Di misteriosa voluttà sospira.
2.
O Giulia!
I versi erano naturali, e convenienti al soggetto, dice Slawkenbergius, – e peccato che rimanessero in tronco; ma o che il Signor Diego avesse tardo l'ingegno a far versi, o che il ragazzo si affrettasse a sellare le cavalcature, non è chiaro; fatto sta, che la mula di Diego, e il cavallo di Ferdinando, erano lesti alla porta dell'albergo prima che Diego fosse in atto per la sua strofa seconda; e però senza restare a finir l'ode, ambedue montarono, dettero di sprone, passarono il Reno, traversarono l'Alsazia, e piegarono alla volta di Lione; e prima che li Strasburghesi e la Badessa di Quedlingberg uscissero della città, aspettando l'arrivo del Forestiere, Ferdinando, Diego, e la sua Giulia, avevano passati i Pirenei, ed erano giunti sani e salvi a Valladolid. Non importa avvertire il lettore geografo, che, Diego essendo in Ispagna, il Forestiere cortese non potevasi più incontrare sulla via di Francfort; basti il dire, che, la curiosità essendo di tutti gl'inquieti desideri il più ardente, li Strasburghesi la sentivano di massima forza, e per tre giorni e per tre notti si trabalzavano su e giù per la via di Francfort con tutta la tempesta di quella passione, nè sapevano ancora adattarsi a tornarsene a casa. Ma sciaguratamente per loro il fato preparava l'evento il più funesto che possa accadere a popolo libero. Perchè molti hanno discorso, e pochi inteso, questa rivoluzione degli affari Strasburghesi, io Slawkenbergius voglio chiarirne il mondo in dieci parole, e al tempo stesso finirò il mio racconto. Ognuno sa del gran sistema di Monarchia Universale composto per comandamento di Monsieur Colbert, e dato manoscritto a Luigi XIV l'anno 1664. Ognuno sa, che un ramo di quel sistema era l'impadronirsi di Strasburgo onde favorire a tutti i tempi un'invasione in Suabia, e disturbare la quiete della Germania, e che in conseguenza di questo piano Strasburgo cadde finalmente in mano di Francia. A pochi è dato di rimontare alle vere sorgenti di questa e simili rivoluzioni. I volgari guardano tropp'alto; gli uomini di stato troppo basso. Il vero sta di mezzo. È funesta, – esclama uno storico, – la superbia popolare di una città libera. Li Strasburghesi stimavano, che scapitasse la libertà a ricevere una guarnigione imperiale, e così vennero in preda ai Francesi. Il destino delli Strasburghesi, – dice un altro, – può servire di avvertimento ad ogni popolo libero, perchè faccia risparmio di danaro. Li Strasburghesi spesero anticipate le rendite, s'imposero tasse di per sè stessi, e si affiacchirono tanto, che finalmente non ebbero forza da tener chiuse le porte, e i Francesi le apersero. – Ahi! ahi! – grida Slawkenbergius, – non furono i Francesi, ma fu la curiosità che le aperse. Veramente i Francesi, che stanno mai sempre all'erta, veggendo li Strasburghesi, uomini, donne, e fanciulli, uscir tutti della città dietro al naso del Forestiere, si posero in marcia ed entrarono. D'allora in poi le manifatture e il commercio hanno piegato a continua decadenza, ma non per le cause assegnate dai capi del commercio; piuttosto vuolsi ascrivere a questa sola: che i nasi hanno sempre fatto tanto frastuono in quelle teste, che li Strasburghesi non poterono badare ai loro interessi. — Ahi! ahi! – grida qui Slawkenbergius, facendo un'esclamazione, – non è la prima, e temo che non sarà l'ultima fortezza conquistata o perduta per via dei Nasi.
