Se sin qui erano state in bilico le forze francesi ed inglesi nelle Antille, bene non tardarono molto le prime a diventar d'assai superiori per l'accostamento di un'armata spagnuola poco dopo in quei mari sopraggiunta. Erasi la Spagna posta in grandissimo desiderio d'acquistar l'Isola Giamaica, ed i Francesi dall'altro canto bramavano d'impadronirsi delle altre isole, che tuttavia erano in poter del nemico. Le quali cose se si fossero potute ottenere, era del tutto posto fine alla signoria inglese nelle Antille. Per queste cagioni era partito verso mezzo aprile da Cadice Don Giuseppe Solano con dodici navi d'alto bordo, e parecchie fregate. Scortavano queste meglio di ottanta navi da carico, che portavano undicimila buoni fanti spagnuoli con una quantità grandissima di artiglierie e di munizioni da guerra; fiorito, e formidabile apparecchio, e molto capace invero a servir ai fini, che i confederati, e principalmente la Spagna si proponevano. Già viaggiavano felicemente per l'Atlantico, dirizzando il corso loro al Forte Reale della Martinica. Quivi si doveva fare la massa generale con tulle le forze francesi. Stavasi Rodney tuttavia nella cala di Carlisle, attendendo a riposare, ed a curare i suoi, a far acqua e munizioni, ed a racconciar le fracassate navi. Non aveva egli nissun sospetto di quella piena, che gli veniva addosso. Ma il capitano Mann, che si volteggiava in crociata per l'Atlantico colla fregata il Cerbero, incontrossi tra via colla conserva spagnuola; e conosciuta la cosa di quell'importanza ch'era, pigliando la carica sopra di sè, che il suo ammiraglio sentirebbe tutto in bene, scostandosi dalle commessioni che aveva, veleggiò rattamente alla volta delle Antille per recar l'avviso a Rodney. Avuta Rodney questa novella, troncato ogni indugio, salpava per andar all'incontro della flotta spagnuola, confidentissimo della vittoria, se avesse potuto venirle sopra prima del congiungimento di lei colla francese; e siccome sospettava di ciò, ch'era veramente, cioè, che quella s'avviasse alla Martinica, così l'aspettava per combatterla in sulla via solita a tenersi dalle navi, che verso la medesima isola sono in cammino. Era molto bene considerato il suo disegno; ma la prudenza e precauzione dell'ammiraglio spagnuolo glielo ruppe. Dubitandosi questi di non so che, quantunque niuna cosa avesse spirato dello attendere degl'Inglesi, e del pericolo che gli soprastava, invece di andar per la diritta via verso il porto del Forte Reale della Martinica, torceva il cammino a diritta verso tramontana, indirizzando il corso delle sue navi più in su verso l'Isola Domenica, e la Guadaluppa. Quando poi già era vicino a queste arrivato, si fermò, mandando per mezzo di una fregata molto veloce dicendo a Guichen, venisse a congiungersi seco. Uscì il francese con diciotto vascelli, ed essendo informato, che gl'Inglesi si volteggiavano a sopravvento delle Antille, egli per ischivar l'incontro loro navigò a sottovento delle medesime, e fu sì cauto e prospero il suo viaggio, che le due armate si congiunsero insieme tra la Domenica e la Guadaluppa. Certamente, se tutte queste forze, le quali assai superavano quelle di Rodney, avessero potuto conservarsi intiere, o che i confederati si fossero tra di loro meglio accordati, si sarebbe ottenuto il fine, che si erano proposto, di distruggere affatto la potenza britannica nell'Isole occidentali. Ma prima di ogni cosa queste forze portavano dentro di sè medesime i semi della propria distruzione. Era nata in mezzo ai soldati spagnuoli tra per la lunghezza del viaggio, la carestia delle fresche vettovaglie, il cambiamento del clima, e la immondizia loro una febbre pestilente, che, con incredibile celerità propagatasi, molti già aveva tolti di vita, e tuttavia toglieva. Oltre i morti nel tragitto, eransi sbarcati dodici centinaia di malati alla Domenica, ed altrettanti, e forse più alla Guadaluppa ed alla Martinica. Nè perchè il clima di quelle isole fosse sano, o perchè si somministrassero loro nuovi alimenti, rimetteva il male della sua ferocia. Ogni dì molti valorosi soldati passavano da questa all'altra vita. La contagiosa influenza si appiccò anche ai Francesi, e molto fra i medesimi infuriava, sebbene non tanto, quanto fra gli Spagnuoli. Da quest'inopinato, disordine ne nacque, che i confederati non solo grandemente rimetterono dell'ardire loro all'intraprendere, ma anche una gran parte degl'instromenti a ciò fare venner loro meno. S'aggiunse a questo, che gli Spagnuoli avrebbero voluto far prima l'impresa della Giamaica, i Francesi quella di Santa Lucia, e delle altre vicine isole. Il che fu causa, che non si tentò nè l'una, nè l'altra. In queste circostanze tanto da quelle diverse, che gli alleati si erano poco prima alla immaginazione loro rappresentate, imbarcarono di nuovo le poco sane genti, e procedevano di conserva verso le isole disottane. Guichen accompagnò gli Spagnuoli sino nelle acque di San Domingo, donde, lasciatigli andare al viaggio loro, pose al Capo francese. Quivi si congiunse colla flotta di Lamotte-Piquet, che colà stanziava per la protezione del commercio. Gli Spagnuoli procedettero, ed andarono ad afferrare all'Avanna. Rodney intanto, avute le novelle della congiunzione delle due flotte nemiche, andò a porsi a Gros-islet in Santa Lucia. Quando poi ebbe inteso, che i nemici erano partiti dalla Martinica, avendo ricevuto dall'Inghilterra un rinforzo di vascelli e di soldati guidati dal comandante Walsingham, ne mandò un buon polso alla Giamaica per assicurarla contro gli assalti dei confederati. Coi restanti se ne rimase a Santa Lucia per osservar il nemico, e proteggere le isole vicine. In questa maniera si terminarono le speranze, che sì verdi concette si erano in Francia ed in Ispagna intorno le conquiste da farsi nelle Antille inglesi; colpa parte della fortuna, e parte della diversità e della disgiunzione degl'interessi, che prevalgono per l'ordinario nelle menti dei confederati, i quali concorrere uniti al medesimo fine non vogliono, e discordi non possono.

