Ma sull'entrar di febbraio dell'anno susseguente i medesimi guidati dal conte di Kersaint, e portati da sette navi sottili armate in guerra racquistarono all'Olanda la colonia di Demerary, d'Essequibo, e di Berbice, dimodochè l'Inghilterra tutte le conquiste dell'ammiraglio Rodney, nelle quali molto liete speranze di prosperevole mercatura aveva collocate, con quella facilità e prontezza perdè, colle quali le aveva fatte. La Francia dal canto suo prima colla preservazione del Capo di Buona Speranza, poscia col ricuperamento delle colonie si acquistò il nome di fedele, e disinteressato alleato, ed ebbe cagione di vieppiù congiungersi con questi benefizj gli Olandesi.

Fatta la conquista di Sant'Eustachio, ed essendo dall'America arrivato alla Martinica il conte di Grasse, si determinarono i Francesi a seguitar il corso delle vittorie loro; e trovandosi tanto superiori di forze sì terrestri, che navali, non dubitavano di avere prosperi, ed importanti successi. Posero l'animo a voler assaltare l'isola della Barbada assai ricca; e siccome quella, che è posta a sopravvento dell'altre, molto accomodata al dominio di tutte. Due volte si avviarono con tutto l'apparato necessario, e due volte i venti contrarj gli ributtarono indietro, soffocato in tal modo il valor degli uomini dalla potestà troppo grande della fortuna. Si risolvettero allora a correre contro l'isola di San Cristoforo, che è situata a sottovento della Martinica. Vi arrivò il conte di Grasse il giorno undici di gennaio con trentadue navi di fila, il marchese di Bouillé con seimila soldati. Sorse l'armata nella cala di Bassa-terra, dove le genti sbarcarono. Erano gli abitatori dell'isola scontenti del proprio governo, sia a cagione della guerra d'America, che sempre avevano condannato, sia per certe provvisioni, che credettero agl'interessi loro contrarie, fatte dal Parlamento, e sia massimamente perchè le robe loro, che avevano ammassate in Sant'Eustachio, erano state poste sì aspramente a bottino da Rodney, e da Vaughan. Perciò in luogo di ostar ai Francesi, se ne stettero dall'un de' lati ad osservare. Gli Inglesi si ritirarono dalla Bassa-terra alla rocca di Brimstone-hill. Erano da settecento fanti vivi, ai quali vennero poco dopo ad accozzarsi trecento soldati delle bande paesane. Era governatore dell'Isola il generale Frazer, vecchio capitano di guerra. Guidava le milizie un Shyrley, governator di Antigoa. Brimstone-hill è un greppo, siccome di salita assai ripida, così poco accostevole, e posto a riva il mare, poco distante dalla città della Punta di Sabbia, che è riputata la seconda dell'isola, e circa quattro leghe da quella della Bassa-terra, che ne è la capitale. Ma le fortificazioni fatte sulla cima del poggio non erano alla naturale fortezza di questo corrispondenti, ed inoltre troppo ampie, perchè potessero convenevolmente esser difese da sì poco numero di soldati. Non così tosto furono i Francesi sbarcati, che partiti in quattro colonne marciarono alla volta di Brimstone-hill, e da ogni parte lo investirono. E siccome le artiglierie della piazza molto gli tribolavano, così conveniva loro di procedere con grande temperamento, facendosi avanti con trincee, e parate di terra. Difettavano grandemente di grosse artiglierie; perciocchè la nave che le portava, era andata a traverso presso la Punta di Sabbia. Ma tanta fu la pazienza, e l'industria dei Francesi, che una gran parte ne ripescarono. Ne fecero anche prestamente venire dalle vicine