Essendo in tale modo tutti gli apparecchiamenti al fine loro condotti, ed ogni cosa in assetto, e credendosi se non da tutti, certo dalla maggior parte non che probabile, sicura la presa della Fortezza, allorquando le si desse l'assalto, arrivarono verso mezzo agosto all'oste i due Principi francesi il conte d'Artesia, ed il duca di Borbone. Ciò fu fatto studiosamente per dar maggior animo agli assedianti, e perchè potessero i principi côrre il frutto essi stessi dì sì gloriosa vittoria. E certo, se al loro giugnere al campo si rallegrassero, e di nuovo ardire si accendessero tutti, massimamente i Francesi, nissuno il domandi. Pareva loro mill'anni, che non incominciassero il fatto; ed avevano meglio di freno, che di sprone bisogno. Tanto erano vive le speranze, che si erano concette, che il duca di Crillon ne fu stimato cauto, ed anzi timido, che nè, per aver detto, che fra quindici giorni sarebbe stato padrone della Fortezza. La volevano pigliare in ventiquattr'ore. Fu la venuta dei Principi francesi accompagnata da ogni sorta di gentilezze. Teneva il conte d'Artesia con ispesa infinita gran tavola, e sì gran cortigianie usava, che pareva, che i modi parigini, e gli usi della Corte di Francia fossero stati ad un tratto in mezzo alla rozzezza dei campi, ed al romore dell'armi trasportati. Nè solo queste cortesie si usavano verso gli amici, ma seguendo il costume di quel secolo tanto ingentilito, anche verso i nemici. Avevano gli Spagnuoli intrapreso un plico di lettere indiritte agli uffiziali della guernigione di Gibilterra, e le avevano portate in Corte a Madrid, dove si tenevano in serbo. Queste il conte d'Artesia ottenne dal Re Cattolico, e giunto al campo le ebbe al loro ricapito mandate. Pel medesimo procaccio il duca di Crillon scrisse al generale Elliot, dell'arrivo dei principi ragguagliandolo, e da parte loro assicurandolo, in quanto pregio eglino tenessero e la persona, e la virtù sua. Richiedevalo, ed instantemente pregavalo, fosse contento di accettare un presente di frutta, e d'ortaggi, che per uso suo proprio gli mandava; siccome pure un po' di ghiaccio, ed alcune altre delicature pe' gentiluomini della sua casa. Pregavalo in ultimo luogo, che siccome non gli era nascoso, ch'ei si nutriva unicamente d'erbaggi, così gli piacesse d'informarlo, quali specie meglio amasse, per poternelo regolatamente, e giornalmente fornire. Rendette Elliot colla sua risposta cortesia per cortesia, molto il duca, ed i principi dell'amorevolezza loro ringraziando. Fece quindi a sapere al primo, che accettando il presente di lui, erasi scostato dalla determinazione, la quale si aveva fisso nell'animo, di niuna cosa consumare, e nissuna comodità a sè medesimo procurare, che gli altri suoi commilitoni non potessero usare o procurarsi. Concluse con dire, ch'ei credeva, che al suo onore si appartenesse, che ogni cosa, e così l'abbondanza, come la carestia fossero a lui, ed a' suoi soldati anche negli ultimi gradi constituiti, comuni. Pregollo finalmente, non mandasse più oltre presenti, poichè non avrebbe potuto all'avvenire usargli per sè stesso. Furono queste proposte e risposte molto degne e di quei che le fecero, e de' principi, ch'ei rappresentavano.
Fattesi dall'un canto e dall'altro tutte queste cortesie dicevoli alla pace, si pose tosto mano alle orribilità della guerra. Era fin là Elliot stato quasi inoperoso a rimirare i preparamenti degli alleati, e veduto, ch'ebbe spuntare nel porto di Algesiras quelle enormi moli delle batterie galleggianti, se nulla rimesse della sua costanza, fu nondimeno commosso a non poca maraviglia. E non sapendo quale avesse ad essere l'effetto loro, molto se ne stava dubbio e sospeso. Faceva però da parte sua tutti quegli apparecchj, che per un uomo prudentissimo si potevano fare, e di tutte quelle difese si forniva, che meglio credeva, fossero atte a potere l'impeto loro frastornare. E tanto ei si confidava nella fortezza del luogo, e nella virtù de' suoi, che in niun modo dubitava del finale esito della contesa. Per dimostrar poi al nemico, che egli era vivo, invece di aspettar l'assalto si recò in sull'assaltare. Avevano gli assedianti, con incredibile celerità lavorando, condotto a perfezione le trincee dalla parte di terra, e già molto si avvicinavano alle falde della Rocca. Volle Elliot pruovarsi, se le potesse guastare. Perciò la mattina degli otto settembre ei piovve contro di quelle una sì sfolgorata quantità di palle roventi, di bombe, e di carcasse, che fu cosa maravigliosa. Alle dieci già la batteria detta di Maoone era tutta in fiamme; i magazzini, i carretti dei cannoni, gli assiti delle loro piazzuole, ed i gabbioni in più di cinquanta luoghi, spaventevole spettacolo, ardevano. Le traverse, massime sulla punta orientale della circonvallazione, il parapetto, le trincee furono in gran parte distrutte. E non fu senza gran fatica, e grave perdita di soldati, che venne fatto agli assedianti