Frattanto in Inghilterra parte si sapevano, e parte si presumevano i disegni degli alleati; e perciò vi si facevano contro tutti quei preparamenti che si credevano del caso. Già vi si allestiva con gran sollecitudine una flotta, la quale doveva portar un rinforzo di alcuni colonnelli inglesi, e di tremila Essiani in America al lord Cornwallis, acciocchè fosse in grado non solo di poter conservare quello che acquistato aveva, ma ancora distendere più oltre la prosperità delle sue armi. Perocchè le vittorie di Cambden e di Guilford avevano maravigliosamente sollevato gli animi di tutta la nazione a nuove speranze, e tutti già si promettevano il pronto fine della guerra, ed il soggiogamento dell'America. S'intendeva parimente colla giunta della flotta medesima, quantunque in sè stessa non molto forte, a quella, che già esisteva nell'acque delle Antille, conservar all'armi britanniche quella superiorità, che acquistato vi avevano. Ma ognuno particolarmente stava attentissimo ad osservare, a qual fine tendesse un armamento forte che si faceva nei porti, consistente in una nave di 74 cannoni, una di 54, tre di 50, con parecchie fregate, brulotti, giunchi ed altri minori legni da guerra. Lo dovevano accompagnare molte navi da carico fornitissime di armi e di munizioni. Tre migliaia di valenti soldati erano stati posti a bordo sotto la condotta del generale Meadows. Il governo della flotta era stato commesso al comandante Johnstone. Molto varj erano i romori che correvano fra la gente intorno l'oggetto di questa spedizione, il quale era con grandissima gelosia tenuto segreto. I più però concorrevano nel dire, che la spedizione fosse volta alle Indie orientali per por fine colà alla signoria francese. La qual cosa, per quanto si potè giudicare dagli accidenti che seguirono, fu vera. Ma e' pare ancora, che la guerra, che sopravvenne coll'Olanda, abbia i ministri della Gran-Brettagna indotto a darle altro destino, restringendola alla fazione del capo di Buona Speranza, ed al mandar nelle Indie quegli aiuti, ch'erano creduti necessarj, se non al conquistar nuovo paese, almeno al conservar il conquistato. Ma di tutte le cure, che a questi dì pressavano nei consiglj britannici, forse la più rilevante, e certamente la più premurosa, era quella di soccorrere al presidio di Gibilterra. Nel che, oltre l'importanza della cosa, l'onor della nazione era grandemente interessato. Gli Spagnuoli e gl'Inglesi avevano quell'assedio preso in gara, ed i primi si andavano vantando, che ad ogni modo colla flotta che avevano a Cadice, avrebbero ogni soccorso, che si fosse voluto far entrare, impedito. Già dentro s'incominciava a disagiar grandissimamente di vettovaglie, essendo in gran parte consumate le munizioni l'anno precedente introdotte dall'ammiraglio Rodney, e quelle che sopravanzavano, erano sì corrotte, che poco erano mangerecce. Già Elliot era stato costretto a diminuire di un quarto la provvisione giornaliera del vitto a' suoi soldati; gli uffiziali stessi, perchè i gregarj sopportassero di miglior animo la privazione, furono proibiti dall'usar la polvere di cipri nella cura dei loro capelli. A queste strette era ridotto il presidio. Ma gli abitatori della città per la mancanza delle cose al vivere necessarie travagliavano grandemente. Tal era stata la vigilanza e la prontezza degli Spagnuoli nel vietar le vettovaglie, che dall'ultimo rinfrescamento in poi pochissime navi erano state lasciate entrar dentro dalle più vicine, come dalle più rimote, parti dell'Africa. Solo alcuni legni minorchesi, molto sguizzanti, a volta a volta vi erano trapelati. Ma non bastavano a gran pezza a tanta bisogna, ed i prezzi che mettevano i padroni alle robe loro, erano sì esorbitanti, che pochi vi si potevano accostare. Perfino le miserabili reliquie delle antiche provvisioni guaste, com'erano, si vendevano a prezzi sfoggiati. Una libbra di vecchio biscotto di bordo tutto bacato vi si comperava ventiquattro soldi, e non se ne trovava. Le farine corrotte, ed i piselli intonchiati un terzo più; il sale il più immondo, la spazzatura dei granai valevano sedici soldi la libbra; il butirro salato una mezza corona; un pollo d'India, quando se ne trovava, valeva meglio di trenta franchi; un porcello non si poteva avere, se non con cinquanta franchi; un'anitra ne costava più di dodeci; una gallina magra dieci; un ventre di vitello non si poteva avere per una ghinea, che sono meglio di venticinque franchi; ed un capo di bue si vendeva ancor più caro. Da ardere si aveva sì scarsamente, che le biancherie si lavavano coll'acqua fredda, e non si distendevano co' ferri; cosa, che riuscì di grave danno alla salute degli uomini nella stagione umida, e fredda del varcato inverno. Sopportava bene la guernigione tutti questi disagi con maravigliosa costanza; ma non avrebbe potuto durar più oltre, e quella importante rocca, la chiave del Mediterraneo, sarebbe fra breve ritornata all'obbedienza degli antichi signori, se prontamente non le si soccorreva. Da questi pensieri erano occupate le menti degli uomini in Inghilterra. In Olanda intanto si lavorava incessantemente negli arsenali per allestire un navilio, che capace fosse a rinnovar l'antica gloria, ed a mantener la dignità della repubblica. Si aveva principalmente in animo di proteggere il commercio, che gli Olandesi andavano facendo nel Baltico, e preservarlo dalla rapacità degl'Inglesi. In ciò però non si ottenevano tutti quegli effetti, ch'erano da desiderarci, sì per cagione delle Sette, che tuttavia bollivano in quel paese, e che la forza del reggimento infievolivano, come perchè la lunga pace vi aveva gli animi ammolliti, e fattovi trasandar le provvisioni navali.
