Intanto fattisi avanti cogli approcci avevano questi condotto a termine la terza circonvallazione molto, vicina al canale da noi sopraddescritto, e tanto lavorarono colle zappe, che pervenuti a destra nella palude, dalla quale l'acqua era derivata, e, svoltala, la seccarono. Alzarono poi poco stante le batterie su quest'ultima circonvallazione, e compirono le traverse e gli altri cunicoli di comunicazione. Cinta in tal modo d'ogni intorno la piazza, e gli assedianti in atto di piovervi dentro le palle e le bombe, intimava Clinton la resa a Lincoln. Si appiccava una pratica d'accordo; ma pretendendo l'Americano, che non solo le milizie ed i cittadini fossero franchi e liberi delle loro persone, ma ancora che le proprietà loro vendere e trasportare, ove meglio piacesse loro, potessero, le quali condizioni ricusava l'Inglese di concedere, volendo, che si arrendessero tutti a prigionieri di guerra, ed in rispetto alle proprietà a null'altro volendo consentire, se non se che le soldatesche nolle avrebbero manomesse, si ruppe tosto la pratica, e si ricominciarono le ostilità. Le palle intronavano le mura; le bombe e le carcasse, che si crollavano in grandissima copia dentro la città, rovinavano ed accendevano gli edifizj; ed i tiratori essiani in ciò molto destri, cogli archibusi rigati imberciavano tutti coloro, che alle cannoniere, od altrove si affacciavano. Niuna cosa rimaneva a quei di dentro libera e sicura. Tutto annunziava appropinquarsi la necessità della dedizione. Già si rallentavano i tiri degli assediati, imboccate le artiglierie loro, fracassati i carretti, morti gli artiglieri, e gl'Inglesi spintisi avanti colle zappe avevano sboccato nel fosso a pochi passi distante dalle mura. Minacciavano di assalto la misera città. Già dentro appariva principio di discordia civile, perciocchè i cittadini, parte timidi, parte leali, incominciavano a romoreggiare. Pregavano, scongiuravano Lincoln, non volesse vedere l'estremo sterminio di quella diletta stanza loro, di quella sì ricca e sì nobile città. Si arrendesse, accettasse le condizioni. Già mancare la panatica; gl'ingegneri aver dichiarato, non potersi sostenere l'assalto; nissuno spiraglio di salute discoprirsi da nissuna banda. In così terribile congiuntura, deposta la natural sua durezza, piegò Lincoln finalmente l'animo all'arrendersi, ed ai dodici del mese di maggio si fermò la capitolazione. Uscissero i soldati del presidio con alcuni degli onori della guerra, e giunti al luogo, tramezzo le mura ed il canale, ivi deponessero le armi; le casse non battessero; le insegne fossero piegate; ritenessero gli stanziali ed i marinari le bagaglie loro, e rimanessero prigionieri di guerra sino agli scambj; le cerne se ne tornassero alle case loro, dando la fede di non portar le armi contro le genti regie; la quale sintantochè serbassero, non potessero venir molestate nè nella roba nè nelle persone; i cittadini parimente di qualunque ordine si riputassero sulla fede loro prigionieri di guerra; le proprietà loro conservassero colle medesime condizioni, che le cerne; gli uffiziali ritenessero i loro servi, le armi e le bagaglie non isvaligiate; avesse Lincoln facoltà d'inviare una nave a posta con ispacci a Filadelfia. In cotal modo dopo un assedio di quaranta giorni venne la città capitale della Carolina Meridionale in mano dei reali. Sette generali, dieci reggimenti di stanziali, ma però molto diradati, e tre battaglioni di artiglieria diventati prigionieri fecero conspicua la vittoria degl'Inglesi. Il numero dei prigioni, incluse le milizie ed i marinari, tanto americani che francesi, arrivarono a meglio di seimila persone. Quattrocento bocche da fuoco di diversa sorta e grandezza caddero in poter dei vincitori con una quantità non ordinaria di polvere, di palle, di bombe e di scaglia. Tre grosse fregate americane, ed una francese con altri legni di minor grandezza accrebbero l'importanza della vittoria. La perdita dei morti e dei feriti fu di poco momento da ambe le parti. I Caroliniani agramente si dolsero dei loro vicini massimamente dei Virginiani, perchè non avessero porto loro quegli aiuti, che avrebbero potuto. Fu Lincoln molto, e molto diversamente ripreso del modo, col quale ei governò tutta questa fazione. Lo biasimarono alcuni dell'essersi rinchiuso dentro le mura di una Terra grande e male riparabile, invece di osteggiare alla campagna. Affermarono, che se questo secondo partito seguitato avesse, avrebbe potuto conservare alla lega un esercito notabile, e le più fertili terre della provincia. Mantennero, che sarebbe stato meglio con agguati, con iscappate, con aggirate, con opportuni assalti stancare, e consumar l'inimico; poco esser difendevoli le mura di Charlestown; le genti poche a tanto circuito; diverso modo da questo, e con molta utilità della patria aver tenuto Washington, quando antepose alla perdita dell'esercito quella dell'Isola della Nuova-Jork, e della città stessa di Filadelfia. Delle quali cose si può credere, che certamente sarebbe stato miglior consiglio, temporeggiando in sulle difese, straccar l'inimico sulla campagna. Ma della contraria deliberazione di Lincoln non egli dee venir accagionato, ma sibbene il congresso e gli Stati provinciali vicini, i quali nell'approssimarsi del pericolo quegli aiuti promisero, che poi non mandarono. Altri lo condannarono per non aver votato la città, quando tuttora erano aperte le vie sulla sinistra sponda del Cooper. Della quale risoluzione fu causa, prima questa stessa speranza degli aiuti; poscia, quando dopo la vittoria di Monk's-corner gl'Inglesi avevano inondato le terre poste tra il Cooper e la Santee, il timore di esser sopraffatto da forze superiori, massimamente cavalli, e la ripugnanza al lasciare la città a discrezione in mano del nemico. Avuta Clinton la possessione della città capitale della Carolina, vi si assicurava dentro con buoni ordini civili e militari, e, assettata questa, volgeva l'animo a racconciar la provincia, nella quale già ogni cosa piegava a divozione dell'esercito vincitore.