Dopo le cose, che fin qui abbiamo raccontate, succedè per qualche tempo nelle Antille come quasi una generale tregua da ambe le parti. Ma se era cessata la rabbia degli uomini, sottentrò quell'assai più tremenda degli elementi. Era giunto il presente anno al mese d'ottobre, e godevansi gli Antillesi l'inaspettata cessazione dell'armi, e quella securità, che sì poco avevano sperato, quando i mari e le spiagge loro furono afflitte da una sì spaventevole tempesta, che pochi, o nissun esempio si trovano di altrettanto furore nei ricordi delle cose marinaresche, sì pieni peraltro di orribili disastri, e di compassionevoli naufragi. E quantunque questo terribile flagello di Dio abbia, dove più, dove meno disertato tutte le Antille, in nissuna però tanto infuriò, quanto nella fiorita isola delle Barbade. Incominciò a menare la non descrivibile tempesta la mattina dei dieci, e continuò ferocissimamente per ben quarantotto ore. Le navi, che sicure stavano nel porto, furon tosto strappate dalle ancore, e nell'alto e tempestoso mare sospinte. Correvanvi un vicinissimo pericolo di naufragio. Non meno degna di compassione si trovò la condizione di coloro, che rimasero in terra. Imperciocchè la notte, che seguì, crescendo vieppiù la violenza della bufera, le case diroccavano, gli alberi si diradicavano, gli uomini e le bestie erano arrandellati qua e là, e pesti miserabilmente. La capitale stessa dell'isola fu pressochè uguagliata al suolo. La magione del governatore molto forte, conciossiachè avesse le mura grosse ben tre piedi, era scossa fin dalle fondamenta, e faceva le viste di voler crollare. Di dentro abbarravano le porte, e le finestre, ed ogni sforzo facevano per resistere a tanto stravolgimento del cielo. Tutto fu nulla. Superò il dragone irreparabile; schiantò dai gangheri e dagli arpioni le porte e le imposte; le mura stesse diroccava. Il governatore colla sua famiglia si rifuggiva nelle sotterranee volte. Ma da questo cercato asilo contro il vento lo cacciava tosto l'acqua, la quale cadendo dal cielo dirottissimamente inondò, e, quasi un secondo diluvio, sopraffece ogni cosa. Uscivano allora all'aperta campagna, dove con incredibile stento e pericolo si ricoverarono dietro un mastio, sopra il quale era rizzata la stacca della bandiera; ma questo ancora traballando alla furia del trabocchevole vento, temendo di essere stiacciati da cadenti massi, un'altra volta si allargarono nei campi. Fortuna, che non si sbrancarono, perciocchè separati e privi l'un l'altro dell'aiuto dei compagni, tutti ne sarebbero stati morti. Pure aggirati dal remolino tornavano qua e là, e s'avvoltolavano nel fango e nella mota. Infine stanchi, fracidi e trafelati si ripararono ad una batteria, e dietro i carretti dei grossi cannoni si appiattarono, miserabile e poco sicuro asilo; imperciocchè anche questi erano violentemente scossi e traportati dalla procella. Le altre case della città, siccome più deboli, essendo state prima di quella del governatore rovinate, andavano gli abitatori vagando qua e là in quella tristissima notte senza asilo e senza ristoro. Molti perirono sotto i rottami delle case loro; altri annegarono nelle sopravanzanti acque: parecchj affogarono nella mota. Le tenebre spessissime, il frequente folgoreggiar del cielo, i tuoni spaventevoli, il fischiare orribile del vento, lo stridore della cadente pioggia, le grida miserabili dei morenti, le lamentazioni compassionevoli di coloro, che disperati erano al non potergli soccorrere, il pianto e gli urli delle donne e dei fanciulli facevano di modo, ch'e' pareva venuto il finimondo. Ma all'aprirsi del dì si discopriva agli occhi dei sopravviventi uno spettacolo da essere piuttosto raffigurato dalla spaventata immaginazione, che descritto da una mente non percossa da tanta calamità. Quella testè sì ricca, sì fiorita, sì ridente isola pareva ora ad un tratto trasformata essere in una di quelle polari regioni, dove per l'aspetto sinistro del sole regna un eternale inverno. Case nissune in piè, o rovine traballanti; alberi diradicati; cadaveri umani sparsi qua e là; niun bestiame vivente; la sopraffaccia stessa della terra non pareva più quella. Non che fossero distrutte le promettenti messi e le copiose ricolte; i giardini medesimi, sì dilettevole ornamento, ed i campi, sì lieta speranza dei mortali, non erano più: o arena, o fango, o pozze dappertutto; i partevoli termini distrutti; i fossi scassati; le strade sprofondate. Sommò il numero dei morti a parecchie migliaia. Questo si sa; ma quanto sia stato per l'appunto, è incerto. Imperciocchè oltre di quelli, ai quali furon sepoltura le rovine delle case loro, non pochi furono agguindolati dal crudel girone fin dentro il mare, altri sguizzati via da novissimi, e non mai più veduti torrenti, e fiumi, o dall'onde marine strascinati, le quali, oltrepassato il solito confine, dilagato avevano, e spazzato molto indentro le terre. Tanta fu la gagliardia del vento, che un cannone, che buttava dodici libbre di palla, ne fu trasportato, se si dee prestar fede ai documenti più solenni, da una batteria all'altra, lontana bene a trecento passi. Quello poi, ch'era avanzato al furor della tempesta, diventò preda in parte della rabbia degli uomini. Rotte le prigioni saltaron fuori in quella fatal notte i ribaldi, i quali in un coi Neri poco curando, come gente disperata, la rabbia del cielo, tutto avevan messo a sacco ed a ruba. E forse ne sarebbe stata tutta l'isola condotta ad un totale sterminio, ed i Bianchi tratti a morte, se non era, che vi si trovò a quel tempo il generale Vaughan con una grossa schiera di stanziali, i quali colla disciplina e virtù loro la scamparono. E tanto fecero, che cansarono una grossa quantità di munizioni da bocca, senza di che era da temersi che gl'isolani testè liberati dal flagello della tempesta non soggiacessero a quello non men orribile della fame. E non è da passarsi sotto silenzio da un candido amatore della verità, e delle opere gentili, che i prigionieri di guerra spagnuoli, che non eran pochi in quel dì nella Barbada sotto la condotta di Don Pedro San Jago, capitano del reggimento d'Aragona, fecero tutte quelle parti, che a ben nati e civili uomini si convenivano. Posti tra quel violento scroscio in balìa loro, non che si valessero dell'opportunità offerta per commettere qualche atto inimichevole, niuna cosa lasciarono intentata, nè a fatica, nè a pericolo alcuno si ristettero per aiutare i miseri Barbadesi. Nel che la cooperazione loro non riuscì di poca utilità. Le