Caduto lord Cornwallis dalle speranze sì liete, che concetto aveva, iva ora considerando quello che fosse a fare. L'assaltar la Virginia, provincia tanto possente con un esercito debole, come quello era, che obbediva a' suoi comandamenti, ed essendo quello del nemico dall'altra parte tuttavia intiero, gli parve partito troppo pericoloso. Perlochè, messosene giù, si risolvette, poichè diventato era padrone di tutta la Carolina Settentrionale, a voler farvi levar le genti in favor del Re. Con questo pensiero, lasciate le rive del Dan, se ne tornò con comodi alloggiamenti ad Hillsborough, dove per aiutar le cose sue, rizzato lo stendardo reale, invitò i popoli con un pubblico bando ad accorrervi, e ad ordinarsi in regolari compagnie. Ma non vi ebbe contro il congresso quel seguito, che si era persuaso; poichè sebbene venissero a trovarlo molto frequentemente alcuni per curiosità, molti per sopravvedere, e per far le spie, tutti però ripugnavano al mestier di soldato. Si dolse Cornwallis nelle sue pubbliche lettere della freddezza loro. Nissun fondamento poteva fare sull'aiuto dei popoli di questa provincia stata altre volte tanto affezionata al nome del Re. Ma la lunga signoria de' libertini, le enormità commesse dai soldati del Re in varj luoghi dell'America vi avevano cambiato ogni cosa. I popoli dimostravano animo poco stabile nella divozione del Re, e la vicinanza dell'esercito repubblicano intero, che poteva ad ogni ora di nuovo prorompere, gl'intimoriva. In questo mezzo tempo gl'Inglesi s'impadronirono con un'armatetta, e con genti venute da Charlestown di Wilmington, città della Carolina Settentrionale posta presso le foci del fiume del capo Fear. Ivi si fortificarono, e predarono munizioni, siccome pure alcuni legni sì americani che francesi. Quest'impresa, la quale era stata ordinata da Cornwallis già prima, che si partisse da Winnesborough per seguitar Morgan, tentarono gl'Inglesi a fine di aprirsi la via dai contorni di Hillsborough fino al mare per mezzo del fiume del capo Fear, cosa di somma importanza, perchè speravano in tal modo poterne ricevere le provvisioni.

La ritirata di Greene nella Virginia, quantunque tutti quegli effetti non avesse partorito negli animi dei Caroliniani fedeli al Re, che Cornwallis si era persuaso dovesse operare, tuttavia aveva eccitato in alcuni fresche speranze e desiderj di cose nuove. Il capitano inglese poi era intentissimo nell'incoraggiargli ed esortargli al correre all'armi. Era fama, che il distretto situato tra i fiumi Haw e Deep abbondasse soprattutti di leali; e per fargli sollevare, mandò Cornwallis Tarleton nel paese loro. Non pochi vi alzarono le bandiere del Re. La famiglia dei Pili, molto principale, era fra tutte la più ardente e la prima guidatrice dei loro consiglj. Già un colonnello di questa famiglia aveva raggranellato una grossa banda de' suoi più arditi seguaci, ed era in via per accostarsi a Tarleton. Ma Greene, il quale s'accorgeva benissimo, quanto il lasciar cader del tutto le cose della Carolina Settentrionale disgraziasse le armi del congresso, e temendo che i leali non vi suscitassero qualche grave incendio, aveva di nuovo mandato sulla destra riva del Dan il colonnello Lee coi cavalleggieri, a fine facesse punta d'intimorir i leali, di rinfrancar i libertini, e d'impedire, che il nemico non vagasse alla libera pel paese. Intendeva anche, tostochè ricevuto avesse i rinforzi, che già erano in via, di ripassare egli stesso il fiume, e recarsi di nuovo sulle caroliniane terre; imperciocchè aveva preso la ricuperazione delle Caroline a scesa di testa. Faceva Lee egregiamente l'opera sua, la quale non penò molto a riuscir fatale ai seguaci di Pilo. Stavano questi, siccome quelli, che poco conoscevano gli scaltrimenti della guerra, molto a mala guardia, sì fattamente, che credendosi per via d'incontrarsi nello squadrone di Tarleton, diedero dentro a quello di Lee. L'Americano, accerchiatogli, gli assalì ferocemente. Essi, che tuttavia credevano di aver a fare con Tarleton, il quale scambiati gli avesse per libertini, sclamavano, guardasse bene quello che si facesse; perciocchè essi erano leali. Andavano gridando a tutta possa, Viva il Re, mentre Lee infuriato gli affettava. E brevemente non si fe' fine all'uccisione, finchè non furono tutti o morti o prigionieri. Così questa gente inesperta fu condotta alla mazza da un capitano temerario per aver fatto maggior fondamento sul calor delle parti, che sui buoni ordini militari. Dopo questo fatto, che fu piuttosto uno inretamento ed uccisione di regj, che battaglia, Tarleton, il quale si trovava vicino, si metteva tra via per andare ad incontrar Lee. Ma un comandamento di Cornwallis lo arrestò, e fe' tornare a Hillsborough. La cagione di questa subita risoluzione del capitano britannico si fu, che Greene, quantunque non avesse ancor ricevuto altro che una piccola parte dei rinforzi, che aspettava, aveva animosamente ripassato il Dan, e di nuovo minacciava di correre la Carolina; non che intendesse di combattere una battaglia giudicata, prima che avesse l'esercito intiero, ma per mostrare intanto a Cornwallis ed ai libertini della provincia, che egli era vivo ed abile all'osteggiare. Poneva gli alloggiamenti sulla sinistra riva, e molto in su presso le fonti dell'Haw per evitar la necessità del combattere. Cornwallis, udito, che le armi di Greene si facevano di nuovo sentire nella Carolina, abbandonando Hillsborough, e passando l'Haw più sotto, andò a porsi presso l'Allemance-creek, facendo correre i cavalli di Tarleton fino al fiume Deep. Così i due eserciti si trovavano molto vicini, e solo separati dal fiume Haw. Seguivano spesse scaramucce, tra le quali una ne avvenne di non poca importanza, nella quale Tarleton fe' gran danno nella legione di Lee, ai montanari ed alle milizie del capitano Preston. Si andarono per lo spazio di molti dì i due nemici capitani con molta maestria volteggiando, l'Americano per ischivar la battaglia, l'Inglese per farla; nel che tanto fu avventurato, od esperto Greene, che ottenne l'intento suo. Infine avendo egli verso la metà di marzo messo in assetto nuove