— 1829 —
III. STORIA DI LE FEVER
Era di poco avanzata l'estate di quell'anno in che gli alleati presero Dendermond, – e il mio Zio Tobia sedevasi a cena, e Trim sedeva dietro di lui a una tavoletta, allorchè il padrone di un alberghetto del villaggio entrò nella stanza a chiedere un bicchiere o due di vin di Canarie. — È per un povero gentiluomo, io credo dell'armata, – diceva l'oste, – e son quattro giorni, che il male l'ha côlto in casa mia, nè d'allora in poi ha più sollevato la testa, o avuto voglia di gustar cosa alcuna, se non che ora appunto gli è venuta vaghezza d'un bicchier di Canarie, e d'un crostino. – Io penso, – ha detto il malato levandosi dalla fronte la mano, – io penso che se vorrà, conforterà. – Se nol potessi chiedere, o prendere in prestito, o comprare, – soggiugnea l'oste, – vorrei quasi rubarlo per amor del povero gentiluomo, che è malato di tanto. E spero in Dio, – continuava, – che ogni dì più andrà migliorando, – perchè ci sta troppo a cuore la sua salute. — Poffare il mondo! – sclamava il mio Zio Tobia, – tu sei di buona pasta, e berrai tu pure un bicchier di Canarie alla salute del povero gentiluomo, e gliene recherai due bottiglie co' miei saluti, e digli che gliele mando di cuore – e una dozzina ancora, se gli potranno far bene. Io son persuaso, – disse il mio Zio Tobia, nel punto che l'oste serrava la porta, – che costui abbia veramente viscere di pietà; – ma pure, o Trim, non posso tenermi di stimare altamente anche l'ospite suo; – e' dee avere alcuna dote più che ordinaria, perchè in tempo sì breve si sia conciliato tanto l'affetto del suo albergatore. — E dell'intera famiglia, – riprendeva il Caporale, perchè tutti lo tengono a cuore. — Vàgli dietro, – disse il mio Zio Tobia, – va, Trim, e dimandagli come si chiami. — Me ne sono dimenticato davvero, – disse l'oste rientrando nella stanza col Caporale, – ma ne posso dimandar nuovamente al suo figliuolo. — Egli ha dunque seco un figliuolo? – disse il mio Zio Tobia. — Un giovanetto, – rispose l'oste, – di circa gli undici, o i dodici anni; ma la povera creatura non ha gustato quasi nulla di cibo come suo padre: non fa che addolorarsi, e piangere notte e giorno, e son due giorni che non si muove dalla sponda del letto. — Il mio Zio Tobia posò il coltello, e la forchetta, e si tolse il piatto davanti, mentre l'oste gli facea quel racconto, – e Trim senza aspettar comando, nè dir parola, sparecchiava, e di lì a pochi minuti gli recò la pipa e il tabacco. — Trim! – disse il mio Zio Tobia dopo avere accesa la pipa, e date dieci o dodici boccate di fumo. Trim venne alla presenza del suo padrone, e lo inchinò. Il mio Zio Tobia seguitò a fumare, nè più fece motivo. — Caporale! – disse il mio Zio Tobia. E il Caporale lo inchinò. Il mio Zio Tobia non andò più là col discorso, ma finì la sua pipa. — Trim! – disse il mio Zio Tobia, – mi è venuto in capo, perchè è una cattiva nottata, di avvolgermi tutto nel mio mantello, e visitare quel povero gentiluomo. — Vostro Onore, – rispose il Caporale, – non ha indossato una volta il mantello dopo la notte precedente al giorno che Vostro Onore fu ferito facendo la guardia nelle trincee davanti alla porta di S. Niccola; e di più la notte è tanto fredda e piovosa, che tra il mantello e il temporale vi sarà da morirne, o vi ritorneranno i dolori nell'inguinaia. — Temo di si, – rispondeva il mio Zio Tobia, – ma la mente non mi quieta, o Trim, dopo il racconto dell'oste. Avrei desiderato non saperne tanto, – aggiungeva, – o saperne di più. E che modo terremo noi? — Lasciatene a me la cura, se vi aggrada, – rispose il Caporale, – io piglierò il mio cappello, e il mio bastone, e andrò all'albergo per riconoscere, e far quanto occorre, e tra un'ora Vostro Onore avrà nuova di tutto. — Va Trim, — disse il mio Zio Tobia, – ed eccoti uno scellino, perchè tu lo beva insieme al suo servo. — Gli trarrò tutto di bocca, – disse il Caporale serrando la porta. – Il mio Zio Tobia empiè la seconda pipa, e se non fosse che tratto tratto si divagava dal soggetto, considerando se tornasse bene che la cortina della tanaglia avesse una linea retta, o una curva, poteva dirsi che