Divisava egli, e mandava ad effetto tre spedizioni; perciocchè non voleva nè lasciar freddare i suoi, nè respirar il nemico; l'una verso il fiume Savanna nella Giorgia, l'altra a Ninetysix al di là del fiume Saluda, queste due per far levar in capo i leali molto abbondanti in quei luoghi; la terza per disperdere affatto le reliquie delle bande americane, le quali tuttavia andavano ronzando tra il Cooper e la Santee, e principalmente per rompere una testa di repubblicani, che sotto la condotta del colonnello Buford si ritiravano a gran giornate dalla Carolina. Ebbero tutte e tre felice fine. Accorrevano da ogni banda gli abitatori verso le genti regie, dichiarando di voler all'antica leanza ritornare, ed offerendosi di voler armata mano difendere e sostenere la causa del Re. Molti si affoltavano per le stesse cagioni e fini nella città stessa di Charlestown, a ciò ancora invitati da un bando mandato fuori da Clinton. Il conte di Cornwallis, spazzate le rive del Cooper, e varcata la Santee, s'impadroniva di Georgetown. Sì grand'era lo zelo dei popoli, o vero o simulato pel Re, ed il desiderio, parte per paura, parte per amore di gratuirsi il vincitore, che non contenti al venire essi stessi, conducevano anco prigioni seco loro quei libertini, che potevano aver fra le mani, ai quali poco prima con tanta prontezza obbedito avevano, e che ora col nome di oppressori appellavano. Intanto Buford colla sua schiera già si era assai dilungato, ed era assai difficile impresa quella di raggiungerlo. Ma Tarleton si offeriva pronto, e dava speranza di trarla a buon fine. Cornwallis gli concedè a tal uopo una buona frotta di cavalleggieri, ed un centinaio di fanti montati in groppa. Camminando egli con grandissima celerità arrivò il giorno 28 maggio a Cambden, dove ricevè le novelle, che Buford era partito il dì precedente da Rugeley's-mills, e che a gran giornate marciando era vicino a congiungersi con un'altra schiera di repubblicani, ch'era in via per venire da Salisbury a Charlotte nella Carolina Settentrionale. Conosceva Tarleton, di quanta importanza fosse il prevenire la congiunzione di queste genti. E perciò malgrado la stanchezza degli uomini e dei cavalli, dei quali alcuni per questa sola cagione erano morti, ed il calore della stagione, raddoppiò i passi, e tanto fu presta la mossa delle sue genti, che venne sopra il nemico in un luogo chiamato Wacsaws, trascorso avendo 105 miglia in cinquantaquattr'ore. Gl'Inglesi intimavano la resa agli Americani; questi ricusavano le condizioni animosamente rispondendo, volersi difendere. Ordinò Buford i suoi alla battaglia, ch'erano da quattrocento stanziali della Virginia con una torma di cavalleggieri del Washington. Gli distendeva in una sola fila; i cannoni, le bagaglie, tutta la salmerìa continuavano intanto ad andar al viaggio loro. Comandava, non traessero, finchè i cavalli inglesi non fossero vicini a venti passi. Tarleton non metteva tempo in mezzo; ma a trabocco si mescolava col nemico. Fatta una leggiera resistenza, andarono gli Americani in volta. Gli seguitarono ferocemente gl'Inglesi, e ne fecero strage. Fu piena la vittoria. Quasi tutti furono o uccisi o sconciamente feriti, o fatti prigioni. Tanto fu il furore degl'Inglesi in questo fatto, che spietatamente manomisero anche coloro, che si arrendevano. Da ciò si accanirono viemmaggiormente gli Americani, e nacque tra di loro un proverbio volgare, che volendo significare un crudel nemico, od una strage orribile dicevano: I quartieri di Tarleton. Le armi, inclusi i cannoni, le munizioni, le bagaglie, il carreggio, tutto vennero in poter del vincitore. E' pare che abbia Buford commesso in questo fatto due errori, dei quali il primo si fu quello di aver aspettato l'inimico, che prevaleva di cavalleria, in luogo aperto. Se invece di aver mandato il carreggio indietro, tosto ch'ebbe scoperto i regj, ne avesse fatto carrino tutto all'intorno delle sue genti, o non lo avrebbero gl'Inglesi assaltato, o ne sarebbero forse rimasti colla peggio. Il secondo poi fu quello di aver vietato a' suoi, non traessero al nemico, se non vicino; il che fu causa, che i cavalli di Tarleton caricarono avventati ed ordinati. Ritornò questi subitamente, conducendo seco le conquistate spoglie a Cambden, dove si ricongiunse con Cornwallis. Quella schiera di Americani, che si era avviata a Charlotte, udita la rotta di Wacsaws, fece altri pensieri, e se ne tornò più che di passo a Salisbury.
La vittoria di Wacsaws, siccome quella, ch'ebbe rotte le ultime speranze dei Caroliniani, ridusse tutta la Carolina ad una intiera soggezione. Scrisse Clinton al ministro a Londra, che tutto vi seguitava il nome degl'Inglesi, e che pochi uomini vi rimanevano, i quali non fossero o prigionieri sulla fede loro, o coll'armi in mano in servizio del Re. Ma conosceva benissimo, che quello che acquistato aveva coll'armi, bisognava coi buoni ordinamenti civili confermare. Volse perciò l'animo a dar forma alle cose della provincia. Nel che fare si consigliava di volere e quetar gli animi colle perdonanze, e far concorrere i popoli alla difesa della provincia, ed al ristoramento in ella dell'autorità del Re. Bandì a questo fine congiuntamente coll'ammiraglio Arbuthnot un indulto pieno e libero in favor di coloro, i quali immediatamente alla leanza loro ritornassero, promettendo, che dei delitti e delle trasgressioni commesse per il passato circa le cose dello Stato non sarebbero riconosciuti. Solo eccettuò quelli, i quali posto avessero, sotto la coperta di schernevoli forme della giustizia, le mani nel sangue di quei concittadini loro, che la ribellione e le usurpazioni abborrito avevano. Considerato poscia, che molti tra gli abitatori della Carolina erano sotto la fede loro prigionieri di guerra, e che sino a tantochè in tale condizione continuassero, non si potevano convenevolmente costringere a pigliar le armi in favore del Re, Clinton poco curandosi, siccome vincitore, del rompimento della fede pubblica, dichiarò con un pubblico bando, mandato fuori espressamente il dì 3 giugno, ch'erano sciolti e liberi dalle parole, che date avevano, eccettuati solamente gli stanziali stati fatti prigionieri nel Forte Moultrie, e nella città di Charlestown. Aggiunse, ch'erano restituiti a tutti i diritti ed a tutti i doveri dei cittadini inglesi. Perchè poi non vi potesse esser dubbio intorno le intenzioni sue, e per chiarir anche i sospetti, fece a sapere, che ognuno doveva attivamente adoperarsi nel ristabilire ed assicurare il governo del Re, e nel liberar la contrada da quell'anarchia, che già da troppo lungo tempo afflitta l'aveva. E per dar sesto ed ordine alla cosa comandò, che ognuno si tenesse pronto a marciare al primo avviso, e che coloro che avevano famiglia si ordinassero in bande di milizia per le difese di casa, ma quei, che non ne avevano, dovessero militare in compagnia delle forze regie per cacciare, siccome diceva, i ribelli oppressori dalla provincia, e dalle calamità della guerra liberarla. Non durasse però la loro condotta oltre sei mesi, e non potessero adoperati essere fuori delle due Caroline e della Giorgia. Così i cittadini si spingevano contro i cittadini, i fratelli contro i fratelli; e coloro, i quali erano stati riconosciuti come soldati del congresso, poichè erano stati ammessi alla condizione di prigionieri di guerra, si costringevano a militare in favore del Re; cosa, se non nuova, certo non tollerabile, e che fu di pessimi effetti cagione, come racconteremo in appresso, contro coloro, che la usarono. Vedutasi da Clinton la quiete della provincia e l'ardore che pareva universale dei popoli nell'aiutare i regj, distribuite le genti nei presidj pe' luoghi più opportuni, e lasciate tutte quelle che stanziavano nella Carolina e nella Giorgia sotto la condotta del conte di Cornwallis, se ne partì da Charlestown per ritornarsene alla Nuova-Jork.
