Gaetano Verdarello, e due suoi fratelli, nativi della città d'Andria nella Puglia, soldati al servizio di Ferdinando, tiranno di Napoli, quando dalle truppe francesi fuori del regno cacciato, avea in Sicilia la sua dimora stabilita, disertarono, e nel territorio napoletano portatisi, una banda a cavallo, di trenta e sei uomini, quasi tutti disertori, misero tosto in piede: la Puglia Basilicata, gli Abbruzzi, il contado di Molise, e più particolarmente il bosco di Montemelone, la foresta, e valle di Bovino, erano da quella frequentate; contro tutte le colonne mobili di truppa di linea francesi, di guardia nazionale, e di gendarmi, che pel corso di circa sei anni, non cessarono di perseguitarla, senza poterla mai prendere, nè danneggiare, con estraordinaria protervia si mantenne; nel 1815, al ritorno del tiranno in Napoli, dell'indulto generale dato a tutti i fuorusciti, i Verdarello profittarono; ma penetrata dal Gaetano, l'intenzione del governo, che temeva un tanto feroce uomo alla testa d'un certo partito, ed avea deciso di farlo in beffe dell'indulto, trucidare, con i suoi fratelli nella Puglia, ove formò un'altra banda di cinquanta uomini, misesi di bel nuovo in campo; una colonna mobile di fanteria e cavalleria di Napoletani e Tedeschi composta fù dal governo, immantinenti ad attaccarlo spedita; avvertito a tempo di questa spedizione posesi Gaetano in imboscata: lasciò la vanguardia tutta di Napoletani liberamente passare; sui Tedeschi quindi, con furore avventossi, quelli alla prima giunta messi in isbaraglio, i Napoletani, che già eransi di troppo allontanati, alle spalle con vigore assalì, ed a precipitosa fuga li costrinse; varie volte furono simili attacchi ripetuti, ed ebber sempre la stessa riuscita; stanco alla fine il governo Napoletano, della continuata esistenza di questa banda colla forza, invincibile, a far pratiche col Verdarello si decise, e mandogli una bellissima capitolazione a proporre, ma vennegli a tutte le vantaggiose promesse negativamente risposto, e solo a negoziare qualora il governo austriaco, la parola del tiranno, ed il trattato mallevasse, mostravasi il capo della quadriglia propenso. Fra le tante sozze male azioni che il regno di Ferdinando disonorarono, sonvene senza dubbio delle crudeli, ed ai cuori onesti sommamente repugnanti, ma una di questa più abbietta vergognosa, e vile non crediamo nel registro delle nequizie di quel tiranno lazzarone trovare si possa; stretto dalla pertinacia del Verdarello, il codardissimo governo di Napoli alle sue pretese acconsentì, e fù il comandante Tedesco della piazza di Foggia, certo Tilla, una convenzione in nome del lazzaronico tiranno sotto la guarentigia dell'Austria a distendere, e firmare incaricato; conferiva questa convenzione a Gaetano Verdarello, il grado di colonnello negli eserciti del tiranno; tutti i suoi soldati come uffiziali, riconosceva; ed assegnava una paga corrispondente ai loro gradi con obbligo però di tenere quei cammini sgombri dai ladri. Furono da ambe le parti pel corso di mesi sei le condizioni mantenute, finchè passando un bel giorno Verdarello colla sua banda nel villaggio d'Ururi, diretto verso la Puglia, troppo nel trattato confidente, senza quelle precauzioni, che prima di essere al tirannico servizio solito era di prendere, fù da un'imboscata di militi, tesagli d'ordine del governo dalle finestre d'una casa, a schioppettate ammazzato. Basti questa narrazione per provare, non sola la possibilità, ma ben anche la facilità di ordinare, e mantenere le bande in campo; delle Calabrie, dei famosi fra Diavolo, abate Pronio, e Giuseppe da Furia non parleremo, perchè abbastanza per la loro resistenza, e pei luoghi dov'erano stabiliti, sono a tutti notissimi; noi di proporre questi masnadieri, per esser nel loro scopo imitati certamente non intendiamo, ma gli abbiamo ai nostri leggitori, citati, affinchè si vegga, non essere il luogo, nè i mezzi per la riunione, independenza, e libertà d'Italia, ma la sola buona e ferma volontà degl'Italiani, mancante; riflettendo inoltre che se gentaglia simile screditata, e da tutti aborrita, (perchè il solo bene da quella operato, fra i moltissimi mali, consisteva in ammazzare di tanto in tanto qualche straniero occupatore) buona accoglienza in tutti i luoghi villaggi, e città per dove passava, solita era siffatta canaglia di trovare; a cagione solamente del timore che pel presente, o pell'avvenire incuteva, e se per tal modo, esatte informazioni, vettovaglie, ed armi non mai gli mancavano; che facilità, che accoglienza, che soccorso, non dovrà quella banda, composta di veri amanti del paese, promettersi, il cui unico scopo sia lo sterminio dello straniero, la patria dai cattivi purgare, e la libertà, unione, independenza sinceramente bandire? Si verrà quella fuor di dubbio nella capanna del contadino, nel tugurio del pastore, sotto il villesco tetto del bifolco, nell'abituro del villico senza timore ricettata, e con giubilo, anzi con trasporti di gioja, dai semplici, ma sinceri e forti Alpigiani festevolmente accolta; a dovizia pure sarannogli dalle città le bisognevoli grascie con frequenza mandate; ed ove del tutto per mezzo del timore, al loro mantenimento tali masnade provvedevano, cui gl'abitanti la richiesta retribuzione, per via di spaventevoli, e villane minaccie porgevano tremanti, le bande rigeneratrici della patria, dalla massa dei contadini, appoggio troveranno, offerte volontarie, provviste, benedizioni ed applauso.
