E torniamo a vedere l'uomo in azione. Un padre e una madre morivano, e lasciavano a Lui, all'Amico, quattro figli di tenerissima età, destinandolo tutore. Oggimai il progresso e le leggi hanno provveduto in guisa, che se un pupillo ha qualche cosa nell'uscire di minorità la ritrova, e un tutore di garbo oggi, basta volerlo, si trova dappertutto, e subito; – è un vestito bell'e fatto.
Ma quarant'anni addietro il tutore nasceva sotto il pianeta di Saturno; e un tutore che non divorasse i suoi pupilli era una cosa inaudita, un mostro, una cosa da farsi vedere.
Egli amministrava pertanto severamente, e restituiva ai pupilli un patrimonio accresciuto.
Ma la bontà profonda dell'indole sua operò in Lui quello, che la Natura non può consentire se non per miracolo; quello, che un padre e una madre morendo non osavano, nè potevano sperare, cioè, che l'amico e il tutore si convertissero sostanzialmente in Padre affettuoso, e continuo. E fatto Padre non pensò solamente alla roba, e alla educazione ordinaria degli orfani, ma accolse questi figli dell'anima sua, e li difese, e li diresse a princìpi sani, e a vita onorata, ammaestrandoli coll'insegnamento efficacissimo dell'esempio, e diffuse sulla loro giovane esistenza le cure, e il tepore, che i padri e le madri diffondono sulla prole. E così quegli Orfani non sentirono l'aria fredda dell'indifferenza, ed Egli provò le gioie e gli affanni della paternità.
Io l'ho veduto non è gran tempo questo vecchio venerabile nella morte d'uno dei suoi pupilli, – ho veduto il suo dolore, dolore senza lacrime, e senza parole, – che di quando in quando alzava gli occhi al cielo, – unico appello e refugio delle anime afflitte profondamente.
E cosa merita un uomo siffatto? l'uomo, che per i figli non suoi ha saputo sublimare il cuore, e crearvi dentro l'intelligenza, l'amore, e il dolore di padre? – Il premio vero della virtù è in un mondo migliore, e intanto un uomo siffatto tra noi merita una corona dei più bei fiori, che germoglino sulla terra, – una corona di benedizioni.
Egli ebbe nome GUGLIELMO AVENAS. Nacque in Nizza, e visse lungamente in Livorno, dove morì il 21 Gennaio 1842. Morì come muoiono i giusti, senza terrori, e senza rammarichi, colla coscienza sicura del fatto suo, e coll'anima verso Dio.
I Fratelli Pachò mossero queste poche parole per onorare la memoria del tutore dilettissimo, e soddisfare in parte all'amore, alla riconoscenza, e al desiderio, che di sè ha lasciato vivissimo quest'uomo dabbene.
Voi tutti poi pregate per lui, onde egli preghi per noi in quel luogo dov'è un Giudice solo, una legge sola, e una verità sola, dove non è anticamera, che trattenga, o disperda le suppliche dei poveri mortali.