Non erano in questo mezzo state le cose di quest'ultima città senza travaglio; perchè si trovò improvvisamente esposta ad un gravissimo pericolo. Era la vernata stata sì aspra, che il fiume del Nort con tutti i vicini stretti e canali ne erano invetrati e rassodati. Tale era la spessezza e la durezza del diaccio, che i più gravi pesi e le artiglierie stesse potevano passarvi sopra sicuramente. A questo inaspettato accidente si risentirono grandemente i generali del Re, e molto temevano della città stessa della Nuova-Jork, essendovi dentro assai deboli i presidj, e fuori l'esercito di Washington poco lontano. Non tralasciarono però nissuna di quelle diligenze, che in simil caso usare si potevano. Tutti i Jorchesi di qualsivoglia ordine o condizione si fossero, furono arruolati, armati ed ordinati in compagnie. I marinari stessi furono descritti in queste. Gli uffiziali e le ciurme delle fregate si posero alle artiglierie, quei delle navi da carico, annonarie e mercantili, armati di picche, stavano alle difese delle navi medesime, delle rive e dei magazzini. Ma Washington non era da sè stesso bastante a tentare cosa di momento alla vittoria. Le sue genti ch'erano baraccate a Morristown, non arrivavano al novero degli stanziali inglesi, che si trovavano nella Nuova-Jork. Mandò bene per tentar la cosa lord Stirling con una grossa banda di soldati sopra l'Isola degli Stati; ma questi, veduto, che niuno accidente nasceva dentro della città, che potesse dare speranza di prospero evento, se ne tornò a' suoi primi alloggiamenti. Così gli Americani per quella peste della brevità delle ferme, e per la tiepidezza, che presso di loro prevaleva a quei tempi, perdettero la più propizia occasione, che desiderar potessero, di affliggere con un gran fatto la potenza britannica.
E se gli Americani per la debolezza loro erano costretti a contenersi nella quiete nelle vicinanze della Nuova-Jork, gl'Inglesi, inoltrata essendo di già la stagione, ed allontanato per lo scioglimento del ghiaccio il pericolo che corso avevano, non se ne stavano neghittosi. Ritornarono in su quelle loro ladronaie nella Cesarea. L'intento loro questo stesso era di voler devastare e rapinare, siccome anche di consuonar colle cose che si facevano nella Carolina, acciocchè l'inimico distratto in varj luoghi non potesse soccorrere a nissuno. I Generali Knyphausen, Robertson e Tryon, i quali, durante l'assenza di Clinton, governavano le genti della Nuova-Jork, in sull'entrar di giugno, ed alcuni giorni prima, che il capitano generale ritornato da Charlestown vi arrivasse, erano venuti con cinquemila uomini sopra le terre cesariane, ed impadronitisi d'Elisabethtown. Quivi si portarono molto lodevolmente, astenendosi dal sacco. Spintisi poscia più avanti occuparono Connecticut-farms, nuova ed assai prosperevole villata. Instizziti alla resistenza che incontrato avevano per via, imperciocchè le bande paesane stormeggiando tutto all'intorno erano accorse, e gli avevano combattuti, tutta l'arsero, eccetto solo due case. La chiesa stessa fu consumata dalle fiamme. In questo luogo successe un caso molto compassionevole, e che contribuì non poco a vie più inviperir i repubblicani contro i reali. Viveva in Connecticut-farms una gentildonna molto bella, e di lodevoli costumi ornata, sposata ad un Jacopo Cadwel, sviscerato libertino in quella provincia. Avvertita dal marito e dagli amici, si cansasse, non volle, confidatasi nella propria innocenza. Stavasene ella nelle camere sue sicuramente, conversando co' suoi piccioli figliuoli, che gli stavano attorno, con accanto la fantesca, la quale sulle proprie braccia sosteneva un bambino di lei. In questo mezzo ecco un soldato arrivare (dicesi sia stato un efferato Essiano), il quale posto l'archibuso sulla finestra, e presala di mira con una ferita mortalissima nel maternale petto l'ammazzò. Il sangue della madre sgorgando bruttò le tenere membra de' spaventati fanciulli. Sottentravano i soldati, e sotterrata in fretta la morta donna, la casa arsero ed ogni cosa. In tale guisa raccontano il dolente caso i repubblicani. Ma i reali mantengono, il colpo essere stato tratto dagli Americani, poichè affermano, fosse venuto dalla parte, ov'eglino si ritrovavano. Quale di questo sia la verità, la lagrimevol morte di questa gentildonna a tanta rabbia concitò i libertini, che, romoreggiando da ogni parte, ed accorrendo a calca, la fecero tornar in capo ai commettitori. Si erano questi messi in cammino per andar a conquistare un'altra Terra quivi vicina, chiamata Springfield, e giunti poco lungi vi trovavano dentro il generale Maxwell, il quale con un colonnello di stanziali cesariani, ed un grosso di arrabbiate milizie gli aspettava. Si fermarono gl'Inglesi, e quivi alloggiarono la notte. La mattina, ossiachè non bastasse loro l'animo di assalire un nemico sì grosso e sì risoluto, ovverochè, come divolgarono, avessero avuto le novelle, che si trovaron vere, che Washington avesse a gran fretta inviato da Morristown in aiuto di Maxwell una grossa squadra, davano indietro, e si ritiravano alle stanze di Elisabethtown. Gli seguitarono ferocemente gli Americani, sebbene con poco effetto pei buoni ordini, e pel valore di quelli. In questo punto arrivò Clinton alla Nuova-Jork, e tosto si deliberò di voler l'incominciata impresa ad un buono ed utile fine condurre. Era il suo intento di sbarbare Washington dai forti posti, che aveva pigliati nella contrada alpestre della Morrisonia, la quale, quasi come una cittadella naturale, aveva servito di sicuro asilo al capitano d'America contro gli assalti inglesi, anche quando le forze sue erano state più deboli. A questo fine imbarcò Clinton molte genti alla Nuova-Jork, e tali dimostrazioni faceva su pel fiume del Nort, che pareva, ch'ei vi volesse salire, per andare ad impadronirsi dei forti passi delle montagne per alla volta dei laghi. Teneva per fermo, che, saputesi da Washington queste mosse, avrebbe fatto qualche precipitazione, si sarebbe posto in gran gelosia di questi passi, e non avrebbe omesso di venire o con tutto, o colla più gran parte delle sue genti a guardargli. La qual cosa ottenutasi, disegnava l'Inglese colle genti che aveva a Elisabethtown, correre velocemente verso la Morrisonia, ed occupar in tal modo il solito nido di Washington. E quando per la lontananza loro que' luoghi non si fossero potuti tenere, era pure una gran cosa il distruggere le canove, che gli Americani fatte vi avevano. Effettivamente Washington, che stava continuamente alla vista, ed aveva odorato la mente di Clinton, temendo di West-point, e delle vicine ed importanti strette, serbatosi a randa il suo bisogno per guardare i poggi della Morrisonia, mandava le restanti genti sotto la guida di Greene sulle rive dell'Hudson. Partivano allora i reali da Elisabethtown, incamminandosi a gran passo verso Springfield. Giace