altre isole sì francesi, che inglesi furono poco meno di quella della Barbada devastate. Ma nella Giamaica all'impeto della tempesta si coniunse un orribile tremoto, ed inoltre il mare gonfiò sì fattamente, che tutte le case, ed i campi, sin molto addentro nell'isola, ne furono totalmente desertati. Ma stantechè il vento era da levante, gli effetti del temporale furono maggiori sulle spiagge occidentali della medesima, particolarmente nei distretti di Westmoreland, e di Hannover. Accadde in ispecialità, che mentre gli abitanti di Savanna-La-Mer, ricca e grossa Terra nel Westmoreland, stavano stupefatti osservando l'inusitato gonfiamento del mare, lo sterminato cavallone arrivò loro addosso, e tutto, uomini, bestie, case portò seco a perdizione. Non rimase vestigio veruno di quella infelice Terra. Più di trecento persone furono inghiottite dalle onde. I fertili campi rimasero largamente coperti d'infecond'arena. Le più opulenti famiglie furono ad un tratto ridotte alla più strema miseria. E se oltre ogni dire degna di compassione fu la condizione di coloro, i quali in terra abitavano, non fu migliore quella degli altri, che si trovarono in sull'acque. Imperciocchè delle navi, che gli portavano, alcune andarono a traverso negli scogli, altre furono ingoiate dal furibondo mare, ed altre a grande stento se ne tornarono lacere e fracassate nei porti. A queste fatali strette si trovarono non solo quelle, che viaggiavano, ma ancora quelle, ch'erano sorte nei porti anche i più sicuri, le quali o ruppero dentro i medesimi, o furono cacciate di forza nel mare sì straordinariamente fiottoso. Tra le altre il Fulminatore di 74 cannoni affondò anime e beni. Parecchie fregate o naufragaron del tutto, od in tal modo furono scassinate, ch'era difficil cosa diventata il racconciarle. Perirono in tutto per gli effetti di questa procella di navi inglesi un vascello di 74, due di 64, uno di 50, con sette in otto fregate. In mezzo a tanti, e sì gravi disastri, e ad un quasi totale disfacimento della natura, recò qualche conforto la umanità del marchese di Bouillé. Erangli venuti nelle mani alcuni marinari inglesi, miserabili reliquie delle ciurme delle navi il Lauro, e l'Andromeda, che rotte si erano sulle spiagge della Martinica. Gli rimandò franchi e liberi a Santa Lucia, mandando, non voler ritenere prigioni coloro, i quali erano stati alle prese cogli arrabbiati elementi, e dall'impeto loro scampati. Aggiunse, sperare, avrebbero gl'Inglesi i medesimi termini usato verso di quei Francesi, che l'inesorabile fortuna avesse gettato in poter loro. Ricordò, increscergli, gl'Inglesi cattivi esser così pochi, e nissun fra gli uffiziali essersi salvato. Conchiuse con dire, che siccome era stata comune ed universale la calamità, così anche dover esser comuni ed universali la umanità e la benevolenza. I mercatanti di Kindston, città capitale della Giamaica, con mirabil esempio di bontà cittadina tosto si obbligarono a somministrare un aiuto di diecimila lire di sterlini ai sofferitori. Il Parlamento, udito il fortunoso caso, quantunque a quei dì tanto fosse pressato dalle spese della guerra, decretò si donassero ai Barbadesi ottantamila lire di sterlini, ed a quei della Giamaica quarantamila. Nè i doni si ristettero alla munificenza pubblica; che anzi molti privati cittadini vollero soccorrere della propria pecunia gli abitanti delle Antille. Il navilio di Guichen, e quello di Rodney schivarono la burrasca, perchè il primo già era partito nel mese d'agosto per alla volta dell'Europa con quattordici vascelli di tre palchi, convogliando una ricca e numerosa conserva di navi mercantili. Il secondo, e per questa stessa partenza di Guichen, non sapendo, dove questi s'inviasse, e perchè quelle genti spagnuole sbarcate all'Avanna gli davano non poco sospetto, mandate, come abbiamo detto, alcune navi a proteggere la Giamaica, si era posto in via poco tempo dopo colle rimanenti per alla Nuova-Jork. Ma però in America, prima ch'egli vi arrivasse, anzi prima che partisse dalle Antille, v'era intervenuto un maraviglioso rivolgimento nelle pubbliche cose, siccome da noi sarà in conveniente luogo raccontato.

Combattendo nel modo che si è detto, tra di loro così ferocemente gli uomini e gli elementi sulla terra-ferma d'America, e nelle circonvicine isole, non se ne stavano in Europa oziosamente a badare i potentati guerreggianti. Prevalevano gl'Inglesi per l'unità dei consiglj; ma avevano a paragon dei confederati minor numero di navi, quantunque le loro meglio instrutte fossero di quelle dei Francesi e degli Spagnuoli. Avevano questi per lo contrario più numeroso navilio, e più copiosi soldati. Ma tratti gli uni e gli altri in diverse parti dai contrarj interessi non facevano quel frutto, che avrebbero potuto desiderare. Quindi è, che gli Spagnuoli, avendo sempre la loro principal mira posta all'acquisto di Gibilterra, là mandavano le genti, e spendevano i tesori. A questo medesimo fine le navi loro ritenevano nel porto di Cadice, invece di congiungerle alle francesi, e tentare, uniti a questi, qualche rilevata impresa contro la potenza britannica. Quindi i Francesi obbligati erano a mandar le loro in quel medesimo porto, ed intanto le armate inglesi bloccavano i porti loro dell'Oceano, intraprendevano il commercio, arraffavano le conserve, pigliavano le fregale. Era uscito all'alto mare con un'armata di circa trenta vascelli l'ammiraglio inglese Geary, il quale, morto Carlo Hardy, era stato posto in suo scambio al governo di quella. S'incontrò il dì tre di luglio in una conserva di navi mercantili francesi cariche di cocco, di zucchero, di caffè e di cotone, e scortate dal vascello il Fiero di 50 cannoni. Geary diè dentro, e ne pigliò dodici, e più ne avrebbe pigliato, e forse tutte, se non che una folta nebbia, e la vicinanza delle spiagge nemiche lo impedirono. Le altre giunsero a salvamento nel porti. Parecchie altre navi francesi, principalmente fregate, vennero poco tempo dopo, sebbene non senza una pertinace difesa, in poter degl'Inglesi. Tutti gl'incontri, ch'ebbero luogo, sarebbe troppo lunga bisogna il raccontare; merita però particolar menzione il cavaliere de Kergerion, il quale, governando la fregata la Belle-Poule, si difese lungamente contro Jacopo Wallace, che guidava il vascello il Nonpari di 64 cannoni; e non fu, se non dopo la morte del Kergerion, che il suo successore Lamotte-Tabouret, avendo lacere le vele, gli alberi rotti, fracassati i carretti delle artiglierie, e morti molti de' suoi, si arrese.