Tali erano i rispetti, coi quali reggevano a questo tempo i principi i pensieri e le operazioni loro. Gli apparecchj di guerra, che avevano fatti per venirne a capo, erano grandi. Stava il mondo in grandissima aspettazione delle cose avvenire. I primi ad uscire furono gl'Inglesi. L'intento loro era di recarsi al soccorso di Gibilterra. Partirono da Portsmouth con ventotto navi d'alto bordo il giorno 13 di marzo. Ma furono obbligati a soprastar alcuni dì sulle coste d'Irlanda per aspettar le annonarie e le passeggiere, che in grandissimo numero si erano raccolte nel porto di Cork. Le conserve volte alle Indie sì orientali, che occidentali accompagnavano l'armata; dalla quale, arrivate che fossero in certi luoghi fuori del pericolo delle flotte nemiche, si dovevano spiccare per andarsene al viaggio loro. Viaggiava medesimamente di compagnia colla grande armata la flotta spedita di Johnstone destinata, come si è narrato, alla fazione del capo di Buona Speranza; e questa doveva sin là convogliare la conserva d'Oriente. Era l'armata governata dagli ammiragli Darby, e Digby, e da Lockart Ross; ed essendo partita in tre squadre ciascuna era da uno di essi capitanata. Siccome la necessità di soccorrere Gibilterra era evidente, che i preparamenti, che a questo fine si facevano nei porti della Gran-Brettagna, erano noti a tutti, e che anzi gl'Inglesi apertamente confessavano di voler ciò fare, così gli Spagnuoli avevano fatto ogni sforzo per far tornare vano questo disegno. Per verità avevano allestito nel porto di Cadice una armata di trenta navi di alto bordo, e datone il governo a Don Luigi di Cordova, uffiziale di molto valore. Tali erano le forze degli Spagnuoli. Ma queste magnificavano ancora vieppiù per istornare, se possibile fosse, gl'Inglesi dal tentar l'impresa. Perchè poi alle forze, ed alle parole si accoppiasse anche l'ardire, Don Luigi entrava, ed usciva spesso da Cadice, ed iva colla sua armata volteggiandosi sulle vicine coste del Portogallo per quella via, che gl'Inglesi dovevano tenere per correre a Gibilterra. Aggiungevano, esser pronte a congiungersi colle loro molte grosse navi francesi, che allora si trovavano nel porto di Tolone, ed in quei dell'Oceano. Infatti vi era nel solo porto di Brest un'armata sì possente, che di per sè stessa stata sarebbe abile a contrastar il passo, ed a combattere con buona speranza di vittoria tutta l'armata inglese. Vi si annoveravano ventisei vascelli d'alto bordo tutti pronti al veleggiare. E certamente, se questa si fosse congiunta coll'armata di Spagna, avrebbero i confederati acquistato una forza prepotente, e sarebbe agli Inglesi riuscita assai dura impresa quella del soccorso di Gibilterra. Così speravano gli Spagnuoli, che i Francesi avrebbero operato. Ma questi avevano troppo a cuore di proseguir i disegni loro nelle Antille, e nella terra-ferma d'America, siccome pure di ristorar le cose loro, che andavano in declinazione nelle Indie orientali, perchè si volessero risolvere, trasandati tutti questi oggetti di sì gran momento, ad aiutar la Spagna in una impresa, la quale ridondata sarebbe in solo e privato utile di questa. Per la qual cosa il giorno 22 di Marzo uscì da Brest con tutta l'armata il conte di Grasse, e volte le prue all'occidente s'incamminò verso le Antille. Viaggiava di conserva con esso lui il Signor di Suffren colla sua flotta consistente in cinque navi d'alto bordo, parecchie fregate, ed una grossa mano di soldati da terra. Doveva questi, tosto arrivato all'isola Madera, partirsi dalla grossa armata, e veleggiando a ostro verso la punta d'Africa, preservare il capo di Buona Speranza; e, ciò fatto, recarsi nell'Indie orientali. Così le due grandi armate, e le due più piccole inglesi, e francesi, alle quali i due nemici Re avevano commesso fazioni di tanta importanza, e nelle quali sì grandi speranze della salute e della prosperità dei regni loro collocato avevano, uscirono le une e le altre quasi nel medesimo tempo all'alto mare; e senza di quel soprastamento, che gl'Inglesi furono costretti a fare sulle spiagge dell'Irlanda; ogni ragion persuade, che si sarebbero incontrate, ed avrebbero definito con una giudicata battaglia sui mari d'Europa quella lite, che non dovevano se non se nelle lontane regioni delle due Indie determinare. Viaggiavano gli Inglesi con vento prospero verso il capo San Vincenzo, dove pervenuti con molta circospezione si governavano per sospetto dell'armata spagnuola. Ma Don Luigi, il quale ne' precedenti dì era ito in volta nel golfo di Cadice, avuto presto avviso dell'avvicinarsi degl'Inglesi, non confidandosi nelle forze proprie, e dimenticatosi dell'importanza della cosa, non gli stette ad aspettare, ed andò tostamente a ricoverarsi nel porto medesimo di Cadice. Così fu lasciata libera la via al nemico sino a Gibilterra. L'ammiraglio Darby, guardato dentro in Cadice, e conosciuto, che gli Spagnuoli nissuna mostra facevano di voler uscire, spinse avanti tutte le navi da carico, le quali sommavano nel torno di cento, facendole scortare da un certo numero di navi da guerra. Parte di queste dovevano stanziare nel golfo stesso di Gibilterra per difender le navi passeggiere dagli assalti delle piatte spagnuole, delle quali abbiamo nel precedente libro favellato; e parte arringarsi alla bocca dello stretto verso il Mediterraneo per impedir le offese, che di là avrebbero potuto venire. Darby intanto continuò a volteggiarsi avanti Cadice per attendere con ogni diligenza gli andamenti del nemico. Le cose riuscirono, come l'Inglese le aveva disegnate. E comechè gli Spagnuoli colle piatte molto si affaticassero per danneggiar alle annonarie, e che male le navi grosse potessero dalle importune bezzicature di quelle liberarle, perciocchè fossero troppo piccole a poter esser prese di mira, del che gli uffiziali inglesi a grandissima rabbia si concitavano, tuttavia nissun notabile frutto poteron'operare. Furono sicuramente poste a terra tutte le armi, e le munizioni sì da guerra, che da bocca con incredibile allegrezza degl'Inglesi, con non poco biasimo degli Spagnuoli, e con molta maraviglia di tutta l'Europa.
Il Re di Spagna, che aveva posto l'occhio a quest'impresa di Gibilterra, e che già vi aveva speso intorno tanti tesori, essendosi fatto a credere, che quella rocca sarebbe, come sicura preda, venuta tosto nelle sue mani, vedutosi ingannato di sì vicina speranza, determinossi a voler coll'armi di terra acquistar quello, che colle marittime non aveva potuto conseguire. In ciò tanto più vivo era il suo desiderio, che conosceva benissimo, a quanta diminuzione di gloria fossero andate soggette le armi sue presso gli uomini valorosi a quell'inaspettato rinfrescamento della Fortezza. Già si erano i suoi soldati dal campo di San Rocco fatti avanti, per quanto ciò era possibile ad eseguirsi, coi lavori della circonvallazione, e le opere loro avevano munite con una quantità grandissima di grossissimi cannoni e bombarde. Arrivavano i primi a centosessanta, le seconde a ottanta. Adunque ai dodeci d'aprile, e quando ancora la flotta inglese si trovava nel porto di Gibilterra, incominciarono tutto ad un tratto ad allumare queste artiglierie, le quali col fuoco, cogli scoppj, col fumo e colle palle facevano uno spettacolo orribile a vedersi e ad udirsi. E siccome il bersaglio loro era molto stretto, perciocchè la rupe di Gibilterra sia a un di presso lunga soltanto una lega, e larga un quarto, così il nembo delle palle e delle bombe vi era molto fitto, e nissun luogo vi era, se si eccettuano le casematte, e le sotterranee volte, dove l'uomo potesse contro l'impeto loro sicuramente ricoverarsi. Nè il governatore Elliot se ne stava neghittoso ad osservare; che anzi rendeva fuoco per fuoco, furia