genti, massimamente stanziali e bande paesane della Virginia condotte dal generale Lawson, ed alcune milizie caroliniane guidate dai generali Butler, e Eaton, fatto confidente, si determinò a non voler più sfuggir l'incontro, ma per lo contrario a combattere coi nemici a bandiere spiegate in una terminativa battaglia. Si spinse perciò innanzi con tutte le genti, ed andò a piantar gli alloggiamenti a Guilford-courthouse. Argomentava, che siccome prevaleva di numero di soldati, e principalmente di cavalli, la sconfitta dei suoi non avrebbe potuto essere totale, nè irreparabile; e che il più pernizioso effetto, che avrebbe operato, stato sarebbe quello d'indurre la necessità di ritirarsi un'altra volta nella Virginia, dove avrebbe potuto agevolmente rifar l'esercito. Considerava ancora, che le milizie, le quali abbondavano nel campo, si disbanderebbero prontamente, se non fossero usate tosto, e durante il primo calore degli animi loro. Da un'altra parte, se gl'Inglesi rimanevano perdenti, lontani dalle navi loro, in mezzo ad un paese tanto avverso, impossibilitati alla ritirata, ne sarebbe stato l'esercito loro conculcato e disfatto. Certo nella vicina battaglia mettevano più gran posta gl'Inglesi, che gli Americani. Cornwallis dal canto suo si accorgeva ottimamente, che il rimaner più lungo tempo in que' luoghi con un esercito nemico sì possente da fronte, e coi popoli all'intorno o freddi, o titubanti, o avversi non era più oltre cosa possibile ad eseguirsi. La ritirata poi, oltrechè sarebbe riuscita d'infinito pregiudizio agl'interessi del Re, doveva riputarsi pericolosissima, per non dire del tutto impraticabile. I suoi soldati erano veterani valentissimi, usi a tutte le arti, ed a tutti i pericoli della guerra, e già nudriti in tante vittorie. Perilchè, non lasciato luogo a dubitazione alcuna, scegliendo fra tutti il partito, se non il meno pericoloso, certo il più onorevole, avviò tosto il suo esercito alla volta di Guilford con animo di por fine una volta a tanti indugi, ed a tante giravolte con una giusta e determinativa battaglia. Per essere più spedito, e per precauzione in caso di sconfitta, mandò il carreggio colle bagaglie con una grossa scorta sino a Bell's-mills, luogo situato sul fiume Deep. Greene anch'esso, dirizzate prima le salmerie a Ironworks a dieci miglia distante alle spalle, aspettava la battaglia. L'uno e l'altro mandavano avanti gli stracorridori per pigliar lingua. S'incontrarono nello spazio tra mezzo i due eserciti quei di Tarleton con quei di Lee, e ne seguì un feroce affrontamento. Dapprima la fortuna inclinava a favore di Lee, poscia cresciuti di numero gl'Inglesi, superò Tarleton. Lee si ritirava di nuovo al campo. In questo mentre l'uno e l'altro esercito si apparecchiava a far la giornata. Vi erano nell'Americano da seimila uomini, la maggior parte milizie della Virginia, e della Carolina Settentrionale, il rimanente stanziali virginiani, marilandesi e delawariani. Gl'Inglesi, inclusi anche gli Essiani, sommavano a un dipresso a duemila quattrocento soldati. Era la contrada tutto all'intorno una boschereccia selvatichezza interrotta qua e là da campestri campi. Una collina dolce e boscata s'attraversava, e molto dall'una parte e dall'altra si continuava della strada maestra, che guida da Salisbury a Guilford. La strada stessa passava per mezzo la selva. Da fronte, e prima che si arrivasse a piè della collina, v'era un campo largo seicento passi. Dietro la selva, tra il suo cisale posteriore, e le case di Guilford si distendeva un altro campo spedito, molto acconcio a volteggiarvi dentro i soldati. Questa collina selvosa, e questo campo aveva Greene empiuto di genti, e, fatto ivi il suo alloggiamento fermo, intendeva di combattere la vicina battaglia. Aveva egli nel seguente modo assembrato i suoi soldati. Erano partiti in tre schiere. La prima composta di bande paesane della Carolina Settentrionale guidata da Butler, e da Eaton si era fermata alle falde della collina sull'anteriore orlo della selva, ed aveva a petto una folta siepe. Due bocche da fuoco guardavano la strada maestra. La seconda consistente in milizie virginiane, e governata da Stephens, e da Lawson erasi attelata dietro, e parallela alla prima dentro il bosco, forse ottocento passi distante. Gli stanziali poi sotto il generale Huger, ed il colonnello Williams si erano fermati nel campo frapposto tra la selva e Guilford, dove potevano adoperarsi e mostrare la loro virtù. Due altre bocche da fuoco arringate sopra un poggio a lato loro erano pronte a spazzar la strada. Il colonnello Washington cogli uomini d'arme, e con alcuni fanti leggieri, ed i corridori di Linch assicurava il fianco destro, il colonnello Lee con altri fanti leggieri, ed i corridori di Campbell il sinistro. Ma Cornwallis disponeva le sue genti di modo, che il generale Leslie con un reggimento inglese, ed il reggimento essiano di Bose occupassero la diritta della sua prima fila; ed il colonnello Webster con due colonnelli di soldati inglesi la sinistra. Un battaglione delle guardie formava un poco di retroguardo ai primi, ed il generale O-hara con un altro al secondo. L'artiglierie, e gli uomini d'arme marciavano stretti sulla calpestata. Tarleton colla sua legione arringatosi sulla medesima tenne ordine di non muoversi, se non in caso di estremo bisogno, fino a che le fanterie, superato il bosco, spinte si fossero nel campo posteriore, dove la cavalleria avrebbe potuto a posta sua armeggiare. Incominciava la battaglia coll'allumarsi da ambe le parti le artiglierie, che non poco diradarono le file. Poscia gl'Inglesi, lasciate indietro le artiglierie, si spinsero avanti, traversando scoperti, ed esposti ai colpi del nemico, il campo anteriore. Le milizie caroliniane senza far motto gli lasciarono approssimare, poscia trassero. Gl'Inglesi, fatto una prima scarica, si avventaron correndo colle baionette. Fecero i Caroliniani cattivissima sperienza. Senza aspettar l'urto del nemico, nonostante la fortezza del sito loro, abbandonarono la zuffa, e si misero vergognosamente in fuga. I Capi gli confortarono invano per far loro riassumere gli ordini, e