Di queste perdite molto bene si ristorarono i confederati il giorno 9 d'agosto. Era partita sul finir di luglio dai porti d'Inghilterra una numerosa conserva di bastimenti sì regj che mercantili per alla volta delle Indie orientali ed occidentali. Cinque dei primi portavano, oltre molte armi, munizioni ed artiglierie, una quantità notabile di attrazzi navali ad uso della flotta inglese, che stanziava in quelle lontane regioni. I secondi arrivavano a diciotto, ed erano o navi annonarie, o cariche di armi, di munizioni, di tende, e di reclute destinate a rinfrescare, e rifondere l'esercito d'America. Erano gli altri bastimenti mercantili di ricchissimo carico. Accompagnava la conserva il vascello d'alto bordo il Rumilli con tre fregate. Andavano al viaggio loro, e già radevano, sebben di lontano, le coste di Spagna, quando improvvisamente la notte degli otto agosto s'incontrarono in una squadra dell'armata confederata, la quale stava sulle volte sulla via solita a tenersi per alle due Indie. Era la squadra sotto la condotta dell'ammiraglio spagnuolo, Don Luigi di Cordova. Scambiarono gl'Inglesi i lumi soliti a porsi la notte dai naviganti sui calcesi per quei del convoglio loro, e seguitavano il nemico, credendo di seguitare i loro. La mattina seguente si trovarono impacciati in mezzo alla flotta spagnuola. Questa prestamente gli accerchiò e pigliò da sessanta bastimenti. Le navi da guerra scamparono. Ora entravano i vincitori nel porto di Cadice trionfando. Concorrevano i popoli a vedere la moltitudine dei cattivi, e le ricche spoglie, notabile ornamento alla vittoria, e spettacolo loro tanto più grato, quantoch'era ed inusitato e poco sperato. Scendevano a terra pressochè tremila prigioni d'ogni ordine, condizione ed età. Erano sedici centinaia di marinari, luttuosa perdita all'Inghilterra, e non pochi passeggieri. Gravissimo fu il danno non tanto per le cose mercantili, ma ancora, e molto più per le provvisioni da guerra, delle quali nelle due Indie gl'Inglesi abbisognavano. Fu questa assai lieta vittoria agli Spagnuoli, e da essi con infinita allegrezza ricevuta. Per lo contrario le novelle causarono nella Gran-Brettagna un rammarico grande, e si udirono contro i ministri in ogni parte gravissime querele, accusandogli ognuno di temerità, perchè sapendo, che i confederati stavano così gagliardi in Cadice, provveduto non avessero, che la conserva viaggiasse molto più alla larga dalle coste di Spagna.

Intanto se così si travagliava sui mari d'Europa, le cose non passavano neanco quiete sotto le mura di Gibilterra. Aveva la Spagna, come abbiamo veduto, capriccio sopra di questa Fortezza. In ciò pareva aver posto tutti i suoi pensieri, e volervi adoperare tutte le forze del regno. Era la cosa in sè stessa di molta importanza, e pareva anche poco onorevole ad un sì possente Re, che uomini forestieri possedessero una Terra dentro il suo reame, e gli tenessero, come si suol dire, quel calcio in gola. Paragonavasi il caso di Gibilterra con quello di Calais, allorquando questa città era posseduta dagl'Inglesi, e volevasi, che l'istesso fine avesse. Per la qual cosa, dopoch'era stata rinfrescata da Rodney, l'ammiraglio spagnuolo Don Barcelo sognava del continuo modi, e con ogn'industria s'ingegnava per impedire, che non entrassero dentro alla sfuggita nuovi soccorsi. Da un altro canto il generale Mendoza, al quale obbedivano le genti di terra, ogni sforzo faceva per serrare la Fortezza da quella parte, fortificando ogni dì il suo campo di San Rocco, e continuamente approssimandosi, quanto possibil era, con nuove cave e trincee. Ciò nondimeno, e nonostanti tutte le cautele usate dai capitani spagnuoli, tanta era l'instabilità dei venti e del mare, e sì fatta l'attività ed industria degli uffiziali inglesi, che di quando in quando entrava dentro nuovo fodero. Il che riusciva d'infinita allegrezza alla guernigione che ne pativa, e di uguale rammarico agli Spagnuoli, i quali s'erano fatti a credere, non potere la difesa bastar sì lungo tempo. Questi sforzi del presidio molto erano aiutati dalla presenza di parecchie navi da guerra, ch'erano state lasciate nel porto dall'ammiraglio Rodney, tra le quali una ve n'era di 74 cannoni, chiamata la Pantera. Per levarsi quel bruscolo d'in sugli occhi, gli Spagnuoli fecero il disegno di volerle ardere in un colle navi da carico, che nel medesimo luogo erano sorte, siccome pure i magazzini pieni di munizioni, ch'erano stati costrutti sulla riva del mare. Apparecchiarono a questo fine sette brulotti con un numero grandissimo di battelli e di bastarde; gli uni, e le altre pieni di soldati, e d'ogni sorta di armi da offendere. Nel medesimo tempo le navi da guerra di Don Barcelo sorsero, e s'arringarono avanti la bocca della cala, non solo per dar coraggio a' suoi, e concorrere nella impresa, ma ancora per intraprendere qualunque nave, che avesse voluto cansarsi. Dal lato di terra Mendoza stava pronto per accrescer terrore alla cosa, e per facilitar il disegno, a piover bombe dentro la città, tostochè i brulotti appiccato avessero il fuoco al navilio inglese. Appuntarono all'impresa la notte de' 6 giugno. Era ella molto scura, il vento ed il mare propizj. Gl'Inglesi non si addavano. Ivano i brulotti avvicinandosi, e già era vicino a compiersi il disegno. Ma gli Spagnuoli, o impazienti, o per l'oscurità della notte credendosi più presso di quello ch'erano veramente, o temendo di accostarsi di vantaggio, precipitarono gl'indugj, e dier fuoco ai brulotti ancora un po' lontani. Destaronsi gl'Inglesi a sì improvviso accidente, e nulla punto smarritisi al subito pericolo, uffiziali e soldati montarono spacciatamente nei battelli, e con mirabile coraggio accostatisi agli ardenti brulotti gli aggraffarono, e condussero alla larga in luoghi, dove non potessero far danno. Gli Spagnuoli senza frutto alcuno si ritirarono. Intanto era Mendoza intentissimo a farsi avanti coi lavori della circonvallazione. Il generale Elliot, al quale il Re Giorgio aveva commesso la cura di difendere quella rocca, lo lasciava fare. Ma quando lo Spagnuolo aveva condotto a fine le opere sue, ecco che Elliot a furia di cannonate le disfaceva, ed intieramente rovinava tutte. Saltava anche qualche volta fuori, e, guaste le opere degli assedianti, ne chiodava o rapiva le artiglierie. Queste vicende parecchie volte si rinnovarono. Se ne rallegravano gl'Inglesi; gli Spagnuoli ne sentivano una noia grandissima. Per la qual cosa aguzzando gl'intelletti loro alla necessità, e male soffrendo, che una piccola presa di genti, poichè il presidio di Gibilterra, inclusi gli uffiziali, non passava i seimila soldati, non solo loro resistessero, ma con sì prosperi successi gli combattessero, fecero una deliberazione, la quale molto noiò nel processo di tempo la guernigione, accrebbe la difficoltà ed i pericoli della difesa, e produsse in ultimo un total eccidio della città. Questa fu di construrre in gran numero certe piatte, che chiamarono barche cannoniere. Erano sì fatte, che portavano da trenta a quaranta botti, quaranta o cinquanta uomini, ed un cannone in prua, che buttava ventisei libbre di palla. Altre portavano bombarde. Avevano una larga vela, e quindici remi dalle due bande. Erano molto maneggevoli; ed intendevasi con esse di gettar bombe e palle nella città e nei forti di nottetempo, ed anche, quando la occasione si scoprisse, di assaltar le fregate. Poichè credevasi, che due di queste piatte fossero bastevoli a far istare una fregata. E siccome poco si alzavano sopra il pelo dell'acqua, così era cosa assai malagevole il por loro la mira, e colpirle. Non avendo i Gibilterrani in pronto una simil sorta di navi, male dagli assalti loro si sarebbero potuti difendere. Così gli Spagnuoli erano intentissimi nel procurare a sè stessi questo nuovo istrumento di oppugnazione, che stimarono dover apportare grandissimo giovamento alla felice riuscita dell'impresa.

