Dopo avere attentamente esaminata quella testa di parti larghe e virili, l'effetto dell'insieme era un senso di conforto, come quello che tu provi incontrando una giornata tepida e luminosa nel verno. A veder quella testa uno si sentiva invitato a metter giù le armi, che l'uomo è solito portare viaggio facendo in questo mondo; uno sentiva le dolcezze inconsuete della sicurezza, dell'abbandono e del riposo.

La facciata era di buono stile, e l'interno corrispondeva in ogni sua proporzione; e per amore di brevità dirò, che i molti e svariati lineamenti dell'animo suo si riassumevano finalmente in due tratti, o potenze, che sporgevano eminenti, e gli davano espressione distinta. Egli ebbe queste due potenze dalla Natura, e le corresse e ritemprò alla scuola dell'esperienza, la quale i buoni rende migliori, e i cattivi maggiormente intristisce.

Una era la potenza di sopportare, e l'altra quella di compatire; due virtù uniche forse ad aver titolo legittimo a tanto nome, e certamente indispensabili nel consorzio sociale; poichè sopportare in sè stesso con dignità le traversie e le amarezze, onde si riempie la vita, è segno di forza; e compatire, non in senso sterile e inerte, ma in senso attivo e benefico, compatire gli errori, le colpe, e le sventure nel prossimo, è segno di amore, e ambedue sono i cardini sui quali gira l'umana bontà.

In somma a veder quella testa non si poteva sbagliare, e quella fronte pensierosa, ma di pensieri sereni, non gridava – addietro, – come quasi tutte gridano, ma portava scritto a caratteri scintillanti – entrate. –

Chi ha sofferto veramente di cuore, e ha provato come il mondo abbia le mani troppo ruvide, anche quando intende di medicare, colui solo sa quanto faccia buono trovare un asilo siffatto, quando l'anima è smarrita dal dubbio, o lacerata dal dolore, o assiderata dal bisogno.

E il dubbio, e il dolore, e il bisogno, trovarono in Lui onesta accoglienza, e sollievo pronto, e cordiale.

Il povero segnatamente andava a colpo sicuro, nè riportava indietro il – non ne ho spiccioli, o l' – andate a lavorare, – monete di conio moderno, ma di lega inferiore assai all'antico – Dio vi consoli, – perchè questo almeno conteneva un'ombra d'affetto, e se non dava nulla alla bocca, dava qualche cosa al cuore, e il cuore anch'esso ha bisogno di qualche cosa.

Ma prendiamo il punto di luce più giusto, – vediamo l'uomo in azione.

Egli fu Negoziante. La parola Negoziante tiene un piccolo spazio, ma in quello spazio entra una folla di cose infinite a ridirsi. Negoziante è colui che traffica la roba sua, e l'altrui, ma più spesso quest'ultima sola. Passare per la roba degli altri è uno stretto pericoloso, e non farvi naufragio o avaria è un bel fare. Se tutti nascessimo fasciati d'un bel patrimonio, la parte di galantuomo sarebbe facile, ma non avrebbe merito. Il merito sta nel combattere e vincere, specialmente quando i mezzi della difesa non sono proporzionati a quelli dell'offesa. Già il sistema di proprietà non è passato finora nella mente degli uomini a stato di convinzione, e il tuo e il mio sono così complicati, e confusi tra loro, che spesso ti avviene, anche non volendo, di prendere in iscambio l'uno per l'altro. Oltre di che voi avete dalla vostra la coscienza sola, la quale non istà sempre bene di voce, ma come può bada a suggerirvi – non rubate, – mentre dalla parte avversa avete il bisogno, l'istinto, l'occasione, e le mani. Il bisogno è bestia, che non intende ragione; l'istinto disgraziatamente porta per in giù; quello che faccia l'occasione, ve lo dica il proverbio, che corre per la bocca d'ognuno; e le mani, guardate la struttura delle mani, e le vedrete flessibilissime configurarsi a gancio ogni momento, e le vedrete create destinate apposta a prendere tutte le cose, inclusive il fuoco.

Facciamo alto un minuto, o Signori. Un Negoziante che per 76 anni è rimasto fermo sul suo è una parentesi nella storia del Commercio, – è il re dei galantuomini, – e merita una corona di punti ammirativi.