per rannodargli. Così dette piega, ed andò in fuga il primo stuolo americano. Stevens, veduta la rotta irreparabile dei Caroliniani, perchè i suoi non ne sbigottissero, diè voce, che quelli tenevano ordine, tosto fatti i primi spari, di ritirarsi. Aprì quindi le sue file per dar luogo ai fuggiaschi, le passassero; poi le richiuse. Sopraggiunsero gl'Inglesi, e si attaccarono coi Virginiani. Ma questi sostennero francamente la pugna, e vi fu che fare assai, prima che volessero cedere il luogo. Finalmente piegarono, e si ritirarono anch'essi, non senza qualche disordine nelle file, verso gli stanziali. Intanto tra per l'effetto della battaglia, e quello dell'inegualità del terreno e della spessezza del bosco si era la schiera inglese anch'essa disordinata, ed aperta in varj luoghi. Perilchè i capitani, fatti venir avanti i due dietroguardi, riempirono con questi gli spazj vuoti. Tutta la schiera allora, passato il bosco, ed arrivata nel campo posteriore, si lanciava contro gli stanziali. Ma questi asserrati sostennero l'impeto del nemico valorosamente. Ciascuno di loro dimostrava egregiamente la sua virtù, sicchè stette per un pezzo la vittoria dubbia, a quale delle parti dovesse inclinare. Sulla sinistra loro Leslie trovò sì feroce incontro negli stanziali, che fu costretto a ritirarsi dietro una fondura, e quivi star aspettando le novelle di quello, che fosse accaduto in altre parti. Ma nel mezzo vi era gran pressa, e si travagliava aspramente. Il colonnello Steewart col secondo battaglione delle guardie, ed una mano di granatieri valorosissimamente combattendo aveva fatto volger le spalle, e preso due cannoni ai Delawariani. Ma i Marilandesi valentissimi vennero rattamente alla riscossa, e non solo ristorarono la battaglia, ma fecero barcollar gl'Inglesi. Sopraggiungeva in questo mentre il colonnello Washington colla cavalleria, ed urtati ferocemente i regj, gli metteva in manifesta fuga, gli tagliava a pezzi, ripigliava i cannoni. Ne furono sperperati, e quasi morti tutti i soldati di Steewart. Egli stesso ne rimase ucciso. In questo punto l'evento della giornata pendeva da un sol filo; e se gli Americani avessero, seguendo la fortuna loro, tutto quello che dovevan fare, fatto, tutto l'esercito inglese era spacciato. Se tosto rotto le guardie, e morto Steewart, occupato avessero un poggio, che giace a lato la strada maestra sull'orlo posteriore del bosco, e munito d'artiglierie, avrebbero probabilmente rimosso ogni dubbio della vittoria. Imperciocchè in tale caso non avrebbero potuto gl'Inglesi rinfrescarsi in quella parte di nuove arme e di nuovi combattitori, ne sarebbe stata separata l'ala loro sinistra dalla mezzana e dalla diritta, e le sbaragliate guardie non avrebbero avuto comodità di riaversi e di riordinarsi. Ma gli Americani contenti a quello, che sin là avevan fatto, in luogo d'impadronirsi del poggio, andarono a ripigliare i posti, che avevano prima che si scagliassero contro gl'Inglesi. Quindi avvenne, che il tenente inglese Macleod, veduto il bello, si spinse avanti colle artiglierie, e, collocatele in su quel medesimo poggio, potè ferire aspramente da fronte gli stanziali americani. I granatieri ed un altro colonnello inglese comparvero sulla destra dentro il campo, e spintisi avanti percossero anch'essi con grand'impeto in quelli. Nell'istesso tempo spuntò sulla sinistra un'altra insegna di stanziali inglesi, e Tarleton arrivò spazzando colla sua legione. O-hara intanto, avvengadiochè fosse ferito sconciamente, aveva riordinato le sbattute e sconfitte guardie. Tutte queste genti mandate ed arrivate in fretta dalle due ali, e dal mezzo in aiuto, e per riparare alla rotta della mezzana e prima schiera, produssero quegli effetti che se ne dovevano aspettare. Gli stanziali americani, sopra i quali era restato tutto il pondo del fatto, assaliti da tante parti, cominciarono a rimettere del primo impeto, e ad uscire dalla battaglia, quantunque ordinati, minaccevoli ed attestati. Lasciarono sul campo non solo i due pezzi di artiglieria, che avevano di fresco riconquistati, ma ancora due altri in poter del nemico. Webster allora ricongiunse l'ala sua a quella di mezzo, e, fatto nuovo impeto contro l'estrema ala dritta di Greene, agevolmente la fugò. Cornwallis si astenne dal far seguitare dalla cavalleria di Tarleton gli Americani che si ritiravano, perchè di quella gliene faceva mestiero in altra parte. Si erano attaccate l'ala dritta inglese colla stanca americana; e quantunque il reggimento essiano di Bose, condotto dal signor de Buy, il quale in quel dì combattè con molto valore, e le altre genti inglesi avessero il vantaggio, tuttavia gli Americani facevano un'aspra contesa. E siccome il terreno era disuguale ed ingombro di boscaglie, e che le milizie erano molto atte al combattere alla leggiera, così non potevano i primi venirne a capo. Fugate ritornavano, cacciate si rimpiattavano, rotte si rattestavano. In mezzo a questa battaglia sparsa, o per meglio dire moltitudine di parziali abboccamenti sopraggiunse battendo Tarleton, il quale girato intorno alla punta dell'ala dritta de' suoi, e nascosto in mezzo al fumo delle armi loro, imperciocchè a questo fine avevano tratto tutti ad una volta, urtò l'inimico contrastante, e rottolo gli fece votar le stanze in ogni parte. Le milizie s'inselvarono. Così furon liberati gli Essiani da quella lunga, e fin là inestricabile avvisaglia. In questa maniera fu posto fine all'ostinata e molto varia battaglia di Guilford, la quale si combattè addì quindici di marzo. Vi perdettero gli Americani tra morti, feriti, prigionieri e smarriti meglio di tredici centinaia di soldati. Pochi furono i prigionieri. La più parte de' feriti si annoverarono tra gli stanziali; i dissipati per la fuga, e tornati alle loro case fra le milizie. Huger e Stevens furono tra i feriti. La perdita degl'Inglesi fu in proporzione del numero loro maggiore, sommando i morti ed i feriti gravemente a più di seicento ottimi soldati. Oltre Steewart sopraddetto, morì con forte rammarico loro Webster. Howard e O-hara, che tenevano i primi luoghi nell'esercito regio, siccome pure