ed alla licenza, anzi che alla castità propensi, non tardarono quegli uffiziali dell'inusitato e cortese accoglimento a rallegrarsi, e secondo il loro costume della dimestichezza avvantaggiandosi, francamente senza malizia, con elleno a galanteggiare incominciarono. Arrivati a quel punto, perlocchè non durò molta fatica, nè ad impiegar ebbe lungo tempo; fece tosto l'illustre signora un lautissimo pasto imbandire, dei più squisiti, e dilicati cibi, che si potessero nel paese trovare, fornito. Conoscendo inoltre essere quegli uffiziali inclinati a gareggiare a chi più beva ed amatori dei più famosi vini, ne fece di varie qualità e dei migliori provvista. Quindi con una chimica preparazione da lei all'uopo ritrovata, che senza dargli cattivo sapore, nè cambiargli il colore, nel vino infondere potevasi, l'avvelenò tutto quanto unita poscia un bel giorno a mensa la giuliva brigata, la madre e la figlia a gara l'un l'altra a gavazzare sforzandosi, varie e varie volte co' stranieri bevettero, ed or con questo, or con quello, or con tutti assieme facendo brindisi, con tali soavi modi, ripetute volte indussero quegli uffiziali l'avvelenato liquore a traccannare. Ma non appena giunti alla metà dello splendido convito, i dolorosi effetti del veleno cominciarono negli uffiziali, che più delle donne avevano bevuto, a farsi con violenza sentire. Il pallore del viso i contorcimenti del corpo, lo stralunamento degli occhi, la lingua balbuziente, la parola, che in ogni atto loro moriva fra i denti, a chiare note indicavano il momento della vendetta essere giunto. Rizzatasi allora in piede la valorosa donna in cui pure gl'indizj della vicina morte manifestavansi, coll'accento di appassionata e spaventevole gioia, in queste voci ruppe che furono, anzi che parole, fulmini sterminatori, agli animi dei confidenti commensali. «Alfine, disse, la vendetta è compiuta: a voi crudi oppressori del mio paese un sol quarto d'ora di vita più non rimane. È misto al dolce vino da noi tutti bevuto, un violentissimo veleno: sono ben serrate le porte, affinchè nessuno uscir possa, e da noi, quanti siamo, sarà in questo luogo, l'ultimo sospiro esalato. Noi adempimmo ad un santissimo dover cittadino, voi miserabili pagate il fio di esser entrati in un paese che non vi appartiene: Viva la patria!» Ciò detto, alquanto stette immobile, senz'alcuna cosa più dire, ma scossasi quindi, corse al collo dell'amatissima figlia e sopra un soffice canapè sdrajatesi, stringendosi vicendevolmente al seno amendue, baciandosi avvinchiate, in un coi cinque ospiti stranieri, con santo coraggio serenamente spirarono.
Qual singolar esempio d'animo eroico e ben rara virtù, sarà parimenti la bellissima e forte Tirolese contessa di Sternbach in eterno stimata. Videsi quella sorprendente donna, durante il corso della guerra, nelle file degl'insorti suoi compatrioti, ed in allora commilitoni, collo schioppo a traccolla, nudo l'acciaro balenandole in mano, fare alla testa d'una eletta schiera incredibili prodigj di valore, correre alla carica contro al nemico, disperatamente assalirlo e compiutamente fugarlo, mostrarsi pure di tanto in tanto, ora sopra una vetta ora sull'altra, guidando uno scelto stuolo di donzelle tra di loro in bellezza, virtù, coraggio, ed amor di patria gareggianti, e da boschi, cespugli, siepi e macchie fuori della vista del nemico, con tiri ben aggiustati, senza posa molestarlo. E non poche volte di quel modo leggiero di combattere non contente, mosse dalla piena del loro cuore, e dal dolore inasprite, in linea viddersi l'abborrito nemico affrontare; finchè dovettero nell'infausto, ma ognor memorabile combattimento di Brixen, alla superiorità