Clinton, veduto Nuovo-Porto libero, se ne tornò alle stanze della Nuova-Jork. Mandò però dalla Nuova-Londra il generale Grey ad una fazione verso levante che non fu di poca importanza. Annidavano nel golfo di Buzzard, e nelle adiacenti riviere molti corsari, i quali e pel numero loro, e per l'ardire recavano gran danno al commercio inglese della Nuova-Jork, dell'Isola-Lunga e dell'Isola di Rodi. Clinton si risolvette a volersi levare quello stecco d'in sugli occhi, ed assicurare i mari dalle correrie loro. Quest'era il fin e della spedizione di Grey. Arrivò egli colle navi da carico, e, sbarcate le genti, distrusse da sessanta navi grosse con molti legni minori. Procedendo poscia a Bedford ed a Fair-haven sulla riviera di Acushinet, a guisa più di latroncolo che di soldato operando, guastò od arse magazzini di considerevole valuta pieni di zucchero, di rum, di mielata, di tabacco, di medicamenti e di simili altre mercanzie. Nè contento a questo, recatosi sulla vicina isola, che chiamano Vigna di Marta, nido di arditissimi corsali, e di suolo mollo fertile, pose un taglione, agli abitatori, di bestiame sì grosso che minuto; soccorso graditissimo, e necessario ai presidj della Nuova-Jork. Ne levò ancora di molte armi e munizioni.

Lo stesso Grey ritornato che fu dalla precedente fazione alla Nuova-Jork, ne intraprese un'altra, avendo sorpreso nel villaggio di Old-Taapan, e manomesso non senza grave nota di crudeltà un reggimento di cavalleggieri. Fecero gl'Inglesi pochi giorni dopo a questa un'altra correria contro Little-egg-Harbour sulle spiagge della Cesarea, dove distrussero molto navilio, e menaron molta preda. Corsero poscia contro la legione di Pulaski alla non pensata, e vi commessero grande uccisione. Maggiore strage sarebbe seguìta, se non che Pulaski, da quell'uomo valoroso che egli era, risentitosi subitamente, corse co' cavalli in aiuto dei suoi. Gl'Inglesi, rimbarcatisi, se ne tornarono alla Nuova-Jork.

In questi tempi i Capi americani e francesi si disponevano a voler fare di nuovo l'impresa del Canadà. Speravasi, oltre la possessione di una sì importante provincia, che si sarebbero potute rovinare le pescagioni britanniche sugli scanni di Terra-Nuova, e, ridotte a divozione le città di Quebec e di Halifax, por fine alla potenza marittima dell'Inghilterra su per quelle spiagge. I Francesi erano i principali stimolatori di questo consiglio. Gerard e D'Estaing forse artatamente, il marchese De La-Fayette, siccome giovane, e di queste mene politiche non avvisantesi, nettamente, e per amor della gloria. Doveva egli uno dei primarj capitani essere all'acquisto di quella provincia. D'Estaing pubblicò un manifesto indiritto ai Canadesi in nome del suo Re, col quale, ricordato prima, ch'eran nati Francesi, rammentate eziandio le antiche glorie e prosperità sotto il modestissimo Imperio dei Borboni, dichiarò, che tutti gli antichi sudditi del Re nell'America settentrionale, i quali più oltre non riconoscessero la superiorità della Gran-Brettagna, sarebbero protetti ed assicurati. Ma Washington si dimostrò contrario alla fazione, e ne scrisse le sue ragioni al congresso. L'impresa fu posta dall'un de' lati. Allegarono, non essere l'erario loro, le armerìe, le canove, i soldati in grado di poter fornire una tanta impresa; e che troppo increscerebbe loro, quando per la necessità delle cose non potessero poi dal canto loro quelle condizioni adempire, che promesse avessero. Quest'era il loro ragionare aperto. Ma invero temevano, che vi fosse sotto materia, e che il Canadà si acquistasse non all'America, ma alla Francia.