CAPITOLO II. DELLA CAPITALE.
Dall'epoca della rivoluzione di Francia infino al giorno d'oggi, misesi dai guerreggianti capitani, la napoleonica massima di marciare a dirittura sulla Capitale dell'avversario, continuamente in pratica, il possesso della quale metteva un termine alla guerra e faceva la vittoria in favore di chi assaliva, dichiarare; ella è in oggi opinione universalmente ammessa, che una volta la Capitale caduta, debbasi aver la guerra per terminata; e ben si appone, perchè molti, e molti esempi delle ultime passate guerre lo comprovano; e noi quando si tratti di una guerra regolare, tra tiranno e tiranno, o tra re e re costituzionale, e che non sia una guerra nazionale d'insurrezione non possiamo, nè vogliamo il contrario asserire; perchè siccome nel primo caso le principali risorse, per fornire l'esercito del bisognevole, magazzeni, depositi di materiali, d'armi, e di munizioni, le casse dello stato, e dei principali possedenti, e ricchi del paese, le più distinte famiglie, e magistrature in quella trovansi raccolte; ne avviene che se il nemico giunge ad impadronirsi di quell'emporio delle risorse dello stato, manca la fonte delle provigioni pell'esercito, cade in isfacelo il trono, e privo il principe degli elementi, pel possesso, di quali pareva agli altri uomini superiore, ed agli occhi degl'imbecilli un certo prestigio conservava, diventa un uomo come gli altri, e sovente meno de' suoi sudditi, perchè assai più inetto di loro, per la sua dappocaggine, paura, e stupidità vituperevole; così lo stato è conquistato, e messo a soqquadro, per la sola caduta della città ordinariamente la più corrotta, e fra tutte le altre la meno energica, gli abitanti della quale sono per lo più dalle dilicatezze d'una vita effeminata, e lussureggiante, che passano spensieratamente nei bagordi, e vizj d'ogni specie, ammorbiditi, e snervati; per lo chè diventano gracili di corpo, cagionevoli di salute, raggiratori, paurosi, di sottili e timidi consigli, perchè conscii della loro individuale debolezza; non resi pertanto da quella conoscenza, di esser da meno dei provinciali, persuasi, dannosi sopra quelli, con incomportabile jattanza, il vanto di superiorità, sui quali non hanno diritto alcuno di primeggiare se non nei vizj e nella fiacchezza; e vogliono senza esporre la loro vita alla durezza delle fatiche di una guerra laboriosa, a tutti i loro compatrioti orgogliosamente comandare; si cimenteranno forse con ardore in una zuffa passaggiera, e si comporteranno anco gagliardamente, a ciò, dalle massime d'onore stimolati; ma non avranno mai quella tanto commendevole, e tanto necessaria ostinazione, che col prolungare la contesa, assicura la vittoria, perchè il loro imbozzacchito dilicatissimo corpo non potrebbe i disagj della guerra lungamente sopportare, verrebbe, la loro bellezza dalle intemperie della stagione danneggiata, e del pari la loro eleganza e morbidezza; sarebbe per la recovidità, semplicità, ed energia del guerriero da lunga pezza assueffatto ai campi, ad un continuo smacco soggetta; laonde sono gli abitanti delle capitali, e sempre i più disposti saranno, a negoziare col nemico, ed a cedergli la città; eppure secondo il modo di far guerra oggidì, dalla resistenza o caduta della capitale, dipende la salute dello stato! la presa di Vienna, e di Berlino diede varie volte il possesso della Prussia, e dell'Austria a Napoleone; la presa di Parigi nel 1814 diede la Francia, popolata da più di trenta milioni d'abitanti con molte fortezze ben guarnite, e capaci di lunga resistenza, con l'esercito della Loira, con altre molte legioni sparse in varie parti dello stato, che tra tutte potevano a più di duecento mila uomini di truppa sommare, con cinquanta mila guardie nazionali di Parigi, ed il decuplo se tutte quelle delle varie città del paese si contassero, la diede in mano di seicento mila stranieri settentrionali, che i maggiori possibili danni gli cagionarono, ed il maggior insulto fecergli che mai si potesse aspettare, cioè quello di costringerla a tenere sul trono come padrone, uno di quei Borboni, ch'essa, o per isbaglio