numerica della forza francese malavventuratamente soggiacere, dalla quale fù per mezzo della perfidia Austriaca, il Tirolo da tutte le parti invaso, ed i suoi difensori all'improvviso circondati. Fecesi non pertanto in quel giorno, sforzo, inaudito, ammirabile. Imperciocchè ognuno, essere cosa impossibile di vincere il nemico in battaglia conosceva e non dimeno tutti da furor di vendetta trasportati, maturarono risoluzione di morire, ma sbranando tutta volta, e struggendo, strozzando i barbari ch'eransi per assassinarli, nel Tirolo introdotti. Combatteva la diletta moglie al fianco dell'amante marito, la tenera sorella al gagliardo fratello d'accanto, la modesta figlia al lato del canuto suo padre, e la innamorata in unione del promesso sposo andar vedevasi all'antiguardo generosamente incontro ad una certa morte, poichè non v'era scampo a salute. Trecento e venti giovani, ed eroine leggiadre in battaglione regolarmente ordinate, con magnanima risolutezza e valore combattendo, a varie cariche di cavalleria resistettero, ma dovettero infine al numero e qualità della truppa nemica, che sempre si rinnovava, inevitabilmente sottostare. Lor si offerse quartiere, ma fù da quelle maravigliose donne ferocemente ricusato, vennero per conseguenza di tal rifiuto, da una nuova carica di cavalleria sconfitte, tagliate a pezzi e del tutto esterminate. Oh avvenimento sempre mai memorabile negl'annali delle patrie sventure! Giorno di lutto interminabile per tutti gli amici della libertà de' popoli! Eppure quelle da tanto ardor di patria, si viddero animate, che mentre questo crudelissimo scempio perpetravasi, le chiare ed argentine loro voci spiranti sotto il coltello dell'assalitore si udivano con dilettosa e patetica gioia, inni alla patria festosamente intuonare! Dovrà sempre l'infelice sorte de' Tirolesi, come patrio testimonio, mostrare, quanto infame, traditore ed esecrabile, sia il gabinetto austriaco, istigatore e sostenitore di quelli, nella loro insurrezione contro a' Francesi e Bavaresi, e che poi alla vendetta di Bonaparte nel trattato dei 14 ottobre 1809, abbandonò que' patrioti così fedeli e gagliardi. Al giogo francese non volendosi sottomettere il prode Hierler comandante dell'Iunthalb superiore, fece ancora un energico tentativo il sette di novembre, onde con un repentino e disperato combattimento, la fortuna della patria ristorare. Epperciò quando già il nemico tutte le città militarmente occupava, presa occasione dell'incendio del villaggio di Zirl, (di chè, sebbene avvenuto fosse per opera dei Tirolesi, furono le truppe bavaresi accagionate) riuniti i suoi compagni, e due battaglioni di ardimentose bellissime donne di tutto punto armate che aprivano la marcia, cadde furiosamente di notte addosso agli sbalorditi invasori ed ebbe ancora un giorno di vittoria e vendetta. Nove mila nemici furono sul campo trucidati, sedici cannoni e due casse furono il bottino dei vincitori. Evento gloriosissimo dallo spirito patrio nazionale prodotto, che mosse il popolo a riunirsi e combattere, quantunque il paese fosse tutto da nemici coperto, e che avrebbe ancora potuto far risorgere la fortuna della patria, ma non fruttò alcun bene, pel gran numero di forze francesi che sopravennero, e più ancora per la mancanza dell'appoggio austriaco sul quale gl'ignoranti montanari, avvezzi erano malavvedutamente a sperare. Epperciò privi della necessaria confidenza in sè stessi, soggiacquero. Il fatto d'arme per tanto di Zirl ed il successivo di Brixen da noi già esposto, nei quali le donne del Tirolo più che spartane si dimostrarono e brillarono di chiarissima luce, furono della gloria tirolese l'ultimo ed onorato respiro.