isole. Oltreacciò tanto fecero, che s'impadronirono di alcune assai ben grosse a piè del monte, che erano state mandate dall'Inghilterra molto tempo prima, e che per negligenza del governatore non erano state tratte sulla cima. Nè solo pigliarono le artiglierie, ma ancora una quantità non ordinaria di palle e di bombe. Così le armi e le munizioni, le quali il governo inglese aveva mandato per difesa della Fortezza, venute per la trascuraggine degli uomini in mano del nemico servirono alle offese. Eppure il caso della vicina isola di Sant'Eustachio avrebbe dovuto tener i Capi di San Cristoforo attenti e svegliati. Acciviti in tal modo i Francesi di ogni cosa necessaria, e pigliati sui vicini poggi i luoghi più acconci, diedero mano a percuotere colle artiglierie la rocca. Quei di dentro si difendevano francamente, e più che non si sarebbe potuto aspettare da sì debole presidio. In questo mezzo tempo, tornato dall'America, si ritrovava l'ammiraglio Hood nella cala di Carlisle nella Barbada con ventidue navi di fila. Avute le novelle del pericolo di San Cristoforo, quantunque fosse tanto inferiore di forze al conte di Grasse, si pose in via per andar a soccorrere l'assaltata isola. Salutata Antigoa dove levò il generale Prescot con circa due migliaia di soldati, veleggiò poscia alla volta della cala della Bassa-terra. Alla improvvisa apparizione dell'armata britannica si risentì tosto il conte di Grasse, e, troncato ogn'indugio, sciolse le ancore per andarle all'incontro. Ciò fece egli per poter nel vasto mare meglio giovarsi del maggior numero dei vascelli, pel quale prevaleva, ed anche per impedire, che Hood non andasse a porre alla Punta della Sabbia, donde avrebbe potuto vicinamente soccorrere Brimstone-hill. L'ammiraglio inglese, che stava a riguardo, fece segno di voler aspettare la battaglia; poscia ad un tratto indietreggiò, e ciò a fine di tirar il conte di Grasse ad allontanarsi vieppiù dall'Isola. La qual cosa ottenuto avendo di leggieri, improvvisamente voltò le prue verso la cala di Bassa-terra, ed opportunamente valendosi colle sue veloci navi del vento, vi arrivò, e gettò le ancore in quell'istesso luogo, dove prima le aveva poste l'ammiraglio francese. La qual cosa non fu senza molto, non solo cordoglio, ma ancora lode del suo nemico, il quale rimase a questa maestrevole volta grandemente ammirato. Lo seguitarono i Francesi, e si attaccò, sebbene con poco frutto, la vanguardia loro con quella degl'Inglesi. Venne poco poscia con tutta la sua armata il conte di Grasse, e diè un feroce assalto alla inglese, le navi della quale si erano affilate di modo, che stavano su due ancore colle poggia rivolte a terra, e l'orze al mare. Ne fu ributtato non senza grave perdita. Rinfrescò un'altra volta la battaglia, ma con non miglior evento di prima. Si astenne allora dal combattere, e se ne andò solamente volteggiandosi alla larga per bloccar dentro la cala l'armata inglese, e proteggere le conserve, le quali cariche di munizioni arrivavano dalla Martinica, e dalla Guadaluppa. Hood, veduto, che i Francesi attendevano ad altro, che a noiarlo in quella nuova stanza, sbarcò Prescot con tredici centinaia di soldati, i quali, fatto voltar le spalle ad una banda di Francesi, che là si trovavano, si posero in un forte alloggiamento sopra di un poggio. Sperava, che si sarebbe scoperta qualche occasione di soccorrere la rocca. Ogni cosa pareva promettergli una gloriosa vittoria. Aveva grandissima confidenza, che