o per inopportuna moderazione, aveva nel tempo de' suoi rivolgimenti politici alla scure vendicatrice della patria, risparmiati; e migliaja d'altri esempi di tal fatta vengono in appoggio di quanto abbiam detto; ma s'egli è vero che nella guerra regolare in questi tempi, la presa della capitale all'aggressore dia la vittoria, ciò però in una guerra nazionale d'insurrezione non accade, quando il popolo è ben deciso di respingere una invasione straniera, quando vuole disfarsi dei nemici interni, perchè allora insorge, e non ha bisogno di avere tutti quei mezzi nella capitale, concentrati, ogni villaggio, ogni città, per quel modo di combattere, gli è capitale. La banda che nel circondario di un villaggio, di una parrocchia prende il campo, in che un numero uguale, o di poco maggiore al suo d'abitanti vi esiste, i quali mangiano, dormono, in somma vivono, e che possono d'alcune armi provvederla, non ha più d'uopo d'altro: non cura la capitale; nè se si sostenga, o sia perduta un micolino gli monta; non pretende da lei nessun soccorso! non essendo la sua esistenza in nulla da quella dipendente; non vede nessun grave detrimento al paese, e di quegl'abitanti si ride che non ebbero nè la forza, nè l'ingegno di respingere i barbari, e colle pive in sacco le spanpanate e millanterie, in tanta viltà, ed umiliazione cambiarono! ed in vece di perdersi di coraggio per ciò, la sua energia del doppio aumenta; così deve succedere quando la guerra è nazionale, e così sempre in quel caso succede; cadde Vienna, Berlino, Parigi, e caddero i loro stati, perchè la guerra in quel tempo non era nazionale; ma ridotta in cenere Moscow, non andò in precipizio la Russia, che anzi la guerra prese un carattere più accanito, il popolo non abbandonò le armi, finattantochè non fù l'invasore compiutamente distrutto, od espulso. Cadde Madrid e precisamente dopo la sua caduta, quella guerra per bande cominciò che varj eserciti francesi distrusse e finì dopo sette anni di sudori e rischi, per averne la meglio i nazionali. Perchè mai dunque tanta differenza da quelle altre, nel resultamento? Perchè queste erano guerre nazionali e quelle no; in queste la capitale era di nessuna importanza pel popolo, che per se stesso combatteva; in quelle ai militari moltissimo rilevava, i quali vedevano nella perdita della capitale la fonte degli ordini, degl'impieghi, dei gradi, delle ricchezze, e dei ciondoli, per loro disseccarsi; epperciò un assai maggior comodo ed individuale vantaggio, nel trattare col nemico, e renderla a patti, trovano, sebbene con la crudele certezza della rovina del loro padrone anzicchè fino alla morte, od alla compiuta distruzione dell'avversario, difenderla. Di nessuna importanza per la guerra nazionale d'insurrezione si è certamente l'esistenza di una capitale, può quella far del bene se sussiste, ma non produce se manca alcun male; di niun danno dunque dovrà essere all'Italia la mancanza, per adesso, di una capitale centrale; potrà dalle tante che possede, se le sono favorevoli qualche vantaggio ricavarne, se poi le saranno avverse, ciò che non è da supporsi, non avrà il condottiero, per la loro caduta nelle mani del nemico, affatto da temere, perchè alla distanza di poche miglia da quella che soggiacque, ne può un'altra che lo ajuti e sostenga, opportunamente ritrovare, con la probabilità che i popoli del circondario di un altro, punto non s'intimidiscano per la disgrazia da quella sofferta. Tale pur era l'andamento della Spagna, nella guerra dell'independenza, giacchè, come ognun sa, è quella penisola un aggregato di tanti piccoli stati, i quali erano anticamente separati ed independenti come gli stati italiani d'oggidì, quasi sempre fra di loro in aperta guerra; e che le loro leggi costumanze, costumi, rimembranze istoriche, odii provinciali, ed il loro spirito d'isolamento, pervicacemente conservarono. Trovavasi Madrid in mezzo alla Spagna, senza quasi nessuna relazione con le altre città, e la sua influenza non estendevasi al di là dei limiti della provincia di Castiglia; credevasi Napoleone di possedere una gran cosa, di tenere tutta la Spagna