Cuevillas, condottiero d'una banda spagnuola nella Rinja, era sempre da suo figlio di circa dodici anni e dalla sua moglie di ventisei, dappertutto accompagnato, e quella i migliori e più valorosi volontarj, nel combattere sorpassava. In una scaramuccia tolse un giorno colle proprie mani a tre francesi la persona. Quanto non fece in Grecia quella prode Bobolina, alla testa della sua banda? Quanti Turchi non distrusse? Quanti corpi nemici non mise in rotta? A qual genere di vita duro e penoso, non dovett'ella per la liberazione del paese sottomettersi?
Ora se tanti sublimi esempii di virtù patria, di robusto pensare, di carattere virile, ci vengono dalle Americane, dalle Spagnuole, dalle Tirolesi, dalle Greche forniti, dovremmo noi perciò dubitare che possansi quelle virtù riunite nelle donne italiane rinvenire? No, perchè l'indole appassionata, la vivacità della mente, l'ardore generoso, la costanza nei proponimenti, sono peculiari qualità che le nostre donne onorevolmente distinguono. Le sole opportune congiunture per lo sviluppo di tante virtù, finora mancarono. Il nome di patria italiana era in disuso, nessuno all'unione, independenza e libertà di quella penisola pensava; o publicamente a ciò pensare, dimostrava. Solo di piangere in segreto sulla triste sua situazione, alcuni si contentavano. I rivoluzionarj motivi dell'anno 1820 e 21 delle due estremità del continente italiano, quei nobili e gagliardi sentimenti, nelle nostre donne a destar cominciarono, ma lo scopo di quelli non era con bastevole chiarezza manifestato e non davano per sè stessi buona fidanza della loro riuscita, e per dar campo allo slancio dei cuori magnanimi, tempo sufficiente non durarono. Eppure già fin d'allora e con tutte le indicate contrarietà, alcune altamente generose italiane, più non potendo il loro entusiasmo, risvegliatore dei purissimi e caldi affetti contenere, avvantaggio della santa causa, efficacemente il manifestarono. Quante immortali commendazioni tributarsi non deggiono alla principessina della Cisterna che ricca di fervido, profondo ed acutissimo ingegno, intenta con tenace costanza agli studii severi, tanto sul volgar uso inalzata schiva, oltremodo riflessiva; agli allettamenti del fasto, della grandezza della corte, l'amor dell'umanità, la gloria della liberazione della patria, ad ogni affetto antepose? Tal donna con la efficacia della persuasione che dalla sua bocca forza maggiore acquistava, i suoi amici ad intraprendere quella grand'opera incoraggiva, agl'infelici che alla sconfitta di Novara dovettero per dura fatalità soggiacere, recava soccorsi e illesi rendea dalle persecuzioni tiranniche, ai rimanenti che saggie e nobili opinioni nutrivano, salutare conforto apprestava e loro infondea coraggio, generose speranze: ed eziandio, dopo il trionfo degli oppressori, vivo facea serbare il santo ardore di patria. Dovremo per avventura obbliare la Porta, signorina leggiadra e gentile che, astretto essendo il marito ad allontanarsi per alcun tempo dal Piemonte, onde il primo furore della tirannide restaurata schivare, le fu compagna all'esiglio, con forza veramente virile lo seguì, ed i ghiacci perpetui delle scoscese Alpi che sono il confine di quel paese verso la Francia, a piedi attraversò ramingando? Di quanti elogj non è meritevole la contessa Fracavalli di Milano, che sola di notte da quella capitale si partiva, passando in mezzo al detestato campo alemanno, per recarsi ora in Alessandria, ora in Novara ad esattamente i capi piemontesi, sulle forze, sullo stato del nemico ragguagliare e scongiurarli di spingere almeno, almeno una riconoscenza, un distaccamento, fare insomma alcuna piccola dimostrazione in favore dell'Italia sopra Milano che con caldissima brama, nel suo recinto li attendea? Ma que' capi, o non vi posero mente, o al nobile invito opponean resistenza! Non saranno per tanto, in verun modo le italiche donne alle americane, alle spagnuole, alle tirolesi, alle greche nel sacrifizio per la patria, minori. Anzi allor quando le figlie d'Italia, la spada sguainata per la vendetta e per la liberazione d'Italia, vedranno lampeggiare in quelle infelici contrade, a tutte le donne per amor patrio famose, le vedrem sovrastare. Sorgeranno altra volta nella nostra classica terra quei prodigj di virtù de' quali le progenitrici delle nostre donne, le matrone romane diedero a dovizia, spettacolo! Così rivedremo fra noi signoreggiare la gloria intemerata e robusta che facea più bella l'età passata. Così nell'Italia, le Porzie, le Clelie, le Lugrezie, le Cornelie, vedremo mirabilmente rivivere. La natura di guerra nazionale spinge vecchi, fanciulli, donne, tutte le genti, a combattere in campo. Esistea nelle vicinanze di Madrid una banda comandata da un vecchio detto l'Abuelo, ossia l'avolo. Uno dei più intrepidi volontarj della banda, e che trovavasi sempre all'antiguardo di Mina, non oltrepassava il quattordicesimo anno.