per furia sì fattamente, chè pareva la roccia tutto all'intorno gettasse fiamme e fumo, e tutta intiera in tuoni e folgori si disfacesse. Stavano sulle due vicine coste dell'Africa e dell'Europa maravigliate, e spaventate le genti, che colà erano a bella posta concorse ad osservare. Ma quei, ch'erano dentro, eccettuati i soldati, che si erano posti a' luoghi sicuri per difender la piazza, ed offendere il nemico, andavano esposti ad ogni sorta di più compassionevoli accidenti. Grand'era il terror loro; ma più grande ancora il danno. Le membra dei morti e dei moribondi sparse al suolo qua e là; le donne coi fanciulli in braccio andando chiedendo quella mercè, che trovare non potevano. Ne fur viste delle schiacciate in un coi figliuoletti, e sformate ad un tratto, e lacerate in mille pezzi dalle scoppianti bombe. Le infulminate si aggavignavano colle tremanti mani alle schiegge, e balze dei petroni per cercar asilo ne' luoghi più selvaggi e più rimoti. Alcune fra le principali furon lasciate entrar nelle casematte, dove si recarono a gran ventura il potere in mezzo al tanfo delle stanze, al trambusto delle soldatesche, ai gemiti dei feriti e dei moribondi da quella crudele morte scampare, che al di fuori minacciava la incredibile furia degl'istromenti da guerra. La città, che è posta sulla falda della roccia a riva il mare di verso occidente, ne fu distrutta da capo a fondo. Al che non poco contribuirono le piatte spagnuole, che di nottetempo velocemente sguizzavano tra le navi inglesi, e compita l'opera loro si ritiravano la mattina, giovandosi del vento, che per l'ordinario si mette a quell'ora, nel porto di Algesiras. Queste piatte parimente ebbero sfragellati coi tiri loro molti di coloro, i quali sui vicini fianchi della roccia ritiratisi, erano scampati al furor delle artiglierie del campo di San Rocco. Lo scaricar continuo durò con eguale frequenza meglio, che tre settimane; poscia si rallentò, vedendo gli Spagnuoli, che riusciva poco altro, che un romor vano; e non volendo dall'altra parte Elliot far tanta jattura di munizioni in una battaglia di poco frutto. Sparava egli bene di quando in quando per mostrare, ch'era vivo; ma la maggior parte del tempo se ne stava inoperoso a rimirare l'inutile furia degli Spagnuoli. Consumarono eglino in questa spessa batteria meglio di cento migliaia di libbre di polvere, avendo tratto settantacinquemila cannonate, e venticinquemila bombe. Nonostante la strettezza del luogo, e la maravigliosa spessezza dei tiri morirono de' soldati della guernigione assai pochi, e da dugento cinquanta furono feriti. Gli abitatori della città privi delle case, avendo sempre presente nell'immaginazione loro la miserabilità del passato caso, e temendo dei futuri, desiderarono di andarsene. Al che Elliot, dopo d'avergli con ogni maniera di più umano conforto racconsolati, facilmente ebbe consentito. La maggior parte s'imbarcarono a bordo della flotta, che aveva vettovagliato la piazza. Partì poscia la flotta medesima alla volta dell'Inghilterra. Ma prima, ch'ella vi arrivasse, la fortuna propizia ai Francesi, fe' ai nemici loro pruovar un sinistro, il quale causò gran danno alle cose loro, e fu una giusta pena delle rapine di Sant'Eustachio. Si aveva avuto in Francia il tempestivo avviso, che una numerosa conserva di navi cariche delle ricche spoglie di quell'isola n'era partita verso il finir del mese di marzo per recarsi nei porti d'Inghilterra. Si seppe ancora, che a questa conserva teneva dietro un'altra non meno preziosa pei proventi, ch'ella portava dell'isola Giamaica. Scortava la prima l'Hotham con quattro vascelli da guerra. Il momento era molto propizio ai Francesi, trovandosi a quei dì la grande armata britannica occupata nell'impresa di Gibilterra. Non si lasciarono i ministri di Francia fuggir dalle mani una sì favorevole occasione; che anzi con grandissima diligenza avevano fatto lavorare nel porto di Brest per metter in punto una flotta, perchè potesse correre sopra le conserve inglesi. La cosa ebbe effetto. In men che non si potrebbe credere furono allestite otto navi d'alto bordo, molto destre veleggiatrici. Ne fu dato il governo al conte de Lamotte-Piquet. Uscì egli dal porto il giorno 25 aprile, e dato di cozzo nella conserva di Sant'Eustachio, tutta la sperperò. Ventidue bastimenti predò; due altri vennero in mano dei corsari. Alcuni pochi colle navi di guerra, che convogliati gli avevano, si ricoverarono nei porti dell'occidentale Irlanda. I mercatanti inglesi, che avevano assicurati i navilj, perdettero per questo caso da settecentomila lire di sterlini. Non tardò l'ammiraglio Darby durante il suo viaggio ad aver notizia della cosa; e tosto si metteva all'ordine per intraprendere Lamotte-Piquet, primachè si fosse recato in salvo nei porti di Francia. Ma l'ammiraglio francese, che teneva gli occhi aperti, avuta sì prospera vittoria, ed avvertito dell'avvicinarsi di Darby, lasciata andare a suo viaggio la conserva della Giamaica, si cansò tosto, e felicemente apportò in Brest. Le feste, che si fecero in Francia per questa cattura non furon poche; e molte, ed assai meritate lodi furono date agli autori della fazione del pari opportunamente disegnata, che velocemente, e prudentemente eseguita. L'armata di Darby e la conserva della Giamaica arrivarono con prospera fortuna nei porti della Gran-Brettagna.
In questo mezzo le due flotte di Johnstone e di Suffren veleggiavano alla volta del capo di Buona Speranza; e non che l'uno non sapesse dell'altro, erano per lo contrario i due nemici capitani ottimamente informati della partenza, del cammino e dei disegni dell'avversario. Andavano perciò entrambi a gara per arrivar i primi al destinato luogo. Ma l'Inglese era stato obbligato, per rinfrescarsi, di far porto nella cala di Praya posta nell'Isola di San Jago, la principale di quelle, che, raccolte come in un gruppo, si chiamano del capo Verde, ed appartenevano alla Corona di Portogallo. Quivi attendeva a far acqua, a procacciar bestiami, a fornirsi di camangiari, ed altri servigj fare necessarj al lungo viaggio, ch'era in punto d'intraprendere. Molti uomini delle compagnie navali si trovavano a terra. Ne ebbe Suffren tostano avviso, e senza metter tempo in mezzo s'incamminava a golfo lanciato verso il porto di Praya. Aveva ferma speranza di arrivarvi improvviso, e di sorprendere gl'Inglesi trasandati, e non avvisantisi. Già iva radendo inosservato marina marina una lingua di terra, che da levante abbraccia il porto, e si avvicinava alla bocca di questo. Ma la nave inglese l'Iside, che più vicina era alla bocca medesima, discoprì in quel momento al di là della lingua di terra le cime degli alberi di alcune navi, che dapprima diedero sospetto. Poscia dal modo, con cui erano governate, si conobbe, ch'erano francesi; diè l'Iside il segno. Si rivocavano i marinari dalla spiaggia; si sgomberavano le corsìe, si apparecchiavano alla battaglia. Girata intanto la punta, compariva, qual era, la flotta francese alla bocca del porto, e dal detto al fatto l'una coll'altra si mescolarono. Avevano gl'Inglesi un vascello da settantaquattro, tre altri minori, con tre fregate, e molti legni mercantili dell'India armati in guerra; ma erano sconcertati, e fuori di sesto, nè arringati per ricever la carica del nemico. I Francesi ne avevano due di settantaquattro, e tre di sessantaquattro. Cominciarono questi col tirare di buone fiancate all'Iside, che si trovò la prima; poscia ordinatisi in un puntone, si spinsero avanti dentro del porto, passando tra mezzo le navi inglesi e sparando furiosamente; e nel medesimo tempo da poggia, e da orza. L'Annibale, ch'era la testa, guidato dal cavaliere di Tremignon, posciachè si fu inoltrato dentro, quanto più potè, con