L'avere il conte D'Estaing abbandonata in sul compirla l'impresa di Nuovo-Porto, aveva non poco alterato gli animi degli Americani, massime nelle province settentrionali; e molti incominciavano a star di malavoglia contro i novelli alleati, sospettando che questi facessero seco loro a mal giuoco. A questa cagione aggiungevasi la ricordanza, ch'era tuttavia molto viva, spezialmente nella minutaglia, dell'antiche gare e gelosie nazionali, che la fresca lega, e la necessità dei soccorsi francesi non avevan potuto spegnere. Si sforzava Washington, e gli altri Capi americani di mitigar questi maligni umori, i quali dubitavano, non prorompessero in manifesta discordia. Nè minore attenzione usava il conte D'Estaing durante la sua fermata nel porto di Boston, non sol per ischivar ogni occasione di scandali, ma di più per conciliarsi gli animi dei nuovi alleati. E certamente sì fatta fu la condotta non che degli uffiziali francesi, dei semplici marinari, che non si potrebbe con parole sufficienti lodare. Questa circospezione non potè tanto operare, che non nascesse la sera dei tredici settembre una forte baruffa tra alcuni Bostoniani e Francesi con danno di questi ultimi. Il cavaliere di San Salvatore, uffiziale francese, vi perdè la vita. I maestrati della città, volendo levare ai Francesi l'occasione di ogni sdegno con mostrar loro segno di buona e pronta volontà a punire i colpevoli, bandirono, avrebber dato un guiderdone a chi avesse svelato gli autori della rissa, e nel medesimo tempo pubblicarono, i cittadini non avervi avuto colpa, ma sibbene i marinari inglesi fatti cattivi nelle navi, ed i disertori dell'esercito burgoniano, i quali avevan preso soldo su quelle degli armatori bostoniani. La cosa quietò. D'Estaing, o fosse soddisfatto, o come prudente il paresse, non fece altra dimostrazione. Nissun colpevole si scoprì. I Massacciuttesi decretarono, si facesse un monumento al San Salvatore.

Ma troppo più grave di questa si fu la rissa nata la notte de' sei di questo stesso mese di settembre a Charlestown di Carolina tra i marinari americani e francesi, la quale si terminò in una formale battaglia. Incominciarono i primi ad ingiuriare con brutte parole i secondi, i quali se ne risentirono. Dalle parole si venne ai fatti, e brevemente i Francesi furon cacciati di forza dalla città, e costretti di rifuggirsi alle navi. Trassero quindi coll'artiglieria e colla schioppetteria contro la città, e gli Americani medesimamente contro le navi francesi dalle case e dalla spiaggia vicina. Vi si perdettero di molte vite da ambe le parti. Si promise, ma invano, una taglia di mille lire di sterlini a chi scoprisse gli autori. Il capitano generale della provincia esortò con pubblico bando i suoi cittadini a tener i Francesi in luogo di buoni e fedeli alleati, ed amici. Si fecero nel medesimo tempo provvisioni contro il mal uso dello sparlare. Così finirono le due riotte di Boston e di Charlestown, delle quali furono universalmente accagionati, se non con verità, certo con prudenza, i bocconi ed i maneggi britannici. Perciocchè temettero i Capi americani, che per questo sdegno non girassero loro sotto i Francesi, siccome quelli che gli conoscevano facili a dar la volta.