di spegnere il fuoco, e d'impedire la totale rovina delle opere loro. Si risentì il duca di Crillon gravemente, e l'indomani, risarciti avendo la notte con prestezza maravigliosa i danni, fe' scoprire tutte le sue batterie, ch'erano cento novantatre bocche da fuoco, e battè con inestimabile furia le fortificazioni degl'Inglesi, così quelle della montagna, come quelle di sotto. Nello stesso tempo una parte della flotta, giovandosi di un favorevole vento, e lentamente movendosi, andò traendo contro il nuovo molo, ed i bastioni vicini; poscia non fu sì tosto arrivata alla punta d'Europa, che ivi schieratasi in ordinanza diè una feroce stretta alle batterie, che la difendevano. Ma poco nocumento provarono da tante, e sì furiose battaglie gli assediati. Succedè per pochi dì un silenzio di guerra, il quale doveva per una sanguinosa battaglia rompersi. Era il giorno tredici di settembre destinato dai cieli ad una fazione, della quale non si legge nelle storie nè la più aspra pel valore dimostrato da ambe le parti, nè la più singolare per la qualità delle armi, nè la più terribile, mentre durava, nè la più gloriosa per la umanità mostrata dai vincitori dopo l'evento. Essendo già la stagione divenuta tarda, e temendo i confederati, che l'Howe, il quale si avvicinava, non riuscisse a rinfrescar la Fortezza, si risolvettero a non mettere più tempo in mezzo per mandar ad effetto quell'assalto, che avevano in animo di darle. Era il disegno loro, che e le batterie di terra, e le galleggianti, e la flotta, e le piatte armate, fulminassero tutte al medesimo tempo la piazza. Avevano di modo ordinato la cosa, che mentre dal campo di San Rocco si traesse furiosamente contro gli assediati in arcata, acciò le palle di rimbalzo e di rimando non gli lasciassero stare ai posti loro, le batterie galleggianti andassero ad arringarsi lungo il muro, che fronteggia il golfo, distendendosi dal molo vecchio sino al nuovo. In questo mezzo le piatte, o sia le barche armate di cannoni e di bombarde, postesi alle due ali della fila di queste batterie galleggianti, dovevano tirar di fianco contro le batterie inglesi, le quali difendevano quelle fortificazioni, che sono a riva il mare. L'armata intanto, aggirandosi qua e là, avrebbe questa, o quella parte noiato, secondochè pei venti, e per le circostanze della battaglia si sarebbe potuto più convenientemente eseguire. In cotal modo in uno e medesimo punto quattrocento bocche da fuoco, senza far conto delle artiglierie dell'armata, avrebbero battuto la piazza. Dal canto suo aveva Elliot ogni cosa preparato alla difesa necessaria. Erano i soldati alle guardie loro, gli artiglieri colle corde accese presso i cannoni; ed un numero maraviglioso di fornaci ardevano per infuocare le palle. Alle sette della mattina le dieci batterie galleggianti condotte da Don Moreno si muovevano. Alle nove arrivavano, e parallele si attelavano alle mura della Fortezza, comprendendo lo spazio dal vecchio al nuovo molo. La capitana di Don Moreno si pose a fronte del bastione del Re; poscia a diritta, ed a stanca della medesima si arringarono le altre con grandi ed ordine e costanza. S'incominciò allora da ambe le parti a por mano allo sparar delle artiglierie con uno schianto, ed un romore orrendo. Dalla terra, dal mare, dalla roccia fioccavano a copia le palle, le bombe, le carcasse; ma terribil era soprattutto l'effetto delle palle roventi, delle quali sì spessa grandine saettò Elliot, che parve a tutti, ed ai nemici stessi cosa maravigliosa. E siccome le batterie galleggianti erano quelle delle quali come di cosa nuova, e non bene conosciuta stavano gli assediati in maggiore apprensione, così contro di queste, come ad un comune bersaglio dirizzavano essi la mira dei colpi loro. Ma queste, tal era l'eccellenza della costruzione loro, non solo efficacemente resistevano, ma rendendo fuoco per fuoco, furia per furia, già avevano non poco danno operato nelle mura del vecchio molo. Folgoravano con eguale forza e assediati e assedianti, e stette un pezzo dubbia la vittoria. Infine verso le tre ore meriggiane certi fumaiuoli si scopersero sopra il tetto delle due batterie galleggianti la Pastora, e la Tagliapiedra. Questi erano causati da alcune palle roventi, che penetrate molto indentro nelle pareti, non avevano potuto essere spente dal versamento dell'acqua fatto dagli artifiziali doccioni, ed avevano alle vicine parti il fuoco appiccato. Questo covando, ed appoco appoco serpeggiando, continuamente si allargava. Vedevansi allora acquaiuoli, i quali con non poca prestezza, ed evidente pericolo della vita loro operando, si affaticavano in versar acqua nelle buche fatte dalle palle, per ispegnervi il distendentesi fuoco. Tra per l'opera loro, e per l'effetto dei sifoni, tanto si contenne il medesimo, che le batterie continuarono a stare, ed a trarre sino alla sera. Quando poi incominciava ad annottare, era l'incendio sì cresciuto, che