nelle mani avendo Madrid; ma grande tempo non tardò ad accorgersi del suo falso calcolo, e persuadersi che in nulla il possesso di quella capitale, lo favoriva, perchè sebbene la Navarra, la Biscaglia, le Castiglie, la Gallizia, l'Arragonese, e la Catalogna con molte truppe occupasse; a suo malgrado sù gli occhi stessi di tutti questi eserciti, che avevano il loro gran centro in Madrid, migliaia di bande si misero in campo, e tanto gli molestarono, che disperando Napoleone di poter in sì fatto certame, a che avvezzato per anco non era, luminosi ed immediati risultamenti ottenere, disgustato, lasciò la penisola, dubitoso di perdere, o menomare in quel nuovo modo di combattere, quella gloria ch'erasi fin allora in tante battaglie campali giustamente acquistata, e seguito da poche truppe andossene in Francia. Abbiamo come possa l'Italia, la guerra d'insurrezione per bande sostenere senza una capitale centrale, bastevolmente dimostrato, ma non dimeno se non è questa nel principio della contesa, necessaria, o se anche non è in tutto il corso della guerra per esterminare i nemici, affatto indispensabile, non si può però negare, che sia quella, di una vitale importanza, onde le operazioni generali concentrare non meno, che consolidare ed istabilire l'unione delle varie separate provincie in uno stato solo. Percorrendo le relazioni della guerra dell'independenza, così vedesi, essere in Ispagna successo allo stabilimento della giunta centrale, la quale tanto quella guerra promosse, e rese utile, che per la troppa sua dilatazione, e mancanza di centro, già cominciava a decadere. Maggiore n'è l'importanza, pella Italia, dovendo le varie parti in un corpo solo dopo tanti secoli di separazione unire, per la qual cosa fassi una capitale centrale, vieppiù necessaria, per quello stato formare non men, che dirigere. Già pare di vedere tutti gli abitanti delle attuali numerose nostre capitaluccie italiane, inarcar le ciglia, e gli occhi, e le orecchie attentissimamente aprire, ciascuno sperando e pretendendo che quella dov'egli è nato, per essere capitale della nuova Italia, si proponga; sette ed anche più città della penisola concorrerebbero nella pretensione di essere la capitale, ma siccome una sola è necessaria, sei o più dovranno ad essere secondarie inevitabilmente rassegnarsi; massime poi che queste presuntuose, sono fra tutte le città, quelle che nella massa generale degli elementi di regenerazione italiana, solo pochissimi, deboli, e di tenue vantaggio ne presentano; uno stolto generale goto, altrettanto sozzo, quanto bugiardo, ed alcuni scrittori, mossi o da malvagità o da sciocchezza, osarono sfacciatamente dichiarare non essere cosa possibile, in un solo stato l'Italia riunire, perchè male se ne potrebbe fissare la capitale! Oh svergognati mentitori! oh scipitissimi pecoroni! tacete, anzicchè simili falsità, simili sciocchezze con la vostra solita impudenza palesare! O voi balordi, che in quel modo bestemmiate, perchè non aprite la storia dei vostri antichi padroni? E se l'avete letta, non dovreste in quell'errore inciampare, perchè ben chiaro si vede che l'Italia è stata la padrona del mondo? E che questa aveva una bellissima, gloriosa, venerabile capitale, che tuttavia esiste, e viene giustamente la città eterna nominata? Che l'Italia non abbia capitale, potrete voi ancora di buona fede asserire, quando quella possede, che fù il centro del mondo, delle virtù, del valore, e della gloria? Tutte le stolte pretensioni delle altre capitali, debbono all'aspetto di Roma sparire, dileguarsi! Dove trovasi nel mondo intero, una città che tante eroiche ricordanze presenti, così necessarie ad esser alla memoria della generazione attuale richiamate? Tanti monumenti dell'antica gloria italiana? Tante preziose reliquie di quei sommi che dobbiamo venerare, e porre ogni pensiero, ogni sollecitudine e per degnamente imitare? Qual è quella capitale, che abbia tanto mal fondato, ed impudente orgoglio, per volersi a Roma in un minimo pareggiare? La culla di Bruto, di Cassio, di Catone, di Virgilio, etc., non ha pari, non che in Italia, nel mondo!