In quest'anno si rinfrescò più feroce che prima la guerra indiana; poichè sebbene i selvaggi fossero stati intimoriti dai prosperi successi di Gates, ed avessero mandato ambascerie a congratularsene seco lui e cogli Stati, ciò nondimeno tante furono l'industria degli agenti inglesi presso i medesimi, e l'efficacia dei presenti, che ne ricevevano, e tante e sì fatte le promesse e le instigazioni dei fuorusciti, i quali colà rifuggiti si erano in un colla naturale e propria sete del sacco e del sangue, che poterono tanto operare, che andavano facendo correrie qua e là sull'estreme frontiere settentrionali con infinito danno e terrore dei popoli. I Capi più operativi, che gli guidavano a queste sanguinoso fazioni erano il colonnello Butler, che già si era acquistato nome nelle precedenti guerre indiane, ed un Brandt nato di sangue misto europeo ed indiano, avventato e feroce bestione sopra quanti abbia mai prodotto l'umana natura, troppo spesso vaga di somiglianti mostri. Non la perdonavano nè a età, nè a sesso, nè a condizione, nè a consanguinità; ma tutto, e tutti traevano indistintamente a rovina ed a morte. La pratica che avevano i fuorusciti de' luoghi, la radezza delle abitazioni sparse qua e là nei deserti, la lontananza del governo, e la necessità del difendersi in altre rimote parti erano cagione, che i Barbari potessero, e facilmente rompere i confini, e sicuramente ritirarsi. Nè alcun rimedio efficace sin là s'era potuto fare contro l'impeto di sì crudeli nemici. Ma in mezzo a questa piuttosto orribile devastazione che guerra, ne nacque un caso degno di grandissima compassione, e che per me non saprei, se nelle storie degli uomini disumanati, e venuti al mondo con anime di fiere bestie, s'incontri od il maggiore, od il peggiore di questo. Erasi stabilita sull'orientale riva del fiume Susquehanna nell'estremo confine della Pensilvania, ed in sulla via per Oswego dai popoli connecticuttesi la colonia di Viomino popolosa, ricca e profittabile oltre qualunque altra, che a quei tempi fiorisse in America. Consisteva ella in otto villaggi, a ciascun dei quali era stato circoscritto un territorio di cinque miglia quadrate, che distendevansi da una parte e dall'altra del fiume. Non si potrebbe immaginare nè più felice cielo, nè più fertile terra di questi. Gli uomini poi simili a loro ignoravano, e le troppe ricchezze, che inorgogliano ed inviziano, e la povertà che tribola ed avvilisce. Tutti vivevano nell'aurea mediocrità, nè il proprio prodigalizzando, nè l'altrui desiderando. Occupati di continuo nei camperecci lavori fuggivano l'ozio e la noia, i malori ed i vizj, che lo seguitano. Eravi là insomma una vera immagine o rappresentazione di quell'età, che gli antichi poeti favoleggiando chiamato hanno col nome dell'oro. Ma la domestica felicità, di cui godevano, tanto non gli potè trattenere, sì fatta era l'ardenza dei popoli in questa causa loro, che non pigliassero le armi, ed in soccorso della patria volonterosamente non concorressero. Dicesi, abbiano mandato all'esercito un migliaio di soldati; cosa maravigliosa tra mezzo a sì poca e sì fortunata gente. Eppure nonostante la privazione di sì fiorita e sì frequente gioventù non iscemava a modo nissuno l'abbondanza delle ricolte; essendo tuttavia le masserie sì fattamente ripiene di ricche messi, ed i pascoli sì gremiti di grassi bestiami, che con abbondanti provvedimenti non cessavano di sopperire all'esercito.

Ma nè la felicità del cielo, nè la fertilità della terra, nè la longinquità del sito potettero impedire, che non entrasse tra di loro la scellerata rabbia delle Sette. E sebbene i Tori, come gli chiamavano, altrettanto numerosi non fossero, quanto coloro, che facevano professione della libertà, ciò nonostante la possanza loro non era da aversi in dispregio; e molto ancora si ajutavano colla pertinacia e coll'ardire. Quindi è, che non solo le famiglie stavano contro le famiglie, ma ancora spesso i figliuoli contro i padri, i fratelli contro i fratelli, e perfino le mogli contro i mariti. Tanto è vero, che non v'è bontà che resista all'opinione, nè felicità alla discordia cittadina. I Tori poi erano stati asperati dai danni sofferti nelle correrie fatte in compagnia dei selvaggi nel precedente anno contro Viomino, ma molto più, e massimamente, perchè molti Tori forestieri non conosciuti, i quali usando l'ospitalità tanto famosa degli Americani di quei tempi, e particolarmente dei Viominesi, erano venuti a piantar le sedi loro dentro la colonia, dati alcuni motivi di far sospettare di sè stessi, furono arrestati, ed alcuni mandati nel Connecticut, perchè ivi fosser loro fatti i processi, altri cacciati dalla colonia e banditi. Gli odj perciò si rincappellarono. Giurarono i Tori, e meditavano la vendetta. Si accozzarono cogli Indiani. Il tempo era prospero, perciocchè la gioventù viominese era ita alla guerra. E perchè non venisse meno il disegno, che tramavano, desiderando, che riuscisse improvviso, perchè gli avversarj non avessero tempo di provvedersi, deliberarono di voler usar gli inganni, simulando l'amicizia e la pace, quando ad altro non pensavano che alla vendetta ed alla guerra. Parecchie settimane prima che intendessero d'andar all'assalto, mandarono più uomini a posta per protestare con efficacissime parole, ed a chieder la pace. Queste lustre dall'un canto addormentavano i popoli di Viomino, dall'altro davan comodità ai Tori ed agl'Indiani di accordarsi cogli amici loro, e di considerare lo stato delle cose nella colonia. Ciò nonostante malgrado la presente sicurezza, e che le parole dei selvaggi sonassero tanto in contrario, avevano i Viominesi, siccome suole per l'ordinario avvenire, allorquando gravi calamità sovrastano ai popoli, un non so quale presentimento di quello, che doveva avvenire, avuto. Mandarono perciò lettere a Washington, pregandolo, gli soccorresse. Le lettere non pervennero, perchè furono tolte dai leali pensilvanesi; e quand'anche fossero arrivate, non era più tempo. Già erano i Barbari insorti contro l'estreme parti della colonia, e vi avevano fatto alcuni rubacchiamenti poco importanti per la grandezza loro, molto per le crudeltà; infelice preludio a quei mali più terribili che dovevano di breve seguire.