Springfield alle falde delle montagne della Morrisonia sulla destra sponda di un fiumicello, che, sceso da quelle, lo bagna da fronte. Stava alla guardia del ponte il colonnello Angel con pochi, ma valenti soldati. Dietro questi, come una seconda schiera, si era posto in ordinanza il colonnello Shrieve col suo reggimento, e più in su sopra i primi poggi presso Short's-hill si erano attelati Greene, Maxwell, e Stark. Di stanziali difettavano; ma erano numerose, e concitatissime le milizie. Arrivavano i regj al ponte, e si attaccavano con molta furia coll'Angel. Questi si difendeva assai valorosamente. Molti ammazzava de' nemici, pochi perdeva de' suoi. Finalmente sopraffatto dal numero diè luogo, e con ottima ordinanza procedendo, andò a congiungersi colla seconda schiera. Occupato gl'Inglesi il ponte, si avventavano contro di questa. Sosteneva Shrieve un pezzo l'urto loro francamente. Ma in ultimo, vedutigli così grossi, ed armati di molte artiglierie, cedè il luogo, ed andò a porsi dietro la schiera del Greene. Esaminata poscia bene la positura de' luoghi, e la fortezza degli alloggiamenti americani, si levarono gl'Inglesi dal pensiero di assaltargli. Forse l'ora tarda, in cui già erano, l'ignorare la qualità delle forze nemiche, la difficoltà della contrada, l'ostinata difesa del ponte, il correre, che facevano da ogni banda le milizie all'armi, e la malagevolezza di tener aperta la via sino ad Elisabethtown contribuirono non poco a questa deliberazione dei reali. Intanto arrabbiati al non poter far frutto, predarono ed affocarono la ricca Terra di Springfield. Poscia indietreggiarono verso Elisabethtown. I repubblicani gonfj d'ira a quelle arsioni aspramente gli perseguitarono, e sì fattamente gli accanarono, che, se non fosse stata la disciplina, ed i buoni ordini loro ne sarebbero stati sconfitti all'estremo. La notte, abbandonate del tutto le terre cesariane, varcarono nell'Isola degli Stati. In questo modo dall'inaspettato valore degli Americani fu rotto tutto il disegno di Clinton. Ne ottennero gl'Inglesi biasimo e disonoranza, ed un odio immortale presso il nemico. Washington con lettere pubbliche molto commendò la virtù de' suoi.
Tornando al proposito della nostra narrazione delle cose della Carolina, il reggimento inglese, che vi era stato introdotto, dacchè i reali avevano preso la tenuta della provincia, andava considerando del modo di ristorarvi i danni causati dalla guerra e dalle fazioni, e di vieppiù confermarla nella divozione del Re. Dopo la conquista i biglietti di credito perduto avevano ogni sorta di riputazione, e più non vi si potevano spendere per nissun valore. E siccome molti da un canto avevano ricevuto in pagamento di antichi crediti i biglietti scapitanti, e da un altro vi rimanevano da pagarsi molti residui di debiti contratti nel valore edittale di essi biglietti, così si vollero costringere i primi debitori a compensare ai loro creditori con un nuovo pagamento di moneta la differenza, che passava tra il valore reale, e l'edittale dei biglietti, e stabilire una norma ferma, giusta la quale i debitori dei residui dovessero con moneta ai loro creditori soddisfare. Si crearono a questo fine tredici commissarj, i quali fossero per informarsi dei varj gradi dello scapito dei biglietti, e facessero poscia uno specchietto, o tavola scalata della declinazione del credito di quelli; la qual tavola dovesse servire di norma legale nel pagamento degli anzidetti debiti. Procedettero i commissarj in questa difficile bisogna con eguale e giustizia ed avvedimento; e ragguagliando i prezzi che avevano le grasce nel paese a' tempi dei biglietti con quelli, che esse avevano l'anno precedente alla guerra, ed esaminate le diverse proporzioni degli scambj tra le monete effettive, ed i biglietti medesimi, formarono la tavola non solo anno per anno, ma ancora mese per mese, contenendo la prima colonna le date, la seconda la ragione del valor dei biglietti a quello delle monete, la terza la ragion del valore dei biglietti a quello delle grasce, e la quarta il mezzo proporzionale dello scapito. Questa estinzione del valor dei biglietti di credito causata dalla presenza degl'Inglesi nella Giorgia e nella Carolina fece sì, che quei, che se ne trovavano ancora per le mani, gli portarono, o mandarono nell'altre province, nelle quali, sebbene poco, conservavano però ancora qualche valore. Da questo, siccome pure dalla perdita della Carolina, e dal sinistro aspetto che avevano le cose del congresso a questo tempo, ne nacque, che i biglietti andaron soggetti in tutti gli Stati ad un nuovo e soverchio bassamento. La qual cosa vedutasi dal congresso, e conoscendo benissimo che nissun rimedio vi era, che atto fosse a resistere a tanta rovina, e ad arrestar il corso del disavanzo, determinò di cedere al temporale, ordinando, che per l'avvenire si spendessero i biglietti non nel valore edittale, ma nel convenzionato, e fece a quest'uopo anch'esso fare la tavola scalata, la quale dovesse servir di norma nei pagamenti. Questa risoluzione del congresso ch'era una violazione della pubblica fede, se si eccettuano alcuni debitori disonesti, fu e grata, ed utile all'universale. Imperciocchè nissuna calamità possa essere maggiore ad una nazione di quella, che nasce dall'avere un mezzo, che serve di pecunia, il quale sia fisso dalla legge, e variabile nell'opinione; e da un'altra parte i biglietti si trovavano allora nelle mani non dei primi, ma sibbene degli ulteriori possessori, i quali anch'essi gli avevano avuti a basso prezzo. Solo si sarebbe desiderato, che il congresso non avesse fatto tante e sì efficaci protestazioni di voler mantenere il valor edittale dei biglietti. Conciossiachè ed il tenore stesso dei biglietti, ed i termini della creazione loro, e tutti gli atti pubblici, che a quelli risguardavano, promesso avessero, e solennemente assicurato, che un dollaro in biglietti sempre speso si sarebbe, e compro per un dollaro d'argento. E pochi mesi prima aveva il congresso in una sua lettera circolare favellato, come di una cosa ingiustissima di questa stessa risoluzione, che ora aveva preso, affermando, che la supposizione sola, che si volesse abbracciare, era da aversi in orrore. Ma tal è la natura dei reggimenti nuovi, massimamente a' tempi delle rivoluzioni, in cui gli affari dello Stato sono, più che in altri, soggetti all'arbitrio della fortuna, che spesso promettono di quelle cose che poi non possono attenere, essendo più forte l'imperio delle circostanze, che la necessità di serbar la fede. La qual cosa dovrebbe tali reggimenti rendere rispettivi nell'allargarsi in promesse. Ma eglino, o poco esperti, o troppo confidenti, o credendosi di aver vinto l'impresa, quando han trovato modo di spignerla pure avanti un dì, sembrano per l'ordinario più voler promettere, quanto meno hanno facoltà di attenere.