Tarleton, rimasero feriti. Dopo la battaglia ritirò Greene le sue genti dietro il Reedy-fork, dove attese un pezzo a raccorre i fuggiaschi, gli sciorinati ed i traviati. Poscia indietreggiando vieppiù, andò a por gli alloggiamenti ad Ironworks sulle sponde del rivo Troublesome. Cornwallis rimase padrone del campo di battaglia. Ma non solo non potè côrre nissuno dei consueti frutti della vittoria, ma ancora fu costretto di abbracciare quei consiglj, che sogliono usarsi dai vinti. La stanchezza de' suoi, la moltitudine dei feriti, la fortezza dei nuovi alloggiamenti presi dal generale americano, ed il prevaler questi di soldati armati alla leggiera, massimamente di cavalli, lo impedirono dal seguitar la vittoria. Poscia la vivezza ed il numero dei libertini, la freddezza dei leali, i quali non che facessero le viste di voler romoreggiare dopo il fatto di Guilford, se ne stavano quieti, nonostante che Cornwallis con un nuovo bando gli avesse invitati a correre alle armi, ed a rivoltarsi all'obbedienza del Re, soprattutto la carestia delle vettovaglie operarono di modo, che il capitano britannico fu necessitato a tirar le sue genti indietro sino a Bell's-mills sul fiume Deep, lasciando anche a New-Garden molti de' suoi più sconciamente feriti in poter dei repubblicani. Rinfrescate le genti a Bell's-mills, e raggranellate alcune poche vettovaglie, dirizzò l'esercito verso Cross-creek alla volta di Wilmington. Lo seguitava spacciatamente Greene, e con un nugolo di stracorridori continuamente lo noiava alla coda. Non fe' l'Americano fine alla persecuzione, se non quando egli arrivò a Ramsay's-mills, dove essendo la contrada sterile e sfruttata, e rottosi dagl'Inglesi il ponte sul Deep, gli lasciò andar al cammino loro. Ma siccome quegli, che animoso era, e grande intraprenditore, volendo giovarsi della congiuntura, in cui i regj si trovavano al disotto, ritorse con novissimo ardore le sue genti per verso la Carolina Meridionale, la quale era stata spogliata della più gran parte de' suoi difensori, e specialmente si difilava a gran giornate contro Cambden. Così Greene rotto a Guilford era più potente in sui campi che prima; così i vincitori, come se vinti fossero, partivano dal giuoco, ed i vinti, come se fossero vincitori, incalzavano fieramente, e di nuovo più arditi, che prima, correvano alle offese. Cornwallis dopo gravi fatiche e stenti arrivò a Wilmington il giorno sette aprile. Quivi si appresentavano alla mente sua due imprese da farsi, ambedue di grandissima importanza. Una era di muoversi in soccorso della Carolina Meridionale, l'altra di volgersi alla Virginia per congiungersi colle genti d'Arnold, e con quelle, che di fresco vi aveva condotte Phillips. Furono molti i dispareri dei Capi dell'esercito intorno quest'oggetto, dalla decisione del quale poteva dipendere tutta la somma della guerra. Volevano alcuni, che si conducesse tosto l'esercito nella Virginia. Allegavano, esser la contrada tra il fiume del capo Fear e Cambden povera, gretta ed impedita da frequenti fiumi e fiumane; che specialmente il passare il fiume Pedee con un nemico così grosso da fronte era cosa troppo malagevole e pericolosa; che sulla strada per a Georgetown s'incontravano le medesime difficoltà; che l'imbarcar le genti per a Charlestown era opera tediosa e lunga; che nulla v'era da temersi per quest'ultima città; che l'assaltar con esercito potente la ricca provincia della Virginia avrebbe rivocato Greene dalla Carolina; che non si sarebbe potuto arrivare in tempo per soccorrere lord Rawdon, che allora si trovava dentro Cambden, e che, se egli fosse stato rotto prima dell'arrivo dell'esercito soccorritore, si sarebbe questo trovato nel vicinissimo, e forse irreparabile pericolo di essere tagliato a pezzi da forze a molti doppj superiori. Da un altro canto quei, che mantenevano la contraria opinione, instavano, che le strade alla volta della Virginia erano non meno, e forse più difficili di quelle che menavano alla Carolina; che gli indugi dell'imbarcare provenivano massimamente dalla cavalleria, e che questa poteva sicuramente fare il viaggio per la via di terra; il che i capitani suoi, e soprattutti Tarleton, si offerivano prontissimi ad eseguire; che ciò posto si poteva prestamente fare l'imbarco; e se i venti fossero favorevoli, si sarebbe potuto arrivare nel buon dì in soccorso della Carolina; che poichè non si era potuto conquistare la Virginia, si doveva almeno conservar le Caroline; che il recarsi contro la prima si era un porsi in dubbio di conquistare una nuova provincia, e nella certezza di perderne intieramente due, e forse tre delle altre, che già erano in potestà del Re; che già i popoli in queste incuorati dall'avvicinarsi di Greene, e dalla lontananza dell'esercito si sollevavano universalmente a cose nuove; che già Marion e Sumpter correvano la campagna; che ogni cosa vi si volgeva a nuova ribellione; che poichè nulla si aveva a temere di Charlestown, si doveva anche star sicuri rispetto a Cambden, città fortificata con un presidio gagliardo dentro, governato da un capitano esperto e forte; che per altrettanto tempo, per quanto le città di Charlestown, e di Cambden si reggessero a divozione del Re, era sempre la Carolina da stimarsi in balìa sua, e da potersi facilmente tutta ricuperare; lamentavano finalmente, che la gita verso Cambden non fosse stata intrapresa già fin quando, trovandosi l'esercito a Cross-creek, si ebbero le novelle, che non si poteva aprir la via alla navigazione del fiume del capo Fear da quel luogo stesso di Cross-creek sino a Wilmington. Ma che quantunque pel fatto soprastamento il prospero successo non fosse più del pari certo, tuttavia era ancora probabile, e non si doveva tralasciarne la occasione. Prevalse la opinione dei primi, e Cornwallis indirizzò totalmente l'animo, dopo fatto una sufficiente fermata a Wilmington a fine di riposar le genti, e rammassar vettovaglie, a volgersi contro la Virginia. Dalla quale deliberazione del capitano britannico ne nacque poco appresso quel fortunoso avvenimento, il quale fu principal cagione del pronto fine della guerra, e dell'americana independenza.