per la fortezza del luogo Frazer si sarebbe potuto tener lungo tempo. E siccome aveva i certi avvisi, che Rodney, ritornato dall'Europa con un rinforzo di dodici navi d'alto bordo, si avvicinava, così era certo, che, ove fosse arrivato, e congiuntosi con esso lui, il conte di Grasse, e più ancora il marchese di Bouillé avrebbero avuto carestia di buoni partiti. Già si prometteva nella mente sua la cattività di tutte le genti di Bouillé. Ma altre cose pensano gli uomini, ed altre ne dispone il cielo. Già il marchese avendo spacciato duemila soldati contro Prescot, lo aveva costretto ad abbandonar la Terra, ed a rifuggirsi di nuovo sulle navi. Da un'altra parte scosse dall'impeto delle artiglierie diroccavano ad ora ad ora a grandi sfasciumi le mura di Brimstone-hill; ed anzi quella parte, la quale fronteggiava il campo dei Francesi, tutta era caduta a terra. Non che una, ma parecchie breccie essendo fatte, vi si poteva entrar per assalto da ogni banda. Il governatore, perduta ogni speranza di conservar quella Fortezza, e non volendo aspettar l'assalto, il quale non avrebbe potuto non riuscir funesto a' suoi, chiese i patti. Furono essi assai onorevoli pei soldati, utili agl'isolani. In riconoscenza della valorosa difesa, che dentro fatto avevano Frazer, e Shyrley furono dal vincitor lasciati liberi, e franchi delle persone loro. Venuta per la resa di Brimstone-hill tutta l'isola di San Cristoforo in poter dei Francesi, l'armata dell'ammiraglio Hood, oltrechè lo stanziar in quel luogo non poteva più esser di alcuna utilità, si trovava esposta, se non tutta, almeno parte ai colpi delle artiglierie, che sulle più vicine spiagge avrebbero quelli potuto piantare. Nè era di poco momento la considerazione di doversi andare a congiungere coll'ammiraglio Rodney, che di breve si aspettava, o forse già era arrivato alla Barbada. Ma avendo l'armata francese così vicina, e così grossa, la cosa era piena di pericolo. Tuttafiata la necessità delle cose non lasciava luogo a dubitazione alcuna. Laonde la notte, che seguì la capitolazione, essendo i Francesi lontani a quattro leghe, gl'Inglesi, tagliati i cavi, acciocchè tutti i vascelli in uno, e nel medesimo punto potessero pigliar il vento, e l'abbrivo, ed in tal modo viaggiar più rannodati, se ne partirono, e senza nissun intoppo navigando arrivarono alla Barbada. Quivi con incredibile allegrezza loro si accozzarono con Rodney, il quale testè vi era giunto con dodici navi delle più grosse. Fu il conte di Grasse gravemente accagionato di negligenza, e di poco ardire per non aver istrettamente bloccato prima, che partisse, o assaltato quando partiva, o perseguitato, quando era partita l'armata dell'Hood. Lo scusarono alcuni, allegando, che avesse carestia di viveri; che non fossero le sue navi a gran pezza sì veloci, quanto le inglesi erano; e che inoltre in una indispensabile necessità si trovasse di ritornarsene tosto alla Martinica per proteggervi le conserve, che si aspettavano di breve dall'Europa. Comechè questa cosa se ne stia, certo è, che queste, o negligenza, o necessità, e la congiunzione dei due ammiragli inglesi riuscirono nel progresso del tempo non che di grande, di totale pregiudizio agl'interessi della Francia, come per le cose, che si diranno, sarà di mano in mano, a chiunque leggerà, manifesto. In questo mentre l'isola di Monserrato si arrendè anch'essa all'armi dei conti di Barras e di Flechin. Approdò il conte di Grasse pochi giorni dopo alla Martinica.

