Io dunque racconto un fatto che non vorrà levar grido, ma è buono. Se questa poi fosse tal condizione da non raccomandarlo abbastanza, peggio per chi mena gran vanto d'essere un uomo. Coloro che sono gentili non disdegnino l'apparente umiltà del subbietto: – educheremo noi allora soltanto alla forza, che fa piangere?

Molti giorni non sono passati che nel contado della città nostra occorsero di vari incendi, e donde il fuoco partisse rimane peranche ignoto, e le cause vengono annoverate diverse, secondo l'indole di chi ne discorre. Altri ne addebita la vendetta, altri una malignità senza scopo, e taluno mormora che il fuoco fosse appiccato per commissione di tali, che assicurano dal fuoco, onde maggior importanza prendesse quella nuova speculazione di guadagno. Un vecchio mi diceva una volta: — a pensar bene ci è sempre tempo, e a pensar male ci s'indovina. — L'avviso forse era vero, ma poco umano. Certo ogni testa è capace di portare un delitto, ma quando non puoi sapere sopra qual testa il delitto si posi, tu non hai ragione da far l'indovino, e carità comanda che del prossimo allora non si pensi nè bene, nè male. E noi per trarci d'intrigo questa volta diamone al caso la taccia. Il caso non teme offesa di riputazione, o rigore di giudice; e al pari della vendetta, della stolta malignanza, e dell'interesse, comprende la ragione sufficiente di un incendio. Ora, per dire appunto la cosa come l'andò, vo' farvi sapere come da prima bruciassero in due o tre fiate diverse cataste di legno all'uomo ricco, e il popolo sempre correva prontissimo a spegnere; ma null'altro seguiva che spegnere; voglio dire, che belle passioni non si mossero a far memorabili, come sovente avviene, siffatte venture. E tante volte vivono uomini, che non meritano nè anche la pochezza del compianto, e all'occasione si vede; ma poi bisogna pur dire, che la disgrazia dell'uomo ricco è indifferente al povero, o grata forse, perchè l'ineguaglianza genera invidia; e io, ravvolgendomi in questi casi tra le umili turbe, spesso ho inteso celebrare il senno della Fortuna, quasi che, affliggendo ella d'improvviso il felice, in certa guisa renda loro giustizia. Se poi da queste, e da altre simili esposizioni, torto venga o diritto alla nostra natura, io nol saprei così su due piedi diffinire; nè vorrei farmi così di fretta ministro di lode o di biasimo, finchè non avessi per ogni parte saputo se le nostre umanità sieno l'effetto del volere o della forza. Ma tutto questo sia per non detto, – e, seguitando, sappiate che non andò gran tempo, e una sera incendiavano l'unico pagliaio di un tal Canaccini. Questi era povero assai, e manteneva colle fatiche la vita. E la gente corse affannata, e faceva di tutto per impedire l'incendio, ma il fuoco aveva ormai preso in maniera, che più non curava gli argomenti dì chi cercasse sopirlo, tanto che finalmente del pagliaio non avanzavano che le ceneri. E il Canaccini piangeva, perchè era povero assai, e nel pagliaio consumato svaniva il frutto degli stenti di un anno. E gli mancava la speranza, e il suo dolore era grande, perchè accoglieva anche il dolore di una famiglia desolata. Era vicino del Canaccini un uomo nominato il Pannocchia, uno di quei pochi che si rallegrano alla tua allegrezza, e si contristano al tuo gemito, e il mondo tutto vorrebbero felice, perchè hanno la bontà nel sangue, e benedicono il sereno e la tempesta, nè un pensier nero passerebbe loro per l'anima, neppure a cacciarvelo a spinte. Era il Pannocchia accorso coll'altra gente a spegnere il fuoco, ma, come sapete, fu invano. Gli astanti consolavano di buone parole il Canaccini, ma il conforto della voce non accheta il bisogno. E il Pannocchia vide piangere un uomo, e le sue viscere più non potevano chiudere la soverchia pietà, e disse al Canaccini: – datti pace: io vo' riparare alla tua cattiva fortuna, e avrai da capo un altro pagliaio. – E il Canaccini allora piangeva di un altro pianto: – erano le lacrime della riconoscenza, e ringraziavano con più amore, che i detti non avrebbero fatto. E gli astanti acclamavano benedicendo all'onesto Pannocchia, e pregandogli riposati i giorni della vecchiaia, ed eterno il premio dell'altra vita. E il Pannocchia tornossene a casa ringiovanito nella gioia dell'opera buona. Le cose nostre riandavano sul passo di prima, e la gente cominciava a dimenticare il passato, perchè da parecchi giorni niente di nuovo turbava la sua quiete ordinaria, allorchè nel mezzo di una notte i quattro pagliai del Pannocchia andarono in fiamme. E bisognò lasciar fare alle fiamme, perchè ogni studio del volerle spegnere tornò inutile. Ora all'uomo dabbene non rimaneva che la provvidenza di Dio, e non chiedeva nulla a nessuno. Ma gl'innocenti e giocondi suoi costumi avevano un luogo nell'amore di chiunque il conosceva, e l'azione, che ebbe fatta di fresco, aveva risuscitato più vivo quell'amore. Per lo che alla mattina dipoi ebbe invito da molti, perchè andasse da loro a provvedersi di paglia conforme gli bisognava, e molti gliene recavano a casa le carra piene. E il Pannocchia vinto dal prorompere di tanto comune affetto, guardava il cielo, e gli amici, e non diceva di più. E quei ben nati contadini compievano con sì bella gara la carità, che al Pannocchia venne rifatto ogni danno, ed essi trovarono un rimerito nell'interno riposo del cuore, che altrove avrebbero indarno sperato. E coloro che ebbero in sorte di non nascere al ribrezzo dell'invidia, nè si addolorano a sapere, che l'anima talvolta balena nella beltà di un sorriso divino, quando intesero del fatto, restarono compunti di tenerezza.