Mentre prevalevano in tal modo sulla terra-ferma d'America le armi britanniche; che nelle Antille quelle dei due antichi rivali si pareggiavano, e che in Europa con diverso evento si combatteva, sicchè pareva, che non ancora volesse la fortuna a favore nè di questo nè di quell'altro nemico inclinarsi, le cose fin là incerte e dubbie state nelle Province unite dell'Olanda ad un certo e determinato fine s'incamminavano. Conciossiacosachè avevano i cieli destinato, che la querela americana commovesse alla guerra tutto il mondo, e che colla congiunzione delle armi olandesi a quelle dei Borboni e del congresso si venisse a compir quella formidabile lega, che pareva, dovere l'ultimo tuffo dare alla potenza dell'Inghilterra. Erano state dal bel principio della querela le cose d'America fomentate in Olanda con molta estenuazione di quelle d'Inghilterra, sia per l'amore che a questa causa della libertà si portava generalmente a quei tempi in Europa, sia perchè paresse agli Olandesi, che l'impresa ridondasse tutta in pro degl'interessi della comunanza protestante, temendosi molto dai dissenzienti delle vere o credute usurpazioni della Chiesa anglicana, e sia finalmente perchè la presente condizione degli Americani molto pareva conforme a quella, in cui gli Olandesi stessi si erano ritrovati ai tempi delle guerre loro contro la Spagna. Quindi è, che coloro, i quali seguitavano in Olanda le parti francesi ed avevano, e ogni dì acquistavano, maggior seguito di quelli che parteggiavano per l'Inghilterra. I più pertinaci fra questi ultimi, sebbene per la ricordanza dell'antica amicizia, per le opinioni loro intorno alle cose commerciali, per l'odio che portavano alla Francia, e pei mali che temevano, fosse questa in grado di far loro nell'avvenire, nell'amicizia inglese persistessero, tuttavia molto detestavano i consiglj presi contro l'America dai ministri britannici, e ciò facevano per l'appunto, e massimamente perchè prevedevano, che essi consiglj avrebbero finalmente quella buon'armonia rotto, ch'eglino avrebbero voluto conservare, e fatto del tutto traboccar la Olanda alle parti di Francia. Aggiungevasi a questo, che siccome vi si stava generalmente molto in gelosia contro la potenza dello Statholder, congiunto di sangue col re Giorgio, e temendosi, che questi lo volesse favorire, e fargli le spalle nelle sue usurpazioni, o disegnate invero, o soltanto credute, o volute farsi credere che si fossero, così vivevano le genti in molto sospetto intorno le intenzioni dell'Inghilterra. Temevano, ch'ella non volesse fare a tempo accomodato, e per mezzo dello Statholder a sè medesimi quello, che allora voleva fare all'America. Queste cose si dicevano apertamente, e con vivi colori si dipingevano dai gallizzanti. Per la qual cosa salivano essi in maggior riputazione, mentre l'autorità degli avversarj diminuiva giornalmente. Tra le città e le province, che si mostravano parziali per la Francia, tenevano il primo luogo e per la ricchezza, e per la potenza loro quelle di Amsterdam e dell'Olanda. Per la qual disposizione d'animi mantenere viva, e per tirare anche altre città e province nella medesima sentenza, aveva la Francia, avvisandosi benissimo, quanto sia potente nei cuori umani, e massimamente in coloro, che fanno professione del mercanteggiare, l'amor del guadagno, molto accortamente ordinato, ch'ella farebbe pigliare in sui mari tutte le navi olandesi, le quali facessero il commercio colla Gran-Brettagna, solo eccettuando quelle delle città di Amsterdam e di Harlem. Dalla quale deliberazione ne era nato, che parecchie altre città principali, tra le quali Rotterdam e Dort, si erano per godere il medesimo privilegio alle parti francesi accostate. Tutte queste cose erano state causa, che si era appiccata, già erano due anni, una pratica in Aquisgrana tra Giovanni Neuville, il quale operava in nome, e per l'autorità di un Van-Berkel personaggio, siccome affezionatissimo ai Francesi, così nimicissimo agl'Inglesi, e Capo del governo della città di Amsterdam, e Guglielmo Lee commissario per parte del congresso. Questi due agenti dopo molte consulte fermarono un trattato d'amicizia e di commercio fra quella città, e gli Stati Uniti d'America. Questo trattato non era in nome, che casuale, intendendosi, che dovesse solo avere il suo effetto, allorquando l'independenza degli Stati Uniti fosse dalla Gran-Brettagna riconosciuta. Ma infatto si riconoscevano questi come franchi ed independenti, poichè come se tali fossero si negoziava e si accordava con essi. Non era invero il trattato stato fatto con altri, che colla città d'Amsterdam. Ma si sperava, che la prepotenza, ch'ella aveva nella provincia d'Olanda, avrebbe tirato a parte della cosa tutta questa provincia, e che quella prepotenza stessa della provincia avrebbe fatto nel medesimo disegno inclinare anche tutte l'altre. Queste pratiche furono con tanta gelosia tenute segrete, che nulla se ne riseppe in Inghilterra. Ma il congresso, il quale ardeva di desiderio, che quello, che si era segretamente stipulato, si recasse apertamente in effetto, creò plenipotenziario a questo fine presso gli Stati Generali Laurens, quello stesso, che stato era presidente. Questo partito con tanto più pronto volere aveva abbracciato, in quanto che si era persuaso quello ch'era vero, cioè, che per gli acciacchi ed insolenze usate dagl'Inglesi alle navi mercantili olandesi nel commercio loro coi porti francesi, si fossero in tutta la Olanda gravemente alterati gli animi; e che massimamente a grandissimo sdegno vi si fossero concitati per la presura fatta delle navi accompagnate dal conte Byland. Questi mali umori poi, e queste nuove ferite invece di sedare e di ammorbidare, aveva viemmaggiormente mossi, e fatte inciprignire Jorke, ambasciadore pel Re della Gran-Brettagna all'Aia con un memoriale pieno di alterigia da lui porto al governo, il quale fu giudicato non dicevole alla dignità di una nazione franca ed independente. Ma la fortuna, la quale così spesso si fa giuoco dei miseri mortali, volle far di modo, che questi maneggi venissero per un impensato accidente a notizia dei ministri inglesi, prima che avessero potuto avere il loro compimento. Non così tosto erasi Laurens dipartito da Filadelfia, che, incontrata la nave, che lo portava, sulle coste di Terranuova dalla fregata inglese