mirabile intrepidità operando, imperciocchè le navi inglesi traevano gagliardamente dai due lati, gettò l'ancora. Seguitollo in secondo luogo l'Eroe guidato dallo stesso Suffren, poscia nel terzo, come dietroguardo, l'Artesiano governato dal cavaliere di Cardaillac. I due rimanenti poco si poterono avvicinare, e trovandosi a sottovento si allargarono, fatti i primi tiri, nell'alto mare. Due navi inglesi l'Iside, ed il Romney poco si potevano giovare, la prima per essere stata gravemente dai vascelli francesi nel loro passare danneggiata, la seconda per essersi trovata posta troppo indentro nel fondo del porto. Così combattevano dai due lati tre navi di alto bordo contro tre somiglianti, scaricando i Francesi in un tempo, per trovarsi in mezzo, dalle due bande, gl'Inglesi da una sola. Ma le fregate inglesi, ed i vascelli armati della Compagnia dell'Indie, riavutisi, vennero a parte del combattimento, e fortemente secondarono le più grosse. Durò la battaglia lo spazio di un'ora e mezzo, quando finalmente l'Artesiano, morto il suo capitano, e non potendo più resistere a sì duro bersaglio, tagliato il cavo, si allontanò. Allora Suffren privato del retroguardo, e fieramente percosso anch'esso dai due lati diè medesimamente indietro colla sua nave l'Eroe, e ne venne fuori del porto. Da questa ritirata delle due navi l'Eroe e l'Artesiano ne nacque, che l'Annibale restò solo esposto ai colpi di tutti i vascelli nemici. Ne ricevette un danno grandissimo; perdè tutti gli alberi, prima il trinchetto, poscia il maestro, e finalmente l'artimone. Tuttavia con incredibile sforzo operando si condusse sino alla bocca del porto, dove, preso a rimorchio dalla nave la Sfinge, e riparati meglio, che si potè, gli alberi, andò a ricongiungersi colla restante armata. Avrebbero voluto gl'Inglesi seguitare i Francesi, e rinfrescar la battaglia. Ma i venti, le correnti, l'ora tarda, ed i gravi danni pruovati dall'Iside glien'impedirono. Questo fu il combattimento di Praya, il quale si passò con poca riputazione dell'uno e dell'altro capitano. Errò l'Inglese nell'essersi tenuto a sì mala guardia in una cala aperta ed indifesa, quando sapeva pure, che il nemico andava aggirandosi nelle medesime acque. Nè vale il dire, che forse credette, che la neutralità del luogo l'avrebbe preservato. Perciocchè egli stesso affermò, che i Francesi, quando viene loro il destro, non son soliti a portar rispetto a queste neutralità. La qual cosa, se è vera, non si vede, con qual ragione possano gl'Inglesi ai nemici loro rimproverarla. Errò ancora per aver lasciato sbarcar a terra tanto numero de' suoi; per aver locato le navi più piccole alla bocca del porto, e per aversi lasciato fuggire dalle mani il vascello l'Annibale sì malconcio. Errò da un altro canto Suffren per aver voluto combattere in sull'ancore; imperciocchè per quanto si può argomentare delle probabili cose se, come prima fu arrivato, e senza perder tempo a gettar l'ancore, fosse ito all'abbordo, od almeno avesse combattuto a vela, avrebbe una compiuta vittoria riportato del nemico sorpreso, e non apparecchiato alla battaglia. Riparati tostamente i danni, l'armata inglese seguitò la francese; ma trovatala attelata in ordine di battaglia, si astenne dal venirne al cimento. Sopraggiunta poi la notte, le due armate l'una dall'altra si scostarono. Ritornò l'inglese nel porto di Praya. La francese veleggiando tuttavia vers'ostro, e rimorchiando l'Annibale, si condusse in quel porto del capo di Buona Speranza, che chiamano falsa baia. Là andarono tosto a raggiungerla le sue conserve, le quali, per irne ad assaltar gl'Inglesi nel porto di Praya, aveva lasciate nell'alto mare sotto il convoglio della corvetta La Fortuna. In cotal modo fu guasto il disegno, che gl'Inglesi avevano fatto sopra il capo di Buona Speranza. Ma non potendo essi conquistare, vennero in sul corseggiare. Ebbe Johnstone avviso da' suoi speculatori, che si trovavano nella cala di Saldana, vicino al capo medesimo, parecchie navi della Compagnia olandesi dell'Indie di ricchissimo carico. S'incamminò a quella volta per predarle. Arrivato sulle coste dell'Africa, piaggiando egli stesso come piloto, acciocchè le sue navi non fortunassero nei vicini scogli, camminando, velocemente la notte, nascondendosi il giorno, tanto fece, che arrivò improvvisamente sopra la cala, e predò cinque di quelle navi più ricche e più grosse. Le rimanenti arsero. Ottenuta questa cosa, la quale fu causa, che la spedizione sua non sia stata del tutto intrapresa a credenza, avviò una parte della flotta col generale Meadows alla volta dell'Indie. Egli poi col Romney, le fregate, e le ricche spoglie se ne tornò in Inghilterra. Suffren dal canto suo, assicurato con buon presidio il Capo, rivolse anch'egli le prue verso le orientali Indie. Così la guerra, che già infuriava in Europa, in Africa ed in America stava per rinfrescarsi più feroce, che prima, sulle lontane rive del Gange.
Ritornando ora alle cose che si facevano sotto le mura di Gibilterra, alla furiosa batteria data loro succedette una quasi totale calma. Solo quelle piatte trapellando nottetempo molto noiavano la guernigione. Per la qual cosa il governatore per liberarsi ad un buon tratto da quella rangola, piantati alcuni cannoni di lunghissima gittata, che a quest'uopo stesso gli erano stati portati d'Inghilterra, e rizzate certe grosse bombarde nell'esteriori batterie, arrivava con palle e con bombe ad infestar il campo di San Rocco; e tutte le volte, che arrivavano le piatte, ed ei traeva furiosamente dentro gli alloggiamenti spagnuoli. Accortosi perciò Mendoza, che Elliot ciò faceva solamente per rappresaglia degli assalti delle piatte, fu costretto di comandare ai capitani di queste cessassero dagl'insulti loro, e se ne stessero quietamente nel porto di Algesiras. Solo stessero vigilanti al non lasciar entrar vettovaglie nella piazza. Erano intanto gli Spagnuoli indefessi nell'avanzar i lavori delle trincee, e già si erano condotti assai vicini alle falde della rocca, dimodochè la circonvallazione si distendeva da destra a sinistra per tutta la larghezza dell'istmo, che quella rocca medesima congiunge colla terra-ferma di Spagna. Avevano poi sulla stanca scavato il cunicolo di comunicazione tra l'esterior circonvallazione e gli alloggiamenti. Elliot, che se ne stava sicuro sulla cima della rupe, non volendo spendere le sue munizioni invano, gli aveva lasciati fare. Ma quando le opere loro furon condotte a fine, allora deliberò di guastarle, col fare loro addosso una incamiciata. Saltò fuori alle tre della mattina del giorno 27 di novembre con tre schiere di valenti soldati tutte governate dal generale Ross. Le accompagnavano un buon numero di palajuoli, e marrajuoli, e d'artiglieri con fuochi lavorati. Procedettero con grandissim'ordine e silenzio. Sopraggiunsero improvvisi. Dato dentro mettevano prestamente in fuga le guardie, e si facevano padroni della prima parata. Tutto scombuiarono. Gli artiglieri, appiccato il fuoco, tutto quello, che accendibil'era, arsero; ruppero i carretti dei cannoni, ed i mortaj, e quelli con incredibile celerità chiodarono. I guastatori volsero sossopra le piazzuole delle artiglierie; rovinarono le traverse; i parapetti uguagliarono al suolo. I magazzini arsero l'uno dopo l'altro nel general incendio; e quella magnifica opera, che tanta fatica, tempo e spesa costato aveva, fu nello spazio di una mezz'ora distrutta. Gli Spagnuoli, o sopraffatti dall'improvviso caso, o credendo i nemici più grossi di quello, ch'erano, non si ardirono uscir dal campo loro per ributtargli. Solo trassero continuamente, sebbene con niuno effetto, a palla ed a scaglia. Gl'Inglesi compiuta la bisogna, ritornarono sani e salvi ad incastellarsi.
