Lo Spirito dell'Accusa, che volò col giuramento alla cancelleria del cielo, si cosperse di rossore nell'atto di darla, – e l'Angiolo della Memoria mentre lo segnava vi fece su cadere una lacrima, e lo cancellò per sempre.

Il mio Zio Tobia andò al suo forziere, e si mise la borsa nella scarsella delle sue brache; – poi comandò al Caporale, che di buon'ora andasse pel medico, e si pose a letto e si addormentò. La mattina vegnente il Sole appariva splendido agli occhi di tutti, fuorchè a quelli di Le Fever, e dell'afflitto suo figlio. La mano della morte pesava a Le Fever sulle palpebre, – e gli avanzava tempo di vita quanto appena ne mette una carrucola di cisterna a far tutto il suo giro, allorchè il mio Zio Tobia, essendosi levato un'ora prima del solito, entrò nella camera del Luogotenente, e senza preambuli o scuse si pose a sedere accanto al letto, e senza cerimonie aprì le cortine a quella guisa che avrebbe fatto un vecchio amico e fratello ufficiale, – e gli domandò come stesse, – come avesse riposato la notte, – di che si dolesse, – ove fosse il suo male, – e che potesse fare per sovvenirlo; – nè gli dava tempo a rispondere a nessuna delle dimande, – ma seguitava a dirgli del piccolo divisamento combinato per lui la notte avanti col Caporale. — Voi verrete, o Le Fever, direttamente a casa mia, – disse il mio Zio Tobia, – e manderemo pel medico a veder che mal sia, – e avremo lo speziale, – e Trim vi farà da infermiere, – e io da servo, o Le Fever. — Avea tal franchezza il mio Zio Tobia, – non l'effetto della familiarità, ma la causa, – che di súbito ti metteva nell'anima sua, e ti mostrava la bontà della sua natura; – e negli sguardi, nella voce, e nei modi, traspariva certa cosa, che accennava eternamente allo sventurato di ripararsi sotto di lui; talchè il mio Zio Tobia non era giunto a mezzo delle cortesi offerte, che faceva al padre, e il figlio insensibilmente gli si era accostato ai ginocchi, – e preso un lembo della sua veste lo tirava a sè. Il sangue e li spiriti di Le Fever, che più e più sempre si facevano torbidi e freddi, e si ritiravano all'ultima cittadella, il cuore, – ricorsero indietro; il velo della morte lasciò quegli occhi un momento, – egli guardò desioso in faccia al mio Zio Tobia, poi al figliuol suo, – e quel legame della vita, sottile come era, non si ruppe! Ma la natura all'istante riprese il suo corso; – gli occhi si velavano di nuovo, – il polso batteva, – si fermava, tornava a battere, – balzellava, – si fermava da capo, – si moveva, – cessava: – devo dir tutto? – no. – Quanto bisogna aggiugnere è che il mio Zio Tobia, e il giovanetto Le Fever, come capi del funerale, accompagnarono il povero Luogotenente alla fossa. Quando il mio Zio Tobia ebbe convertito ogni cosa in danaro, – e aggiustato ogni conto fra l'agente del reggimento e Le Fever, – tra le Fever e tutto il genere umano, – non gli rimase più nelle mani che una vecchia veste militare, e una spada, di modo che il mio Zio Tobia incontrò lieve o nessuno ostacolo dal mondo, per amministrare quel patrimonio. Diè la veste al Caporale, dicendogli: — portala, o Trim, finchè sta insieme, per amore del povero Luogotenente. – E questa, – diss'egli, recandosi in mano la spada, e la trasse dal fodero nell'atto che favellava, – e questa serberò a te, o Le Fever. È tutta la fortuna, o mio diletto, che ti ha lasciato Dio, – ma se ti ha dato un cuore, onde aprirti con essa un varco nel mondo, – e da uomo onorato, basta per noi. — Appena il mio Zio Tobia gli ebbe dati i primi rudimenti, e insegnato a iscrivere un poligono regolare in un circolo, lo mandava alla pubblica scuola, – e quivi dimorò sino alla primavera dell'anno suo diciottesimo, – tranne le feste del Natale, e della Pentecoste, chè allora il Caporale puntualmente andava per lui; – allorchè la nuova, che l'Imperatore spediva in Ungheria un'armata contro i Turchi, gli accese in seno una scintilla di fuoco, e senza tor licenza lasciò il Greco e il Latino, – e gittandosi alle ginocchia del mio Zio Tobia, gli chiese la spada di suo padre, e la permissione di andare a tentare la ventura sotto d'Eugenio. Due volte il mio Zio Tobia si dimenticò la ferita, – e gridava: — io verrò teco, o Le Fever! io verrò teco, e tu combatterai al mio fianco; — e due volte si pose la mano sull'inguinaia, e piegò la testa nel dolore, e nello sconforto. Il mio Zio Tobia spiccò la spada dal gancio ove era stata appesa, intatta sempre dopo la morte del Luogotenente, e diella al Caporale perchè la forbisse; e avendo intertenuto Le Fever quindici giorni soli onde fornirlo del bisognevole, e contrattare il suo passaggio a Livorno, gli pose in mano la spada, e: — se tu sei valoroso, – disse il mio Zio Tobia, – questa non ti fallirà. — Ma il può la fortuna, – diss'egli pensoso un tal poco. — Il può la fortuna, e se ella ti fallisce, – soggiunse il mio Zio Tobia, – nuovamente ripara a me, o Le Fever, e noi ti diviseremo altro corso. — La più grave ingiuria non avrebbe oppresso di tanto il cuore a Le Fever, quanto la paterna amorevolezza del mio Zio Tobia, – e si divise da lui, come l'ottimo dei figli dall'ottimo dei padri: – ambedue piangevano, – e mentre il mio Zio Tobia gli dava l'ultimo bacio, fece scorrergli in mano 60 ghinee, avvolte in una vecchia borsa di suo padre, ove era ben anche l'anello di sua madre, e l'accomiatò benedicendolo nel nome di Dio. Giunse Le Fever all'armata imperiale nel punto di provare di che metallo fosse temperata la sua spada nella sconfitta dei Turchi dinanzi Belgrado: — ma da quel momento lo perseguitava una serie di disastri non meritati per quattro anni continui, – e resisteva a queste percosse della fortuna; ma la malattia lo colse a Marsiglia, e scrisse lettera al mio Zio Tobia, – che aveva perduto il suo tempo, i servizi, la salute, e tutto in somma, tranne la sua spada, e aspettava l'opportunità del primo bastimento per ritornarsene presso di lui.