a null'altro pensasse fuorchè a Le Fever e al suo figliuolo in tutto quel tempo. E non aveva per anche scosse le ceneri della sua terza pipa, che il Caporale ritornò dall'albergo, e gli diè le seguenti notizie. — A prima giunta io disperava, – cominciò il Caporale, – di recare a Vostro Onore nessuna novella intorno al povero Luogotenente infermo. — È dunque dell'armata? – disse il mio Zio Tobia. — Certo, – rispose il Caporale. — E di qual reggimento? – disse il mio Zio Tobia. — Io vi narrerò tutte le cose, – rispose il Caporale, – a mano a mano che le ho sapute. — E empirò dunque di nuovo la mia pipa, – disse il mio Zio Tobia, – nè cercherò d'interromperti, finchè tu non abbi finito; e però siedi a tuo bell'agio, o Trim, sulla seggiola presso alla finestra, e comincia da capo. — Il Caporale fece l'antico suo inchino, che generalmente esprimeva chiaro, per quanto lo possa un inchino, – Vostro Onore è buono, – e di poi si mise a sedere come gli fu imposto, e cominciò da capo la storia presso a poco colle stesse parole. — Io disperava a prima giunta di recare a vostro Onore nessuna novella intorno al povero Luogotenente infermo, e al suo figliuolo, perchè dimandando del suo servo, da cui io confidava sapere ogni cosa lecita a chiedersi, ( — giustissima distinzione, o Trim, — disse il mio Zio Tobia, – ) mi risposero che non aveva servo con sè, – ma era giunto all'albergo con dei cavalli noleggiati, e trovandosi inabile a proseguire, – io suppongo per unirsi al reggimento, – la mattina vegnente gli aveva rimandati. – Se posso migliorare, – disse, dando al suo figliuolo la borsa onde pagasse l'uomo, – noleggeremo quì dei cavalli; – ma il povero gentiluomo non moverà più di quì, – diceva l'ostessa, – perchè tutta la notte ho sentito l'uccello del mal augurio: e se muore, morrà certamente con lui il giovanetto suo figlio, e di già gli si spezza il cuore. – Io stava a sentire, e il giovanetto venne in cucina ordinando il crostino rammentato dall'oste: – ma lo voglio far io per mio padre, – aggiunse il giovanetto. – Di grazia, o giovanetto gentile, – diss'io pigliando a tal fine una forchetta, e offrendogli la mia sedia perchè sedesse vicino al fuoco, – di grazia lasciate fare a me. – Io credo, o Signore, – mi rispondea verecondo, – di poter meglio contentare mio padre. – Io tengo per fermo, – ripigliai, – che Suo Onore non vorrà gradir meno il crostino perchè l'abbia arrostito un vecchio soldato. – Il giovanetto mi prese la mano, e subito ruppe nel pianto. — Povero giovanetto! – disse il mio Zio Tobia, – educato sin da fanciullo all'armata, il nome di soldato gli suona, o Trim, come nome d'amico: – oh l'avessi io pure quì presente! – Nella marcia più lunga, – continuò il Caporale, – io non ebbi mai sì gran voglia di desinare, come allora di piangere con lui. E che dir voleva per parte mia? – scusimi Vostro Onore. — Niente affatto, – rispose il mio Zio Tobia soffiandosi il naso, – se non che tu sei di ottimo cuore. — Nel tempo che io gli dava il crostino, stimai bene dirgli come io fossi il servo del Capitano Shandy, e che Vostro Onore, benchè straniero, voleva bene fuor di misura a suo padre, – e se v'era cosa qualunque in casa vostra, o in cantina, ( — e tu potevi aggiugnere eziandio la mia borsa, — disse il mio Zio Tobia; – ) ne disponesse a piacer suo. Mi fece un inchino profondo che fu inteso a Vostro Onore, ma non rispose, perchè il suo cuore era pieno, e così ascese le scale col crostino. – E vi assicuro, o mio diletto, – gli dissi nell'aprir l'uscio di cucina, – che vostro padre tornerà di nuovo in salute. – Il curato di M. Yorick fumava la pipa vicino al focolare, – ma non disse parola nè buona nè cattiva per consolare quel giovanetto; – e mi parve mal fatto, – soggiunse il Caporale. — E pare anche a me, – disse il mio Zio Tobia. — Come il Luogotenente ebbe preso il bicchier di Canarie, e il crostino, sentissi un po' ravvivato, e mandò in cucina a farmi sapere, che tra dieci minuti mi saprebbe buon grado se io salissi le scale. – Credo, – diceva l'oste, – che voglia fare le sue preghiere, perchè sopra una seggiola accanto la sponda del letto eravi un libro, e