non solo era molta la confusione in esse, ma ancora il disordine si era in tutta la fila sparso. Allora, rallentandosi notabilmente il loro trarre, quello della Fortezza venne a sopravanzare. Elliot sempre più s'infiammava nella battaglia, e spesseggiava co' tiri. Si continuò a scaricar tutta la notte. La mattina ad un'ora le due batterie ardevano. Le altre parimente, o per l'effetto delle palle roventi, o perchè gli Spagnuoli, come scrissero, disperati di poterle salvare, avessero a bella posta appiccato il fuoco, erano in fiamme. Ora il perturbamento, e la disperazione apparivano grandi. Facevano gli Spagnuoli ogni momento segnali, e specialmente mandavano all'aria spessi razzi per implorar dai compagni loro soccorso. Si spiccavano allora dalla flotta i battelli, e venivano intorno alle brucianti macchine a raccorre i loro. Ciò facevano con mirabile intrepidezza, ma con grandissimo pericolo. Imperciocchè non solo erano esposti all'infinita moltitudine delle palle, delle bombe, e delle carcasse, che vibravano gli assediati, i quali, essendo l'aria rischiarata dalle larghe fiamme, traevano colpi aggiustati, ma ancora al pericolo delle ardenti navi, piene, com'esse erano, di ogni sorta di stromenti di morte. Nissuno pensi, che mai più miserando, o più spaventevole spettacolo si sia offerto agli occhi de' mortali di questo per la lontana oscurità della notte, pel vicino chiarore dell'incendio, pel rintuonar orrendo delle artiglierie, per le grida dei disperati, e dei moribondi. Venne ad accrescere terrore alla cosa, e ad interrompere la pietosa opera dei soccorritori il capitano Curtis, uomo di non poca perizia nelle faccende di mare, e di smisurato ardire. Governava questi dodici piatte, ciascuna delle quali portava in prua un cannone di diciotto, o di ventiquattro. Ell'erano state costrutte a bella posta per contrastare alle piatte spagnuole. Il loro trarre a pelo d'acqua, e la mira ferma erano causa, che facessero grandissimo effetto. Curtis le ordinò di modo, che ferivano di fianco la fila delle galleggianti. Da ciò ne nacque, che diventò oltre ogni dire degna di compassione la condizione degli Spagnuoli. Le piatte loro non s'ardivano più avvicinarsi, e furono costretti ad abbandonar le stupende navi loro alle fiamme, ed i compagni o ad una certa morte, od alla mercè di un nemico attizzato dalla battaglia. Parecchj battelli, e barche affondarono. Altre allontanandosi scamparono. Alcune feluche si appiattarono la notte; ma, spuntata l'alba, prese a bersaglio dagl'Inglesi, si arrendettero. Se stato era terribile lo spettacolo della notte, non fu meno compassionevole quello, che si scoperse agli occhi dei circostanti in sullo schiarir del nuovo dì. Uomini disperati, che in mezzo alle fiamme chiedevano pietà. Altri scampati al fuoco andavano vagando per le acque con non minor pericolo della vita loro. Di questi alcuni vicini ad affogare cercavano di aggrapparsi colle tremanti mani alle abbronzate, od ardenti navi; altri afferrato avendo le nuotanti tavole, o travi delle guastate navi a quelle fermamente, come all'ultima speranza, ch'era rimasta loro, si attenevano; e tuttavia ad alta voce gridavano aiuto verso i soprastanti vincitori. Questi, tocchi dalla infinita miserabilità del caso, e dalla propria umanità mossi, dall'ire temperandosi, cessarono del tutto lo sparare; e furono come animosi nella battaglia, così misericordiosi dopo la vittoria. Nel che tanto più sono degni di lode da stimarsi, che non potevano soccorrere ai vinti senza evidente pericolo loro. In ciò dimostrossi il capitano Curtis piuttosto singolare, che raro, tanta essendo stata l'attività sua, che parve più desideroso di salvare la vita altrui, che di conservare la propria. S'aggirava colle sue piatte intorno le fiammanti navi, e coloro, ch'erano prossimi ad essere o ingoiati dalle acque, o arsi dal fuoco, raccoglieva e ristorava. Fu visto ancora salir egli stesso sulle navi infuocate, e colle sue proprie mani trarre di mezzo le fiamme gli atterriti e ringrazianti nemici. Intanto ad ogni tratto correva pericolo di essere morto. Poichè ora scoppiavano i magazzini di polvere, ed ora le artiglierie di per sè stesse si scaricavano a misura, che il fuoco arrivava a toccar quelli, o ad aver riscaldato queste. Parecchj de' suoi furono in tal guisa o morti, o sconciamente sgabellati. Accadde ancora, che avendo egli troppo vicino accostato la sua nave ad una di quelle, che ardevano, scoppiando questa ad un tratto, ne fu vicino a perdere la vita. Meglio di quattrocento alleati furono dagli sforzi di Curtis da inevitabile morte riscattati. Ciò non di manco i morti in tutto questo fatto, tra Francesi e Spagnuoli, varcarono quindici centinaia. I feriti, che vennero in mano dei vincitori, furono negli ospedali della Fortezza trasportati; e quivi umanissimamente trattati. Nove batterie galleggianti arsero, o per l'effetto delle palle arroventite, o per opera degli