— 1829[28]

POESIE VARIE

IL PRIGIONIERO DI CHILLON[29]
POEMA ROMANTICO — DI LORD BYRON

I.

I miei capelli sono grigi, ma non dagli anni; nè in una notte[30] imbiancarono, come avvenne talvolta per súbita paura; curve ho le membra, ma non dalle fatiche; elle si contrassero in un vile riposo, dacchè furono preda della prigione, e a me toccò la sorte di coloro cui fu negato godere la bellezza della terra, e dell'aria. Ma io soffersi le catene, e stetti vicino alla morte per la fede del padre mio: e il padre mio periva alla tortura per massime, che non volle abbandonare, e per questo i suoi figli trovarono stanza nelle tenebre. Noi eravamo sette, ed ora sol uno rimane; sei giovani e un vecchio finivano come incominciarono, alteri della persecuzione. Uno sul fuoco, e due sul campo confermavano la fede loro col sangue, morendo come il padre moriva. Tre furono gittati in una carcere; e di questi io sono il misero avanzo.

II.

Nelle antiche e profonde prigioni di Chillon sorgono sette colonne di gotica struttura, sette colonne grigie, e massiccie, e tetre di un raggio racchiuso, un raggio di Sole, che ha smarrita la via, e per una fessura delle grosse muraglie è caduto strisciando sull'umido pavimento a guisa della meteora sulla palude. È in ogni colonna un anello, e in ogni anello una catena; e quel ferro rode, – perchè il segno dei suoi denti rimane in queste membra, nè andrà via finchè io non abbia finito questo nuovo giorno ora penoso agli occhi miei, – i quali non hanno veduto così sorgere il Sole per anni, che io non posso numerare, perchè ho perduta la memoria di numero sì lungo e gravoso, fin da quando l'ultimo fratel mio di lenta morte moriva, ed io stetti vivo al suo fianco.

III.