Era giunto il presente anno al principio del mese di luglio, quando i Barbari forti e gagliardi comparirono alla non pensata sulle rive della Susquehanna. Guidavangli quel Giovanni Butler e quel Brandt con altri Capi selvaggi molto ben noti per le crudeltà usate nelle precedenti fazioni. Erano in tutto sedici centinaia di guerrieri, un quarto Indiani, gli altri Tori travestiti, e dipintisi la pelle in modo, che il parevano. Gli uffiziali però portavano gli abiti dell'uffizio e del grado loro, e somigliavano stanziali. Avevano i Viominesi per sicurezza loro, e stante la lontananza dei consorti, e la prossimità dei selvaggi, piantato quattro Forti, ed avevano forse da cinquecento soldati sparsi qua e là per le frontiere, od alloggiati nei Forti medesimi. Governava tutta la colonia un Zebulone Butler, cugino a Giovanni, e uomo, se di qualche valore, certo di poco cervello. Alcuni lo accusarono di fede dubbia; il che è incerto. Certo è bene, che uno dei quattro Forti, ch'era più vicino ai confini, era guardato da soldati infetti delle opinioni dei Tori, i quali sul primo apparire dei nemici lo diedero in poter loro. Un secondo, ricevuto un furioso assalto, si arrendè a discrezione; dove quantunque i Barbari risparmiassero le donne ed i fanciulli, i rimanenti crudelmente ammazzarono. Si ritirò in questo mezzo Zebulone con tutti i suoi nella Fortezza principale chiamata Kingston, dove concorrevano a calca, come in luogo di salute, spaventati e con miserabili grida le donne, i vecchi, i fanciulli, i malati, e tutti coloro, che inabili erano a portar l'armi. Era la Fortezza assai difendevole, e quando Zebulone avesse tenuto il fermo, si poteva sperare, che vi si sarebbe rotto l'impeto dei nemici, sintantochè fossero arrivati gli aiuti. Ma Giovanni piaggiandolo e promettendogli ogni cosa, operò si, e talmente, che lo trasse fuori della Fortezza sotto colore di un accordo, il quale fu, che se venisse a parlamento alla campagna, ci ritirerebbe i suoi dalla Fortezza, e si concluderebbe la pace. Infatti diè indietro Giovanni con tutti i suoi soldati. Uscì poscia Zebulone per andar al luogo accordato pel parlamento, assai distante dal Forte; e per non esser solo si fece seguitare da quattrocento soldati armati, quasi la totalità del presidio. Il che se non è stato un tradimento, stato è certamente una molto strana ed inescusabile semplicità. Arrivato Zebulone al convenuto luogo non trovava anima vivente, ed increscendogli di ritornarsene senza conclusione, procedeva verso le falde di certe montagne, ch'erano poco lontane, sperando di trovarvi qualcuno, con cui potesse favellare. Mentre marciava per quell'orrida solitudine, nissun segno se gli appresentava, od ombra di vestigio umano. Avrebbe dovuto ristarsi; ma il destino lo tirava; e di continuo si sospingeva avanti. La contrada intanto incominciava a diventare scura e selvereccia. Discoprì finalmente tra mezzo le macchie e gli arbusti di lungi un drappello, che pareva lo invitasse a seguitare. E quei, che lo portava, come se temesse egli stesso di tradigione, si ritirava, sempre drappellando, in dietro con quel passo, col quale Zebulone camminava avanti. Intanto gl'Indiani, che sapevano il paese, essendosi molto opportunamente valuti dell'oscurità di quelle boscaglie, già lo avevano accerchiato da ogni banda, mentre egli, ignaro del tutto del suo pericolo, tuttavia andava innanzi per convincere i traditori ch'ei non gli voleva tradire. Ma infine gl'Indiani lo svegliarono ben essi dal forte sonno, i quali saltati fuori dalla imboscata, che fatto avevano nelle vicine foreste, furiosamente, e con tremendi urli lo assalirono. Fatto un gomitolo dei suoi si difendeva gagliardamente, mostrando migliore animo nella battaglia, che mente nelle pratiche precedenti. E nonostante che la cosa fosse tanto improvvisa, menavano i suoi soldati così fieramente le mani, e con tanta costanza serbavano gli ordini, che la battaglia non solo rimaneva dubbia, ma già incominciava a favor loro inclinare. In questo punto, ecco un soldato del Zebulone o per tema, o per tradimento gridare improvvisamente: indietro; il colonnello ha comandata la ritirata. Tosto balenano, si rompon gli ordini, i Barbari entrano tra le file. Segue una strage orribile. I fuggenti sono trafitti dalle trascorrevoli armi, i contrastanti ammaccati dai mazzeri, o abbocconati dai coltelli. Sani con feriti, moribondi con boccheggianti si abbaruffano in ogni strana attitudine. Felice chi muore prima, o tosto; imperciocchè gl'Indiani scotennavano i viventi, ed i Tori indragati, quando non potevan coll'armi, colle mani gli sbranavano. Nissuno si pensi, che alcuna rotta sia mai stata più lagrimevole di questa, nè che tanta crudeltà siasi usata da feroci vincitori sopra i vinti. La maggior parte morirono. Da settanta col Zebulone scampati dalla beccheria si ricoverarono sbandatamente in un Fortino dall'altra parte del fiume.

