Ci pare di aver sufficientemente provato che trovasi l'Italia nell'ultimo grado di abbjezione, per essere stata da lungo tempo in qua, negativa, o passiva negli avvenimenti europei; per la sua vile prontezza nel sottomettersi a chiunque più forte di lei, falsamente stimava; e per aver tutti i gabinetti d'Europa piuttosto alla sua prosperità, elevazione, e grandezza contrarj che favorevoli, e soprattutto alla sua unione in un corpo solo di nazione, decisamente opposti; perciocchè se avviene un giorno che questa, sotto le stesse leggi, sotto lo stesso impero si riunisca, che tutta la sua energia attualmente dilatata, separata, e sparsa, ad un solo, e comune centro sia rispondente, sarà in poco tempo, ad un tanto alto grado di potere, di forza, e di grandezza per giungere, che i più potenti gabinetti d'Europa nè possono, nè vogliono tollerarne l'idea, poichè bene scorgono, che se non pel momento presente, certamente nell'avvenire, questa nazione ardita, ed intraprendente, divenuta florida, e prospera abbaglierebbe col suo splendore quelle che sono attualmente le più resplendenti, la nostra influenza diventerebbe preponderante in Europa, ed ecco il perchè, o apertamente o copertamente, tutti i gabinetti sono, per così dire, di comun accordo congiurati a tenerci avviliti, disprezzati, e di niun conto nella politica generale; abbiamo veduto, come siamo, non solo obbligati a violare quel giuramento dato alla forza, ma bensì a darne uno nuovo all'Italia, e ci pare aver le obbjezioni più delicate che far si possano dai contrari alle insurrezioni, con ogni scrupolo vittoriosamente respinte. Abbiam pure dimostrato che non ci manca nè la forza, nè gli elementi per resistere contro qualunque nemico, se veramente saremo armati di quella ferma volontà, che ad un tal uopo è necessaria; soggiungeremo quindi, per avvertimento degl'amatissimi nostri compatrioti, quanto dall'illustre scrittore Raynald viene in proposito di rivoluzione consigliato, cioè: che sollevato un popolo contra i suoi oppressori al momento che questo, schiavo del despotismo spezza le catene, e commette la sua sorte alla decisione del brando, è costretto di esterminare tutti i tiranni, di annichilarne la razza, e la posterità, di cambiare per intiero quella forma di governo, di che fù vittima da secoli: e se non osasse di ciò fare interamente, sarebbe tardi o tosto ben punito di non essere stato coraggioso che a metà, il giogo ricadrebbe con maggior forza, e peso sulla sua testa, e la simulata moderazione de' suoi tiranni, non sarebbe che una nuova insidia, dalla quale verrebbe accalapiato, ed incatenato per sempre: ci è stata questa verità gl'anni scorsi in Napoli, Piemonte, Spagna, Portogallo bastevolmente dimostrata; e da quella persuasi tutti gl'Italiani, che non avranno mai felicità da sperare se non insorgono, e fino all'ultimo, i tiranni che calpestano l'Italia, siano essi indigeni o stranieri, non distruggano; che non hanno bisogno di alcun appoggio straniero per divenir felici, nè debbono aver timore degli eserciti nemici, che siano ad invadere il nostro territorio disposti, fosse pur anche il loro numero d'un milione d'uomini, se forti, e decisi metteranno in pratica i precetti da noi in questo trattato minutamente esposti, e con argumenti ed estratti storici, comprovati; dal quale, fatti delle loro forze capaci, potranno trarsi da per se stessi, da quella fetida fogna, in che sono per essere affogati, e faranno sì che la loro patria, occupi quella brillante posizione in mezzo agli stati europei, a che viene dalla natura favorevolmente destinata.