Quella fù, e sarà sempre la capitale d'Italia, quando gl'Italiani avranno più in pregio la gloria, che la viltà. Alcuni giustamente ci opporranno, che se quella città merita ad ogni titolo pe' suoi antecedenti, di essere indisputabilmente la capitale, non n'è però degna oggidì, perchè si trova la cloaca massima rigurgitante lordume d'ogni vizio, d'ogni disonestà! e che male per futura capitale dell'Italia unita, independente, e libera, quella si converrebbe, che in realtà, è in oggi la capitale dell'impostura, del raggiro, dell'inganno, fucina delle arti le più prave, e più sottili, per tenere i popoli dalla fisica, morale schiavitù aggiogati, gli abitanti della quale, figli per lo più della depravazione di costumi, cresciuti, e di continuo, alla scuola della viltà, e della servitù educati, non sono, che pei sozzi ed effeminati servigi capaci, e non posseggono le qualità necessarie per essere abitatori della capitale di una guerriera, virtuosa, e forte nazione, perlocchè la sola costanza, perseveranza, e valore, in molte e ripetute disgrazie ch'essi non possono avere, non sono ancora nemmeno bastevoli, ma d'uopo evvi pure di un deciso e grande carattere nazionale, di un giusto orgoglio, e di un odio contro la tirannia interna, dallo straniero armato, con profonda radice bene abbarbicata, le quali virtù non sono, proprie dei papalini abitanti di Roma, che neppur per gabbo vogliamo coll'eroico nome di Romani appellare, noi non potremmo senza mancare alla verità, alle surriferite considerazioni valevolmente opporci, e nessuno potrà negare che la maggior parte della popolazione di Roma sia di calcare quella terra, che senza dubbio è polvere d'eroi, affatto indegna, poichè in mezzo alle mura di quell'antica republica, che non contempla con ammirazione, rimansene schiava ed abbietta. E che per la sua viltà sotto la sferza dei preti, non è più capace di sentire gli stimoli della passata gloria, nè di mirar con orrore la presente vergogna, suscettibile; noi conveniamo. La popolazione è inetta, anzi, al nuovo stabilimento, sarebbe nocevole; ma dovremo noi perciò il vantaggio di avere una capitale che ha un tanto forte, e tanto possente prestigio morale sugli animi agl'incitamenti di vera gloria sensibili, trasandare? Dovremo noi, perchè quattro sciagurati abitano fra quelle venerabili classiche mura, ad una capitale rinunciare, che tutte le qualità possede per essere florida, e conveniente ad uno stato ben regolato dal filosofo stagirita prescritte? Che non è nè troppo lontana, nè troppo vicina al mare; acciocchè, come dice il succitato Aristotile, per la troppa lontananza non resti priva dei molti commodi che quello suole apportare, e non sia con la troppa vicinanza, ai pericoli d'assalti improvvisi, ed alla corruzione ordinaria delle città, che sono porti di mare, sottoposta; sarebbe il sito sanissimo, e buonissima aria spirerebbesi, quando fosse ben ripopolato, e che fossero gli abitanti attivi ed industriosi; perchè ben si sa che già lo era negli antichi tempi, e si legge in Tito Livio, saluberrimos colles; sito che per mezzo del fiume e delle strade può avere da ogni parte della penisola e dal Mediterraneo abbondanza continua di vettovaglie; difficile ad essere da popoli lontani all'improvviso assalito; e per la sua centrale positura; quasi ad eguale distanza d'ogni provincia, nel caso di facilmente con tutte le più lontane parti della penisola, ad un tempo communicare e per tal modo con energia, e prontezza a tutte egualmente sopravegghiare, dirigere e contenere! dove trovasi un'altra simile città in Italia? Il solo intoppo negl'abitanti consiste! Si purghi dunque il Panteon dell'antica gloria italiana dalle sozzure, che lo infettano; si mandino in quella città, robusti, e decisi Romagnuoli nei quali ancora una tinta si scorge dell'eroico carattere romano, si uniscano loro dei Liguri, Piemontesi, abitanti degli Appennini, Bresciani, Abbruzzesi, e Calabresi, Siciliani, Elbani e Sardi, tutti fra gli abitatori dei monti, trascelti; e non crediamo di cadere in isbaglio nel predire, che pel buon regime di governo italiano ben ordinato, e con quella capitale, saranno le maravigliose gesta degli avi nostri, per rinnovellarsi, e come fenice dal suo rogo, la sfolgoreggiante gloria dell'antica Roma eccelsamente risorgere, mentre gli eletti rappresentanti del popolo italiano, per prudenza, energia, saviezza, e dottrina, superiori a chiunque, nell'unico, mirabile, stupendo tempio del Vaticano congregati, faranno restar di maraviglia sospeso il mondo, e sarà per tal modo il più magnifico edifizio in oggi esistente, in ampia, e venerabil Aula del più luminoso parlamento del mondo, gloriosamente trasmutato.
CAPITOLO III. DELL'ONOR MILITARE.
Quel generoso sentimento, che destandosi nel cuor dell'uomo, alle grandi, generose, e laudevoli opere lo sublima, facendo sì che la publica estimazione dall'universale concessa come tributo alla virtù, per lui divenga una vera necessità, esser l'onore, noi opiniamo. Ma pell'ignoranza e per inveterate assuetudini, che spesso la natura delle cose corrompono, e per sciocche, e false opinioni dalla barbarie del medio evo generate, ed in retaggio tramandateci, reputasi in un paese, virtù, ciò, che in un altro, vizio si considera, cosa che punto non avverrebbe se la virtù nel far bene alla patria, primieramente, e quindi agli uomini tutti consistere, fosse dall'umana congerie, universalmente ammesso; e come virtuose quelle azioni non si considerassero, che da un tale scopo si allontanano; e vizio tutto quanto alla patria ed agli uomini nocumento arreca non si appellasse. Però siccome una piccola parte degli uomini vuol vivere nella mollezza, e lusso, e tenersi lieta, e contenta nelle corrotte usanze d'un viver guasto e licenzioso, a spese dell'altra maggiore, e non men dominarla, che calpestarla; ne avviene, che chiaramente la vera virtù, non sia mai nè ben deffinita, nè da tutti conosciuta, nè dalla maggior parte praticata se ad utilità non torna; epperciò ne consegue, che il suo proprio significato o a seconda de' tempi e dei luoghi si altera, o si trasforma in modo che un'azione, in America, dove gli uomini sanno di essere uomini e praticano la vera virtù, come virtuosa, e degna di laudi tenuta, sarebbe in Europa, dai tiranni d'Italia vituperata, e fors'anche capitalmente punita; per esempio, l'Americano che, scorgendo gli amministratori della cosa publica, senza darne conto, le rendite dello stato dilapidare, in continue prevaricazioni, e concussioni trascorrere, il giogo scuotere della legge; la giustizia fallare, infine la publica, e privata morale in ogni sua parte corrompere, per tali misfatti in giudizio gli appellasse, e stretto conto della loro viziosa condotta, ne domandasse, sarebbe in concetto d'uomo virtuoso da tutti, colà con ragione tenuto, e per lo contrario, se in Napoli, nello Stato Papale, Lombardia, e Piemonte, dove simili opere nefande sono abituali, ad uno degli schiavi di quei paesi, di solamente palesarle, l'animo bastasse, sarebbe quegli come insubordinato, a grave castigo soggetto, e per avventura di sediziose macchinazioni tacciato, appeso anche alle forche. Ed ecco in quegli infelici paesi chiarita infame quell'opera che virtuosa, e degna di grandissima laude, stata sarebbe in America oltremodo stimata.