Non è dato fissare il grado di forza, di superiorità, cui lo spirito, il core dell'uomo, armati d'un saldo e verace proponimento, s'innalzano. Quando l'entusiasmo si fa generale, allora ogni giorno, ogni momento, da qualche impresa stupenda, impossibile ne' tempi di calma, viene certamente segnato. Allora quando i Francesi dominavano in Madrid e la corte di Giuseppe sostenuta da una forte guarnigione colà risiedeva, avvenne che i Mammalucchi della guardia imperiale di Napoleone, distinta e famosa per uomini e per cavalli, a quella capitale pervennero: giuntivi dalla porta di Alcalà, per la grande strada detta la Puerta del Sol, (dove gli abitanti usano d'intrattenersi e sulle notizie del giorno bucinare) tranquillamente sfilavano. Varj gruppi vedevansi di quei cittadini nelle lor cappe brune ravvolti che al mesto ma truce aspetto, di gente coll'animo a cose nuove rivolto, offrian la sembianza. Gli uni a sommessa voce, con numerose imprecazioni, mille mali pregando dal cielo a quella truppa brillante, gli altri sulle miserie dell'oppressione discorrendo, tutti attentamente la rimiravano. Sfilata la colonna alla volta del palazzo, il cavallo restio d'uno di quei soldati, ora impennandosi, ora da una banda, ora da un'altra gettandosi, lo deviava dal cammino ed impedivagli di raggiungere i compagni, facendolo ad un bel tratto distante dalla colonna, indietro rimanere. Allora uno Spagnuolo da vero amor di patria sospinto, lascia incontanente i compagni coi quali discorreva, getta via la cappa che gli toglie l'agilità, brandisce un pugnale, che teneva nascosto, corre, spicca un salto, ed eccolo al cavallo del Mammalucco in groppa: quegli sorpreso, vuol dar di piglio alla sciabola, ma il tempo gli manca ed il mezzo. Stringe lo Spagnuolo sì fattamente il corpo del nemico fra le sue braccia, che gl'impedisce il respiro e vieta di muoversi, nel mentre che gli figge il brandito pugnale ripetutamente nel cuore. Si contorce il Mammalucco e dibattendosi, tenta l'estremo pruova: ma tutto è vano. Mortali son le ferite, scorre da quelle con furia il borbogliante sangue: contraffatto e pallido in volto, gli occhi chiudendo, nelle braccia dell'ardito cittadino s'abbandona il nemico. Quindi la testa e le illividite guance inchinando, dopo molti sospiri da singhiozzo accompagnati, tramanda fra penosissimi aneliti l'ultim'aura di vita. Affrettasi lo Spagnuolo a spogliarlo delle sue armi, e più preziose suppellettili, che si appropria: con una forte urtata lo scavalca e gettalo strammazzone per terra, afferra le redini del cavallo, volta faccia indietro, ed a briglia sciolta, quasi di volo, fuori la porta di Atocha si addirizza, ove accompagnato dalle acclamazioni ed esultanze del popolo attonito ed approvatore, sen corre ad unirsi alla prima banda che trova presso a Madrid.