Dice un autore moderno: che ai soli popoli classici, è concesso di riprodursi col loro proprio genio, o per via d'una recondita essenza, propria della terra degli eroi, e del sapere; ben chè lo straniero per sua convenienza gli privi dei loro mezzi, conoscenze, e virtù, ed estenda il vizio, l'ignoranza, e la miseria. Si domanda continuamente, che cosa sia la fenice d'Arabia, ella è l'Italia, che sempre rinasce dalle sue ceneri! Sì! e tocca pure oggi a questa fenice di rigenerarsi, svellendo il male dalla sua radice, se vuole la sua intiera rovina prevenire, essa è ben conscia, che da qualche tempo, i suoi tiranni la guardano con maggior avversione, e furore perchè sanno di essere dagl'Italiani abborriti; che la sua rigenerazione non potrà mai essere intiera, se uno solo lascierà in vita di quelli, avvegnacchè alcuno possa imbelle, mansueto, o nullo parere; che nessuna confidenza dovrà riporre in coloro, che la resero l'obbrobrio delle nazioni, e la tengono come loro trastullo; essa ben vede che una volta unita, independente, e libera, diverrà felice, e possente; che il fertile suo territorio darà un triplo prodotto di quello d'oggidì, che i costumi depravati, e molli, per via delle buone instituzioni diverranno migliori; che il vizio sarà precipitato dal trono, ed alla virtù verrà nel cuore di ognuno, un altare innalzato; che numeroso, attivo, obbediente alle leggi da lui fatte, o consentite, felice il popolo nell'interno; con la sanità, robustezza, e valore in una guerra laboriosa con le fatiche acquistato, si farà rispettare dagl'esteri, e quelle messi, che non saranno più scialacquate dai tiranni domestici, o dallo straniero divorate, vorrà, e saprà ostinatamente difendere; che venti milioni d'uomini uniti, liberi ed independenti, d'un genio maraviglioso, godranno come nazione, fra le potenze europee quella considerazione, che (quando schiavi deboli e divisi, non eccitavano che la compassione, o il disprezzo di tutti) giustamente gli rifiutavano; che spariranno le miserie, le iniquità, e vizj, per dar luogo al regno dei lumi, della prosperità, dell'abbondanza, e delle virtù; che tutte le parti della Penisola egualmente floride, egualmente contente, avranno fra di loro facile comunicazione, ed utilità comune; dimodocchè al primo cenno tutte le forze nazionali troveransi, laddove sarà il pericolo tosto riunite, per defendere i confini ma non per estendersi; essa già ben conosce i tanti e tanti beni che si dovrà a quell'uopo da una generale insurrezione promettere. Accingiamoci dunque all'opera, Italiani; svelgasi dalle fondamenta la gotica mole, facendola con terribile, inaudito scoppio precipitare; rimangano gli stranieri, ed i tiranni sotto le sue rovine sobissati, si annientino quei rapaci e sanguinosi nemici d'Italia, il cui solo intento è stato, e sarà sempre, di comandare, di sforzare, di uccidere, e di rapire, che mettono la crudeltà, la menzogna, il tradimento, le invidie, le minacce, e lo spavento indistintamente in uso, che producono le false, ed infide amicizie, le paci simulate, e le pestifere, infinte lusinghe! Si celino le loro ossa agli occhi d'ogni vivente, se ne perdano le vestigia, e solo la loro memoria rimanga perpetuamente al cuore di ciascun Italiano, cagione di fremito ed orrore....