In Europa intanto covava un disegno, il quale doveva, se fosse stato condotto a fine, grandemente affliggere la potenza britannica nel mare mediterraneo. Restavano gli Spagnuoli molto male soddisfatti della Francia, siccome quella, che pensato avesse sin allora solamente ai proprj suoi interessi, e non a quei dei suoi alleati. Si dolevano aspramente, ch'ella non avesse aiutato le imprese della Giamaica e di Gibilterra, come se non vedesse volentieri crescere nei mari di America, e nelle terre d'Europa il nome spagnuolo. L'aver gl'Inglesi così sicuramente vettovagliato quest'ultima Terra, senza che i Francesi nissun motivo di sorta alcuna fatto avessero per impedirlo, ed il poco frutto fatto contro le mura di quella dall'ultima e sì feroce batteria data loro con sì estremo sforzo, avevano questi mali umori vieppiù accresciuti, e fattigli diventar aperte scontentezze. Mormoravano universalmente i popoli della Spagna, e dicevano della Corte di quelle cose, che sarebbe stato meglio tacere. Affermavano, che questa non per interesse dei popoli spagnuoli, ma solo per secondare, e per far le spalle ai disegni dell'avara ed ambiziosa Francia, aveva quella guerra intrapresa. La chiamavano una guerra di Corte e di famiglia. Stimolata la Francia dall'importunità di questi discorsi, e considerato, che l'abbassar, in qualunque modo si fosse, la potenza britannica, era un accrescere la sua, si risolvette a voler efficacemente cooperar a qualche impresa, che di breve ridondasse in utile e benefizio speciale della Spagna. E siccome quella della Giamaica non si poteva sì tosto tentare, perchè sarebbe stato richiesto assai tempo ai necessarj preparamenti, e quella di Gibilterra era troppo dura a poterla compir prestamente, così si voltarono i pensieri ad un'altra, la quale tanto più riuscibile pareva, quanto che gl'Inglesi non se l'aspettavano. Questa fu la conquista dell'isola Minorca. Oltre i motivi finora raccontati, che facevano di modo, che la Francia molto questa fazione desiderasse, era essa ancora grandemente grata agli Spagnuoli. Ella è l'isola Minorca in sì opportuno sito posta per corseggiare, che molti arditissimi corsari, i quali colà si riparavano, tenevano infestati tutti i mari, e disturbata la navigazione, ed i commerci sì di Spagna che di Francia, coll'intraprendere le navi di queste due nazioni, come ancora le neutrali, che con quelle andavano trafficando. Oltre di che ella era quasi come una depositerìa, dove gli Inglesi ammassavano le munizioni, sì da guerra che da bocca, le quali traevano dalle vicine coste dell'Africa, e poscia o le navi loro ne fornivano, o trafugavano dentro Gibilterra. La facilità dell'impresa era anche un possente incentivo al tentarla. Imperciocchè nonostante, che la rocca di San Filippo, ch'è il principale propugnacolo dell'isola, fosse di sito e di mura assai forte, la qualità del presidio non corrispondeva nè alla fortezza, nè alla importanza del luogo. Eranvi dentro solamente quattro reggimenti, due inglesi, due annoveriani, che sommavano a poco più di due migliaia di soldati; e quantunque l'aria ivi sia salubre, e gli erbaggi copiosi, erano quelli malsani ed infetti di scorbuto. Governavano tutto il presidio i generali Murray e Draper. Fatta la risoluzione, i confederati francesi e spagnuoli si accordavano di modo, che il conte di Guichen sul finir del mese di giugno partì da Brest con un'armata di diciotto vascelli di alto bordo de' più grossi, ed andò a congiungersi nel porto di Cadice colla spagnuola, che l'aspettava. Aveva con lui i Signori de Beaussett e de Lamotte-Piquet, l'uno e l'altro uffiziali di molta rinomea. L'armata spagnuola, la quale era governata da don Luigi di Cordova, come capitano generale, e dai due sotto-ammiragli Don Gastone e Don Vincenzo Droz, arrivava a trenta vascelli grossi. Si era poi ivi fatto una massa di diecimila Spagnuoli, ottima gente, i quali senza indugio alcuno si posero sulle navi. Salparono il giorno 22 di luglio, ed arrivati sopra Minorca, senza ostacolo alcuno incontrare, sbarcarono nella cala di Moschito il dì 20 d'agosto. Recaron tosto in lor potere tutta l'isola, inclusavi la città di Maone, che ne è la capitale. I difensori, essendo così deboli, avevano tutti questi posti abbandonato, e s'erano dentro di San Filippo incastellati. Poco poscia arrivarono da Tolone quattro reggimenti francesi sotto la condotta del barone di Falkenhayen. Avevano i due Re confederati dato il governo di tutta l'impresa al duca di Crillon, giovane nato di chiarissimo sangue, desiderosissimo della gloria, e delle cose della guerra molto intendente. Si era egli condotto agli stipendj della Spagna, ed essendo Francese fu creduto personaggio acconcio alla comune impresa. Ma l'assedio di San Filippo era una cosa assai difficile a pigliarsi a fare. È la Fortezza tagliata nel vivo sasso, e tutta ben minata. Lo stesso sdrucciolo, e la strada coperta scavati dentro nel sasso medesimo sono assicurati con mine, contramine, palificate, e munitissimi tutt'all'intorno sopra la corona del fosso di artiglierie. Attorno il fosso, che è profondo venti piedi, gira una galleria sotterranea, e merlata, sicuro asilo ai difenditori. Traverso segrete e scannafossi danno l'adito dalle opere esteriori al castello. In esse, che sono fatte a mò di laberinto, sono scavati pozzi profondi con coperchj muovevoli, e qua e là feritoje da ogni lato. Il castello circondato anch'esso da un cammino coperto fortificato con contramine non solo è difeso da controscarpe e mezze lune, ma di più da un muro sessanta piedi alto, e da un fosso trentasei piedi fondo. Il mastio poi, ch'è una torre quadrata fiancheggiata da quattr'orecchioni, ha le mura alte ottanta piedi, ed un fosso profondo quaranta, scavato nel macigno. Aveva anch'esso ed il suo corridoio, e le stanze pei soldati. Nel miluogo havvi una spianata, perchè la guernigione vi possa fare gli suoi armeggiamenti. Intorno alla medesima sono costrutti i quartieri pei soldati, ed i magazzini per le munizioni, gli uni, e gli altri a botta di bomba, e tutti nella durissima roccia scavati. Gl'Inglesi finalmente per assicurarsi vieppiù avevano rovinata, ed uguagliata al suolo la vicina città di San Filippo. Si avvicinarono cautamente i confederati a questa cittadella, siccom'ella in sito alto locata torreggia, e domina tutto il paese all'intorno, così non iscavando, ma piuttosto trasportando ed innalzando terra le loro trincee formavano. Elevarono un grosso ciglione murato lungo dugento piedi, alto cinque, e grosso sei. Questa difficile opera fu tratta a fine, senza che gli assedianti ricevessero alcun danno, non osando Murray saltar fuori, o perchè troppo si diffidasse della debolezza del presidio, o perchè troppo confidasse nella fortezza del luogo. Solo ebbe gittato bombe e palle, che non fecero effetto di sorta alcuna. Infine, essendo la parata compita, scopri Crillon le batterie, e con cento undici cannoni, che buttavano ciascuno ventiquattro libbre di palla, e con trentatre bombarde, che aprivano tredici pollici di diametro, fulminava la piazza.
Mentre queste cose si facevano sotto le mura San Filippo, l'armata de confederati, nella quale si trovavano pressochè cinquanta navi delle più grosse, guidata dal conte di Guichen, si era rivolta alle rive dell'Inghilterra. Era l'intento dell'ammiraglio francese di andare all'incontro dell'armata inglese, e di assaltarla, essendo venuto in grandissima speranza della vittoria, imperciocchè non fosse essa a gran pezza pel molto minor numero delle navi abile a resistere a tanto apparato. Disegnava altresì con questa mossa d'impedir gli aiuti, che dall'Inghilterra si sarebbero potuti mandare a Minorca. Sperava finalmente di poter intrachiudere la via, e por le mani addosso alle conserve, che partite dall'Indie, ad ora ad ora si attendevano nei porti della Gran-Brettagna, siccome pure a quella, che, raccozzatasi nel porto di Cork in Irlanda, era in procinto di partirne per alle orientali ed occidentali Indie. Nè stava senza aspettazione che l'inopinata apparizione di una sì possente armata sulle coste di quel Regno non fosse per farvi nascere dentro qualche buona occasione di fare un onorato fatto in servigio della lega. Arrivato arringava la sua flotta alla bocche dello stretto distendendola dal capo Ognissanti sino all'Isola di Scilly. Era allora l'ammiraglio Darby con ventuno vascelli d'alto bordo in mare ed in via per andar all'incontro delle conserve. Ebbe gran ventura nell'essere informato per mezzo di un bastimento neutrale dell'avvicinarsi dei confederati così grossi; senza del che si sarebbe trovato alla non pensata impacciato nell'armata loro, e quello, che succeduto ne sarebbe, nissun nol vede. Avuto l'avviso, si ritirò tosto dentro la cala di Torbay. Venivano spacciatamente a congiungersi con esso lui altri vascelli di prima portata, finchè ne ebbe da