I vincitori di nuovo investivano Kingston, e per ispaventar con orribile spettacolo il già debole presidio vi briccolaron dentro dugento zaccagne tuttavia grondanti di sangue dei loro parenti, amici e compagni. Il colonnello Dennisson, comandante del Forte, veduta l'impossibilità del difendersi, mandò chiedendo a Butler, quali condizioni concederebbe, se si arrendessero. Rispose con ferità più che barbara e bestiale, e con una sola parola l'Ascia. In un frangente tanto spaventevole difendevasi Dennisson per un tempo, come meglio sapeva e poteva. Infine morti, o feriti quasi tutti i suoi, si arrendè a discrezione. Entrarono i Barbari, ed incominciarono a trar fuori dal Forte i vinti, i quali già si credevano di esser menati ad una certa morte. Ma infastiditi dall'impaccio e dalla lunghezza delle particolari morti si ravvisarono di stivargli, uomini, donne, vecchi e fanciulli alla mescolata dentro le case e le baracche, alle quali posto il fuoco, gli arsero dentro tutti, dilettandosi essi nell'udire le compassionevoli grida di tanta moltitudine di morenti.

Rimaneva in poter dei Viominesi il Forte Wilkesborough. Sopraggiungevano i vincitori, e quei di dentro, sperando di trovar mercè, si arrendettero senza resistenza alcuna ed a discrezione. Ma se la resistenza irritava quegli uomini feroci, o piuttosto quelle fiere avide del sangue umano, la cessione non gli disasprava. La rabbia loro si esercitò principalmente contro i soldati del presidio, i quali eran piuttosto stradieri da confini, che stanziali o milizie. Tutti gli ammazzarono con inudita barbarie, e con nuovi ed inusitati martorj. Gli altri, uomini, donne e fanciulli, i quali non parevan loro meritare una speciale attenzione, arsero, come quegli altri, nelle case e nelle baracche, tutti comprendendo in un universale incendio.