In tal modo si era la fortuna britannica abbassata sì in America, che nelle Antille. Ma l'armi del Re Giorgio miglior ventura non avevano in Europa di quella, che nei lontani lidi dell'occidente si avessero. Che anzi le cose sue si andavano di giorno in giorno riducendo in peggiore stato con infinito contento dei confederati, massimamente della Spagna, la quale ne raccolse prima i frutti. Era il duca di Crillon desiderosissimo d'impadronirsi del castello di San Filippo, sapendo con quant'ardore il Re Cattolico bramasse di aver in poter suo tutta l'isola di Minorca. Perciò nissuna diligenza, o artifizio di guerra aveva lasciato indietro per superare la Fortezza; e tanto si era acceso nel batterla, che l'opera delle artiglierie era piuttosto maravigliosa, che rara. Ma dubitando, che la oppugnazione per la natura del luogo, ch'era per arte, e per sito munitissimo, e per la gagliarda difesa, che vi facevano dentro gli assediati, troppo andasse in lunga, seguitò un consiglio, il qual avrebbe dovuto grandemente abborrire, e questo fu di sobillare, e di corrompere il governatore Murray, acciò gli desse per tradimento in mano quella Fortezza, che per forza non si confidava di potere sì tostamente conquistare. Aveva egli di così fare avuto commissione dal Re Cattolico, il quale caldissimo essendo in su quest'impresa di Minorca, non ebbe a disdegno l'abbassarsi ad un atto tanto indegno della Maestà reale. Rispose gravemente, ed alteramente Murray a Crillon; che allorquando un valoroso antenato di lui era stato dal suo principe richiesto, perchè il duca di Guisa assassinasse, aveva quella risposta dato, che egli avrebbe dovuto dare al Re di Spagna, quando gli commetteva di contaminar il carattere di un uomo, il nascimento del quale tanto era illustre, quanto fosse il suo, o quello del duca di Guisa; non gli scrivesse, o facesse parlar più, perciocchè ei non voleva più altramente con esso lui comunicare, che per la via delle armi. Rescrisse Crillon a Murray, che bene stava, e che la lettera di lui aveva l'uno e l'altro di essi in quella condizione collocati, che loro ottimamente si conveniva; e che in quella stima lo aveva confermato, nella quale sempre lo aveva avuto. Ma intanto le cose degli assediati erano ridotte ad una somma necessità. Quantunque saltati fuora avessero acremente assalito, e cacciato il duca di Crillon dal capo Mola, dov'egli aveva il suo principale alloggiamento, ciò nonostante ricevettero per la debolezza loro maggior nocumento, che utilità da questa fazione. Non avrebbero essi potuto pel poco numero loro a gran pezza bastare alla difesa di tanto ampie fortificazioni, quand'anche tutti fossero stati freschi di salute. Ma molto lontano da questo era il caso loro. Quei semi di scorbuto, dai quali erano i corpi loro infetti già prima dell'assedio, ora sviluppandosi, avevano questa mortale malattia tanto fatto montare, e moltiplicatala, e resala tanto feroce, che ogni dì appiccandosi ad un gran numero di soldati, questi o uccideva, o rendeva inutili alla difesa. Di questi effetti erano le principali cagioni la carestia, o per meglio dire la totale privazione degli ortaggi, l'essere i soldati stivati nelle sotterranee volte, l'orribile puzzo di queste, l'incredibile fatica, che duravano nella difesa della piazza. Allo scorbuto, come se di sè stesso non bastasse a condurre all'ultimo termine la misera guernigione, vennero a