Per giungere a quel punto, converrà insorgere contro i nemici, e giurare di fargli una guerra eterna, ed efficace; sguainar con animo deciso la spada e gettarne per sempre via il fodero. Non mai abbattuti da rovesci, risorger sempre finchè non siano compiutamente annichilati; trasportato l'Italiano da santissimo patrio furore, si slancierà con il pugnale alla mano, contro il barbaro Goto, che a bajonetta spianata l'attende, lo affronterà petto a petto, glie lo immergerà, tutto tutto nel cuore, e strapperagli dalle mani quello schioppo, che gli è per ammazzarne degli altri, necessario; abbandonate le pianure, in luoghi scabrosi ed inacessibili raccolti gl'insorti, piomberanno da ogni parte con furia, ed accanimento sull'atroce, sfinito ed affamato avversario; risoluti gl'Italiani di morire piuttosto che al giogo infame degli stranieri, e tiranni interni star sottomessi, assai più la servitù che la fame temendo, disposti a cessare di esistere sulla terra piuttosto che strascinar come schiavi una vita obbrobriosa, lascieranno come dice il citato Raynald, il nemico, e suoi squadroni, battaglioni, armi, vettovaglie, munizione, ospedali, etc., nelle pianure, e nel cuore delle montagne, senza bagaglio, senza tetto, senza provigioni ritireransi. Saprà la natura nutrirli, e difenderli, dimorino in quelle, degli anni, se sarà d'uopo, per aspettare che il clima, il caldo, l'ozio, le dissolutezze abbiano divorati e consumati quei numerosi campi di stranieri, che non avranno più nè da sperare bottino, nè allori da cogliere; scendano coi torrenti dai monti per sorprendere il nemico nelle tende dove riposa, e distruggere le sue linee; disprezzino finalmente gl'ingiuriosi titoli di briganti ed assassini, che gli saranno dati dai nemici: ed in questo modo riporteranno una certa e compiuta vittoria. Questo sistema applicato all'Italia, e sviluppato in tutti i principali particolari, per quanto meglio a noi sia stato possibile, forma l'oggetto del nostro trattato.
Eccovi dunque Italiani il metodo per guidarvi! La teoria delle vostre operazioni, i precetti della sola guerra che in oggi vi convenga: a voi tocca di mettervi in campo! Sventoli una volta lo stendardo Italiano! Risorga l'europea fenice! Spieghi nuovamente l'aquila del campidoglio le sue ali dal ferro straniero fin oggi a vergogna nostra tarpate! Vendichiamo la nostra bellissima patria da tante sofferte ingiurie, e cada non meno inesorabile, che intiera la nostra vendetta sopra gli autori del suo scorno e delle sue sciagure! che l'impuro sangue dell'abborrito tedesco, a quello della razza degenerata de' nostri tiranni commischiato, ci asterga finalmente dalle contaminazioni, che finora la nostra cara Italia bruttarono! Venga con quest'olocausto dall'oppressione in perpetuo liberata! Col fuoco e col ferro fino all'ultimo de' nostri nemici si distrugga, e facciasi con questa intiera vendetta, qualunque dei gabinetti europei, che avesse intenzione di inturbidare nell'avvenire il nostro riposo, ragionevolmente paventare! I nemici nostri, gli sciocchi e deboli di tutto il mondo, faranno le maraviglie, ci chiameranno ribelli, barbari, assassini, briganti, violatori dei diritti, perchè non verranno da noi tutte le pretese leggi della guerra osservate; noi sorrideremo con disprezzo a queste stolte invettive, e direm loro che barbari, assassini, briganti, e violatori dei diritti erano i sozzi Tedeschi, e tiranni nostrali, che noi abbiamo trucidati o siamo attorno ad esterminare; in fine che il nostro diritto è fondato sulle leggi della natura da loro barbaramente conculcate! Cada, o Italiani, la spada vendicatrice su tutti i delinquenti! Purghisi da quel turpe stuolo d'infami il suolo della nostra bella penisola! Riviva l'antico valore negl'italici petti! Vengano le virtù di Roma nel premiero loro seggio riposte! Si corra tosto armata mano, all'alto, e glorioso acquisto dell'unione, independenza, e libertà della nostra afflitta patria! da che solo ne può essere ingenerato lo splendore, la gloria, e la felicità d'Italia!
DELLA
GUERRA NAZIONALE
D'INSURREZIONE
PER BANDE,
APPLICATA ALL'ITALIA.
CAPITOLO I. IDONEITÀ DELL'ITALIA PENISOLA ALLA GUERRA PER BANDE.