Il bando mandato fuori dai capitani britannici, pel quale disobbligavano dalle parole loro i prigionieri di guerra, e, restituendogli alla condizione di sudditi inglesi, gli costringevano ad unirsi alle genti regie, aveva causato non poco disgusto fra i Caroliniani. La maggior parte desideravano, poichè perduto avevano la libertà, di godersi almeno la pace alle case loro, accomodandosi in tal modo al tempo, e servendo alla necessità; la qual cosa, se fosse stata ad essi conceduta non avrebbero più fatto novità, e meno impazientemente sopportato avrebbero l'infelice condizione della repubblica. Quindi appoco appoco si sarebbero avvezzati al presente ordine di cose, e dimenticato avrebbero il passato. Ma quel bando di nuovo concitò la rabbia loro. Tutti dicevano; se si ha a ripigliar le armi si combatta piuttosto per l'America, e per gli amici, che per l'Inghilterra, e per gli strani. Alcuni, come dissero, così fecero. Sciolti dalla fede loro, siccome credettero di aver acquistato il diritto di ripigliar le armi, così lo vollero anche usare, e risoluti di pruovare ogni fortuna, per vie strane, ed incogniti tragetti si conducevano sulle terre della Carolina Settentrionale occupate tuttavia dalle genti del congresso. Altri continuarono a dimorare nel paese, e nella condizione di prigionieri, aspettando a volersi risolvere, che fossero chiamati attualmente dai capitani britannici sotto le insegne. I più, cedendo ai tempi, e non sofferendo loro l'animo di abbandonar le proprietà loro, e di ritirarsi in lontane regioni, come i primi, o temendo delle persecuzioni degl'Inglesi, e di quelle dei proprj paesani, desiderosi d'ingraziarsi presso i nuovi signori, amarono meglio, dissimulando, scambiar la condizion loro, e da prigionieri americani, diventar sudditi britannici. Alla quale risoluzione tanto più volentieri si accostarono, che correva voce, forse data ad arte, che il congresso fosse venuto in sulla determinazione di non contrastar più oltre agl'Inglesi la possessione delle meridionali province. La qual cosa non solo non era vera, ma era vero tutto il contrario, stantechè aveva il congresso nella sua tornata dei 25 giugno con molta solennità dichiarato, che ogni maggiore sforzo si voleva fare per ricuperarle. Ma queste cose non si sapevano dai prigionieri della Carolina, e vi si credeva dai più, ch'ella rimasta sarebbe una provincia britannica. Così la moltitudine correva parte per amore, parte per forza alla leanza. Ma gl'Inglesi avrebbero voluto avergli tutti, e non tornava lor bene, che vi rimanesse dentro, o fuori della provincia alcuno, che seguisse le parti del congresso. Epperò ogni sorta di stranezze usavano contro i beni, e le famiglie di coloro ch'erano fuorusciti, o di quei che rimasti erano prigionieri di guerra. Le proprietà dei primi erano sequestrate, e guaste, e le famiglie guardate di mal occhio, e taglieggiate, come di ribelli. I secondi erano spesso dai parenti loro separati e confinati in luoghi disagiosi e strani. Quindi quelli rientravano ogni giorno, e venivano a piegare il collo sotto il giogo della nuova servitù; e questi andavano anch'essi ad offerirsi, come buoni e fedeli sudditi del Re. Tra gli uni e gli altri vi erano di quegli stessi, i quali più vivi si erano dimostrati in quella loro impresa della libertà, e che avevano tenuto i primi maestrati nel reggimento popolare. Generalmente si escusavano col dire, che non avevano mai posto la mira all'independenza, e che detestavano la lega fatta colla Francia. Così gli uomini amano meglio esser tenuti bugiardi e spergiuri, che viver poveri e disgraziati. Queste cose si facevano nel contado. Ma gli abitatori della città, siccome quelli, che avevano per la capitolazione il diritto di starsene alle case loro, non furono inclusi nel bando dei 3 giugno. Epperò altri modi si usarono per fargli calare alla leanza. Gl'Inglesi ed i leali inveterati bucherarono di modo, che dugento e più Charlestonnesi fecero, e sottoscrissero una lettera pubblica, colla quale si rappresentarono al Capi britannici, seco loro congratulandosi dell'avuta vittoria. E siccome quest'era un concerto, fu loro risposto, goderebbero la protezione dello Stato, e tutti i benefizj della cittadinanza inglese, se volessero sottoscrivere una dichiarazione di leanza, e del buon animo loro a voler sostenere la causa del Re. Così fecero essi; molt'altri gl'imitarono. Quindi nacque una distinzione tra i sudditi ed i prigionieri. Erano i primi protetti, onorati, incoraggiati; i secondi guardati di traverso, molestati, perseguitati nella roba e nelle persone. I beni di costoro posti in contado erano manomessi e calpestati. In città era intrachiuso loro il ricorso ai tribunali per dirvi ragione contro i loro debitori, mentre da un altro canto era fatto abilità ai creditori, quand'eran sudditi, di chiamargli in giudizio. Quindi eran forzati a pagare i debiti, ed impediti dal riscuotere i crediti. Non erano lasciati uscir dalla città, se non colla licenza, la quale spesso, e senza nissun motivo era loro negata; e minacciati ancora di carcere, ove la leanza non sottoscrivessero. Le robe loro erano state messe a bottino dai soldati, e particolarmente gli schiavi involati. Nè v'era modo, che fossero loro restituiti, se non si piegavano, mentre i sudditi ciò di leggieri ottenevano. Erano gli artigiani permessi di lavorare, ma era poi negata loro la facoltà di farsi pagar la mercede delle opere dagli avventori, quando questi la ricusavano. Gli Ebrei stati erano lasciati comperare molte e ricche robe dai mercatanti inglesi, i quali colà eran venuti coll'esercito. Ma a meno che diventassero sudditi, non si permetteva loro di venderle. Insomma ogni arte si usava, e le minacce, e la forza per fare, che i cittadini mancassero alla fede data, ed all'antica soggezione ritornassero. I più simularono e dissimularono; e diventati sudditi furon fatti partecipi della britannica protezione. Altri o più ostinati o più virtuosi non s'inclinarono. Quindi le proprietà loro eran fatte bersaglio alla sfrenata cupidità delle soldatesche; altri nelle strette e pestilenti prigioni confinati; altri più fortunati, o più accorti incontrarono un volontario esiglio. In mezzo a così fiera catastrofe le