la Vestale, e presa, fu egli fatto prigione. Aveva bene subito, accortosi del pericolo, fatto getto di tutte le sue scritture pubbliche, ma per la celerità e la destrezza di un marino inglese furon tratte dall'acqua, ed a salvamento condotte, prima che si sfacessero. Fu Laurens condotto a Londra, e confinato, come reo di Stato, in fondo della Torre. Tra le scritture intraprese, i ministri britannici ebbero fra le mani quel trattato, di cui abbiamo favellato, e parecchie lettere tutte risguardanti la pratica di Aquisgrana. Tosto Jorke ne levò all'Aia un grandissimo romore. Richiese in nome del suo Re gli Stati Generali, non solo facessero disdetta del procedere del pensionario Van-Berkel, ma ancora ristorassero prontamente la offesa, e quello, ed i suoi complici traessero a condegno castigo, come perturbatori della pubblica pace, e violatori dei diritti delle nazioni. E siccome gli Stati Generali si peritavano alla risposta, così egli faceva nuove e caldissime istanze, perchè si risolvessero. Ma quelli, che non si volevano affrettare, e che andavano molto renitenti allo scoprirsi, sia perchè erano pei loro ordini pubblici di necessità molto tardi al deliberare, sia perchè avrebbero voluto raccorre prima a luoghi sicuri le ricchezze loro, ch'erano o portate dalle navi sui mari, od ammassate per la securità della pace nelle proprie isole quasi senza niuna difesa, risposero, che avrebbero considerato. Da un altro canto i ministri britannici, che avevano fretta, perciocchè ardevano di desiderio di por la mano addosso a quelle ricchezze, intendendo anco, che gli Olandesi non avessero tempo di fare i necessarj apparecchiamenti di guerra, fecero le viste di non esser contenti a quella risposta, e rivocarono incontanente l'ambasciador loro dall'Aia. Seguirono poco dopo da ambe le parti i soliti manifesti. Così portò la condizione de' tempi, che finalmente fossero interrotti gli uffizj di benevolenza tra due nazioni da lungo tempo congiunte in amicizia, e che avevano molti e grandi interessi comuni. La quale guerra altrettanto fu più grave all'Inghilterra, in quanto ch'era l'Olanda un nemico vicino, e molto perito sulle navali armi. Ma da una parte l'orgoglio, forse necessario ad uno Stato possente, e la gola dell'arraffare sempre condannabile, e non mai saziata, dall'altra le discordie intestine, e la debolezza delle armi terrestri, ch'erano causa, che più si temesse dei vicini di terra-ferma, di quello, che sarebbe stato richiesto all'independenza, fecero di modo, che fu rotta un'antica amicizia, e nacque una guerra che tutti gli uomini prudenti, i quali s'intendevano dello Stato, condannarono ed apertamente biasimarono.

Ripigliando ora, ove lasciammo, delle cose, che giravano sulla terra-ferma d'America, egli è da sapersi, che dopo la presa di Charlestown, e la invasione nella meridionale Carolina un grande e maraviglioso cambiamento si era fatto negli animi di quei popoli; e che vi nacque la salute da quegli stessi casi, che parevano una instante rovina pronosticare. Tanto è vero quello, che i nostri maggiori vollero significare con quel proverbio loro, gran pesto fa buon cesto; il che altro non vuole significare, se non se che lo sprone dell'avversità fa fare agli uomini in utile loro di quelle cose, che gli allettamenti della prospera fortuna non possono. Imperciocchè le disgrazie della Carolina non che sbattuto avessero gli Americani, parve per lo contrario, che nelle menti loro maggior ostinazione, e nei cuori maggior coraggio infondessero. Venne meno in essi quella tiepidezza, alla quale nei precedenti anni erano stati soggetti, e che di tanto danno era stata cagione alla Repubblica, e di tanto dolore ai Capi di essa. Ognuno s'incendeva di nuovo ardore per soccorrere alla patria. Tutti s'inanimavano a sviscerarsi intieramente ai servigj della repubblica. Avresti detto, esser tornati i primi tempi della rivoluzione, quando sì grandi erano il consenso e l'ardore degli uomini in questa impresa loro contro l'Inghilterra. Molti scordarono gl'interessi privati per non pensare, che a quei del pubblico; e tutti andavano dicendo, doversi cacciare il crudelissimo nemico da quelle fertili terre; doversi soccorrere ai fratelli del mezzodì; doversi quelli avanzi di satelliti britannici scappati a mala pena al ferro americano spegnere del tutto; doversi la guerra con un estremo sforzo di breve terminare. Così negli Americani operarono le avversità, che quando parevano più depressi e più conculcati, risorgevano coll'animo più costante e più pertinace. A questi novelli spiriti davano incentivo le recenti ruberie commesse dalle genti del Re nella Carolina e nella Cesarea; speranza l'osservare, che l'accidente seguìto dell'occupazione di Charlestown partito avesse, e sì lungo spazio tra di loro separate le forze del nemico, sicchè più facilmente, o una parte o l'altra potrebbero venire oppresse. Alla quale speranza maggior forza accrescevano le certe novelle, che si avevano, del non lontano arrivo degli aiuti francesi, e molti già facevano cosa fatta la conquista della Nuova-Jork, colla quale speravano di ristorarsi della perdita di Charlestown. Infatti era allora ritornato in America De La-Fayette con liete novelle della Francia; già essere imbarcate le genti; già le agevoli prue portatrici degli aiuti essere volte alle americane spiagge; già esser vicine ad afferrarle. La cosa era vera. Il marchese stesso si era nella patria sua con molto ardore in ciò affaticato, e non ne era partito, se non quando già tutto era in pronto. Del che molto e Washington, ed il congresso lo ringraziarono. Oltrechè la presenza sua tanto grata a quei popoli gli aveva molto confortati, nacque ancora, che si andavano incitando e pungendo l'un l'altro per non iscomparire a paragone dei vegnenti alleati. Affermavano, esser vergogna, e che sarebbero ben degni stati di eterno biasimo, se per propria infingardaggine guasta e perduta avessero quella occasione, che offeriva loro la vicina e possente cooperazione della Francia. Dicevano, gli occhi di tutta l'Europa essere rivolti a loro, e che dalla guerra di quell'anno doveva pendere l'independenza, la gloria, la fortuna tutta dell'americana repubblica. Il congresso poi, e tutti gli altri maestrati, siccome pure gli uomini d'autorità nell'universale, opportunamente si giovarono di questo