Fra le varie obbiezioni, da coloro che sono alla guerra per bande contrarj, per l'ordinario, ai favorevoli opposte, quando tiensi di quella ragionamento, una delle principali si è che la fisica situazione della penisola, per quel modo di combattere conveniente non sia, perciocchè lunga e stretta l'italica penisolare configurazione facilmente venir potrebbe da' numerosi eserciti stranieri attraversata, i quali le varie insorte parti separando, le potrebbero con vantaggio bloccare, alle loro communicazioni togliere la via, la loro azione infievolire, parzialmente combatterle, ed alla fine annientarle, mentrecchè la tonda superficie della Spagna, con la capitale nel centro, e la sua grande estensione di terreno, da essere d'uno all'altro opposto punto del littorale attraversata, opportunamente la guarentiva; epperciò potere quest'ultima, quella guerra non meno cominciare, che sostenere, alla quale non trovasi l'Italia per la differenza della sua superficie addattata, questi salamistri Barbassori, da pigrizia e timore signoreggiati, tale sentenza con autorevol contegno ne deducono. Ma quanto assurde e prive affatto di fondamento sieno tali obbiezioni, provare nel corso di questo capitolo speriamo, e che precisamente anche più della Spagna trovasi a quel modo di guerreggiare, il nostro territorio idoneo, e solo per ora quella ferma volontà, ferocia, attività, e pertinacia mancare, che dal popolo spagnuolo furono nella guerra dell'independenza in grado eroico manifestate, onde trarre degl'immensi vantaggi profitto, che le nostre montagne ci forniscono, intendiamo di fare ad evidenza conoscere. L'Italia, dice un commendevole autore, in forma di umana gamba con la parte più larga di se verso il settentrione; unita all'Alpi, che dalla Francia e dalla Germania la disgiungono, e difendono; tutta per lo lungo s'immerge nelle acque, bagnata per tre lati dal mare, cioè dall'Adriatico e dal Ionio a levante: dal Tirreno e dal Ligustico a ponente, e a mezzodì dal Ionio e dal Siculo; nel cui stretto sporge l'estremo del piede formato dalla Calabria. A lei dunque serve di fossa il mare, di mura l'Alpi, e di trincee inespugnabili l'Apennino che da un capo all'altro scorrendole sul dorso, la divide per mezzo, e poi verso il fine in due rami si sparte che vanno l'uno ad Otranto e l'altro verso del Faro; la sua lunghezza, presa dal ducato d'Aosta sino a Reggio di Calabria, è poco meno di mille miglia; la larghezza, dalla bocca del Varo sino all'Arza, è di cinque cento; e nel mezzo, cioè intorno a Roma, di cento e cinquanta. L'esser poi ella situata nel mezzo della Zona temperata, tra il quarto e il settimo clima, le fa godere un'aria temperatissima e salubre sotto un clementissimo cielo: dove una superficie alla guerra per bande più addattata, puossi per avventura rinvenire? Qual riquisito, se non la volontà degli abitanti, a sì favorevole situazione sarà mai per mancare? Come puossi un sito così montuoso, pieno di fiumi, di valli, e di foreste, come disadatto per le bande, avere in conto? Non v'ha dubbio che i numerosissimi fiumi da' quali ad ogni passo ed in ogni verso trovasi quella superficie tagliata, e gl'infiniti secondari che nel Tevere, nel Pò, nell'Arno, nell'Adige, nel Ticino, nel Mincio, etc. dai monti scorrono ed a quelli congiungonsi, per quindi le loro acque nel Tirreno ed Adriatico maestosamente sboccare, mille bizzarre sinuosità descrivendo, ed in tante differenti guise rivolgendosi; grande e convenevol agio, tenendosi in mezzo alle operazioni della guerra leggiera, non possano giornalmente arrecare; che per le tante valli, dalle circostanti cordigliere delle Alpi, dalle Marittime, Cozie, Graie, Rezie, Leponzie, Carniche o Giulie, Liguri e Pennine, fino ai monti del Sannio della Lucania, successivamente formate, non meno che pei moltiplici fertili colli di Monferrato, Euganei, Etruschi, etc., le foreste e selve di Piemonte fino a quelle dell'Apuglia, le