Dall'altro canto nè maggior moderazione d'animi si osservava, nè maggior modestia di parole. Dove sono, dicevano, questi giacobini (che così gli chiamavano da una setta furibonda nata in Parigi), che ora si fanno a voler riformare il mondo? Bel principio al governo loro il metter la mano nella roba e nella vita altrui, e portar le teste lacere in processione! Imprigionar gli onesti, e scannar gl'imprigionati! parlar di aristocrazìa! ma se l'aristocrazìa fa male, fallo a pochi, la democrazìa a tutti; chi fa scudo ai re, unico, e salutar temperamento in una nazione grande, se non l'aristocrazìa, massime quando i re son diventati bersaglio a popoli indemoniati? che virtù! I ladri in onore, le meretrici in trionfo! Se sono i popolari virtuosi per ignoranza, sono i magnati per educazione, e la virtù rozza diventa ferocia, se non la tempera la gentilezza. Se i magnati son freno alle voglie assolute del principe, ed alle voglie disordinate della plebe, sono ancora esempio ad infondere nei popoli costumi miti, e gentili; non essere nidi di tiranni i castelli, bensì specchi di civiltà; ciò che fu, non esser quello che è, e nemmanco i popoli essere stati angeli; doversi in questo, e quanto al passato dare e chiedere perdonanza. E che valse ai nobili l'aver dato alla patria i privilegi loro, non conquistati per forza ma conceduti per ricompensa, se, spenti i privilegi, loro si tolsero le proprietà, poi la libertà, poi la vita? E quando finiranno gli esilj, le persecuzioni, e le carneficine? Della realtà che dirassi? se non se questa esser modo di governo connaturale all'uomo, poichè là dove sono uniti uomini in società, là sempre nasce come di necessità la realtà, se non di nome, almen di fatto, ma le più volte e di nome e di fatto; non vedersi forse dove i più governano, reggere un solo? e non valer forse meglio la realtà vera, che la realtà velata? non esser quella sempre più temperata o dalle leggi, o dalle consuetudini, o dalla necessità di comparire, se non buono, almeno giusto? all'incontro esser questa più sospettosa, perchè senza appoggio, più crudele perchè più sospettosa, più arbitraria perchè senza freno. Nascere la realtà dal desiderio innato in tutti di dominare; poichè questo inducendo l'anarchìa, morte della società, fa che si trasporta il dominio da tutti prima in pochi, poi per la medesima ragione da pochi in un solo; e beate le nazioni che trovano la realtà bell'e fatta, senza dover passare per l'anarchìa per farsela! Il popolo sovrano! Certo sì per ammazzar prima i migliori uomini, poi se stesso! Error scelerato essere il voler ridurre un teorema speculativo in pratica; che anche i matti furiosi son padroni di muoversi, e pure si metton loro le catene addosso: con le astrattezze non governarsi gli uomini, ma con i rimedj contro le passioni, e mal rimedio essere lo sbrigliarle. Doversi perciò questi regoli plebei spegnere del tutto ad eterno esempio di una gran malvagità punita; e siccome ne furono scrollate le fondamenta stesse della società, così doversi questa ritirare non solo là dond'era partita, ma più verso un governo forte e stretto. A questo opportuni stromenti essere i nobili ed i religiosi, i primi perchè dan la forza, i secondi perchè danno la persuasione, ed a tutti questi preporre un re forte e risoluto. Nè ciò bastare; spenti gli uomini infami, doversi anche spegnere le dottrine sfrenate; perchè, se bisogna castigar la generazione presente, e' bisogna sanar le future; una moderata ignoranza esser migliore d'un insolente sapere: insomma punir i traditori, premiar i fedeli, riordinar in tutto e per sempre il vivere sociale. Per questo muoversi l'Europa, per questo aguzzar l'armi; nè tanto moto essere per palliar solamente un male immenso, ma per estirparlo; rimanere ancora in Europa sufficienti residui di realtà e di aristocrazìa per risarcir l'edifizio della società rovinata, se prudentemente e gagliardamente si rimettessero insieme; questo voler fare i re confederati, a questo mirare le speranze di tutti i buoni, a questo offerirsi i nobili, a questo persuadere i religiosi; che se tanta aspettazione, se così gran consenso, se una sant'ira mossa da crudeli misfatti fossero indarno, dover cader l'Europa in una inudita barbarie.
Da tutto questo si vede, quanto siano intemperanti gli uomini, quando sono mossi da passioni politiche; imperciocchè i primi erravano per aver portato tropp'oltre le riforme, i secondi per averle fatte degenerare in eccessi enormi pel contrasto da loro fatto anche alle più utili e giuste; gli uni per aver posto mano nel sangue, gli altri per volerlavi porre; quelli per aver deposto ed ucciso un re santo, questi per aver chiamato i re stranieri a' danni della patria loro; e se la libertà, quantunque di un valore inestimabile, male si compra con la crudeltà, male ancora si riacquistano i dritti feudali, e le seggiole in corte, con dar il proprio paese in preda ai forestieri. Certo quel che più mancò all'età nostra, è l'amor della patria, poichè i primi la resero serva con le mannaje, i secondi la volevano render serva coi cannoni Tedeschi, rei gli uni e gli altri per non aver voluto accettare quella libertà, che il re e gli uomini savj volevano dar loro, unica e sola libertà, che ad un tanto stato, quanto la Francia è, potesse convenirsi; nuovo, ma non unico argomento, che non può esser libertà, dove sono i mali costumi, massime la cupidità sfrenata di comandare, e di comparire.