trenta. Gli ordinava entro la cala medesima, la quale è aperta, e poco difendevole, a mò di crescente luna, per poter più agevolmente ributtar il nemico, se questi lo volesse assaltare. Ma il pericolo era tuttavia grande. Temevasi della flotta, temevasi delle città marittime, principalmente di Cork, Terra indifesa, e piena di magazzini zeppi di munizioni di ogni sorta. Erano in tutta l'Inghilterra gli animi sollevatissimi. Compariva a gonfie vele l'armata alleata in cospetto di Torbay. Convocò Guichen incontanente una Dieta militare, per aver il parere dei Capi intorno a quello, che fosse a fare. Voleva egli, che si desse dentro, e si assaltasse l'armata britannica. Discorreva, esser questa quasi come presa dentro una rete; l'occasione aver corta vita, e non mai, trasandata questa, potersi un'altra più propizia sperare per ispogliar del tutto la Gran-Brettagna dell'imperio del mare. Ricordava, con quanta infamia essa occasione si perderebbe, e quanto pungenti stimoli di penitenza seguiterebbero, chi non l'abbracciasse. Essere il nemico impacciato, aversi buona quantità di brulotti, l'effetto dei quali in quell'ordinanza fitta ed immobile delle navi di Darby stato sarebbe inevitabile; dimostrassero con un nobile ardire agli alleati, quali, e quanti essi fossero. Don Vincenzo Droz non solo sosteneva la opinione del capitano generale, ma di più si offeriva pronto a guidar la testa, e ad attaccar la zuffa il primo. Ma il signor di Beausset, uomo nelle cose navali di grandissima riputazione, manteneva la contraria sentenza. Argomentava, che l'assaltar il nemico in quel luogo era lo stesso, che privarsi del vantaggio, che si aveva grandissimo, del maggior numero delle navi; che non si sarebbe potuto andare alla battaglia coll'ordinanza spiegata, ma sibbene per puntone, ed una nave dopo l'altra; la qual cosa avrebbe fatto abilità ai nemici, i quali avrebbero tratto a mira ferma rasentando l'acque, e con palle incrocicchiantisi da destra e da sinistra, di fracassar le navi già fin prima, che giugnessero ai posti, che sarebbero lor destinati. Concludeva, che siccome la risoluzione di assaltare il nemico in quel luogo non si poteva a patto nissuno giustificare, così credeva, che più riuscibile partito, e se non di eguale, certo di grande importanza, fosse il por l'animo ad intraprendere la conserva, che poco lontana esser doveva, dell'Indie occidentali. Si accostarono all'opinione di Beausset Don Luigi, e tutti gli altri uffiziali spagnuoli, trattone Don Vincenzo. Prevalse perciò l'opinione di costoro, e l'impresa fu posta da l'un de' lati. Ma se i confederati non vollero, o non seppero quella occasione usare, che la fortuna aveva loro apparecchiato, così ella guastò loro poscia quel disegno, che in luogo del primo abbracciato avevano. Incominciarono le malattie ad incrudelire a bordo delle navi, massime delle spagnuole, e le burrasche, che seguirono poco dopo, obbligarono i due ammiragli a pensare alla salute loro. Onde avvenne, che Guichen co' suoi si ritirò a Brest, e Don Luigi a Cadice. Entrarono sicuramente le conserve nei porti d'Inghilterra. Così questa seconda apparizione dei confederati sulle coste inglesi riuscì altrettanto vana, quanto la prima; ma però i soccorsi verso Minorca ne furono impediti.
Ma se le cose tra gl'Inglesi, i Francesi, e gli Spagnuoli passarono nei mari d'Europa senza molto spargimento di sangue, e pressochè tutte in mostramenti, se non del tutto inutili, certo poco fruttuosi, si attaccarono però gl'Inglesi e gli Olandesi con tanto furore, e con sì gran valore combatterono gli uni contro gli altri, che parvero rinnovarsi quelle ostinatissime battaglie, per le quali sì grandemente furono queste due nazioni nel decimo settimo secolo celebrate. Esercitavano gli Olandesi nel mare Baltico un fioritissimo commercio coi proventi delle colonie loro, ed essendo come quasi i fattori generali diventati del traffico tra le nazioni settentrionali, e meridionali d'Europa, ne avevano grandissime ricchezze acquistato. Oltreacciò i paesi di verso tramontana erano quelli, nei quali andavano a far procaccio di tutti gli oggetti alle construzioni navali necessarj. La qual cosa molto più frequentemente usavano di fare, dopo ch'era nata la guerra colla Gran-Brettagna, a fine di poter allestire il navilio necessario, e mantener le possessioni, il commercio e la dignità della repubblica. Conciossiachè molto mancava, che i suoi arsenali nel momento della rottura fossero forniti delle cose, che abbisognavano. Non isfuggiva agl'Inglesi, di quanta importanza fosse e l'interrompere questo commercio, e l'impedire l'accivimento degli arsenali. Per la qual cosa molto per tempo, e perfino dal mese di giugno avevano fatto uscire con quattro grossi vascelli, ed uno di cinquanta l'ammiraglio Hyde-Parker, padre di quell'altro, che militava nei mari d'occidente, vecchio, ed espertissimo capitano di mare. Gli fu commesso, andasse a correre i mari di tramontana, facesse quel maggior male, che potesse, al commercio olandese, e ritornandosene a casa, sotto la sua tutela pigliasse, e convogliasse una ricca conserva, che era raccolta, e pronta al viaggio nel porto di Elseneur. Eseguì diligentemente Hyde-Parker i comandamenti del suo Re, e già rivenuto dal Baltico segava colla conserva le acque del mare d'Allemagna. Si erano dopo la sua partenza da Portsmouth seco lui accozzate altre navi, tra le quali una di 74 chiamata il Berwick, una di 44 nominata il Delfino, e parecchie fregate, dimodochè arrivava la sua flotta a sei navi d'alto bordo, oltre il Delfino, e le fregate. Ma gli Olandesi non erano in questo mezzo tempo stati neghittosi; anzi con incredibile sforzo operando avevano apparecchiato una flotta di sette navi di fila con parecchie fregate, e fuste armate in guerra. Ne davano il governo all'ammiraglio Zoutman, ed al comandante Kindsberghen. Mettevasi Zoutman in mare verso la metà di luglio con una conserva di legni mercantili destinata pel Baltico, sino al quale intendeva di scortarla. Venne in questo mentre a congiungersi seco lui una grossissima fregata americana, denominata il Charlestown. S'imbattè la mattina dei 5 agosto coll'ammiraglio Hyde-Parker sopra lo scanno detto Doggers-bank. L'armata d'Inghilterra aveva il sopravvento. Veduto il nemico così gagliardo, mandavano al viaggio loro le navi della conserva accompagnate dalle fregate; colle grosse si scagliavano contro gli Olandesi. Questi, scoperto il nemico, fatt'anch'essi ritirare in dietro verso i porti loro la conserva, si ordinavano animosamente alla battaglia; poichè nel desiderio di questa non erano meno ardenti, che gl'Inglesi si fossero. Si attelavano gl'Inglesi con sette navi, tra le quali una di 80, ma questa vecchia e sdruscita, due di 74 gagliardissime, una di 64, una di 50, e finalmente una ultima di 44. Gli Olandesi si affilavano anch'eglino con sette navi, una di 76, due di 68, tre di 54, ed una di 44. Le fregate spigliate, e leggieri fuori della fila se ne stavano pronte a correre, ove d'uopo facesse. Correva a piene vele, e col vento in fil di ruota l'armata inglese contro la olandese, che, ferma e ne' suoi ordini ristretta, l'aspettava. Un silenzio profondo, ch'è segno per l'ordinario dell'ostinazione, regnava su tutte a due. Nissun romore si udiva, se non se quello del cigolar delle girelle, del fischiar del vento, e del fremere dell'onde. Stavano in attitudine aspra arringati coll'armi in mano i soldati aspettando il segno della battaglia, e gli artiglieri colle corde accese presso il focone dei cannoni. Nissuno trasse, finchè non furono le due armate vicine l'una all'altra ad una mezza gittata di moschetto. Si appettarono le due capitane, cioè la Fortezza, su cui si trovava Hyde-Parker, e l'Ammiraglio Ruyter, sulla quale era Zoutman, ed incominciarono una ferocissima battaglia. Non tardarono a mescolarsi anche le altre, e diventò essa tosto generale. Prevalevano gli Olandesi per la grossezza delle artiglierie, e per le fregate, massime per la Charlestown, le quali velocemente aggirandosi qua e là, ferivano da fianco le navi del nemico. Prevalevano all'incontro gl'Inglesi, essendo essi più maneschi, e le navi loro più maneggevoli, per la spessezza dei tiri. Si combattè da ogni parte con grandissimo ardore, e con pari sorte lo spazio di tre ore e mezzo, o di vantaggio. Non potevano gli Olandesi esser cacciati dal luogo loro, e gl'Inglesi ogni altra cosa piuttosto si avrebbero eletta, che di partirsi senza vittoria. Ma la forza degli elementi quegli effetti produsse, ai quali ripugnava la rabbia degli uomini. Erano le navi dall'una parte, e dall'altra sì fattamente malconce, che più non si potevano governare. Si lasciavano, come legna morte, trasportare all'ondeggiar dell'acque. Questo le separò di tanto spazio, che più desiderarono, che potessero combattere. Ricevettero le navi inglesi inestimabile