Da tale varietà di virtù, deve per necessaria conseguenza quella dell'onore conseguire, epperciò saranno in Italia le azioni cavalleresche degne dei tempi di Orlando, oppure le umili, e contemplative di un san Luigi Gonzaga sommamente onorate, quando saranno le virtù di Bruto, e di Catone biasimate, e beffeggiate; ignaro un popolo servo, delle virtù ad un libero vivere civile necessarie non meno, che dei segnalati vantaggi da quello ridondanti; le ricchezze, lo sfoggio, e la sommessione al tiranno avrà in grande onoranza, ed ossequio: mentre vedrassi lo stato povero dispettosamente vilipendere, avere i robusti pensamenti a scherno, e rigettarli; finalmente depressa, e conculcata da quei servi imbecilli la vera virtù, la sola venerazione, ed omaggio verrà alla lussureggiante ricchezza, vilmente retribuito. Posto abbiamo ciò che per onore intender debbasi, e come sia quello nello stato attuale del mondo, da paese a paese, da popolo a popolo, da una generazione all'altra, per la falsa maniera di considerar la virtù, e d'interpretarne il significato a mutazione soggetto. Come debbasi l'onore, da un militare, in un regolato esercito e dal cittadino che per la liberazione della patria mettesi in campo, intendere, non meno, che la differenza fra di loro esistente, passeremo ad attentamente disaminare.
Come che, in alcune sue parti, in tempi, e luoghi differenti, sia puranche, l'onor militare mutevole; avendo nondimeno il coraggio, e l'ardimento per base generale, in tutti i tempi, ed in tutte le parti, trovasi pressocchè uguale, qualsivoglia pericolo di arditamente affrontare, vedere la morte in faccia, e non temerla, non aver al numero, nè alla qualità dei combattenti, il pensiero rivolto, ma solamente rintracciarli dove sono, ed anche a disvantaggio corrergli accerrimamente addosso, una morte certa piuttostochè dar le spalle al nemico, per la difesa della bandiera intrepidamente incontrare, un palmo di terreno passo, passo, ed a costo della vita ostinatamente contrastare, in ogni zuffa, in somma, tener la puntaglia; questo sono le nobili qualità essenziali dell'onor militare, da doversi in un regolar esercito sopra ogni altra cosa apprezzare, eccellenti pregi, per se soli capaci, in favore di quello fra due combattenti eserciti, che in maggior grado li possede; far la vittoria rivolgere; e la storia ne insegna che molti grandi capitani dell'antichità, i quali dubitavano in fronte al nemico (o non ancora conosciuto, od in maggior forza giudicato), non fosse questo sentimento d'onore per vacillare, hanno cercato di mettere la loro propria truppa nella stretta necessità di combattere in luoghi dove non potesse retrocedere, collocandola, ed all'onore, la disperazione, in quel modo sostituivano. Alessandro, al passaggio del Gronico, posesi secondo la relazione d'Arriano, col fiume alle spalle ed il numerosissimo esercito nemico in fronte; e così ne viene da un suo commentatore la cagione, spiegata: la sua in apparenza troppo avventurata impresa, essere più ragionevole che temeraria coll'evento ei dimostrò, perchè, siccome con un nemico nuovo, maggiore in numero, dovevano i suoi venir alle mani, volle col mezzo della disperazione fortificarli, affinchè essendogli dal fiume il passo alla fuga serrato, in altro che nella sola vittoria, speranza non nutrissero di salute: ma non mettendo la guerra nazionale d'insurrezione per bande, come la guerra regolare, nell'urto la speranza della vittoria, deve da sentimenti d'un differente onore essere guidata; l'unica principal mira del cittadino armato, a che debbono essere tutte le sue opere dirette, la liberazione essendo, e la futura felicità della patria: a misura dunque che più o meno, senza badare alla qualità dei mezzi che adopera, in vantaggio di quella s'affatica, il suo onore aumenta, o diminuisce. Fermo il soldato regolare, sul posto impavidamente si sagrifica, ed alla fuga, di essere scannato, preferisce, tornando quella morte, della sua memoria in onore; diversamente da ciò, deve per lo più il volontario della patria operare, punto non si vergogna quegli di dar le spalle al nemico, di correre una dubbia sorte non crede onorevole, ed eziandio in pari forza, ad affrontarlo non s'avventura, fugge alla sua presenza e per maggiormente danneggiarlo, si nasconde; quanti soldati raminghi cadongli nelle mani, a bell'agio, e senza pericolo distrugge, e si schermisce occultandosi dagl'incalzanti drappelli onde poterne un doppio numero all'indomani trucidare; non nel morire combattendo, ma nel salvarsi a tempo, l'onore del volontario della patria consiste e più onorato è quegli, che più nemici della patria distrugge.