risaie, paludi, stagni, le maremme sanesi, paludi pontine, etc., e molti laghi esistenti, nessuno sarà per negare non sia una simile superficie per sua topografica situazione, più di qualunque altra, alla guerra per bande veramente idonea, del tutto comprovato; coperta questa da fiumi, laghi, foreste, colli, e monti, gli abitanti dei quali sono i soli che dei turtuosi giri, e coperti andirivieni di quei dirupati burroni, di quelle balze alpestri, di greppi inaccessibili in profondissimi precipizi terminanti, delle vaste ed intricate selve, degl'incavati e bassi sentieri da spinosissime macchie coperti, delle incerte traccie onde passare nei profondi, ampi, e neri paduli, chiane, stagni, e lagumi, il segreto posseggono, ed il nemico, che non mai potrà perfettamente conoscerli, saranno sempre capaci di contenere, o distruggere, il quale se da tale intricato laberinto, a molestare le bande colà operanti, segua che puote, si ostina, ne dovrà senza dubbio colla peggio sortire; perciocchè se nell'interno senza ben bene la topografia del paese conoscere, marciando in ordine serrato e compatto s'ingolfa, perirà tanto per la difficoltà del terreno, come per lo pericolo che corre il soldato, se isolatamente si stacca, di trovarsi ad ogni momento dagli abitanti circondato, i quali dalle più erte vette, anche soli massi di pietra precipitandogli addosso, quando sù pei macigni rampicarsi temerariamente si voglia, e coll'urto violento di quelle, di schiacciarlo ai piedi, od alle falde, non mancheranno; ed in secondo luogo quand'anche tutte le difficoltà, con sommo coraggio, perseveranza, ed abilità superando, possa fino ad una sommità per sua buona ventura poggiare, da lungi scorgendolo i difensori, e tosto dispergendosi, per andarsi in altro simile e fors'anche più scosceso luogo riunire, l'agio di guizzarli di mano facilmente ne avranno; di niun effetto la sua spedizione diverrà, ed all'inetta truppa che alla lunga non avrà capacità di resistere, sarà gravissimo danno per arrecare. Poichè l'Appennino che per tutta la superficie della penisola si estende, tali e tante convenientissime situazioni ci presenta; non potrà dunque un esercito straniero, collocato in linee traversali, le varie insorte parti d'Italia, in nessun modo dividere, e siccome non puossi con un cordone di truppe, una catena prolungata di monti circondare, nè come abbiam detto, in quelle ingolfarsi senza la certezza di grandi patimenti, ed il pericolo di non venire a capo del tentativo, non gli sarà possibile di giungere al termine d'isolare le insorte parti, ed alle loro communicazioni serrare il passo: può inoltre la forma bislunga ed il tanto esteso littorale della nostra penisola bagnato dal Tirreno ed Adriatico, moltissime facilità alle bande procurare, onde in quei punti dove il nemico si trovi più debole di forze, rapidamente trasportarsi, ed all'improvviso arrivandogli addosso, quello sorprendere, e distruggere; utilissima pur anche esser questa situazione potrebbe, onde la fuga di quelle bande che fossero da vicino inseguite, col mezzo dell'imbarco assicurare, e quel sistema di guerra, che di sparire in questo luogo in fronte a forze superiori consiste, per quindi in un altro punto moltiplicarsi, dove si trovino inferiori, può con successo mantenere non meno che agevolare. I numerosi fiumi navigabili, che con le loro sinuosità in ogni direzione il nostro continente attraversano, e le selve che alle sponde di questi, dai monti dove nascono, per le pianure dove corrono, fino alla foce dove congiungonsi col mare, si prolungano, debbono senza dubbio essere, per favorire i movimenti delle bande, convenientissime considerate; come pure, le tanto estese paludi che in molte parti della penisola esistono, nelle quali può un accorto, e destro condottiero, con dimostrazioni e lusinghe il nemico attirare; per quindi dell'immenso vantaggio, di colui che nel proprio paese guerreggia (cioè di tutti ben conoscere i