congiungersi le putride febbri, e la dissenteria, peste tanto fatale dei campi. Ciò nonostante sopportavano e sani, e cagionevoli con maravigliosa costanza i mali del corpo, e le fatiche dell'assedio; ed in ciò erano tanto infervorati, che non pochi già bacati essendo, e tocchi dai pestilenti morbi gli dissimulavano, ed ostinatamente affermavano esser sani, perchè non venissero dai Capi loro dalle militari fazioni esentati. Così pareva, che più per vigore dello spirito, che per fortezza delle membra reggessero la vita. Alcuni furono veduti morire stando in sulle guardie. Ma infine più potè la natura inferma, che la ostinazione degli animi. Nell'entrar di febbraio si trovò il presidio in tal modo assottigliato, che solo rimanevano seicentosessanta soldati, che fossero atti o tanto o quanto alle fazioni; e di questi la maggior parte erano anche infetti di scorbuto. Temevasi, che il nemico informato di tanta debolezza non andasse all'assalto, e con una battaglia di mano s'impadronisse del castello. Della qual cosa tanto maggiormente si dubitava, che le artiglierie già avevano la maggior parte delle difese superiori diroccate. Dei cannoni i più erano o scavalcati, o rotti, o imboccati; e tuttavia i nemici continuavano a fulminare. In tale stato di cose il resistere più lungo tempo sarebbe stato piuttosto bestiale ostinazione, che umano valore. Si arrendè Murray a patti, i quali furono molto onorevoli al presidio. Avessero tutti gli onori della guerra; fossero, data però la fede loro, come prigioni trasportati in Inghilterra; fosse fatto abilità a tutti i forestieri di ritornarsene colle persone, e colle robe alle proprie case; ai Minorchesi, che avevano seguitato le parti d'Inghilterra, fosse conceduto di poter godersi la patria e tutti i loro beni. Uscivano i cattivi piuttosto ombre, che uomini, miserabili avanzi di tanti valorosi soldati. Stavano schierati dall'una parte, e dall'altra i Francesi e gli Spagnuoli. Precedevano seicento, parte vecchi, parte decrepiti, parte malati, e tutti emaciatissimi soldati. Seguitavano centoventi reali artiglieri, poi dugento marinari; venivan dopo pochi Corsi, e forse alcuni più Greci, Turchi e Mori. Vedevano mesti, e compassivi i vincitori passar in mezzo di loro i cattivi. Giunti i vinti al luogo, in cui dovevano depor le armi, diventò anche più pietoso di prima lo spettacolo; poichè quivi sclamarono cogli occhi pregni di lagrime, che a Dio solo quelle armi rendevano. La quale cosa non fu senza ammirazione veduta, nè senza lode raccontata dai generosi vincitori. Fu grande altresì, e degna di onorata ricordanza la umanità di questi. Onde stringendogli pure la pietà naturale, e la forza della vera virtù cominciarono i soldati gregarj stessi a porgergli diversi rinfrescamenti, e con parole cortesi lodavano la loro costanza. Ma il duca di Crillon, ed il barone di Falkenhayen niuna cosa tralasciarono, per confortare i sani, se alcuno ve n'era rimasto, e per curar i malati, e gli uni, e gli altri di quelle cose fornire, delle quali abbisognavano. In ciò tanto si travagliarono, che parevano più di quelli, che dei proprj soldati solleciti. Le quali cose, siccome scemano orrore alla guerra, così dovrebbero anche le nazionali rivalità e nimicizie raddolcire e rattemperare. In cotal modo l'isola Minorca ritornò, dopo d'essere stata bene ottant'anni in poter della Gran-Brettagna, sotto l'imperio della Corona di Spagna.