Il maresciallo Govione di san Ciro, nelle sue memorie sulla guerra di Catalogna, al capitolo quinto, parlando delle disposizioni, che prima della battaglia di Valls, il generale spagnuolo Reding disegnava, così si esprime: aveva il generale Reding passata una parte del giorno 24 in consiglio di guerra per sapere come potrebbe evitando una battaglia, a Tarragona pervenire; ordinò che il generale Martì commandante delle truppe rimaste sotto quella piazza, fosse pure a quel consiglio presente. Membri influenti portavano opinione, si dovesse il combattimento evitare, ma per ciò sarebbe stato d'uopo mandar le artiglierie ed i bagagli a Lerida, e ad uno, ad uno, per la via di Prades, e per uno stretto sentiero che passando per Selva, termina a Costantì le montagne attraversando, per così dire alla sfuggita sfilare; dove si sarebbe, la riunione dell'esercito, dicevano essi, tosto, e senza rischio operata. Aveva Reding quel consiglio rigettato, che poteva ad un comandante di bande convenire, ma che avrebbe un generale alla testa d'un esercito, certamente disonorato, dando a quello del colonnello inglese Doile, ch'era di francamente le due divisioni del settimo corpo attaccare, la preferenza: ecco da questo valoroso Maresciallo, la esistente varianza, fra l'onore militare del soldato regolare, e quello del volontario in bande, chiaramente spiegata; fù Reding a Valls compiutamente sconfitto, per aver voluto il suo onore immacolato serbare. Se fosse stato un Claros, un Rovira, od un Empecinado, il partito più sicuro, di sfilare come fuggitivo per quel sentiero, scelto senza dubbio avrebbe, evitando una battaglia che come dall'opinione della maggior parte del consiglio appare, assai maggiori probabilità in favore dei Francesi presentava; e pel vantaggio di recargli nell'avvenire certo danneggiamento, avrebbe la taccia di codardia, in quell'istante, con gusto sopportata. Convenire, che sia ad un condottiero dicevole, per rispetto umano, o per ciò che possa essere dal publico argomentato, oppure pell'ambiziosa speranza d'una vittoria dubbia, di venir a giornata, sarebbe ad una imbecille, o almeno inopportuna vanità, la sorte della nazione sagrificare; quella stolta massima, che per conservar l'onore dello stendardo, debbasi qualunque possa esserne il resultamento, una battaglia arrischiare, dandole anche un'estensione, che noi siamo ben lungi di concedere, può solamente, nelle guerre ordinarie, e di pura ostentazione, in che del sangue dei popoli empiamente si traffica, per altrui utilità, o convenienze molte volte al ben publico nocevoli, od almeno indifferenti, essere seguita: ma quando per l'independenza, e libertà nazionale si combatte, un delitto, una sacrilega empietà, quella sarebbe di sconsigliatamente in un dubbio conflitto, avventurarla; e virtù sublime, obbligo sacrosanto, quello di vincere con sicurezza, qualunque siano i mezzi per ciò impiegati, sarà da considerarsi. Chiaro, le relazioni della guerra dell'independenza spagnuola, ci fanno, che i condottieri di bande, del punto d'onore negli eserciti regolari a capitale avuto, valorosi seguaci, tutti con notabile pregiudizio della causa che difendevano, vittime della loro intrepidezza rimasero; mentre per lo contrario molti altri, che dall'opinione publica erano di codardia quasi accagionati, si sostennero e molti ed utilissimi servigj alla patria prestarono. Chiunque per liberare il suo paese dalla schiavitù, a guerreggiare si piglia, dovrà quelle azioni soltanto, che un reale, e manifesto vantaggio gli procacciano, per onorevoli, magnanime, e gloriose considerare; e solo avere per celebri, comecchè maravigliose siano, quelle, che dalla vera utilità della patria, si separano.