luoghi praticabili di quei lagumi), trarre conveniente profitto; conciossiacchè se da un nemico forestiero che non gli avrà mai veduti od almeno mai praticati, e dei quali non potrà mai esserne perfettamente al fatto, fosse inseguito, se astuto il condottiero lo cosa scaltritamente dirige, dovranno le schiere avverse nel fango affogate senza fallo rimanere. Altri molti argomenti avremmo in appoggio di quanto abbiam detto rispettivamente ad essere la situazione topografica d'Italia la più idonea, ed una delle migliori per la guerra d'insurrezione per bande, se in numerosi particolari spiegativi entrare intendessimo, ma i principali accennati, piucchè sufficienti crediamo, a chiunque in dubbio fosse, sulla territoriale positura del paese, appieno persuadere. La seconda obbiezione quella si è: che nell'inverno sarebbero, le bande sulle nostre montagne, del bisognevole per alla lunga sussistere, scarse, o del tutto mancanti. Egli è vero, che le alte vette delle Alpi sono tutto l'anno di neve coperte, e che sino alle falde, in quella stagione se ne vestono; ma noi a tale obbiezione vittoriosamente opporremo, che i Pirenei trovansi pur anche nello stesso caso, e però le bande che per molti anni tanto in estate, quanto in inverno con somma gloria stettero contro i loro invasori, in armi, non per questo si sottomisero; hanno pure le nostre Alpi una principale, e varie secondarie cordigliere, coi loro contrafforti che in colline finiscono e come speroni di quelle considerare, per la qualcosa non potendosi alla cresta della principal cordigliera mantenere, non ne avviene però, che continuata dimora, non possa una banda in quelle secondarie non meno, che sulle colline stabilire; l'essere poi le Alpi, e l'Appennino di villaggi fino ad una certa altezza seminati, gli abitanti dei quali tutto l'anno rimanendovi prosperi, sani, e robusti si conservano, dovrà chiunque convincere, che se vivono quelli, pure i volontarj delle bande sussistere potranno, e se monti vi sono che o tutto l'anno, o parte di quello, praticare non possansi, poco danno ancora ne sarà alle bande per ridondare, perciocchè se quelle non possono, meno sarà possibile al nemico di mantenersi, con la differenza, che conoscitori i nostri volontarj, del terreno, ed assueffatti all'asprezza dell'atmosfera di quei scabrosi luoghi, tutto in favor loro influirà contro i maledetti, schifosi Tedeschi; e che più difficile a quelle sia, che al nemico, di mancare dell'indispensabile sussistenza, non havvi il minor dubbio, perchè quel poco nei boschi, o campi raccolto, sarà sempre dagli abitanti dei villaggi, coi loro connazionali, coi loro difensori, con quelli che pel popolo combattono, che con lo stomacoso, e lercio straniero, disprezzevole servo, campione della tirannia, con maggior piacere e soddisfazione diviso. Ecco dunque i due problemi che potevano sull'opportunità del sito per condurre la nostra guerra, far titubare, del tutto favorevolmente risoluti.
Ma chè andiamo noi lambiccandoci il cervello pell'idoneità della superficie d'Italia di mostrare, quando la storia ci fa toccar con mano, che già in certe parti di quella, tal sorta di guerra ad un dipresso si sostenne; di fatti non vediamo noi quei Liguri (come intrepidi e feroci dalle antiche cronache non meno, che da Polibio descritti, non mai sommessi ai Tirreni padroni di quasi tutta l'Italia, nè dai Galli tanto bellicosi soggiogati) avere per ottant'anni continui, col metodo da noi indicato, alla formidabile possanza dei Romani, padroni dell'antica Italia, della Sicilia, d'una parte della Spagna, e delle Gallie ostinatamente resistito? E dove mai fecero tal resistenza? dove si trova un tanto idoneo territorio, per favorire coll'asprezza sua un pugno di valenti, contro i gloriosi eserciti vincitori del mondo? Non sarà certamente a rinvenirsi fuori d'Italia; ecco gli Appennini e i ligustici monti, che ancora fanci dell'antica gloria genovese sovvenire, lo stato