Quando si ebbero in Inghilterra le novelle di tanti, e così gravi disastri, e massime dei patti di Jork-town si commossero maravigliosamente gli animi, e del desiderio di cose nuove s'impressionarono. Già era venuta a noia a tutti la lunghezza della guerra, e la enormità delle spese, che in ella si erano fatte, o tuttavia si facevano. Ma le novissime sconfitte accrebbero questa universale scontentezza; e colla diminuzione della speranza delle vittorie era nato in ognuno un maggior desiderio della pace. Si vedeva manifestamente, che lo sperare di poter ritornare un'altra volta in sulla guerra offensiva sulla terra-ferma d'America era del tutto vano; e che il costringere gli Americani all'obbedienza per mezzo della forza era cosa impossibile diventata. Le segrete mene per dividere quei popoli, il terrore, e la crudeltà dell'armi dei Barbari, i tentativi di tradimento, la distruzione del commercio, la falsificazione dei biglietti di credito, cose tutte, che i ministri britannici avevano messo in opera, e le vittorie stesse di Howe, di Clinton e di Cornwallis non avevano potuto tanto operare, che gli Americani facessero sembianza di volere all'antica soggezione ritornare. E se furono costanti nell'impresa, allorquando la nave loro si trovava inabissata, e vicina a sommergersi, come si poteva credere, che fossero per piegarsi ora, ch'ella era dai prosperevoli venti dentro il desiderato porto sospinta? Egli era chiaro agli occhi di tutti, che la guerra contro l'America non poteva più altro fine avere fuori di quello di ottenere, riconosciuta però la independenza, i più onorevoli accordi, che si potessero. Da un altro canto le gravi perdite fatte nelle Antille facevano di modo che si temesse di maggiori; e si stava in molta apprensione rispetto alla Giamaica, contro la quale si sapeva, che i Borboni volevano dirizzare le forze loro con grandissimo apparato. Il danno poi di Minorca, e la perdita di San Filippo, così forte castello, erano causa, che si dubitasse anche di Gibilterra. Tutte queste disgrazie imputavano i popoli, siccome sogliono fare, non alla contrarietà della fortuna, ma alla insufficienza dei ministri. La qual cosa, se non era del tutto senza ragione, non era però senza qualche torto. Coloro, che dentro il Parlamento, e fuori si erano ai disegni di quelli sin dal principio della querela opposti, levarono un grandissimo romore. Andavano dicendo, esser questi i presagiti frutti della ministeriale imprudenza ed ostinazione. Sclamavano, doversi cambiare quest'inetti e corrotti servitori della Corona; doversi impedire, che coloro, i quali la patria condotto avevano all'orlo del precipizio, non le dessero ad un bel tratto la pinta e l'ultimo trabocco; doversi infine aprir la via alla salute collo scartare questi decennali intoppi; doversi gettar via quest'impronti istromenti di una infelice guerra. Queste vociferazioni erano conformi al temporale, e trovavano negli scontenti popoli buona corrispondenza. Inoltre a nissuno era nascoso, che, poichè la necessità dei fati aveva operato sì, che bisognasse calare agli accordi coll'America, e la independenza di lei riconoscere, non era convenevole, che coloro, i quali tanto gli Americani avevano colle irritative leggi prima, e poscia coll'armi troppo spesso a mò dei Barbari esercitate, asperati, essi accordi praticassero, riputando poco atti istromenti di una buona pace gli autori di sì aspra guerra. Già il generale Conway con molta eloquenza orando nella Camera dei Comuni il giorno 22 di febbraio aveva posto, e vinto il partito, perchè si pregasse Sua Maestà, commettesse a' suoi ministri di non continuar più oltre nel proposito di voler ridurre le colonie alla leanza per mezzo della forza, e della guerra sulla terra-ferma d'America. Nella tornata poi de' 4 marzo pose, ed ottenne il partito, che coloro, i quali consigliassero al Re, di continuar la guerra offensiva sul continente della settentrionale America fossero chiariti nemici del Re, e della patria. Per le quali cose tutte coloro, che dirigevano le consulte segrete, dove le cose si stillavano, e si risolvevano, si accorsero, ch'era oggimai tempo di por mano al solito rimedio del cambiamento dei ministri. Vi era fra gli uomini un'aspettazione grandissima. Infine il dì 20 di marzo, avendo il conte di Surrey mosso nella Camera dei Comuni, perchè si supplicasse al Re di far gli scambj ai ministri, lord North alzatosi, e con molta gravità favellando disse, che non occorreva, si dessero più oltre pensiero di questa bisogna; perciocchè il Re già aveva i presenti congedato, e fra breve avrebbe nuovi ministri creato. Poscia continuò a discorrere, che