novissimo calore degli animi, e niuna cosa lasciarono intentata, perchè e si conservasse, e si accrescesse, e più largamente si diffondesse. Scrisse il congresso lettere circolari a tutti gli Stati, molto infiammatamente esortandogli a riempir le compagnie, ed a mandar all'oste quella parte di soldati, che a ciascun di loro si apparteneva. La stessa cosa operarono i generali Washington, Reed ed altri capitani di riputazione. La cosa ebbe effetto. Riavuti gli spiriti, i soldati, seguendo l'esempio dei capitani, s'andavano sotto le insegne riducendo. In ogni parte risorgeva il nome del congresso. Perchè poi non venisse meno la pecunia pubblica, gli uomini abbienti si obbligarono per ogni banda a pagar grosse somme in sollievo dell'erario pubblico allora sì scarso. Queste cose si facevano principalmente nella città di Filadelfia; ma l'esempio era fruttuoso. Si propagava nel contado e nell'altre province. Le donne filadelfiesi, fatta guidatrice della impresa la moglie di Washington, donna di grande dassaiezza, mostrarono in ciò un grandissimo amore verso la patria. Oltre la pecunia, che si obbligarono di pagar del loro, andavano di casa in casa esortando i cittadini a volere delle facoltà loro soccorrere alla repubblica. La cosa non rimase senza effetto; perciocchè accattarono grosse somme di denaro, che nell'erario pubblico portarono, acciocchè fosse usato nei caposoldi da darsi a quei soldati, che meritati gli avessero, ed in accrescimento di paga a tutti. Le donne del contado e delle altre province imitarono l'esempio. Ma un ordinamento, che fu fatto a quei dì, e che degno è di particolar menzione, quello fu di un Banco pubblico, il quale coi denari dei soscrittori, dei prestatori, e del congresso potesse ai soldati sovvenire. Nel che il congresso ebbe non solo consenzienti, ma ancora richiedenti le buone borse della Pensilvania. Si obbligassero i soscrittori a fornire un capitale di trecentomila lire di moneta pensilvanica nella ragione di sette scellini e sei pensi per ogni dollaro di Spagna. Avesse il Banco due direttori; avessero questi facoltà di accattar denaro in sul credito del Banco per sei mesi, o per minore spazio, e di dare scritte a' prestatori, le quali fruttassero un interesse del sei per centinaio; ricevesse il Banco la pecunia pubblica del congresso, cioè il sommar delle tasse, e quando queste ed i denari dei prestatori non bastassero, fossero tenuti i soscrittori ad effettivamente fornire quella parte, che sarebbe creduta necessaria, delle somme, le quali sodate avessero; i denari ricevuti nei modi che abbiam detto, siccome pure le scritte dei direttori in niun altro uso si potessero impiegare fuori che in quello del procacciar provvisioni all'esercito; creassero i soscrittori un fattore, l'uffizio del quale fosse di fare i procacci, e le cose procacciate, come a dire carni, farine, rum, ed altre rimettere al capitano generale, od al maestrato sopra la guerra; avesse questo fattore facoltà di trarre pel denaro speso nei procacci sopra i direttori. Dovesse inoltre il fattore aprire un fondaco, il quale riempisse di rum, di zucchero, di caffè, di sale e di altre grasce, che servono all'uso comune degli uomini, le quali grasce tutte obbligato fosse a vendere a minuto ed al medesimo prezzo, col quale le aveva comperate all'ingrosso, a coloro, dai quali comperato avesse le provvisioni per l'esercito; e ciò a fine di poter dai medesimi ottenere, e più prontamente quelle, che migliori fossero. Quantunque di prestatori fuori del Banco pochi si appresentassero, perchè i più per fornire il denaro loro avrebbero desiderato prima maggiore stabilità nello Stato, tuttavia si trovarono tosto soscrittori per un capitale di trecento quindicimila lire pensilvaniche, dei quali ciascuno si obbligò a somministrare ai direttori del Banco una determinata somma per mezzo di scritte da pagarsi da essi in monete d'oro o d'argento. In cotal modo i privati uomini, mossi da lodevole zelo verso la patria, vollero col credito loro sopportare ed ampliare quello del pubblico, esempio tanto più da commendarsi, quantochè le cose dello Stato non erano ancora ferme.

Nè a questi tempi, quando un vittorioso nemico sì ferocemente instava, e già già batteva alle porte loro, si ristettero gli Americani al procurar genti e pecunia alla repubblica; che anzi procedettero più oltre, ed in mezzo a quei romori di guerra vollero con acconci ordinamenti promuovere le utili scienze, le nobili discipline, le necessarie arti, sapendo benissimo, che, senza di tutte queste, la guerra mena per la diritta alla barbarie, e che ne è meno lieta, e meno felice la pace. Nel che intesero non solo una cosa utilissima operare, e conducevole al buon costume dei popoli, ma sì ancora, mostrando securità in mezzo a quei pericoli, far vedere ai loro, ed ai strani, quanto poco essi pericoli curassero, e quanta fosse la confidenza, che nell'impresa loro collocato avevano. Per la qual cosa lo Stato di Massacciusset fondò in Boston una società, od accademia d'arti e di scienze, e con lodevoli statuti la ordinò. Il fine suo fosse di promuovere e d'incoraggiare la cognizione delle antichità dell'America e della storia naturale della contrada, di determinare a quali usi servir potessero i proventi naturali di lei, di promuovere le mediche scoperte, le matematiche disquisizioni, le ricerche, e gli sperimenti filosofici, le osservazioni astronomiche, meteorologiche e geografiche, l'agricoltura, le arti, le manifatture, il commercio; di coltivare insomma ogni arte e scienza, le quali tender potessero ad avanzare (così dicevano) l'interesse, l'onore, la dignità e la felicità di un libero, independente e virtuoso popolo. Addì quattro di luglio poi, celebrato prima con grandissima solennità l'anniversario dell'Independenza, il presidente del congresso, quello dello Stato di Pensilvania, e gli altri maestrati sì della città che della provincia, siccome anche il cavaliere de la Luzerne, ministro di Francia, si recarono con non ordinaria pompa all'Università per ivi assistere alla collazione dei gradi agli studenti. Il Preposto agli studj orò molto accomodatamente secondo il temporale. Le bramose menti dei giovani di nuovo zelo si accendevano, e di maggior amore s'informavano verso il nuovo Stato. I circostanti felici augurj pigliavano della nascente repubblica.