nel chiuder la porta vidi che il suo figliuolo prendeva un guanciale. – Io pensava, – disse il curato, – che voi altri uomini d'arme non diceste mai fiato d'orazione. – La notte passata intesi il povero gentiluomo che recitava le sue preghiere, – disse l'ostessa, – e con tutta divozione, e lo intesi con queste mie orecchie, altrimenti non ci avrei creduto. – Ne siete certa? – riprendeva il curato. – Un soldato, scusimi Vostra Riverenza, – favellai allora, – prega sovente, e spontaneo, al pari d'un parroco, e quando egli combatte pel suo Re, per la vita, e per l'onore, ha più ragione di pregare a Dio, che persona di questo mondo. — Ben parlasti, o Trim, disse il mio Zio Tobia. — Ma quando un soldato, – scusimi Vostro Onore, – risposi, – è stato dodici ore di séguito in piedi, fino ai ginocchi nell'acqua ghiaccia, o impegnato per mesi intieri in lunghe e pericolose marcie, oggi per avventura inseguito, dimane perseguitato – mandato in un luogo, – quindi richiamato, – una notte riposando sull'armi, – l'altra destato a battaglia in camicia, – assiderato nelle giunture, – e senza un po' di paglia nella tenda per coricarvisi sopra, – un soldato allora deve fare orazione come e quando può, – e credo, – continuai a dire, essendo punto sul vivo per la riputazione dell'armata, – e credo, – scusimi Vostra Riverenza, – che quando un soldato abbia tempo, preghi di cuore da quanto un parroco, e certo con meno boria ed ipocrisia. — Ciò non dovevi dirgli, – disse il mio Zio Tobia, – che Dio solo conosce chi sia l'ipocrita, o no. Al grande esame di noi tutti, o Caporale, al giorno del giudizio, (e non mai fino a quel punto,) vedremo chi abbia adempito al suo ufficio in questo mondo, – e chi no, – e ne avremo premio secondo il merito. — Spero di sì, – disse Trim. — Si legge nella Scrittura, – disse il mio Zio Tobia, – e dimani tel mostrerò. Intanto possiamo credere, o Trim, a nostro conforto, – disse il mio Zio Tobia, – che Dio onnipotente è sì buono e giusto governatore del mondo, che, dove abbiamo fatto l'ufficio nostro, non vorrà mai ricercare se l'abbiamo fatto vestiti di rosso, o di nero. — Spero di no, – disse il Caporale. — Ma prosegui la storia, – disse il mio Zio Tobia. — Allorchè fui salito nella camera, – continuò il Caporale, – aspettando per altro il termine dei dieci minuti, – il Luogotenente giacevasi in letto colla testa levata sopra una mano, e il gomito sopra il guanciale, e accanto un polito fazzoletto di tela bianca. Il giovanetto chinavasi in quella a raccorre il guanciale, dove suppongo che il padre si fosse inginocchiato: – il libro era sul letto, – e mentre il figlio si alzava con una mano raccogliendo il guanciale, distese l'altra per levare il libro nel medesimo tempo. – Lasciatelo lì, o mio diletto, – disse il Luogotenente. Non si mostrò disposto a parlarmi, finchè io non mi accostai alla sponda del letto. – Se voi siete il servo del Capitano Shandy, fate al vostro padrone i miei ringraziamenti, e quelli del mio figliuoletto, per la cortesia che mi ha usato. – Poscia mi dimandò se Vostro Onore fosse del Lever; io gli risposi di sì. – Dunque, – diss'egli, – noi abbiamo militato insieme per tre imprese nelle Fiandre; ma perchè io non ebbi l'onore di conoscerlo assai da vicino, è probabile che egli non sappia nulla di me. Voi nondimeno gli direte, che la persona tanto dal suo buon cuore obbligata è un certo Le Fever Luogotenente nell'Angus: – ma pure non mi conosce, – diss'egli pensoso una seconda volta; – ma può sapere la mia storia, – continuò; – ditegli di grazia, che io fui l'Alfiere di Breda, cui sfortunatamente venne uccisa la moglie da un colpo di moschetto, mentre io me la teneva tra le braccia. – Me ne ricordo benissimo, – scusimi Vostro Onore, – gli dissi. – Ve ne ricordate voi? – diss'egli asciugandosi gli occhi col suo fazzoletto. – Ed io: – pur troppo! – E in queste parole si cavò di seno un anelletto, che pareva legato al collo da un nastro nero, e lo baciò due volte. Poi disse: – vien qua, Guglielmino, – e il fanciullo traversò di volo la stanza, e, cadendo ginocchioni, si recò in mano l'anello, – e lo baciò, – poi baciò suo padre, – si assise