FINE DEL LIBRO DUODECIMO

LIBRO DECIMOTERZO

1781

Mentre nel modo che abbiamo detto, Greene e Cornwallis, i quali si erano sì lunga pezza vicendevolmente perseguitati, ora spiccatisi l'uno dall'altro s'incamminavano il primo contro la Carolina Meridionale, il secondo contro la Virginia, gl'Inglesi e gli Olandesi, nuovi nemici, si apparecchiavano alla guerra, e già tra di loro esercitavano le ostilità. Speravano i primi, siccome quelli, che veduto avevano già da qualche tempo addietro la guerra olandese nell'aria, e perciò meglio acciviti d'uomini, e d'ogni sorta di arnesi guerreschi si appresentavano, di potere sulle prime affliggere con qualche gran fatto la potenza e la ricchezza del nemico; la quale speranza era stata la principal cagione dell'affrettata denunziazione della guerra. Intendevano, colle vittorie da acquistarsi contro gli Olandesi, potersi rifare delle perdite fatte all'incontro dei Francesi e degli Americani, e così arrecare nei futuri negoziati della pace, quando che fossero, tale somma in tutto di vantaggi, che bastevol fosse a procurar loro le più favorevoli condizioni. Da un altro canto aspettavano gli Olandesi cogli aiuti dei confederati, e colle forze proprie di potere l'antica loro gloria marittima rinverdire, ricuperare le ricche possessioni state tolte loro nell'ultime guerre, e liberare il commercio dall'avanìe britanniche. Nel che grande era la contenzione d'animi in Olanda, e gagliardi gli sforzi che vi si facevano. Decretava la repubblica, si allestissero da novantaquattro navi da guerra tra le quali undeci di alto bordo, quindici di cinquanta cannoni, due di quaranta, le rimanenti minori. Dovessero governare tutto questo navilio, la più ferma speranza della repubblica, diciottomila eletti marinari. Si spedirono le più veloci saettìe ne' varj luoghi dei dominj olandesi, per avvertire i governatori, ed i capitani dell'incominciata guerra, esortandogli di farsi forti sull'armi, ed a stare a buona guardia. Il Re di Francia ebbe tosto mandato in tutti i porti del suo Reame avviso della cosa, acciò le navi olandesi, che vi si trovavano, conosciuto il nuovo pericolo, pensassero ai casi loro, e non si esponessero a diventar preda ad un nemico svegliato, e forte sull'armi navali. Era la Francia intentissima nel procacciare, che l'Olanda non ricevesse danno in quella causa, che questa aveva più pel di lei, che per suo proprio interesse intrapresa. Ma tutte queste cautele, quantunque opportunamente usate, non poterono tanto operare, che gl'Inglesi, ai quali la fresca rottura della guerra era stata piuttosto il colore per usare le già apparecchiate armi, che un motivo per apparecchiarle, non si avvantaggiassero, e molti, e gravi danni non facessero in su quelle prime prese al più animoso che provvido nemico. Parecchie navi da guerra, o cariche di preziose merci vennero in poter loro. Tra le prime si notò principalmente il vascello il Rotterdam di cinquanta cannoni predato dal vascello inglese il Warwick. Ma quest'eran cose di poco momento a paragon di quelle, che intervennero a pregiudizio degli Olandesi nell'Indie occidentali. Avevano i capitani britannici in quelle spiagge ricevuto dall'Inghilterra tostane commissioni d'impadronirsi delle possessioni olandesi, tanto delle isole, quanto di terra-ferma, le quali per la lunga e sicura pace non si guardavano, e male stavano armate, sicchè poco atte essendo a resistere agli assalti del primo nemico, che si appresentasse, vi era da far del bene assai. Rodney, il quale sul finir del trascorso anno sen'era dalla Nuova-Jork ritornato a Santa Lucia, e Vaughan si mettevano all'impresa, in ciò altrettanto più pronti, in quanto che aveva il Re loro, negli editti pubblicati per regolar le prede da farsi contro gli Olandesi, una notabil parte di quelle ai predatori conceduto. Fiutata prima invano l'Isola di San Vincenzo, e sollevati, verosimilmente per dar probabile copritura al vero disegno, con subita apparita sulle coste loro gli abitatori della Martinica, si appresentarono improvvisamente con diciassette vascelli, e quattromila soldati da terra il giorno tre di febbraio avanti l'isola di Sant'Eustachio appartenente agli Olandesi. Era ella altrettanto indifesa, che ricca preda ai conquistatori. Imperciocchè sebbene sia essa assai montagnosa ed aspra, e che non si vi possa sbarcare altro che in un solo luogo, e questo ancora facilmente difendevole, tuttavia nissuna speranza si aveva di poter ributtare l'inimico, non essendovi dentro presidio di ragione alcuna; Olandesi pochi, una moltitudine d'uomini di diversa natura e costumi, Francesi, Spagnuoli, Americani, Inglesi, tutta gente usa al mercanteggiare, non al guerreggiare. Inoltre vivevanvi dentro gli abitatori molto sprovveduti, nissune armi vi erano apparecchiate, ed il governatore, e con esso lui tutti gli altri, a tutt'altra cosa avrebbero pensato fuori che a questa. Tanto erano le menti loro occupate nelle bisogne del commercio, e nell'amor del guadagno. È l'Isola di Sant'Eustachio sterile e bretta in sè stessa, non essendo abile a produrre più di seicento, o settecento bariglioni di zucchero ciascun anno. Ma per altro era divenuta a quei tempi la più frequentata, e la più ricca scala dell'Indie occidentali. Era essa, come un porto franco al quale concorrevano in grandissimo numero i mercatanti da tutte le parti del mondo, sicuri di trovarvi e sicurezza, e facilità di scambj, e moneta copiosissima. La neutralità sua, e la guerra altrui l'avevano a tanta prosperità condotta, e fattala diventar il mercato di tutte le nazioni. Là venivano i Francesi e gli Spagnuoli per vendervi le derrate loro, e comperarvi le merci inglesi. Là accorrevano gl'Inglesi per vendervi queste merci, e levarvi i proventi francesi e spagnuoli. Ma gli Americani massimamente lungo tempo si giovarono della prosperevole neutralità di Sant'Eustachio. Perocchè portandovi i proventi loro ne levavano poscia con inestimabile utile, ed evidente avanzamento dell'impresa loro le armi e le munizioni da guerra, che i Francesi, gli Spagnuoli, gli Olandesi, e gl'Inglesi stessi vi arrecavano. Certo grande aiuto agli Americani si fu questo franco mercato di Sant'Eustachio. Il che fu causa, che un oratore della Camera dei Comuni, non so con qual prudenza, ma certo con biasimevole smoderatezza orando, ebbe detto, che se l'Isola di Sant'Eustachio fosse stata precipitata negli abissi, avrebbe l'independenza americana