A questi medesimi tempi, in cui per ogni canto, e con ogni più convenevole modo si concitavano gli Americani a correre nella presa carriera, e che sorgeva in essi un nuovo ardore alla guerra, arrivarono all'Isola di Rodi i soccorsi, che la Francia mandava in mantenimento delle cose d'America; ed allora fu l'allegrezza loro nel suo maggior colmo posta. Consistevano in un'armata di sette navi d'alto bordo, tra le quali il Duca di Borgogna di 84 cannoni, di cinque fregate, e due altri legni minori. Era tutto questo navilio condotto dal Signore di Ternay. Seguitavano una moltitudine di navi da carico, le quali portavano sei migliaia di soldati, che obbedivano agli ordini del conte de Rochambeau, luogotenente generale negli eserciti francesi. Ma però il Re Luigi, ed il congresso si erano accordati, che Washington, come capitano generale, dovesse guidare tutte le genti sì francesi, che americane, ed a questo fine egli era stato creato dal medesimo Re luogotenente generale, e vice ammiraglio degli eserciti, e delle armate francesi. Gli abitanti di Nuovo-Porto accesero per festa i fuochi alle case loro. Il Generale Heath ricevè con molte dimostrazioni di cortesia e di allegrezza gli ausiliarj di Francia; e siccome correva attorno voce, che Clinton fosse per venir ad assaltar l'Isola di Rodi, così gli mise in possessione tosto di tutti i Forti, nei quali i Francesi con tanta diligenza si fortificarono, che in brevissimo tempo furono in grado di poter ributtare qualunque nemico, che si appresentasse. La generale assemblea dello Stato dell'Isola di Rodi mandò deputati a complire col capitano del Re Luigi, i quali molte cose dissero del grato animo dell'America, e della generosità del Re di Francia. Promettevano ogni sorta di aiuti e di provvisioni. Rispose Rochambeau, che quei soldati, che là condotto aveva, erano soltanto la vanguardia di quelli, che il suo Signore era per mandare in aiuto loro. Non dubitassero, che il Re non sarebbe per mancare alla salute e sicurtà dell'America; che sarebbero le sue genti vissute civilmente, ed in grado di fratelli. Concluse con dire, che come fratelli, egli, e tutti i suoi avevano le vite loro vogliosamente al servigio dell'America votate. Così il capitano francese ed aiutava di presente gli Americani, e gli nutriva con grande speranza, che dovessero arrivare altre genti, per dar loro animo a sostenersi. Queste cose, che si risapevano, molto confortavano quei popoli bisognosi dell'aiuto altrui, ed ardenti nell'impresa loro. Ma i partigiani dell'Inghilterra, che ancora vi rimanevano, sia che volessero la independenza o la ricongiunzione, rodevano il freno. Washington per viemmaggiormente accomunare i due popoli ordinò a' suoi, portassero nelle insegne il colore nero, e bianco, cioè il campo nero, attornovi il bianco, essendo il primo l'insegna degli Americani, il secondo quella dei Francesi.

Aveva solo a questo tempo l'ammiraglio Arbuthnot, il quale tuttavia se ne stava nella Nuova-Jork, quattro navi di alto bordo, e non che pensasse ad assaltare, temeva di essere assaltato. Pochi giorni dopo per altro arrivò dall'Inghilterra l'ammiraglio Graves con sei altri vascelli di simil portata. Perilchè diventati gl'Inglesi superiori di forze, si deliberarono ad andare ad assalir i Francesi nell'Isola di Rodi. Vi andò prima Graves colla sua armata per vedere, se vi fosse modo di poter isconfiggere dentro Nuovo-Porto quella del nemico. Ma i Francesi con tant'arte, e con tante difesa si erano assicurati, che ne sarebbe stato peggio che pericoloso il cimento. Se ne tornò alla Nuova-Jork. Clinton allora, il quale non avrebbe voluto dar tempo ai Francesi di metter barbe in quelle nuove terre, si risolvette a far l'impresa dell'isola di Rodi con seimila soldati dei migliori che si avesse, i quali portati dalle navi da guerra dovevano sbarcare a qualche luogo a ciò accomodato. Dava Graves le mani all'impresa, sebbene avesse la volontà aliena da quella, perchè poco la credeva riuscibile. S'imbarcarono, e già erano proceduti presso Huntingdon-bay nell'Isola Lunga. Ma Washington, che non dormiva alle mosse di Clinton, vedutolo partito con tanta gente dalla Nuova-Jork, ed avendo già tali rinforzi avuto da tutte le bande, che il suo esercito poco fa sì debole ora sommava a dodici migliaia di soldati, scendè a gran giornate per le rive dell'Hudson, ed arrivato a Kingsbridge minacciava di vicino assalto la città stessa della Nuova-Jork priva allora de' suoi eletti difensori. Da un'altra parte le bande paesane della Nuova-Inghilterra si erano levate a stormo, ardendo di desiderio di far vedere ai Francesi in quel loro primo giungere, da quanto esse fossero. Già erano un grosso di dieci migliaia, che marciavano a Provvidenza, e molte più stavano in pronto per raggiungerle. Queste cose, che tosto si riseppero dai capitani britannici, giunto anche i dispareri, che tra di essi correvano, fecero di modo che Clinton si levò dal pensiero, e se ne tornò tosto con tutti i suoi alla Nuova-Jork. Lo sgomento degli Inglesi molto crebbe l'animo agli Americani, i quali già risguardavano sopra il presidio di quella città, come se sbattuto fosse e prigioniero. A tutte queste ragioni di conforto si aggiunse, che i Francesi venuti nell'Isola di Rodi avevano portato gran quantità di monete di conio del loro paese, e siccome soglion fare, quante ne avevano, queste tutte spendevano nei comodi e nei piaceri del mondo. Quindi accadde, che in poco tempo incominciarono esse ad andar attorno in tutti gli Stati se non copiosamente, certo bastevolmente con evidente ristoro del corpo politico, che per difetto di quelle se ne stava languendo, e vicino quasi al disciogliersi. Vero è, che i biglietti di credito ne scapitaron di vantaggio. Ma non fu grave la perdita; perciocchè già assai poco di riputazione conservato avevano, e lo Stato ne fu poco poscia sgombro del tutto in quel modo, che si racconterà nel progresso di queste storie.