Un fabbricatore di merletti nella città di Vagliadolid, sentia con ragione pe' Francesi un odio così mortale, che mai senza averne uno o due tolti dal mondo, lasciava giorno passare. Ogni mattina al primo albeggiare, alla caccia di Francesi regolarmente se ne usciva. Ma siccome da truppe nemiche, con diligenza, le porte custodivansi, così era per lui giuocoforza che nei luoghi dove avea la certezza di non essere veduto, su per le mura s'arrampicasse. Tosto poi dall'altra parte calato, d'uno schioppo che sempre nel sobborgo teneva nascosto, si muniva e dopo di alcune ore d'utile caccia, tutto contento di aver con le proprie mani alcuni Francesi tolti di vita, quietamente al suo domicilio facea ritorno.
Eravi nelle vicinanze di Thomar un contadino dotato di una forza prodigiosa e corrispondente ardire, che costretto di rinunziare alle sue pacifiche occupazioni, gli venne dall'amore della sua patria suggerito di ammazzar quanti più poteva Francesi, e delle loro spoglie mantener la sua vita, com'essi di quelle dei Portoghesi, sfoggiatamente vivevano. Quest'ardito difensore del suo paese, uccise più di trenta nemici colle sue proprie mani senz'ajuto di alcuno, e predò più di cinquanta cavalli e muli nel solo mese di febbrajo. Ei recava il suo bottino in Ábrantes, e colà vendevalo. Per tutto il tempo, in cui rimasero i Francesi nel paese, continuò la sua guerra singolare per proprio conto, e tanta, le sue operazioni gli fruttarono celebrità, che i Francesi misero ad un alto prezzo la sua testa senz'averla però mai conseguita. Era l'abituale sua residenza, una caverna nei monti ove i poveri abitanti delle parti adiacenti, nella speranza di trovare come realmente trovavano, una perfetta securità, sotto la sua protezione, in folla rifuggivano.
Un abitante di Ceballa, guatava sempre l'opportunità di poter un qualche nemico trar dal mondo, ed ogni qual volta un distaccamento francese di passaggio in quel paese giungeva, tosto portavasi egli sulla piazza, ed i soldati nemici ad accettare l'offerta della sua casa, senza di più stancarsi nell'attendere il biglietto d'alloggio, affabilmente invitava. Spossati quegli uomini d'arme dalle giornaliere fatiche, cotale spontanea esibizione, d'uno da loro, partigiano di Francia riputato, con piacere accettavano. Egli, e la sua famiglia con somma cortesia loro preparavano la cena, e con spiriti, e vini aromatizzati, a poco a poco gl'inebriavano. Quando poi a' pieni di vino, giungeva il sonno profondo, in compagnia del suo figlio, senza che gli altri se n'accorgessero, dalla casa, uno alla volta di straforo estraeva. Quindi spogliatigli, portava i sonnolenti alla sponda del Tago, dove il cominciato sagrifizio sanguinosamente consumava. Toccò una sera tal vicenda ad un Francese affatto ancora non ubriaco siccom'era creduto, e che i suoi sentimenti tuttavia conservava. Avvedendosi quegli alla sponda del fiume del progettato omicidio, nella speranza di potere al nuoto giungere a Malpica, fortezza in fronte dell'altra parte situata e presidiata da guarnigione francese, d'un salto nel Tago si slancia, ma non tralascia l'ardente Spagnuolo il suo ardimentoso progetto. Laonde gettasi, sebbene vestito, nell'impetuoso fiume, e col pugnale alla mano in alto levato, alla malvagia vittima con ismania tien dietro; muove furiosamente le braccia e le gambe, raddoppia di sforzi, onde nel cammino, il soldato superare. Già già trovasi il Francese al punto di prender terra, già salvo si crede, ma eccolo dal cittadino raggiunto, che cento volte nella schiena gli conficca il pugnale. Nuota nel proprio sangue, l'assalito ad un tratto; ma eccolo in breve, freddo ed esangue cadavere, supino a galla d'acqua venire. Soddisfatta così la nazionale vendetta, lo Spagnuolo a casa sua fa ritorno, ed abiti, armi e cavalli, alla prima banda che si presenta, rimette, affinchè vengano ai combattenti distribuite.