avuto corta vita. Queste cose si dicevano; ma quelle che si fecero, furono bene consuonanti colle parole. Si riempì l'Europa di querele contro l'avarizia inglese. Gli uomini più prudenti e più modesti dell'Inghilterra stessa condannavano i barbarici eccessi, veggendo con tanta insolenza essere offesa la dignità del nome britannico. Rodney e Vaughan fecero la chiamata al governatore dell'isola, si arrendesse fra lo spazio di un'ora; altrimenti ne starebbe alle seguenze. Il signor Graaf, il quale non aveva ancora avuto notizia della nuova guerra, non sapeva, che cosa questo volesse dire; ed appena che volesse prestar fede all'uffiziale, che gli aveva intimato la resa. Infine conoscendo benissimo, che era giuocoforza risolversi, ed essendo il luogo spogliato d'ogni presidio, rispose, dar in mano di Giorgio Rodney e di Giovanni Vaughan l'isola con tutte le sue pendici; solo raccomandando la città e gli abitatori alla clemenza e mercè dei capitani britannici. Le quali quante, e quali siano riuscite, or ora siamo per raccontare. Era l'isola non che piena, pinza di tutti i beni, e delle più preziose merci del mondo. Non solo tutti i magazzini, ch'erano numerosissimi e capacissimi, ne erano da capo in fondo zeppi; ma le spiagge stesse erano gremite di barili di zucchero e di tabacco. Gli stessi conquistatori, tuttochè assetati di preda, ed in grande aspettazione fossero, ne rimasero fortemente maravigliati. Si fe' una stima così un cotale alla grossa, che il valor delle merci arrivasse a meglio di tre milioni di sterlini. Tutte furono senza distinzione veruna pigliate, inventariate e confiscate. Gravissimo fu il danno degli Olandesi, massimamente della loro Compagnia dell'Indie, e degli Amsterdammesi, i quali ne possedevano una ragguardevol parte. La qual cosa riuscì di non poco contento agl'Inglesi irritatissimi contro i cittadini di Amsterdam per cagione del calore, col quale nella patria loro seguitato avevano le parti francesi. I principali sofferitori però non furono già gli strani; ma sibbene i proprj mercatanti inglesi, i quali confidatisi nella neutralità del luogo, ed in alcuni atti del Parlamento, che a ciò fare gli autorizzavano, accumulato vi avevano una inestimabile quantità di proventi antillesi, siccome pure di derrate e merci d'Europa. Nè il danno si rimase al pigliamento delle merci stivate nei magazzini; che anzi da dugento trenta bastimenti di ogni foggia con ricchissimo carico, i quali si ritrovavano nel porto, vennero in poter dei vincitori. Oltreacciò s'impadronirono nel porto medesimo di una fregata olandese, e di cinque altri legni da guerra di minore levata. Nè a questo fu contenta la fortuna in quei dì contraria agli Olandesi. Era partita poco prima dal porto di Sant'Eustachio una conserva di trenta bastimenti mercantili carichi di zucchero e di altre grasce di quelle terre alla volta d'Europa, ed era convogliata da una nave da guerra. Tosto Rodney, che era uomo vigilantissimo ed operosissimo, la faceva perseguitare da due grossi vascelli e da una fregata. Non indugiarono molto ad arrivar sopra la conserva. L'Ammiraglio olandese Krull, quantunque tanto inferiore di forze volle piuttosto pericolosamente combattere, che disonoratamente arrendersi. Si attaccarono la sua nave il Marte, e la inglese il Monarca. Non fu lungo il combattimento; perciocchè Krull di prima presa vi perdè la vita. Il successore, abbassata la tenda, si arrendè. In questo mezzo le altre navi avevano dato la caccia ai bastimenti della conserva, e presigli, tutti gli condussero nel porto. Lasciarono gl'Inglesi un pezzo le bandiere d'Olanda sventolare sulle cime del Forte di Sant'Eustachio, al quale inganno prese molte navi olandesi, francesi ed americane entrarono nel porto, non meno ricco, che sicuro acquisto ai nuovi signori. L'aver posto mano nelle proprietà dei particolari uomini, quantunque nemici, solite a rispettarsi anche a' tempi di guerra dalle civili nazioni, diè luogo a molte rimostranze da parte degli abitatori delle Antille inglesi, e della Gran-Brettagna stessa, che vi avevano interesse. Allegarono, che le merci avevano colà portate in virtù delle leggi del Parlamento; che in ogni età i conquistatori, i quali del tutto barbari non siano stati, rispettarono non che le proprietà private dei concittadini loro, ma ancora quelle dei nemici; che l'esempio sarebbe perniziosissimo; imperciocchè se per la variabile fortuna della guerra le isole inglesi venissero in poter del nemico, questi per rappresaglia ne sarebbe autorizzato a far lo stesso contro le proprietà dei privati uomini inglesi con grave danno, e totale rovina loro; che con questi barbari modi proceduto non avevano i Francesi a tempo della conquista della Grenada, i quali tutte le proprietà private franche ed inviolate conservarono, quantunque per assalto, e senza capitolazione veruna di quell'isola impadroniti si fossero; che anzi avendo il conte D'Estaing sequestrato sino alla pace le proprietà degli assenti, la Corte di Francia con parole gravissime aveva disapprovato questa risoluzione del suo ammiraglio, e fatto levar il sequestro; che Sant'Eustachio era un porto franco, e per tale riconosciuto da tutti i Potentati marittimi dell'Europa, e dall'Inghilterra stessa; che le leggi di questa non solo permesso, ma incoraggiato avevano il traffico con quell'isola; che gli uffiziali della dogana nella Gran-Brettagna avevano conceduto le bollette d'uscita per quelle merci stesse indiritte a Sant'Eustachio, che ora state erano poste al fisco; che questo commercio era stato quello che aveva alimentato le isole di Antigoa e di San Cristoforo, senza del quale ne sarebbero gli abitatori morti di fame, o stati costretti a gettarsi in grembo al nemico; che gli Eustachiesi andavano debitori di grosse somme ai mercatanti inglesi, ai quali non avrebbero potuto soddisfare, se le robe loro rimanessero confiscate; che finalmente si doveva pur credere, che si fosse la conquista dell'isole olandesi intrapresa dall'armi del Re per un altro più nobil fine, che quello non era dello spogliamento e del sacco. Tutto fu nulla. Rodney aveva ciò fatto, perchè il governo suo aveva voluto, che così facesse. Rispose ai rimostranti, che si maravigliava bene, che mentre i mercatanti inglesi avevano la facoltà di portar le merci loro nelle isole di spettanza inglese a sopravvento, le avessero mandate a sottovento in quella di Sant'Eustachio, dove ad altro fine non