danno negli alberi, nelle vele, e nel sartiame. Volle Hyde-Parker, dopo pigliato breve rifiatamento, riordinar le sue navi, e ricominciar la battaglia, quando tuttavia Zoutman se ne stava. Volle seguitarlo, quando lo vide partire alla volta del Texel. Ma tutto fu indarno. Vennero meno nello sforzarsi. Nè in miglior condizione si trovavano le navi olandesi, mentre se ne andavano. A questa cadeva un albero, a quella un altro. Ora un capitano mandava dicendo a Zoutman, che il muoversi gli era divenuto impossibile; ora un secondo, che tant'era l'acqua dentro le sfesse navi, che non si poteva aggottare; ora un terzo, che andava a fondo; ed ora se ne udiva un quarto trar le cannonate di misericordia. La nave la Olanda affondò a trenta leghe distante dal Texel, e fu sì presto il caso, che la fuggente ciurma lasciovvi dentro abbandonati a certa morte i miseri feriti. Le altre rimorchiate dalle fregate si condussero, comechè non senza grave fatica, a salvamento nei porti. Perdettero gl'Inglesi tra morti, e feriti da 450 soldati, tra i quali alcuni uffiziali di conto. Tra i morti fu con somma lode rammentato il capitano Macartney, il quale aveva guidato la nave la Principessa Amelia. Ma se fu mirabile la virtù sua, non fu minore quella del giovine Macartney suo figliuolo, il quale fanciullo ancora di sette anni se ne stette continuamente a' fianchi del capitano, mentre più ardeva la pugna, essendo stato infelice, ma forte testimonio della morte del padre. Lord Sandwich, capo del maestrato sopra le cose navali, avendo l'ucciso capitano in questa vita lasciato una numerosa famiglia, e poche facoltà, lo adottò in suo figliuolo. Nè qui si ristettero le lodi date in Inghilterra ai combattitori della giornata di Doggers-bank. Lo stesso Re Giorgio, giunto che fu l'ammiraglio Hyde-Parker nel porto di Nora, lo andò a visitare a bordo della sua nave, e molto commendò e questo, e gli suoi uffiziali pel calore dimostrato in quel pericoloso cimento. Ma il vecchio Hyde-Parker, uomo brusco, e, siccome marino, solito a svertarla, essendo gonfiato contro l'uffizio dell'ammiragliato, perchè avendogli dato sì poche forze, gli avesse rotto la occasione di una segnalata vittoria, disse a buona cera al Re, che gli desiderava più giovani uffiziali, e migliori navi. Che in quanto a lui era diventato tropp'oltre cogli anni, perchè potesse più lungamente servire. E poterono bene il Re, i cortigiani, ed i ministri dire a posta loro, ch'egli se ne stette sodo, e domandò licenza. Nè in Olanda il pubblico, ed i maestrati furono avari delle lodi verso i loro capitani, e soldati, che nella battaglia dei 5 agosto avevano sostenuto l'antica riputazione del nome olandese. Scrisse il Principe Statholder lettere pubbliche a Zoutman commendandolo, e molto ringraziandolo, in nome della repubblica, e da sotto-ammiraglio, ch'egli era, lo creò vice-ammiraglio. Nominò sotto-ammiragli i capitani Dedel, Braam, e Kindsberghen. Con grandissimi onori poi proseguirono il conte Bentinck, mentre portato a riva, e trafitto da cassale ferita se ne moriva. Aveva questi durante la battaglia non meno espertamente che animosamente il vascello il Batavo governato. Lo crearono anche, prima che morisse, sotto-ammiraglio. La perdita degli Olandesi tra uccisi, feriti e sommersi fu maggiore di quella degl'Inglesi. Tale fu l'esito della battaglia navale di Doggers-bank, la più ordinata, e la meglio combattuta di tutta la presente guerra. Chi ne avesse il vantaggio, egli è incerto. Ma certo è bene, che gli Olandesi, essendo stati costretti a rientrar nei porti pe' gravi danni sofferti, dovettero torsi giù dal disegno loro che era stato di recarsi nei mari di tramontana. La nazione olandese però si levò universalmente a nuove speranze, e si rinfrescò nel cuore di tutti la virtù dei passati tempi.
Tosto che fu il conte di Guichen rientrato nel porto di Brest, si fecero in Francia nuovi disegni. Conoscevano benissimo i ministri, che il conte di Grasse si sarebbe fra breve trovato in bisogno di aiuti sì marittimi, che terrestri. Imperciocchè nei mari dell'Antille e vi sono assai scarse le provvisioni navali, e la natura del cielo, e dell'acque è tale, che vi si logorano prontissimamente le navi. Oltreacciò sebbene si credeva, che le forze colà mandate nel precedente, e nel presente anno fossero sufficienti a compir i disegni, che fatti si erano sulla terra-ferma d'America, e contro le isole inglesi più deboli, tuttavia a voler far l'impresa della Giamaica, alla quale continuamente stimolava la Spagna, vi abbisognavano più gagliarde armi sì da terra, che da mare. Nè era nascosto a coloro, i quali reggevano lo Stato, che per ricuperar le cose perdute nell'Indie orientali, era mestiero mandarvi nuove forze, e che di più vi s'incominciava a difettar grandemente di armi, e di munizioni da guerra. Per le quali cose tutte si ammassarono con grandissima diligenza nel porto di Brest armi e munizioni destinate ad esser portate nelle Indie. Vi si facevano marciar i soldati, e sollecitamente si lavorava a risarcir il navilio, ed a metterlo in punto ad uscire. Infine essendo ogni cosa in pronto, salpavano il conte di Guichen colla grossa armata, il marchese di Vaudreil con una flotta più sottile, e le due conserve per le Indie occidentali, ed orientali. Doveva Guichen, fatto che avesse la posta a quest'ultime sino all'alto mare, e condottele fuori del pericolo delle flotte, che stanziavano nei porti d'Inghilterra, volgersi a ostro; ed andar a congiungersi coll'armata spagnuola nel porto di Cadice. Quest'era per impedire i soccorsi, che dalla Gran-Brettagna si sarebbero potuti mandare a Minorca. S'intendeva, che Vaudreil conducesse i novelli soldati nelle Antille, e congiungessesi col conte di Grasse per far unitamente agli Spagnuoli l'impresa della Giamaica. Da lungo tempo non erano uscite dai porti francesi conserve sì numerose; nè che sì importante carico portassero di fornimenti guerreschi. Si ebbero in Inghilterra tosto dello smisurato apprestamento le novelle, sebbene vi s'ignorasse, se per colpa dei ministri, o altrimenti, che dovesse essere accompagnato da sì gagliarde armi navali. Fu perciò commesso il carico all'ammiraglio Kempelfeldt, perchè uscisse al mare con dodici navi di fila, una di 50, e quattro fregate per correre contro le conserve. Ma Guichen aveva diecinove navi delle più grosse, e Kempelfeldt, in vece di pigliar altrui, correva pericolo di esser pigliato egli. Ciò nonostante fece la fortuna quello, che gli uomini non potevano fare. Il giorno dodici di dicembre l'ammiraglio inglese, essendo il tempo brusco, ed il mare fiottoso, s'incontrò nella conserva francese, e sì fattamente ebbe la buona ventura, che in quel punto trovandosi egli a sopravvento della conserva, l'armata francese ne era a sottovento, e perciò fuori di facoltà di soccorrerla. Giovossi l'Inglese molto destramente della favorevole occasione, e dato dentro pigliò venti bastimenti, alcuni ne mandò a fondo, ed i rimanenti disperdette. Più ne avrebbe pigliato, se il tempo fosse stato più chiaro, il mare più tranquillo, ed avesse avuto maggiore numero di fregate. Intanto sopraggiunse la notte. L'uno e l'altro ammiraglio avevano le navi loro raccolto e rannodato. Viaggiava di conserva Kempelfeldt tutta la notte con animo, subito che fosse spuntato il nuovo dì, di dare la battaglia al nemico, tuttavia ignorando qual fosse la forza di lui. Infatti la mattina lo discoprì a sottovento; ma vedutolo così gagliardo, fece altri pensieri. E non volendo perdere per imprudenza quello, che acquistato aveva per forza, e per un riguardo favorevole della fortuna, volse le prue verso i porti dell'Inghilterra, nei quali arrivò sicuramente con tutte le predate navi. Fe' egli in quest'incontro prigioni undici centinaja di stanziali, da seicento a settecento marinari. Le conquistate spoglie furono una quantità assai considerabile di cannoni, e di ogni altra specie di armi, di munizioni, e di attrezzi da guerra, siccome pure di grasce di diversa natura, come sarebbe a dire vino, olio, spiriti, farina, biscotto, carne salata ed altre di simil sorta. Nè a questo si ristette la fortuna avversa ai Francesi; che il giorno seguente assalite le navi loro da una furiosa tempesta accompagnata da tuoni, e folgori orribili, e da un vento di scirocco impetuosissimo, furono obbligati a condurle, tutte rotte e sdruscite, com'erano, nel porto di Brest. Solo le due di fila il Trionfante ed il Bravo, e cinque o sei da carico poterono il viaggio loro continuare. Fu questo gravissimo danno alla Francia; poichè oltre la perdita inestimabile dell'armi e delle munizioni, penarono tanto le navi da guerra ad essere ristorate, che trascorsero ben sei settimane prima, che potessero rimettersi in mare alla volta delle Antille; indugio che riuscì assai fatale, come si vedrà in appresso, all'armi francesi in quelle spiagge.