prima di tor congedo dalla Camera si credeva egli obbligato di renderle grazie dell'appoggio e del favore, che pel corso di tanti anni conceduto gli aveva. Aggiunse, che un successore di maggior capacità, di maggiore senno, e più atto, e fatto per riempir quel luogo, era facile trovare; ma più zelante degl'interessi della patria, più fedele al suo Principe, ed amator più sincero della constituzione, non parimente. Sperava, che i nuovi ministri della Corona, qualunque essi fossero, avrebbero tali consiglj presi, che effettualmente avrebbero liberata la patria dalle presenti difficoltà, e sì dentro che di fuori la sua umile fortuna sollevata. Concluse dicendo, che del rimanente egli era pronto a stare alla sua patria di tutti gli atti del suo reggimento; e che quando se ne volesse far una disamina, ei non era a patto nissuno per isfuggirla. Furono i nuovi ministri creati di quelli, che nelle due Camere del Parlamento si erano più caldamente mostrati alla causa degli Americani favorevoli. Tra questi il marchese di Rockingam fu eletto primo Lord del Tesoro, il conte di Shelburne, ed il signor Fox segretarj di Stato, lord Giovanni Cavendish camerlingo; l'ammiraglio Keppel fu nel medesimo tempo creato visconte, e Capo del maestrato sopra le cose navali, che chiamano l'uffizio dell'ammiragliato. Tanta fu l'allegrezza dei popoli a queste elezioni, che si temette, quel di Londra non prorompesse, come suol fare, in qualche improvvisa riotta. Ognuno era diventato confidentissimo, che presto si sarebbe il fine della guerra, e di tante calamità conseguito. Solo avrebbero voluto, che i patti fossero onorevoli, e perciò tutti desideravano, e pei nuovi ministri speravano, che qualche evento favorevole la Gran-Brettagna riscuotesse da quel bassamento, in cui era caduta per gl'infelici casi avvenuti sull'uscir del passato, ed in sull'entrar del presente anno.

FINE DEL LIBRO DECIMOTERZO

LIBRO DECIMOQUARTO

1782

Gli Stati, che esercitavano la guerra, non aspettavano altro per compir i disegni che avevano orditi sul principiar del presente anno, che la perfezione degli apparecchj, la stagione favorevole e la occasione propizia. Stracchi gli uni e gli altri dalla lunga guerra si accorgevano ottimamente, che gli avvenimenti di questo medesimo anno avrebbero, e la fortuna di quella, e le condizioni sue definito. Non ignoravano neanco, che a chi ne tocca vicino alla pace, a quel ne va il peggio; perciocchè non ha tempo di riaversi. Per la qual cosa avevano tutti ogni ingegno posto, e ponevano, ed ogni opera facevano, perchè fossero le armi loro sì gagliarde, che dovessero ad ogni modo restarne al di sopra. Volevano gli alleati principalmente ed acquistar il dominio dei mari di Europa, e far l'impresa di Gibilterra, ed impadronirsi della Giamaica. I Francesi in ciò erano specialmente, che si soccorresse alle cose loro nelle Indie orientali, le quali nonostante il valore di Suffren, e molte non men ostinate, che bene combattute battaglie contro Hughes, le cose loro erano andate in declinazione, e già le due importanti Terre di Negapatam, e di Trincamale erano in poter degl'Inglesi venute. A tutti questi fini, siccome pure a proteggere le proprie conserve, e quelle del nemico intraprendere s'indirizzavano i pensieri dei confederati. Si erano perciò accordati, che le armate spagnuola ed olandese andassero a trovar la francese nel porto di Brest, e con quella congiuntesi ne uscissero poscia all'alto mare; e correndo dallo stretto di Gibilterra sino alle coste della Norvegia da ogni forza nemica lo nettassero. Era l'intento loro, che mentre le navi più grosse, oltratesi nei mari ed anche nei canali più stretti, le armate nemiche impedissero dall'uscir fuori, le fregate spazzassero ogni cosa nell'aperto, e le conserve ed il commercio inglese sperperassero. Nè a ciò si ristavano. Volevano altresì bezzicar continuamente, e tenere in apprensione le coste della Gran-Brettagna, ed anche, se qualche favorevole occasione si aprisse, scendervi, e desertar il paese, e se i popoli romoreggiassero, o non fossero i difensori pronti, farvi anche di peggio. A tutte queste cose fare erano molto atti, avendo, quando le forze loro congiunte fossero, meglio di sessanta navi di fila con un numero maraviglioso di velocissime fregate. Non avevano a gran pezza gl'Inglesi nei porti loro una forza, che fosse sufficiente al resistere ad un sì formidabile apparato. Speravasi dal canto della lega, che la guerra antillese ed europea avrebbe in questo anno il medesimo fine avuto, che nel varcato quella d'America; e che in tal modo si sarebbe di breve conseguìto una lieta, e felicissima pace.