potevano portate essere, se non a quello di sopperir ai bisogni dei nemici del Re e della patria loro. Nel che si dee notare, che se i mercatanti avevano il torto, non l'avevano minore i capitani delle navi britanniche, e quelli stessi dell'armata di Rodney, i quali le prede fatte in sui mari di vettovaglie, ed anche di armi e di munizioni da guerra erano andati vendendo nel medesimo porto di Sant'Eustachio, dond'erano state ricompre, e convertite in usi guerreschi dai nemici della Gran-Brettagna. Aggiunse Rodney, che l'isola di Sant'Eustachio era olandese; che tutto ciò, che in essa si conteneva, era pure olandese; che tutto vi stava sotto la protezione della bandiera olandese, e che intendeva, che ogni cosa vi fosse trattata, come se olandese fosse. Gli stessi rigori si esercitarono sopra le vicine isole di San Martino e di Saba, le quali a quei medesimi dì seguitarono la fortuna del vincitore. Ma i capitani britannici non contenti al rapir le robe, incrudelirono contro le persone. Tutti coloro, che il nome inglese non portavano, non solo dall'isola sbandirono, ma ancora crudelmente trattarono. Furono gli Ebrei, assai numerosi e ricchi, i primi a pruovar la rabbia loro. Gli stivaron tutti dentro la magione della dogana; gli stazzonarono da capo a piè; tagliaron loro i gheroni delle vestimenta; ruppero, e ricercaron le casse e le valige; gli spogliarono degli effetti e del denaro loro, ed imbarcatigli così nudi e miseri gli mandarono a cercar loro civanza nell'Isola di San Cristoforo. Un Saxton, capitano di una nave britannica, era il soprantendente, e l'esecutore della crudeltà dei Capi. Tennero dietro agli Ebrei gli Americani, i quali spogliati di tutto furono anch'essi, come gente disperata, buttati a San Cristoforo. Eppure vi erano fra di questi non pochi di coloro, i quali venuti in odio ai conterranei loro per cagione dello zelo, che dimostrato avevano in favore del Re, erano stati costretti ad andar a cercare in estrane contrade asilo contro il furore di quelli. Così questi leali erano cacciati dalla patria loro, come amici agli Inglesi, e perseguitati dagli Inglesi come amici agli Americani, del pari infelici per aver serbato la fede al Re, che se l'avessero violata. Dimostrò l'assemblea di San Cristoforo molta pietà verso i confinati, concedendo ai medesimi provvisioni e per l'immediato ristoro loro, e pel futuro collocamento. Furono in ultimo luogo banditi da Sant'Eustachio i mercatanti francesi, ed olandesi, gli Amsterdammesi più aspramente di tutti. Nel medesimo tempo Rodney bandì un pubblico incanto di tutte le robe confiscate, facendo facoltà a chiunque di venirle a comprare. Concorsero in grandissimo numero i mercatanti delle nazioni amiche, o neutrali, e per sè stessi, e per conto dei nemici dell'Inghilterra, massime dei Francesi e Spagnuoli, i quali come più vicini, ed in guerra ne avevano più degli altri bisogno. Così quelle robe stesse per aver fatto comodità delle quali ai nemici della Gran-Brettagna per la via ordinaria del commercio erano stati gli Eustachiesi sì crudamente manomessi, e quasi all'ultimo termine condotti, ora per la pubblica e franca vendita fattane dai Capi britannici, in mano di quei medesimi nemici liberamente trapassarono. Questo fu il maggior incanto che mai si facesse, e la parte delle ricchezze, che ne toccò a Rodney, ed a Vaughan non fu poca. Ma era fatale, che essi lungo tempo non ne godessero; poichè Dio, che, come si vuol dire, non paga il sabbato, altro fine riserbava all'avarizia loro; della quale cosa faremo noi parole, quando avremo quelle cose raccontate, che più da vicino si appartengono al filo di queste storie.

Ritornando adunque al principal proposito nostro, dal quale il dolore giustissimo del danno pubblico, e della nuova infamia inglese ci aveva, forse più lungamente, che non conviene alla legge dell'istoria, traportati, la perdita di Sant'Eustachio non fu la sola sventura, alla quale siano gli Olandesi andati soggetti nelle occidentali Indie, avendo gl'Inglesi preso, come a gara il correre contro di essi, quasi dimenticatisi degli altri nemici, che avevano alle mani. Possedevano sulla terra-ferma d'America una ricca colonia, che chiamano di Surinam, la quale è parte di quella vasta contrada, a cui fu dato il nome di Guianna. Stavanvi i governatori a mala guardia, e senza sospetto, non avendo peranco nissuna notizia avuto della guerra. Ma in questo mezzo arrivarono alcuni corsari inglesi, la maggior parte bristolesi, i quali entrati, non senza grave pericolo, nei fiumi di Demerary, e d'Essequibo molte navi cariche di preziose merci recarono in poter loro. Gli Olandesi, conosciuta la cosa, e temendo di diventar preda agli sfrenati venturieri, mandarono dicendo al governatore della Barbada, che si arrendevano, e davano in balìa del Re della Gran-Brettagna. Solo pregarono, non sapendo, quali fossero, si concedesser loro i medesimi patti, che agli Eustachiesi erano stati conceduti. Il governatore consentì. Ma quando poco dopo gli conobbero, aspettavano di esser depredati. Ciò nondimeno mostrò Rodney maggior umanità verso gli abitatori di Demerary, di Essequibo e di Berbice, i quali tutti addomandato avevano i patti, di quello, che verso di Sant'Eustachio fatto si avesse. Furono assicurati nella roba e nelle persone, e permessi a continuare ad aver quelle leggi e quei maestrati, che fin là governati gli avevano. Così arrideva ovunque agl'Inglesi la fortuna nell'indiana guerra, che con tanta rabbia contro gli Olandesi esercitavano. Ma a questo tempo le cose succedevan loro sinistramente contro gli Spagnuoli, i quali erano entrati coll'esercito ne' confini della Florida occidentale. Conciossiachè Don Galvez e Don Solano dopo d'essere stati stranamente strabalzati e rotti da una furiosa tempesta vennero a por l'assedio sotto le mura di Pensacola, città forte, e capitale di quella provincia. Stavavi dentro il generale Campbell, il quale si difese valorosamente lunga pezza. Ma finalmente una bomba caduta vicina alla polveriera, dato fuoco alle polveri, fe' con orribile scoppio saltar in aria un grosso bastione. Se ne giovarono gli Spagnuoli, e, presone possesso, minacciavano di prossimo assalto la piazza. Campbell calò agli accordi, che furono molto onorevoli. Così tutta la provincia della Florida occidentale, la quale era stata uno de' più preziosi frutti della guerra del Canadà, ritornò dopo non molto tempo in poter degli Spagnuoli.