donne caroliniane diedero l'esempio di una fortezza più che virile; e tanto amore dimostrarono di quella patria americana, che per me non saprei se le storie sì antiche che moderne ci abbiano tramandato la memoria di uguali, non che di maggiori. Non solo non tenevano a male, ma e si rallegravano, e si gloriavano all'essere chiamate col nome di donne ribelli. Invece di andarsene per le adunate pubbliche, dove si facevano le feste ed i rallegramenti, concorrevano a bordo delle navi ed in altri luoghi, in cui erano tenuti prigioni i consorti loro, i figliuoli e gli amici, e quivi con modi pieni di cortesia gli consolavano e riconfortavano. «Stessero forti, dicevano, non cedessero al furor dei tiranni; doversi anteporre le prigioni alla infamia, la morte alla servitù; risguardar l'America i suoi diletti campioni; sperare, i mali loro dover fruttificare, e produrre e confermare quella inestimabile libertà contro gli attentati dei ladroni d'Inghilterra; martiri essi essere, ma martiri di una causa sacra agli uomini e grata a Dio». Con tali detti ivano queste valorose donne disasprando i mali dei miseri cattivi. Allorchè i conquistatori nelle festevoli brigate, e ne' lieti concerti convenivano, non era mai che volessero le Caroliniane intervenirvi, e quelle poche, che sì facevano, n'erano presso le altre disgraziate. Ma come prima arrivava prigioniero in Charlestown un uffiziale d'America, tosto il ricercavano, e con ogni sorta di più onesta cortesia, e con ogni segno di osservanza e rispetto il proseguivano. Altre ne' luoghi più segreti delle case loro convenivano, e quivi addolorate lamentavano le sventure della patria. Altre i mariti loro incerti e titubanti riconfortavano, sicchè preferiron essi all'interesse ed ai comodi della vita un disagioso esiglio. Nè poche furono quelle, le quali venute per la costanza loro in odio ai vincitori, furono dalla patria bandite, ed ebbero i beni posti al fisco. Queste nel prender l'ultimo congedo dai padri, dai figliuoli, dai fratelli, e dagli sposi loro non che alcun segno dessero della fralezza, non so se nel presente caso io mi debba meglio dire maschile, o femminile, gli esortavano e scongiuravano, fossero di buono e saldo proponimento, non cedessero alla fortuna, e non sofferissero, che l'amore che portavano alle famiglie loro tanto in essi potesse, che dimenticassero quello, di ch'erano alla patria debitori. Quando poi, siccome accadde poco dopo, furono comprese in un bando dato ai libertini, abbandonate colla medesima costanza le natie Terre, ed esulando anch'esse, i mariti loro accompagnarono in lontane contrade, od anche sulle fetide e schife navi gli seguitarono, che a quelli servivano di prigione. Ivi ridotte in somma povertà, nutrendosi di vilissimi cibi, andavano con miserabile spettacolo mendicando il pane. Molte, ch'erano nate ed allevate in mezzo alle ricchezze, non solo ai soliti agi rinunciarono della passata vita, ed alla speranza della condizione avvenire delle famiglie loro, ma ancora ai più grossi lavorj; ed ai più umili servigi le disavvezze mani accomodarono. Tutte queste cose facevano non che con fortezza, con allegrezza; l'esempio loro confermò gli altri, e da questa fermezza delle caroliniane donne stette principalmente, che non venisse spento affatto nelle meridionali province il desiderio ed il nome della libertà. Da questo conobbero anche gl'Inglesi, che avevano alle mani un'impresa più dura di quello, che prima si fossero fatti a credere. Imperciocchè il più manifesto segno della generale opinione, e dell'ostinazione dei popoli in qualche pubblica faccenda loro quello sia, che le donne ne siano venute a parte, ed in questa abbiano posto la loro immaginazione, la quale se più debol'è, e più variabile di quella degli uomini, quand'è in calma, è bene molto più tenace e forte, quando è mossa ed accesa.
In cotal guisa si travagliava nella meridional Carolina, essendovi da una parte, od una ostinazione aperta contro il volere dei vincitori, od una simulata sottomessione, e dall'altra quei consiglj stessi che si pigliavano, operando un tutto contrario effetto a quello, che gli autori loro si proponevano. Il calore intanto della stagione, lo stato medesimo poco sicuro della Carolina, la carestia delle provvisioni, e la necessità di aspettar, per campeggiare, che fossero fatte le messi, indussero un pressochè generale silenzio della guerra, e soprattennero gl'Inglesi, acciò non si volgessero a voler conquistare la Carolina Settentrionale prima dell'uscir d'agosto, o dell'entrar di settembre. Per la qual cosa Cornwallis distribuì i suoi nelle stanze, di manierachè più pronti fossero e a dar animo ai contenti, ed a frenar gli scontenti, ed a por mano, quando fosse venuto il tempo, alla invasione di quella provincia. Attendeva specialmente a raccor vettovaglie e munizioni da guerra, delle quali fece la principal massa a Cambden, Terra grossa posta sulle rive del fiume Wateree sulla calpestata, che conduce nella settentrionale Carolina. Temendo poi, che i leali di questa provincia da eccessivo zelo mossi non prorompessero innanzi tempo, e perciò rimanessero oppressi, mandava loro continuamente dicendo, aspettassero le messi; stessero quieti; apparecchiassero intanto provvisioni per le genti del Re, che venute sarebbero a soccorrergli verso settembre. Queste esortazioni non poterono tant'operare, che i leali della contea di Tryon messi al punto dal colonnello Moore non insorgessero. Ma oppressi tosto da un subito impeto dei libertini guidati dal generale Rutherford, pagarono con una totale sconfitta il fio dell'imprudenza loro, e del non aver dato ascolto agli avvertimenti di chi più di loro e sapeva e poteva. Ottocento leali però sotto la condotta del colonnello Bryan riuscirono a congiungersi colle genti regie. Mentre una delle parti si ordinava ad assaltare nella stagione propizia la settentrional Carolina per di là aprirsi la via nel cuore della Virginia, il congresso faceva ogni diligenza per mettersi in grado di poter ricuperare la Carolina Meridionale. Nel che fece, come si vedrà, grandissimi frutti. Così la guerra, che per la malvagità della stagione era quasi spenta, doveva al tempo nuovo con maggior rabbia, che prima, riaccendersi.