Spagnuoli. La decima, caduta in poter degl'Inglesi, fu arsa da questi, perchè non la poterono dall'incendio, che già sopravanzava, preservare. La perdita degl'Inglesi non fu di molto momento, non avendo avuto dai nove di agosto in poi più di sessantacinque morti e 388 feriti. Fu altresì leggiero il guasto fatto nelle fortificazioni, e tale, che non diè luogo ad alcuna apprensione per l'avvenire. Di tal maniera fu la vittoria acquistata con eterna sua laude da Elliot, e dal presidio di Gibilterra. Tutti i tesori, che il Re Cattolico aveva con infinita larghezza spesi nella construzione di quelle maravigliose moli, la pazienza, e la virtù de' suoi soldati, il valore, e la baldanza dei Francesi furono indarno. Quantunque non si possa di certo affermare, che coi preparati mezzi, quando anche stati fossero con tutta la efficacia, e secondo la intenzione dei capitani diligentemente usati, si fosse potuto la Fortezza espugnare, pare però, che in tutto il corso di questa bisogna abbiano i confederati commesso più errori di non poco momento. E prima di tutto l'avere per le narrate cagioni precipitato gl'indugi, e voluto dar di presente la battaglia, fu causa, che d'Arçon non ebbe potuto a quella perfezione le sue macchine condurre, che avrebbe desiderato. Imperciocchè pignendo, e ripignendo gli stantuffi delle trombe, si era egli accorto, che l'acqua dei doccioni trapelava, e si spandeva internamente sulle vicine parti con pericolo di bagnar le polveri, e renderle inabili all'accendersi. Avrebbe trovato rimedio a quest'inconveniente, ma gli fu tronco il tempo per la pressa, che si ebbe. Quindi i doccioni interiori furono turati, e solo lasciati aperti gli esteriori, i quali furono insufficiente riparo contro l'ardor delle palle. Fu anche sì presto l'ordine mandato a Don Moreno, perchè dalla punta di Maiorca, dove si trovava colle sue batterie, si recasse immediatamente all'assalto, che non potè farle sorgere presso il vecchio molo, com'era il disegno, donde avrebbe potuto e maggiormente esso molo danneggiare, e ritirarsi agevolmente indietro, ove lo avesse giudicato necessario. Andò invece a gettar le ancore nel miluogo tra il vecchio ed il nuovo molo. Nè le piatte degli Spagnuoli furono di quella utilità, che si aspettava, o impedite dal vento contrario, come essi scrivono, ovverochè, vista quella inescogitabile tempesta di tante maniere d'istromenti di morte, che mandava e rimandava la Fortezza, non si siano ardite. Da una o due in fuori, nissuna pigliò il posto, nè trasse. La stessa grossa armata se ne stette pressochè inoperosa, ossiachè il vento le fosse contrario, o che vi siano state gelosie tra i capitani di terra, e quei di mare. Nè le batterie del campo di San Rocco, quale di ciò sia stata la cagione, tutta quella opera diedero, che avrebbero potuto dare. Trassero pochi colpi, e quasi tutti orizzontali, pochissimi in arcata, comechè dalle circostanze del fatto fosse chiaro, che maggior fondamento si doveva fare nelle palle di rimbalzo, che nelle dirette. Da tutte queste cose ne conseguitò, che i soldati della guernigione, invece di essere sopraffatti dalla moltitudine dei tiri, ed in tale modo aggirati, che non sapessero a qual parte volgersi, ebbero la maggior parte facoltà di recarsi a ministrar le artiglierie, che fronteggiavano le batterie galleggianti, e queste con insuperabile energia sbattere, sconquassare e distruggere. Per tali cause fu guasto il più generoso, e meglio ordito disegno, che fosse da lungo tempo nella mente degli uomini caduto, furono rotte le più belle speranze, e nacque una opinione, che quella rocca di Gibilterra, la quale già era giudicata fortissima, fosse del tutto inespugnabile.
Ora era ridotta nei confederati tutta la speranza del vincere la Fortezza in sull'assedio, giacchè per assalto ciò avevano tentato invano, dandosi a credere di poter colla fame conseguire quello, che colla forza delle armi non avevano potuto. Per ottener questo fine egli era necessario d'impedire, che Howe, il quale di breve si aspettava, non riuscisse a far entrare nuova scorta nella piazza. Si erano perciò i confederati posti nel golfo di Gibilterra con un'armata di circa cinquanta navi d'alto bordo, tra le quali se ne annoveravano cinque di 110 cannoni, ed un'altra detta la Trinità di 112. Intendevano di combattere colle grosse l'armata inglese, quando arrivasse, e colle sottili di dar la caccia alle annonarie, e l'una dopo l'altra arraffarle. Perchè invece di andare ad incontrare il nemico nell'alto mare presso il Capo di Santa Maria, dove prevalendo di numero di navi avrebbero potuto con somma utilità spiegar l'ordinanza loro, abbiano piuttosto eletto di aspettarlo in uno stretto golfo, in cui la moltitudine delle proprie navi sarebbe stata più d'impaccio, che di giovamento, noi non abbiamo saputo spiare. E' pare, che il Re di Spagna medesimo, il quale sempre infiammatissimo nel desiderio di conquistar Gibilterra, andava