Ora dagli estremi campi, sui quali si esercitava la guerra, l'ordine della storia richiede, che ci accostiamo alle fonti, dond'ella procedeva, e che andiamo divisando, quali fossero a questi tempi i pensieri, ed i disegni dei Re, e delle repubbliche guerreggianti. Si erano gli Americani posti in mal umore, ed aspramente si dolevano dei Francesi loro alleati, siccome di quelli, che da alcune vane dimostrazioni in fuori, nissuno aiuto, che efficace fosse, prestato avessero, e quasi gli abbandonassero ad arrissarsi soli nell'aspra contesa contro di un potente nemico. Affermavano, le genti sbarcate all'Isola di Rodi essere riuscite di niun frutto per la mancanza delle forze navali; così sempre ancora inutili dover riuscire, o poco manco, quando da un prepotente navilio non fossero accompagnate; non potersi sperare di poter una guerra fruttuosa fare in quelle spiagge, se non da colui, che abbia il dominio del mare; continuar intanto gl'Inglesi a posseder la Giorgia, la più gran parte della meridional Carolina, tutta la Nuova-Jork; minacciare per soprassoma la Virginia; nissuna insegna francese essersi veduta in difesa, ed a ricuperazione di queste province; venir meno intanto gli Stati Uniti sotto il peso di sì sproporzionata guerra; logorarvisi gli uomini, mancarvi la industria, negligentarvisi l'agricoltura, disseccarvisi le fonti del pubblico tesoro; nissun prossimo fine discoprirsi a tante calamità. Così si lamentavano i popoli dell'America. Ma in Europa si maravigliavano le genti, come una tanta, e sì possente lega così pochi frutti partorito avesse contro il comune nemico, che paresse in vero, che questi in luogo di rimanerne al di sotto, se ne stesse in sul vantaggio; imperciocchè l'Inghilterra e correva alle offese in America, e signoreggiava i mari delle Antille, e conquistava le colonie olandesi, e si avvantaggiava nelle Indie orientali, e teneva la fortuna in bilico in Europa. Quindi è, che i nomi spagnuolo e francese ne andavano soggetti a diminuzion di riputazione. La Francia specialmente, come quella, che era l'anima, e la principal guidatrice di tanta mole, ci metteva del suo. Il Re Cattolico stesso era scontento, ed assai si richiamava del Cristianissimo, perchè non l'avesse aiutato nell'impresa della Giamaica, che voleva incominciare, ed in quella di Gibilterra, che già aveva incominciato, nelle quali posto aveva un ardentissimo desiderio. Gli Olandesi poi, i quali avevano principiato a pagare sì duro scotto, sclamavano a cielo, che fossero senza sovvenimento lasciati stare soppozzati in quel pericolo, nel quale erano stati gittati dai consiglj, e dalle instigazioni della Francia. E tanto maggior rammarico facevano, in quanto che avevano avuto sentore, che si allestiva nei porti della Gran-Brettagna una possente armata destinata ad assaltar il capo di Buona Speranza, scala di tanto momento a quelle nazioni che fanno il traffico nelle Indie orientali. Temevano di aver a pruovar in oriente altrettanti danni, quanti di già provato avevano in occidente. E certamente priachè avessero potuto apparecchiar le difese, e mandar gli aiuti, gl'Inglesi meglio preveduti, e provveduti avrebbero avuto tempo di trarre il disegno loro a compimento.

Mosso il Re di Francia da tutte queste cagioni e dal proprio interesse si determinò di mostrarsi nel presente anno più vivo, di quanto stato fosse nel passato, volendo con nuova vigorìa riparar i danni operati dalla antica freddezza. Per la qual cosa faceva lavorar di forza nell'arsenale di Brest, ed apparecchiava in ogni parte del Regno gagliardamente le armi terrestri. Tre erano i fini che principalmente si proponeva di voler conseguire. Il primo era quello di mandar sì fatta armata nelle Antille, che congiunta a quella che si trovava ne' porti della Martinica, se ne venisse ad acquistar superiorità sull'armata inglese. Quest'armata, al governo della quale fu preposto il conte di Grasse, doveva anche trasportare un buon numero di soldati, i quali accozzatisi nella Martinica con quei del Bouillé avrebbero qualche impresa d'importanza tentato contro le Isole inglesi. La qual cosa ottenutasi, e prima che fosse trascorso il tempo di guerreggiare in quei climi, s'intendeva, che il conte di Grasse si recasse sulle americane spiagge per ivi cooperare con Rochambeau e con Washington al sottoponimento delle forze, che la Gran-Brettagna vi aveva. Il secondo poi si era quello d'inviar una sufficiente flotta sulle coste africane, perchè soccorresse al pericolo del capo di Buona Speranza, e ciò fatto s'incamminasse alla volta delle Indie orientali, dove per l'industria e per la gagliardìa dell'ammiraglio inglese Hughes le cose francesi erano al di sotto. Col terzo finalmente si voleva una qualche rilevata fazione fare nei mari d'Europa in benefizio della Lega, e massimamente della Spagna. Si motivava specialmente dell'impresa di Minorca.