Prima di raccontar quelle cose, che accaddero nell'aspra contesa che ne seguì, necessaria cosa è, che ci facciamo a descrivere quelle, che intervennero nelle isole Antille tra i due possenti, ed instizziti rivali. Già era seguìto un feroce affronto nelle acque de la Grange tra Lamotte-Piquet, che guidava quattro grosse navi, tra le quali se ne trovavano due di 74 cannoni chiamate l'una l'Annibale, l'altra il Diadema, ed il comandante Cornwallis, che ne aveva tre, la più grossa delle quali nominata il Lione portava 64 cannoni. Ma questa non fu, che leggiera avvisaglia rispetto alle battaglie, che poco dopo seguirono. Era verso il finir di marzo arrivato alle Antille il conte di Guichen con tali rinforzi marittimi, che il navilio francese vi arrivava bene a venticinque grosse navi di alto bordo. Diventati i Francesi superiori per l'armi navali, e prevalendo medesimamente delle terrestri, avevano senza soprastamento alcuno imbarcate molte genti sotto la condotta del marchese di Bouillé, e si appresentarono con ventidue navi tutte di tre ponti avanti l'isola di Santa Lucia. Intendevano di pigliarla per assalto. Ma tali furono le disposizioni fatte dal generale Vaughan delle forze terrestri, alle quali comandava, e sì accomodatamente si era l'ammiraglio Hyde-Parker, il quale dalle americane spiagge si era in queste recato con sedici maggiori navi, attraversato alla bocca del Gros-Islet, che i capitani francesi si tolsero dall'impresa, e se ne ritornarono alla Martinica. Giugneva pochi giorni dopo a Santa Lucia cogli aiuti d'Europa l'ammiraglio Rodney, il quale congiuntosi coll'Hyde-Parker venne ad aver con lui ventidue navi tutte di tre coperte. Fatti allora gagliardi, gl'Inglesi, commesse le vele al vento, andarono a volteggiarsi avanti il porto del Forte Reale della Martinica, invitando i Francesi a battaglia. Ma Guichen, che voleva far seco loro a ferri puliti, e combattere, quando voleva egli, e non quando volevano gli altri, non uscì. Per la qual cosa Rodney, lasciate in crociata alcune navi delle più veloci, perchè spiassero gli andamenti del nemico, ed avvertissero, se salpasse, se ne tornò colle rimanenti a Santa Lucia. I Francesi non si ristarono. La notte dei 13 aprile, levati quattromila valenti soldati uscivano con ventidue vascelli, pronti ad intraprendere quelle fazioni, per le quali si discoprisse loro migliore la occasione. Ne ebbe Rodney subito avviso, e corse a ritrovargli, avendo seco venti navi delle più grosse, ed una chiamata il Centurione di 50. Guidava la battaglia lo stesso ammiraglio Rodney, capitano generale dell'armata, l'antiguardo Hyde-Parker, il dietroguardo Rowley. Solcavano i Francesi il canale della Domenica, intendendo di sboccar per questo per potersi poscia allargare al vento della Martinica. Governava tutta l'armata come capitano generale il conte di Guichen, la vanguardia il cavaliere di Sade, la retroguardia il conte di Grasse. Si incontrarono le due armate la sera dei 16 aprile. Si studiavano i Francesi di schivar la battaglia, avendo le navi loro ingombre di soldati, e trovandosi a sottovento. Ma gl'Inglesi andavano loro incontro. Sopraggiunse la notte, durante le quale Guichen iva aggirandosi, affine di non trovarsi all'indomani nella necessità del combattere; Rodney per lo contrario col disegno di costringervelo. La mattina seguente le due armate, fatti con mirabil arte molti volteggiamenti, finalmente ad un'ora meridiana si attaccarono la vanguardia inglese colla retroguardia francese, la quale pei detti volteggiamenti era divenuta vanguardia, mentre la vanguardia era divenuta dietroguardia. Arrivava in questo mentre colla battaglia Rodney, e si mescolava colla battaglia francese, combattendo francamente il Sandwich, sul quale egli stesso si trovava, colla Corona, che portava il conte di Guichen, e coi suoi due secondi. Ma siccome l'armata francese aveva fatto grande sforzo di vele prima che s'incominciasse il combattimento, così gli ordini suoi non erano fitti. Oltreacciò la sua vanguardia, siccome quella, ch'era meno veloce veleggiatrice della battaglia, e della dietroguardia, era rimasta indietro a sottovento, ed era nata una notabile distanza tra essa e le due seconde. Questa distanza era anche diventata maggiore, perciocchè la nave francese, l'Azionario, che nella fila era l'ultima della battaglia, e perciò avrebbe dovuto congiungersi colla prima della vanguardia diventata, come dicemmo, dietroguardia, era anch'essa rimasta indietro, e lasciatasi calare sottovento. Volle Rodney giovarsi di questa opportunità, e si mosse a fine di entrar di mezzo, e tagliar fuori questa dietroguardia dalla restante armata. Ma la nave il Destino, capitanata da Dumaits de Goimpy, ch'era la testa della dietroguardia medesima, gli si attraversò nel suo cammino, e combattendo valorosamente lo arrestò. Ne sarebbe ella però stata sfolgorata da una forza tanto superiore, se non che il conte di Guichen, accortosi del disegno di Rodney, aveva ordinato alle navi della battaglia, che voltassero i bordi, e tutte di compagnia, pigliando il vento in poppa, ed indietreggiando, andassero a raggiungere, ed a soccorrere la dietroguardia. Fu la mossa eseguita con grandissima celerità, ed in tal modo fu rotto all'ammiraglio inglese un disegno, il quale, se avesse avuto effetto, causato avrebbe l'ultimo eccidio dell'armata francese. In questo punto Rodney correndo pericolo, che Guichen facesse a lui quello, ch'egli aveva voluto fare a Guichen, si tirava indietro, ed iva di nuovo a porsi nella fila coll'altre sue navi. Poco poi volle ricominciar la battaglia, e già aveva disposte le vele per ciò fare. Ma veduto, che il Sandwich, ch'era la sua nave capitana, a mala pena pei gravi danni sofferti poteva pigliar l'abbrivo, e che anzi faceva le viste di voler affondare, avendo anche altre navi sconciamente rotte e fracassate, se ne rimase. Il conte di Guichen, fatto penna, racconciò le sue navi; poscia pose nella Guadaluppa per deporvi i suoi feriti e malati. Rodney continuò a volteggiarsi nell'alto mare, e poscia si condusse a porsi in crociata davanti il Forte Reale della Martinica, sperando di poter intraprendere l'armata francese, che credeva, fosse per venire a dar in terra a quel porto. Ma finalmente, non vedendo comparir il nemico, e conosciuta la necessità di rassettar le navi, di far acqua, di sbarcar i feriti, ed i malati, andò a dar fondo a Choc-bay nell'isola di Santa Lucia. Morirono in questo fatto degl'Inglesi da 120, e furon feriti 350. Dei Francesi morirono 221, e furon feriti 340. Rodney nel racconto, che mandò in Inghilterra, della battaglia, assai lodò l'ammiraglio francese, come capitano esperto e valoroso, aggiungendo ancora, ch'era stato acconciamente secondato da' suoi uffiziali. Nel che tacitamente rimproverò i suoi, dei quali generalmente fu scontento. L'uno e l'altro ammiraglio pretendettero la vittoria, come sempre suol accadere nelle battaglie, che hanno avuto un fine dubbio.