dei quali tutta quell'estensione di terreno comprendeva, tra il Pò e l'Appennino esistente; i Genovesi sugl'Appennini, nella parte denominata Lunigiana, e nella Liguria occidentale, in oggi riviera di ponente, sempre in guerra, quasi alla da noi proposta, eguale, con vigore, e successo mantenevansi: tal popolo, dice Tito Livio, al libro trentanove, capitolo primo, era un nemico lesto, ed attivo, che si trovava a tempo, dovunque, che non lasciava ai Romani, nè riposo, nè sicurezza: e Strabone pure, al libro quinto, osserva, che avevano poca cavalleria, ch'erano buoni soldati armati gravemente, ma sopratutto eccellenti alla leggiera: infatti, quegli ottimi valorosi guerrieri, favoriti dalle loro montagnose situazioni, erano dai più numerosi eserciti tanto temuti, che appena osavano quelli ai loro paesi avvicinarsi; e pervenne pur anche la Lunigiana a liberarsi, nell'undecimo secolo dai Barbari, che nella generale invasione d'Italia avevanla soggiogata; i sanniti, attuali abbruzzesi, che tanto nei tempi antichi diedero che fare ai Romani; i Calabresi che nei moderni per molti anni dell'immensa forza del sorgente impero francese, si fecero beffe, oltre tanti, e tanti altri esempi che ancora citar potremmo, tutti l'idoneità del nostro territorio alla guerra di che teniamo ragionamento, assai chiaro confermano. Quanto poi deve il già detto certamente avvalorare, la certezza di fatti, cioè esistenza continua, di tante schiere di banditi che per anni la nostra Italia infestarono, e tuttavia varie parti di quella, ne sono anco in oggi vessate, dimodochè un solo stato in quella, contare non puossi nel quale varie quadriglie di masnadieri, non siansi per lungo tempo mantenute; od attualmente ancor non esistano! Sulle Alpi che dominano il Mondovì, il famoso Michele Mamino per sei o sette anni, contro la gendarmeria, e le numerose colonne mobili francesi spedite a combatterlo si sostenne, aveva egli preso il titolo d'imperatore delle Alpi, e l'autorità sovrana esercitava; facevasi dai villaggi, e fino dalle città circonvicine, puntualmente obbedire; imponeva balzelli, che per paura della sua banda, venivangli a puntino pagati; finchè non cadde per mano d'uno de' suoi compagni da cui fù per tradimento ammazzato. Altra sulle stesse montagne dal ben noto Dragone diretta ebbe pure molti anni di durata, e solo per aver dato alle promesse dei Francesi troppa fede, cessò d'esistere, la non men celebre banda, detta di Narsole: di quanto, grave danno non fù cagione ai francesi che la perseguitavano? E quanti anni non ha essa durato, sebbene altro in realtà non fosse, che una masnada di rubatori che correvano le campagne? e quanti francesi nella Frascea vicino a Pozzuolo, tra Marengo e Novi non caddero, per le mani della quadriglia del rinomato Maïno che per cinque o sei anni esistette? E quella sì fattamente inseguita e temuta: che tanti gendarmi, colonne francesi e dopo il ritorno del tiranno, tanti carabinieri piemontesi distrusse, che sotto la direzione dei due fratelli Bosio, situata sul monte Bracco, alle falde del Monviso dominante il paese di Barge, durò più di dieci anni, e non fù mai possibile di annichilare, se non con la morte data per inganno ad ambi i fratelli da loro stessi parenti, al soldo della polizia sarda! In quanto alle altre parti d'Italia, chi non sa, essere quel territorio, sempre, in ogni dove da tali masnade infestato? Nelle pianure, alle rive dei fiumi, sulle colline, e sulle montagne, trovarsene? La Lombardia, la Toscana, lo Stato Papale, e Napoletano rigurgitarne? Parecchi capi delle quali al punto giunsero di essere quai più famosi briganti d'Europa celebrati? Recentemente un Massaroni nello stato papale, ed i fratelli Verdarello, nello stato di Napoli pochi anni fa, tale celebrità s'acquistarono; i luoghi e le operazioni di quest'ultimi, più specialmente accenneremo, potendosi da quanto venne operato da uno, più o meno il resto agevolmente dedurre.