Non mancherà di certo chi volga in riso l'avvenimento, e il mal garbo onde io l'ho narrato. Quanto al mal garbo hanno ragione, e ridano pure a mio conto, ma per altro non è così del rimanente. Niuna specie di fatti merita tenersi a vile: ogni fatto è una linea dell'anima umana, e ritrarli tutti candidamente è ottimo consiglio, ed unico mezzo a conoscere la natura dell'uomo. Tacere le nequizie sarebbe stoltezza, perchè ci sono, e fanno il fondo del quadro; tacere le poche bontà sarebbe stoltezza e mal talento, perchè ci sono, e consolano di qualche raggio la tenebra, e per loro avviene, che l'umana creazione non sorge da ogni lato spregevole dinnanzi al pensiere. Chi si muove al bene per istinto è rarissimo; quindi va tentato ogni modo di eccitamento. Io non so se il mondo debbe andare come va; ad ogni patto nè la speranza, nè la prova di migliorarci, vanno lasciate; e quantunque il male sia congiunto come un bisogno al sistema dell'universo nondimeno converrebbe dimostrare il bene come interesse, da che nel male godono pochi astuti, e le masse gemono. Adunque ogni modo di eccitamento va tentato; e però onorare di pubblica lode le domestiche virtù è opera di sapienza civile, perchè l'onore è potente lusinga, e splende in maniera, che pochi vivono senza mandare un desiderio alla sua luce.

NECROLOGIE

TACITO MARTINI — 1839[20]

A TACITO MARTINI
CHE MORÌ
LACRIMATO E BENEDETTO DA TUTTI
PERCHÈ VISSE
GIUSTO E BENEFICO CITTADINO
I SUOI AMICI.

Le coeur est tout.

Rousseau.

Dopo avere confortata l'agonia dell'amico che muore, dopo averlo pianto, e accompagnato alla fossa, è conveniente dire alcune parole di lui, onde la ricordanza delle sue bontà giovi in qualche modo ai superstiti, o almeno sia soddisfatto un debito di giustizia verso l'estinto.

Nascere in alto, o in mezzo agli agi della fortuna, è un getto di dadi, e non dipende da noi. Ma rilevarsi dal fondo, e collocarsi in un certo grado senza battere le scorciatoie, senza farsi scalino del prossimo per salire, acquistandosi invece la stima, e la benevolenza d'ognuno, è merito intrinseco e raro dell'uomo. Toccare però questo segno è arduo più, che altri non crede; bisogna prima lungamente combattere; bisogna esercitare, fortificare la volontà, metterla in armonia coi calcoli di una giusta ragione, coi moti generosi del cuore; bisogna spesso violare l'istinto, e ridurre l'uomo morale a sistema rigido e completo.