sul letto, e piangeva. — Io vorrei, – disse il mio Zio Tobia traendo un profondo sospiro, – io vorrei esser nel sonno. — Vostro Onore, — rispose il Caporale, – è troppo commosso: vi mesco un bicchier di Canarie, e vi dò un'altra pipa? — Sì, o Trim, – disse il mio Zio Tobia. — Io mi ricordo, – disse il mio Zio Tobia nuovamente sospirando, – io mi ricordo la storia dell'Alfiere, e più una circostanza, che la sua modestia ha tralasciato, – ed è, che ambedue, per una o per altra ragione (non mi rammento quale), erano generalmente compianti da tutto il reggimento. Ma finisci la storia, che hai preso a narrare. — È omai finita, – disse il Caporale, – dacchè non potei trattenermi più a lungo, – e così augurai la buona notte a Suo Onore, e il giovanetto Le Fever mi fece lume sino in fondo alle scale, e nello scendere mi diceva che erano venuti d'Irlanda, e si erano messi in viaggio per unirsi al reggimento nelle Fiandre. – Ma sventura! – disse il Caporale, – l'ultima marcia del Luogotenente tocca al suo termine. — Cosa avverrà del povero suo figliuolo! – esclamò il mio Zio Tobia. —
Eterno onore al mio Zio Tobia! (quantunque io il dica solamente per amor di coloro, che posti tra una legge naturale e positiva non sanno di per sè stessi a che partito appigliarsi in questo mondo;) eterno onore al mio Zio Tobia! – perchè sebbene in quel tempo avesse l'animo caldamente inteso a portare innanzi l'assedio di Dendermond di pari agli alleati, che incalzavano il proprio con tanto vigore, che a mala pena gli davano tempo da desinare, – nondimeno abbandonò Dendermond, benchè avesse di già fatto un alloggiamento sulla contrascarpa, – e volse tutti i pensieri alle private sciagure dell'albergo; e fuorchè impose che la porta del giardino fosse chiusa a catenaccio, onde poteva dirsi che avesse rivolto l'assedio in blocco, lasciò Dendermond in sua balìa, fosse o no sovvenuto dal Re di Francia, secondo che avrebbe stimato bene, – e solo considerava come potesse sollevare il povero Luogotenente, e il suo figliuolo.
— Quell'Ente benigno, che è l'amico del derelitto, te ne renderà merito.
— Tu mi hai lasciata imperfetta l'opera, – disse il mio Zio Tobia al Caporale, mentre ei lo metteva a letto, – e ti dirò dove.... Primieramente offerendo i miei servigi a Le Fever, siccome la malattia e il viaggiare ambedue portano dispendio, – e tu sai, ch'egli era un povero Luogotenente costretto a vivere sulla paga col suo figliuolo, – mancasti a non offrirgli ancora la mia borsa, – e tu sai, o Trim, come in caso di bisogno egli ne avrebbe potuto disporre al pari di me. — Sa Vostro Onore, – disse il Caporale, – che io non avea nessun ordine. — È vero, – disse il mio Zio Tobia, – tu operasti benissimo come soldato, – ma veramente male come uomo. In secondo luogo, e tu hai per questo la medesima scusa, – continuò il mio Zio Tobia, – allorchè gli offeristi le cose mie, dovevi ancora offerirgli la casa. Un confratello uffiziale infermo dovrebbe, o Trim, aver le stanze migliori, – e se or noi l'avessimo quì potremmo assisterlo e badare. Tu sei, o Trim, un eccellente infermiere, e tra la cura tua, e quella della vecchia, del suo figliuolo, e la mia insieme, lo potremmo sanar da capo, e rimetterlo in piedi. Tra quindici giorni, o al più tre settimane, – aggiugnea sorridendo, – egli potrebbe marciare. — Non marcerà più de' suoi giorni in questo mondo, – scusimi Vostro Onore, – rispondeva il Caporale. — Marcerà, – disse il mio Zio Tobia, levandosi dalla sponda del letto con un piè senza scarpa. — Scusimi Vostro Onore, – non marcerà, che per andare alla fossa, – diceva Trim. — Marcerà, – disse il mio Zio Tobia, facendo marciare il piè, che aveva nella scarpa, ma non avanzando d'un dito, – marcerà per andare al suo reggimento. — Non può tenersi in piedi, – disse il Caporale. — Lo reggeremo, – disse il mio Zio Tobia. — Cadrà finalmente, – rispose il Caporale: – e che avverrà del povero suo figliuolo? — Non cadrà di certo, – dicea fermamente il mio Zio Tobia. — Poffare! – disse Trim sostenendo l'assunto, – fate per lui l'impossibile, ma la povera creatura morirà. — Non morirà, no per....! – gridò il mio Zio Tobia. —