dì e notte di quest'impresa mulinando, abbia così ordinato. Veleggiava intanto Howe per l'Atlantico alla volta della Fortezza, non peraltro con quella velocità, colla quale avrebbe desiderato; perciocchè i venti contrarj il ritardavano. Dai quali indugi era egli grandemente vessato pel timore, che si approssimasse la Fortezza alla dedizione, e che il soccorso arrivasse troppo tardi. Ma non fu sì tosto giunto sulle coste del Portogallo, che gli pervennero le novelle della vittoria d'Elliot. Dalle quali riconfortato sperò di poter più facilmente il disegno suo trarre ad esecuzione, credendo che i nemici, dopo tanta perdita venuti dimessi, non fossero, come prima, abili a contrastarglielo. Pervenuto vicino allo Stretto, una furiosa tempesta gli conquassava le navi; ma ciò con poco danno loro. Bene fu grande quello, che ne ricevettero gli alleati nel porto d'Algesiras. Una delle loro andò a traverso presso la città stessa di questo nome; un'altra fu tratta dalla forza del vento sotto le mura di Gibilterra, dove venne in potestà del presidio. Due furono a viva forza spinte nel Mediterraneo; parecchie altre furono sconcie e sfesse grandemente in varie parti. La mattina seguente l'armata inglese entrava nello Stretto ordinata in battaglia con un vento di scirocco. Fatto notte, si trovò rimpetto il golfo di Gibilterra. Ma essendosi il vento abbonacciato, e volto a ponente, solo quattro delle annonarie poterono nel porto di quella città approdare. Le altre coll'armata furono dalle correnti trasportate nel Mediterraneo. Seguitarono gli alleati con tutta l'armata loro. Ma ossiachè le bonacce ed un annebbiamento che sopravvennero, glielo impedissero, o che veramente l'intento loro non fosse di volerne venire ad una battaglia giusta, se non avvantaggiatissimi, si ristettero. Per la qual cosa l'ammiraglio Howe maestrevolmente usando un levante, che in quell'ora, cominciò forte a soffiare, rientrò nello Stretto, e tutte le sue annonarie fe' entrare nel porto di Gibilterra. In questo mezzo l'armata inglese si era arringata alla bocca dello Stretto verso il Mediterraneo tra le due opposte rive d'Europa e di Ceuta. Sopraggiungeva a piene vele l'armata de' confederati. Ma Howe andò considerando, che, poichè si era il vettovagliamento della Fortezza effettuato, il quale era il principal fine dell'incumbenza, che gli era stata data, e la totale conclusione dell'opera, sarebbe stato soverchio consiglio il porsi al rischio di una campale battaglia, massime prevalendo il nemico di forze, ed in luogo, dove per la vicinità delle coste nemiche una disfatta avrebbe un intiero sterminio della sua armata partorito. Nè gli sfuggì il pensiero, che, se la battaglia non si potesse schivare, sarebbe stato miglior partito il farla in luogo aperto, dove volteggiandosi avrebbe potuto combatterla alla larga, piuttosto che in istretto, dove sarebbe stata di necessità terminativa. Per le quali cagioni, volendo recarsi in luogo, dove la qualità del sito non facesse inferiori le sue condizioni, date le vele al favorevole vento, attraversò di nuovo lo Stretto, e se ne tornò nell'Atlantico. Lo seguitarono gli alleati, ma peraltro non con tutta l'armata. Perciocchè dodici vascelli de' più grossi per esser tardi all'abbrivo erano rimasti indietro. Ne accadde tra le due vanguardia e retroguardia nemiche una assai aspra, ma però lontana affrontata, per la quale nulla si giudicò, se non che alcune navi ricevettero grave danno da ambe le parti. Si allargarono poscia gl'Inglesi, le navi dei quali erano più veloci, sì fattamente, che gli alleati, perduta ogni speranza di raggiugnerli, andarono a dar fondo nel porto di Cadice. Howe, mandate otto delle sue navi alle Indie occidentali, e sei sulle coste d'Irlanda, se ne tornò colle rimanenti a Portsmouth. In tal modo e per l'avuta vittoria, e pel rinfrescamento della vettovaglia, le cose di Gibilterra furono poste in sicuro stato con molta gloria degl'Inglesi, e non senza biasimo degli alleati, i quali presso quelle mura sfallirono parte per precipitazione, parte per iscordo, e nell'aperto mare parte per la contrarietà de' tempi, parte per mancanza d'ardire. Imperocchè la prepotenza delle forze loro navali tanto in questa ultima, quanto nelle precedenti fazioni sulle coste della Gran-Brettagna riuscì piuttosto di vana mostra, che d'effettivo danno al comune nemico. Ma se in tutto il corso della guerra eglino alle giudicate battaglie tra armata ed armata, o si ristettero, o furono disfatti, o al più combatterono con egualità di fortuna, negli affronti particolari, che non di rado tra nave e nave intervennero, e nel presente, e nei varcati anni, tanto ardire, e sì fatta perizia delle cose marinaresche dimostrarono, massimamente i Francesi, che combatterono sempre onorevolmente, spesso felicemente. Dei quali effetti, quali ne siano state le cagioni, noi lasceremo a coloro, che più di noi sanno di guerra e di marineria, giudicare.