Era massima degli Spartani e da loro, negli affari di stato, e della guerra, seguita, di far maggior caso dell'astuzia, e superchieria, che del coraggio e lealtà; e Plutarco alla pagina 238, delle istituzioni Lacedemoniche, dice che quando gli Spartani, alla finezza ed industria de' loro generali, la vittoria dovevano, in rendimento di grazie, immolavano un bove, ma quando credevano di doverla solamente al loro coraggio, ed alla forza dalle armi, di sacrificare un gallo si contentavano. Con quest'uso in apparenza bizzarro, volevano gli Spartani, all'impiego dell'astuzia, piuttostochè della forza aperta, i loro generali assuefare: l'oggetto a cui mira il cittadino armato, dovendo sempre essere quello, di tutti i nemici, che opprimono il suo paese, sterminare, sarà l'uso di qualsivoglia cosa indistintamente, purchè a quelli possa nocumento arrecare, per lui onorevole; epperciò d'impiegar l'armi, il raggiro, l'astuzia non meno, che l'uso proprio una volta delle barbare nazioni di avvelenar le freccie, per la maggior quantità possibile di nemici levar di vita, e come conveniente mezzo tutto quanto ad ottenere il suo fine lo porti, quale opera onorevolissima e degna della maggior laude valuterà, l'avvelenamento delle farine, dei pozzi, e delle fontane, non meno, che il destro cogliere d'attaccare individualmente il nemico quando abbandonato a fallace fidanza, può in un tranello cadere, ed alla spicciolata i soldati avversari trucidare, sono modi tutti che possono per avventura al militare d'un esercito regolare disdire, ma che commendevoli, e di grande onore debbono pel cittadino liberatore della patria essere riguardati. Il fatto di Muzio Scevola di notte tempo nella tenda di Porsenna, per assassinarlo introdottosi, che, andato per isbaglio il meditato regicidio a vuoto, per mantenere quel re in inganno, e spaventarlo, volle delle menzogna servirsi, tutto per altro in prò di Roma rivolto, non v'ha chi come sublime e maraviglioso tratto di amor di patria e come arduo, ma glorioso esemplare di virtù, non lo citi, e con noi non convenga che se la militare lealtà a questi atti, del tutto non acconsente, sono però per cittadino indispensabilmente doverosi ed onorevoli. Altri non meno sublimi esempj di cittadino eroismo, ci vengono dalle sagre scritture offerti, uno fra i quali si è l'assassinio d'Oloferne, generale di Nabuccodonosorre primo, che colla forza aveva gli Ebrei al giogo straniero assoggettati; giuocando col general babilonico alla civetta, mise la bella Giuditta tutti gl'inganni e femminili seduzioni in atto, e colle attrattive del leggiadro corpo e venustà del suo sembiante nel petto, un fuoco di ferventissimo amore gli accese, e tanto era di lei preso il superbo capitano, che mai ben non sentiva se non quando a se vicina la vedea; avveduta l'eroina di Betulia, quella fiamma a bella posta per la liberazione della patria allumata, coll'esca di lusinghevoli carezze nutricava, finchè giunto il buon momento, non riputandosi a vergogna di essere da soldati, quando pel suo paese impiegavasi, d'opere men che oneste accagionata, venutole fatto di trovare il generale addormentato, colla sua stessa scimitarra spiccògli la testa dal collo, e giunse per mezzo di quel tradimento, di quell'assassinio, la independenza de' suoi compatrioti a riscattare. Sisara a tradimento da un'altra donna ipocritamente umana perchè sotto apparenza di zelo del bene di lui, trucidato, è pure in quelle pagine soggetto di speciale commendazione, e Gezabele da suoi vassalli sotto il comando del sommo sacerdote, dai ballattoj del palazzo precipitata, poscia diviso e sbranato il suo corpo dato pasto ai cani delle strade; Matatia e figli, che coll'inganno e la forza, il tiranno Antioco Epifane cacciarono; l'insurrezione delle tribù contro Roboam successore di Salomone, ci presentano tanti esempi, da quelle stesse scritture autorizzati, co' quali la giustizia d'impiegare ogni mezzo, per la patria da qualunque tirannia, straniera, o domestica liberare, viene con publica testimonianza dalle sagre pagine provata, e non esser punto disonorevol cosa, con tale sacrosanto disegno il pugnale, il veleno, il tradimento, e la frode adoperare, chiaramente ci dimostrano. Non malagevol cosa sarebbeci molti altri fatti, della storia sacra e profana ancora, tutti una tale asserzione corroboranti, estrarre, da infiniti autori commendati dalla universale opinione per secoli ammirati, ed applauditi: ma piucchè bastevoli saranci al certo i sovra esposti nella sagra scrittura consegnati, di quel popolo che sotto gli ordini immediati di Dio continuamente operava, e furono quei tradimenti ed assassinj dall'altissimo approvati, e benedetti. Saranno dunque, speriamo, sulla necessità di riconoscere, ed approvare quella differenza di virtù e di onore, fra il volontario della patria ed il guerriero che milita secondo il sistema regolare di guerra, anche i più scrupolosi persuasi e convinti.