Travagliandosi le armi nel modo che siamo andati finora discorrendo, con varia fortuna in Europa, il conte di Grasse veleggiava prosperamente alla volta della Martinica, e per arrivarvi più per tempo fece dalle sue navi da guerra rimorchiare quelle da carico. Tanta fu la diligenza che usò, che giunse in cospetto di quell'isola con cencinquanta vascelli, computando insieme l'armata e la conserva, trenta giorni dopo, dacchè egli era dal porto di Brest partito. Ebbe l'ammiraglio Rodney pronto avviso dell'avvicinarsi dell'ammiraglio francese. Conosceva egli ottimamente, di quanta importanza fosse l'impedire la congiunzione di questa novella armata con quella, che già si trovava nei porti della Martinica e di San Domingo. Conduceva seco il conte di Grasse venti navi di alto bordo con una di 50, e nei porti sopraddetti già se ne avevano in punto da sette in otto altre, che l'attendevano. Rodney non aveva che ventuna navi di fila. Egli era vero che Hyde-Parker ne aveva altre quattro alla Giamaica. Ma queste, oltrechè erano credute necessarie alla difesa di quell'isola, trovandosi a sottovento, non si poteva sperare, potessero venire in aiuto della grossa armata, che stava a sopravvento. Mosso da tutte queste ragioni mandò Rodney i due ammiragli Samuele Hood e Drake con diecisette vascelli a star in crociata avanti la bocca del porto del Forte Reale della Martinica, al quale sapeva, che il conte di Grasse aveva rivolto il corso del suo viaggio. Perchè l'ammiraglio inglese abbia eletto di mandar quest'armata a bordeggiar rimpetto al porto del Forte Reale, dov'era soggetta a cader sottovento, ed a lasciar inevitabilmente, e sicuramente passar l'armata francese tra essa e la terra per ridursi in quel porto medesimo, piuttosto che farla stanziare a sopravvento presso la punta delle Saline a noi non è noto. Fu scritto, che Hood, il quale era uomo nelle cose navali eccellentissimo, abbia fatto in questo proposito qualche rimostranza. Ma Rodney, ch'era uomo di sua testa, e che voleva quel che voleva, gli mandò dicendo, non pensasse ad altro; attendesse ad eseguir le commissioni. Ma l'esito che ebbe la cosa, dimostrò, che la crociata della punta delle Saline sarebbe stata più opportuna, che quella del porto del Forte Reale. Compariva con magnifica mostra il conte di Grasse presso la nominata punta la sera dei 28 aprile. Gli speculatori recarono tosto le novelle all'Hood dell'approssimarsi dei Francesi. Ordinò egli prestamente le sue navi alla battaglia colle prue rivolte verso la parte, donde veniva il nemico. Comandò eziandio, che orzassero per poter poscia, poggiando, meglio avvicinarsi alle coste della Martinica, a fine d'impedire ai Francesi il trapassare tra sè e la terra. Intanto si fe' bruno, e sopraggiunse la notte. La mattina gl'Inglesi ebbero vista dell'armata francese, la quale in bellissimo ordine, ed in una lunga fila arringata andava radendo terra terra le spiagge dell'isola. Dietro, cioè tra la terra medesima e le navi da guerra, navigavano le onerarie. Ma le prime colle orze rivolte all'armata inglese, e le prue al porto, tra essa armata e le seconde s'interponevano. Le une e le altre si sforzavano di girar intorno il capo Diamante, passato il quale avrebbero potuto correre difilatamente nel porto. Tanto non poterono operar gl'Inglesi per esser a sottovento, che le navi da guerra, che erano quattro di fila, ed una di cinquanta, le quali già in quello si ritrovavano, non uscissero, e non venissero a congiungersi colle vegnenti. Quindi il conte di Grasse venne ad aver sotto i suoi comandamenti ventisei grosse navi di fila; ed abbenchè in quel fortunoso punto si fosse accostato all'Hood un vascello di 74 testè venuto da Santa Lucia, ciò nondimanco non poteva la sua alla forza dell'avversario equiparasi. Ciò nonostante, ossiachè credesse sulle prime, che de Grasse non avesse tanto numero di navi, quant'egli aveva veramente, o che si fosse persuaso, che parecchie fra le medesime, quantunque avessero la sembianza di navi da guerra, non fossero però altro, che giunchi, o, come dicono i Francesi, navi armate in fluta, o che veramente così il consigliassero il suo ardire e la confidenza, che aveva grandissima ne' suoi, si sforzava ad avvicinarsi, come meglio poteva orzando, all'armata francese. Il conte di Grasse trovandosi forte, e volendo tuttavia condurre a salvamento nel porto la conserva nè cercava, nè sfuggiva la battaglia. Arrivati che furono gl'Inglesi a lunga gittata dai Francesi, s'incominciò da ambe le parti a por mano al trarre delle artiglierie. Così si continuò a combattere di lontano per lo spazio di tre ore con grave danno dei primi, e leggiero dei secondi. In questo mezzo la conserva era entrata nel porto. Allora, fatti i Francesi più arditi, si scagliavano contro gli Inglesi. Quest'indietreggiarono, sebbene in ottima ordinanza. Ma le navi di Hood per esser tutte foderate di rame erano più franche veleggiatrici, e non era fatto abilità a de Grasse di raggiungerle. Oltreacciò il dietroguardo francese essendo rimasto indietro, perchè non vi si erano collate tutte le vele, fattosi un intervallo tra di esse e la rimanente armata, poco mancò, che Hood non si ficcasse in mezzo, e non riportasse una inaspettata vittoria. Ma accortosi prontamente de Grasse rife' il ripieno, ed impedì l'imminente rovina. Continuarono per due dì i Francesi a seguitare, gl'Inglesi a ritirarsi, finchè, tornati gli uni e gli altri indietro, i primi posero nel porto del Forte Reale, ed i secondi in Antigoa. In questi incontri le quattro navi britanniche il Centauro, il Russel, il Torbay e l'Intrepido patirono gravissimo danno.