Dalle fazioni di tanto momento, che siamo andati sì nel presente, che nel precedente libro delineando, ne nacque in tutti i potentati guerreggianti non solo un acceso desiderio, ma ancora un'espressa volontà di por fine alla guerra. Tutti speravano, che si sarebbe dato fra breve alle cose universali onesta forma. La guerra, ch'era in piè già da tanti anni senza aver prodotto frutto alcuno di momento, e la cattività incontrata sotto le mura di Jork-town da tutto quell'esercito, che aveva militato sotto l'imperio del conte di Cornwallis, avevano i ministri britannici persuaso che il ridurre gli Americani a soggezione per la forza dell'armi era cosa oramai impossibile diventata. I maneggi poi posti in opera, per dividergli tra di loro o dagli alleati, non avevano partorito migliori frutti, che le armi. Da un'altra parte le vittorie di Rodney, e d'Elliot non solo avevano assicurato e le ricche isole delle Antille, e quel principale propugnacolo di Gibilterra, ma ancora posto in salvo l'onore della Gran-Brettagna, di manierachè poteva ella, dal capitolo dell'independenza degli Stati Uniti in fuora, che l'era forza riconoscere, intorno tutti gli altri con egualità di condizioni co' suoi nemici negoziare; perchè ed aveva vinto la guerra di Gibilterra, e tenuto la fortuna in bilico nei mari d'Europa, e prevalso in quei delle Antille; e se nei medesimi aveva fatto notabili perdite, aveva peranco acquistato l'isola di Santa Lucia, tanto importante per la fortezza de' luoghi, per la bontà de' suoi porti, e per l'opportunità del suo sito. E quantunque essa non potesse giudicarsi giusto compenso alla perdita della Domenica, di Tobago e di San Cristoforo, s'era nonostante l'Inghilterra talmente avvantaggiata nelle orientali Indie, che più recava per questo conto nel comune negoziato, che la Francia non poteva. Oltre a ciò il debito pubblico di lei era diventato enorme, e tuttavia ogni giorno ne diventava di vantaggio. Il popolo desiderava, che si aprisse qualche adito alla pace, e già diceva sinistre parole sopra la prolungazione della guerra. I ministri stessi, i quali sì grandi repetj avuto avevano cogli antecessori loro intorno l'ostinazione di quelli a volerla continuare, sia perchè i bisogni dello Stato così richiedevano, sia perchè ancora non volevano quel biasimo riportare essi stessi, del quale avevano gli altri accusati, desideravano la pace. Imperocchè quantunque fosse in immatura età, e con dolore di tutti i buoni morto il marchese di Rockingham, il qual era quegli, che timoneggiava tutto, e Fox avesse rassegnato l'uffizio, e che in luogo del primo stato fosse surrogato il conte di Shelburne, e del secondo Guglielmo Pitt, figliuolo che fu del conte di Chatam, l'uno e l'altro consenzienti all'independenza dell'America più per necessità, che per elezione, ciò nulladimeno i più dei ministri erano di quelli, che prima la rivocazione delle rigorose leggi contro l'America fatte, poscia il primaticcio riconoscimento della independenza avevano in cospetto del Parlamento con parole non men ornate, che instanti voluto persuadere. Per le quali cose tutte avevano essi a buon'ora mandato a Parigi Grenville, perchè tentasse il guado, acciocchè i plenipotenziarj, che venissero dopo, avessero causa di deliberare più prontamente. Poco poscia spacciarono nella medesima città per quest'istesso oggetto di trattare il negozio della pace due plenipotenziarj Fitz-Herbert, e Oswald, ai quali non fu necessario usare molta diligenza per chiarirsi della inclinazione del governo di Francia. Già vi erano anche convenuti i plenipotenziarj degli Stati Uniti Giovanni Adams, Beniamino Franklin, Giovanni Jay ed Enrico Laurens, il quale uscito dalla Torre di Londra era stato in sua libertà lasciato.
Se grande era il desiderio della pace che si aveva in Inghilterra, non si desiderava ella meno in Francia sia dai popoli, sia da coloro, i quali reggevano lo Stato. Aveva questa conseguìto ciò che sopra ogni cosa aveva desiderato, vogliam dire la separazione delle colonie inglesi dalla metropoli loro, poichè i ministri britannici offerivano in primo luogo di volere l'independenza degli Stati Uniti riconoscere; il quale oggetto era da parte della Francia il principale, anzi il solo fine, che confessato fosse della guerra. Rispetto poi alle cose delle Antille, oltrechè le fazioni, che si erano avute in animo di fare, erano piuttosto in vantaggio particolare, e per conto della Spagna, che della Francia, la sconfitta dei dodici aprile aveva e guasti tutti i disegni, e troncate tutte le speranze. Nè si poteva aspettare, si facessero maggiori frutti nei mari d'Europa; poichè già da tanti anni indietro non se n'era fatto nissuno, che di qualche momento fosse alla somma delle cose. Le perdite finalmente delle orientali Indie si potevano colle vincite fatte nelle occidentali compensare. Quindi è che la Francia, e poteva con egualità di condizioni trattare rispetto agli accidenti della guerra, e con onorata superiorità rispetto alla sostanza stessa della medesima, che era l'independenza degli Stati Uniti. Ma oltre tutte le narrate cagioni, altre se ne avevano in Francia, perchè vi si anteponesse una pronta pace alla continuazione di una lunga guerra. Era la Camera pubblica ridotta a mal termine, e nonostanti i buoni ordini, che dai presenti ministri vi erano stati introdotti, e l'economia nuova che in tutte le parti del governo aveva prevaluto, non era quella a gran pezza sufficiente a poter bastare contro le esorbitanti spese della guerra. Si metteva ciascun anno più a uscita, che ad entrata; ed il pubblico debito vieppiù s'ingrossava. S'erano in questa guerra spesi tesori inestimabili. Imperciocchè e si era esercitata in lontanissime contrade, e fu mestiero di ristorar la marineria, e le provvisioni con gran giattura del pubblico erario spesso state dalle flotte inglesi intraprese. Gli Americani poi oltre modo lenti al pagar le tasse, ed inabili di per sè stessi a sopportare il peso di tanta guerra, facevano ogni giorno una gran calca alla Francia, perchè di nuovi denari gli accomodasse. Il che avevano ottenuto; poichè oltre un milione di lire di tornesi, che accattato avevano dagli appaltatori generali di Francia, ed oltre le somme accattate in Olanda, per le quali la Francia era entrata mallevadrice, avevano avuto dal governo francese diciotto milioni di tornesi, e tuttavia ne addomandavano altri sei. Le quali cose la penuria dell'erario pubblico già sì povero, e stretto pe' passati debiti, e pel presente dispendio, viemmaggiormente accrescevano. Infine il commercio del regno, verso il quale in quell'età avevano i Francesi con grand'ardore volto l'animo, era stato dalla guerra gravemente afflitto, e molti particolari uomini avevano non leggieri perdite fatte, delle quali non isperavano per altro modo ristorarsi, se non per mezzo della pace. Tutte queste cose erano causa, che se la pace poteva essere onorevole alla Francia, ella era peranco necessaria, e da un desiderio universale confermata.