Dall'altra parte in Inghilterra i nuovi reggitori dello Stato niuna cosa lasciavano intentata per soccorrere alle cose afflitte, e per resistere a quella piena, che loro veniva addosso. Quello, che per l'inegualità delle forze non potevano, speravano coll'arte dei capitani, coll'ardire dei soldati, e colla opportunità delle fazioni conseguire. Mentre stavano apparecchiando l'armata, e tutte le cose necessarie al soccorso di Gibilterra, impresa, che sopra tutte le altre, dopo quella della sicurezza del regno, stava loro a cuore, conobbero, che prima di tutto era mestiero l'impedir la congiunzione dell'armata olandese colla francese e colla spagnuola. Nel che si otteneva ancora, e nel medesimo tempo, che s'interrompesse il commercio, che gli Olandesi andavano facendo nel Baltico, ed il proprio dagli insulti loro si preservasse. Perilchè fecero uscire dal porto di Portsmouth l'ammiraglio Howe con dodici navi di fila, avendogli commesso, andasse a volteggiarsi sulle coste d'Olanda. La cosa tornò lor bene. Imperciocchè l'armata olandese, la quale, commesse le vele al vento, già era uscita dal Texel, abbandonato del tutto l'imperio di quei mari, di nuovo era rientrata nel porto. Howe dopo essere stato pel torno di un mese in crociata presso quelle coste, veduto, che il nemico non faceva mostra alcuna di voler uscire un'altra volta, ed avendo per l'insalubrità della stagione molti malati a bordo, se ne tornò a porre in Portsmouth. Ma fu poco dopo mandato al medesimo servizio in luogo dell'Howe l'ammiraglio Milbanke, per opera del quale, comechè il commercio d'Olanda del Baltico non ricevesse danno alcuno, ciò non di meno quel d'Inghilterra fu tutelato, e soprattutto il passo pel canale della Manica all'armata nemica impedito. Così l'Olanda, tanto chiara repubblica nei tempi andati, fuori del valor dimostrato nella giornata di Doggers-bank nulla fece in questa guerra, che di sè, e dell'antica sua fama degno fosse. Tanto era ella dall'antica gloria e potenza scaduta; miserabile effetto delle esorbitanti ricchezze, dell'eccessivo amor del guadagno, e forse più ancora delle malaugurose Sette, che vi regnavano; perciocchè se in una repubblica quelle Sette, che risguardano il reggimento interno dello Stato, sono qualche volta utili a mantenere viva la libertà e la generosità degli animi nei popoli, non è nissuno, che non veda, che quelle, le quali hanno per obbietto i potentati esterni, partoriscono un tutto contrario effetto, e fanno, che dalla rabbia in fuori, nissuno vivace spirito si conservi. Certamente il più manifesto segno, che s'indebolisce la forza, e si perde la independenza, si è in una nazione lo scellerato parteggiare pe' forestieri; e quest'era per l'appunto la condizione degli Olandesi di quei tempi. Quindi è, che sul finir della presente guerra, se non fu l'Olanda all'estrema condizione condotta, che anzi se ricuperò in gran parte le cose perdute, ciò all'armi ed all'intervenimento della Francia, piuttostochè alle proprie forze si dee massimamente, anzi intieramente riputare.