Guichen, racconciate le navi, e levati di nuovo i soldati dalle bande terrestri sotto la guida di Bouillé, diè un'altra volta le vele ai venti. Era il suo disegno di rimontar al vento dell'Isole passando a tramontana della Guadaluppa, e ciò fatto sbarcar le genti a Gros-Islet nell'isola di Santa Lucia. Avuto Rodney avviso della cosa, si pose anch'esso in mare, andando in cerca del nemico. Sboccava dal canale di Santa Lucia, quando Guichen radeva l'estreme spiagge della Martinica verso la punta delle Saline. L'ammiraglio francese, veduta l'armata inglese, si levò dal pensiero di assaltar Santa Lucia. Prese poi molto accortamente la risoluzione di astenersi dal venir a battaglia, quantunque avesse ciò in poter suo di fare agevolmente, godendo il sopravvento. Ma prima voleva quei vantaggi ottenere, che la natura di quei mari, e la qualità del vento gli offerivano. Per la qual cosa andava muovendosi di modo, che conservar potesse il sopravvento, e tirasse gl'Inglesi al vento della Martinica. Imperciocchè in tal caso, vinto, avrebbe potuto ripararsi nei porti di quest'isola, vincitore, non avrebbe il nemico disfatto trovato rifugio. L'Inglese andava via via approssimandosi, ed ogni sforzo faceva per riuscir a sopravvento. Avevano le due armate ricevuto ciascuna un rinforzo di una grossa nave d'alto bordo, la francese del Delfino reale, l'inglese del Trionfo. In questi volteggiamenti, nei quali i due ammiragli diedero pruove di non ordinaria perizia nelle cose marinaresche, si consumarono parecchi giorni, senza che l'Inglese potesse venir a capo dell'intento suo. I Francesi, essendo le navi loro più veloci, a fine di adescar gl'Inglesi colla speranza di una vicina battaglia, e tirargli, come si è detto, vieppiù al vento della Martinica, spesso si lasciavano avvicinare; poscia tutto ad un tratto, collate tutte le vele, si allontanavano. Questo giuoco continuò buon tempo con prospero successo; ma infine poco mancò, non impacciasse i Francesi in una generale battaglia, la quale stata sarebbe ad essi molto pericolosa, non essendo, siccome quelli, che tuttavia la volevano evitare, in ordinanza accomodata per combatterla. Erasi, dopo varie folate, il vento volto ad ostro. La qual cosa vedutasi da Rodney, che stava vigilantissimo, fece improvvisamente voltare le prue alle sue navi, e, correndo per converso a forza di vele, cercava di mettersi sopravvento al nemico per poter poi col vento prospero andargli addosso. Gli sarebbe venuto fatto il disegno, se non che il vento inclinatosi in quel forte punto subitamente a scirocco, diè facoltà all'ammiraglio francese di rivoltar ancor esso i bordi; per mezzo della qual mossa e fronteggiò l'inimico, e l'impedì che non riuscisse a sopravvento. Di nuovo si tirò indietro per non combattere. Ma essendo per l'ultime mosse accostatesi l'una all'altra le due armate, quanto pativa il tiro delle artiglierie, e spingendosi avanti gl'Inglesi velocemente colla vanguardia loro, si attaccò tra questa, e la dietroguardia francese la battaglia, inclinando già il sole all'orizzonte, il giorno dei quindeci maggio. Le prime navi della vanguardia inglese, e più di tutte l'Albione, le quali erano alle mani sole contro tutta la dietroguardia francese, ricevettero infinito danno. Arrivarono intanto le altre. Ma i Francesi più destri al veleggiare si allontanarono. Questo fu il secondo incontro tra l'ammiraglio Rodney, ed il conte Guichen. Conservarono i Francesi il sopravvento. Continuarono le due armate pei tre seguenti giorni in veduta l'una dell'altra, muovendosi ambedue coi sovraddescritti fini. Finalmente la mattina dei 19 maggio, trovandosi già gl'Inglesi inoltrati al vento della Martinica per ben quaranta leghe, ed a quattro o cinque a libeccio dei Francesi, il conte di Guichen si determinò ad aspettar la battaglia, ed a questo fine assicurò le vele. Quando poi già si era avvicinata la vanguardia inglese buon pezzo, la francese si spiccò anch'essa e si attaccarono l'una l'altra con eguale valore. Poco dopo arrivarono le altre squadre a' luoghi loro, attelandosi i Francesi a sopravvento, gl'Inglesi a sottovento. La battaglia diventò aspra e generale, combattendo gli uni da orza, gli altri da poggia. Ma le navi francesi della vanguardia e quelle del mezzo essendosi, per combattere più manescamente, accostate più da vicino alla fila inglese, e perciò rimanendo la retroguardia buon pezzo indietro, vi era pericolo, che gl'Inglesi dopo di aver orzato, venissero, poggiando a piene vele, a caricarla. Per prevenir i mali, che da questa mossa degl'Inglesi avrebbero potuto risultare, Guichen fe' rivoltar i bordi alle sue, ed andò di nuovo a porsi in fila colla sua retroguardia. Fu questa mossa molto opportuna; e se l'ammiraglio francese non l'avesse eseguita, ne sarebbe qualche gran disastro avvenuto alla sua flotta. Imperciocchè qualche tempo dopo, ch'ella era stata condotta a fine, ecco che si scopersero nuove navi inglesi, le quali si difilavano a slascio, ed a piene vele contro la retroguardia francese. Ma però, quando esse conobbero, che già la vanguardia, e la battaglia si erano a quella raccozzate, e che tutte e tre si erano in ottima ordinanza arringate, si stettero. Allora l'ammiraglio Rodney raccolse le sue, ch'erano sparse, e di nuovo le affilò. Stettero in tal modo le due armate l'una a rimpetto dell'altra sprolungate sino alla notte, anzi sino all'indomani; ma più oltre non si mescolarono, probabilmente pei danni invero gravi, che avevano ricevuto in questo e nel precedente combattimento. Rodney, mandate le navi il Conquistatore, la Cornovaglia, ed il Boyne, che più delle altre stat'erano danneggiate, a racconciarsi a Santa Lucia, si condusse colle rimanenti a far porto nella cala di Carlisle nell'isola delle Barbade. La Cornovaglia affondò in sull'entrar del carenaggio. Guichen nel medesimo tempo ammainò le vele nel Forte Reale della Martinica. Perdettero gli Inglesi in questi due ultimi incontri da 68 morti, e da 300 feriti. I Francesi 158 morti, e meglio di 800 feriti. Tra i morti noverarono il figliuolo stesso di Guichen, e molti uffiziali di conto. Anche gl'Inglesi ebbero a lamentar la morte di alcuni uffiziali assai riputati. Questo fine ebbero le tre battaglie combattute tra i Francesi, e gl'Inglesi nelle Antille, nelle quali, se a un di presso uguali erano le forze dalle due parti, furono anche uguali la industria ed il valore. Nel che si può far considerazione, quanta efficacia abbiano nel destino delle battaglie, e nel preservar le nazioni da fatali rotte l'arte e l'ingegno dei capitani. Perocchè egli è evidente, che se nei tre combattimenti, che abbiamo testè raccontato, o nel lungo fronteggiare, che fecero l'uno e l'altro per lo spazio di molti dì, i due nemici ammiragli avessero sfallito in un sol punto, ne seguiva la rotta e la rovina dell'armata.