Venendo ora a favellar della Spagna, le speranze che sì vive aveva ella concette di acquistare a sè Gibilterra e la Giamaica, erano state del tutto tronche dalle disfatte dei dodici aprile, e dei tredici settembre, ed il continuar nella guerra per ottenere questi due fini era piuttosto da riputarsi ostinazione, che costanza. Da un altro canto aveva ella fatto acquisto per la forza delle sue armi dell'isola Minorca, e della Florida occidentale. E siccome l'Inghilterra dal canto suo non aveva alcun compenso da offerire alla Spagna, così ragion voleva ch'elleno fossero ai conquistatori cedute pei capitoli della pace, ed in potestà loro si rimanessero. Il che sebbene non fosse tutto quello, che si era sperato, era nondimeno causa che la guerra non fosse stata del tutto intrapresa a credenza, e che i popoli della Spagna non la potessero, siccome spesso erano soliti di fare, piuttosto guerra gentilizia, che spagnuola chiamare. Era paruta invero a tutti cosa maravigliosa, che la Spagna avesse voluto nutrire un incendio, che avrebbe facilmente potuto diventare sì pernizioso allo Stato suo, entrando a parte di una guerra, lo scopo manifesto della quale era quello di fondar una repubblica independente in un paese sì vicino alle sue possessioni del Messico. L'esempio era senza dubbio pericoloso per il prurito d'orecchie che eccitano nel mondo le novità, e per la facilità, che hanno gli uomini a dar la volta, essendo più pronti a scuotere il giogo, che a portarlo. Ma se si era contro i reali interessi della Corona venuto a parte della contesa, sarebbe stato condannabile partito il prodigalizzar tuttavia tanti tesori e tanti soldati per perseverarvi, ora massimamente che si poteva per l'acquisto di Minorca, e della Florida con onorevoli condizioni accordare. Così anche dalla parte di Spagna le cose si dirizzavano a concordia.
Rispetto finalmente agli Olandesi, seguitavano essi piuttosto, che andassero di pari passo cogli alleati; ed erano a tanto bassa fortuna condotti, che altro non potevano volere, che quello che la Francia voleva, da questa sola, e non dalle forze loro sperando di condur a buon fine la somma della guerra. Imperciocchè la riavuta dell'isola di Sant'Eustachio, e della colonia di Demerary non dall'armi proprie, ma sibbene da quelle della Francia dovevano solo, ed unicamente riconoscere. Desideravano poi tutti generalmente la pace, poichè avevano per pruova conosciuto, che colle forze loro non potevano con prosperità di fortuna esercitar la guerra; e questa a nissun'altra nazione sia più pregiudiziale, che a quelle, che vivono principalmente in sul commercio. A questa inclinazione verso la pace, che a questi dì prevaleva presso tutti i potentati guerreggianti, venne ad aggiugnersi la mediazione di due possenti principi dell'Europa, l'Imperadrice delle Russie, e l'Imperador di Germania, i quali s'interposero alla concordia. L'uffizio loro fu abbracciato da tutti molto volentieri, e già le cose si andavano accomodando ad una quiete universale. Ognuno era alle strette di doversi pacificare.
Pertanto bollivano gagliardamente in sul finir del presente anno le pratiche della pace nella città di Parigi. I primi ad accordarsi furono gl'Inglesi, e gli Americani, i quali il giorno trenta di novembre fecero tra di loro per modo di provvisione un trattato da inserirsi e da far parte del trattato terminativo, che fermato si sarebbe, allorquando quello, il quale doveva tra la Francia, e la Gran-Brettagna aver luogo, fosse concluso. Le più, e maggiori condizioni di quest'accordo furono, che il Re della Gran-Brettagna riconosceva la libertà, la sovranità, e la independenza dei tredici Stati Uniti d'America, i quali furono tutti ad uno ad uno nominati; e che il Re cedeva, e rinunziava tanto per sè, quanto pe' suoi eredi, e successori ad ogni ragione, che avesse, o aver pretendesse sopra il governo, le proprietà, e le terre di quelli. Ancora per levar da ogni parte l'occasione alle ingiurie per motivo dei confini, questi si determinarono accuratamente con tirar alcune linee immaginarie, per mezzo delle quali furono posti in potestà, e dentro il territorio degli Stati Uniti, paesi immensi, laghi, e fiumi, sopra i quali fin allora non avevano essi Stati preteso ragione veruna. Imperocchè oltre le vaste e fertili contrade poste sulle rive dell'Oio, e del Mississipì, i confini degli Stati Uniti si distesero molto addentro nel Canada, e nella Nuova Scozia, e vennero ad acquistar parte del commercio delle pelli. Inoltre parecchie nazioni indiane, le quali prima vivevano sotto la superiorità dell'Inghilterra, e specialmente le sei Tribù state sempre amiche, ed alleate agl'Inglesi, furono in virtù di detta circoscrizione di limiti date in mano agli Stati Uniti. Ancora, dovessero gl'Inglesi restituire, e votar tutti i territorj degli Stati medesimi, cioè la Nuova-Jork, l'Isola Lunga, e quella degli Stati, Charlestown, e Penobscot, e tutte le appartenenze loro. Non si fe' parola di Savanna, poichè già gl'Inglesi, ritiratisi da questa Terra, e da tutta la Giorgia l'avevano intieramente in balìa degli Americani lasciata. Ancora, avessero gli Americani il diritto di pescar liberamente sopra gli scanni di Terranuova, nel golfo di San Lorenzo, ed in tutti que' luoghi, nei quali le due nazioni, quand'erano unite, erano solite ad esercitar le pescagioni. Si stipulò altresì, che il congresso dovesse caldamente raccomandar ai diversi Stati, perchè provvedessero, fossero restituiti i beni, i diritti, e le proprietà tanto ai sudditi inglesi, quanto a coloro fra gli Americani, che seguitato avevano le parti inglesi, i quali erano stati durante la guerra confiscati; e che costoro non potessero per ogni qualunque cosa, che detto, o fatto avessero in favore della Gran-Brettagna, essere ricerchi, o perseguitati. I quali ultimi articoli, siccome non piacquero a certi larghi repubblicani dell'America, i quali non considerando, quanto il più delle volte riesce amara la dolcezza della vendetta, avrebbero voluto sfogarsi, così dispiacquero grandemente ai leali, i quali non contenti a quella semplice raccomandazione, che poteva aver effetto, o no secondo la volontà degli Stati, dell'essere stati, come dicevano, dall'Inghilterra abbandonati, della ingratitudine sua, e dell'avversa fortuna loro fieramente si rammaricavano. Furonvi anche in questo proposito grandi batoste in Parlamento, dolendosi aspramente coloro, che a' disegni dei ministri si opponevano, che gli uomini fedeli all'Inghilterra, con perpetua infamia di lei, stati fossero dati in preda ai loro persecutori, come se in queste tresche politiche non si risguardasse piuttosto a ciò, che è possibile o impossibile ad ottenersi, utile o dannoso a farsi, che al giusto, all'onorevole, all'onesto; e coloro, i quali si frammettono in queste rinvolture e guerre cittadine, hanno ad aspettarsi di essere tosto o tardi a cotali strette condotti, ed a dover bever questo calice; imperciocchè lo Stato, per lo più tutte le cose dalla utilità sola misurando, si accorda, e non ti cura; poichè esso mira più alla propria conservazione, che a quella d'altrui; e più ha rispetto all'universale, che al particolare. Si accordò finalmente, che tra i due Stati cessassero immediatamente le ostilità sì per terra, che per mare.
1783
I preliminari della pace tra la Francia e l'Inghilterra furono fermati a Versaglia il giorno venti di gennaio del 1783 tra il conte di Vergennes per consiglio del quale s'indirizzavano la maggior parte di queste cose, ed il signor Fitz-Herbert. Per questi fu ampliato d'assai a favor dell'Inghilterra il diritto delle pescagioni sugli scanni di Terranuova. Ma peraltro essa restituì alla Francia in pieno diritto, e proprietà le isole di San Pietro, e Michelone. Nelle Antille l'Inghilterra restituì alla Francia l'isola di Santa Lucia; le cedette, e guarentì l'isola di Tobago. Da un'altra parte la Francia restituì all'Inghilterra l'isola di Grenada colle Grenadine, e quelle di San Vincenzo, di San Cristoforo, di Nevis, e di Monserrato in un colla Domenica. Nelle Indie orientali furono ristorati, alla Francia, e guarentiti Pondicherì e Caricallo, e tutte le sue possessioni del Bengal, e della costa di Orixa. Le furono anche fatte altre concessioni di non poco rilievo rispetto al commercio, ed alla facoltà di fortificar certe Terre. Ma un capitolo assai onorevole alla Francia quello fu, pel quale l'Inghilterra consentì all'abrogazione ed annullazione di tutti gli articoli relativi a Dunkerke, che stati erano tra i due Stati accordati dal trattato di pace d'Utrecht del 1713 in poi. Furono nel medesimo giorno fermati i preliminari della pace tra la Spagna e l'Inghilterra, da parte di quella dal conte d'Aranda, e da parte di questa dal medesimo Fitz-Herbert. Cedette il Re della Gran-Brettagna al Re Cattolico l'isola Minorca e le due Floride, occidentale ed orientale. Da un altro canto il secondo restituì al primo le isole Bahame. La quale restituzione si conobbe poi essere stata superflua. Perocchè il colonnello Deveaux con una presa di pochi uomini, e con denaro del suo, venuto sopra a quelle isole, l'ebbe alla Gran-Brettagna per forza d'armi riacquistate. Furono tutti questi preliminari in formale e determinativo trattato di pace ridotti il terzo giorno di settembre del 1783, per parte della Francia dal conte di Vergennes, per quella della Spagna dal conte d'Aranda, e per quella dell'Inghilterra dal duca di Manchester. Il trattato terminativo tra la Gran-Brettagna, e gli Stati Uniti fu fermato il medesimo giorno in Parigi dall'un de' lati da Davidde Hartley, e dall'altro da Giovanni Adams, Beniamino Franklin, e Giovanni Jay. Il giorno precedente era seguìto l'accordo pure a Parigi tra il Re della Gran-Brettagna per mezzo del duca di Manchester, e gli Stati Generali delle Province Unite d'Olanda per mezzo dei Signori Van-Berkenroode, e Bransten. Per questo il Re restituì agli Stati Generali Trincamale; ma questi cedettero, e guarentirono al primo la città di Negapatam con tutte le sue pendici. Dei diritti marittimi de' neutri in caso di guerra coll'Inghilterra, dei quali avevano i confederati tanto rombazzo fatto, e menati sì gran vanti, non si fe' in tutti questi trattati menzione alcuna.