Le parole dei novatori avevano più forza sull'animo dei popoli, che quelle dei loro avversarj, perchè i popoli sono sempre cupidi di novità; poi coloro, che si coprono col velame del ben comune, hanno più efficacia di quelli, che pretendono i privilegi. Laonde l'Europa era piena di spaventi, e si temevano funesti incendi per ogni parte.
Intanto essendo accesa la guerra fra l'Austria e la Francia, l'una e l'altra di queste potenze applicarono l'animo alle cose d'Italia; la prima per conservar quello che vi possedeva, la seconda per acquistarvi quello che non possedeva, od almeno per potervi sicuramente aver il passo col fine di andar a ferire sul fianco il suo nemico.
Dall'altro lato il governo di Francia aveva spedito agenti segreti e palesi per domandare, parte con minacce, parte con preghiere, ai governi d'Italia, o lega o passo o neutralità. Fra gli altri Semonville fu destinato ad andare a specular le cose in Piemonte, ed a tentar l'animo del re, affinchè negli accidenti gravi che si preparavano, si dimostrasse favorevole alla Francia. Aveva carico di proporre a Vittorio Amedeo di collegarsi con la Francia, e di dar il passo agli eserciti Francesi, perchè andassero ad assaltare la Lombardia Austriaca; con ciò la Francia gli guarentirebbe i suoi stati, raffrenerebbe gli spiriti turbolenti in Piemonte ed in Savoja, cederebbe in potestà di lui quanto si sarebbe conquistato con l'armi comuni in Italia contro l'imperatore. Il re si era risoluto a non udire le proposte, sì perchè temeva, nè senza ragione, d'insidie, sì perchè procedeva in queste faccende con troppa passione, e sì perchè la sua congiunzione con l'Austria già era tropp'oltre trascorsa. Infatti già calavano Tedeschi dal Tirolo, e s'incamminavano a gran passo verso il Piemonte. Perlochè, giunto essendo Semonville in Alessandria, fu spedito ordine al conte Solaro governatore, che nol lasciasse procedere più oltre, anzi gl'intimasse di tornarsene fuori degli stati del re, usando però col ministro Francese tutti quei termini di complimento, che meglio sapesse immaginare. Solaro, uomo assai cortese, ed atto a tutte le cose onorate, eseguì prudentemente gli ordini avuti. Tornossene Semonville a Genova.
Il fatto fu gravissimamente sentito in Parigi. Il giorno quindici settembre del millesettecentonovantadue, Dumourier, ministro degli affari esteri, favellando molto risentitamente al consesso nazionale del governo di Piemonte, e lamentandosi con apposito discorso dell'affronto fatto alla Francia nella persona del suo ambasciadore in Alessandria, conchiuse doversi dichiarar la guerra al re di Sardegna. Quivi levossi un romore grandissimo; chè le parole di despoto, di tiranno, di nemico del genere umano andarono al colmo. Insomma fu chiarita solennemente la guerra tra la Francia e la Sardegna.
Di già il giorno dieci dello stesso mese il consiglio esecutivo provvisorio aveva spedito ordine al generale Montesquiou, capo dell'esercito che raccolto nell'alto Delfinato minacciava la Savoia, di assaltar questa provincia, e cacciate l'armi Piemontesi oltremonti, di usare tutte quelle maggiori occasioni che gli si offrirebbero. Questo fu il primo principio di tutti quei mali che patì Italia per tanti anni, e che empierono tutto il corpo suo di ferite, che non si potranno così facilmente sanare.
Il re di Sardegna, come prima fu incominciata la guerra tra la Francia e le potenze confederate di Germania, aveva con grandi speranze fatto notabili apparecchi in Savoia, e nella contea di Nizza. Ma le vittorie dei Francesi nella Sciampagna cambiarono le condizioni della guerra, ed il re, invece di conquistare i paesi d'altri, dovette pensare a difendere i proprj. Erano le sue condizioni assai peggiori di quelle dei Francesi; poichè nei due paesi contigui, in cui si doveva far la guerra, la Savoia parteggiava pei Francesi, il Delfinato non solo non parteggiava pei Piemontesi, ma loro era anche nimicissimo; che anzi questa provincia si era mostrata molto propensa alle mutazioni che si erano fatte e si facevano: sicchè i Francesi avevano favore andando avanti, sicurezza andando indietro; il contrario accadeva ai Piemontesi.
Non ostante tutto questo, i capi, che governavano le cose del re in Savoia, se ne vivevano con molta sicurezza. Soli coi fuorusciti francesi, che loro stavano continuamente intorno, non vedevano ciò, che era chiaro a tutto il mondo: improvvidi, che non conobbero, che male con le ire e con la imprudenza si reggono i casi umani.
Il cavaliere di Colegno, comandante di Ciamberì, oltre la sua credulità verso i fuorusciti, e verso un generale di Francia, che, per ispiare, il veniva a trovare in abito e sotto nome di prete Irlandese, con duro governo asperava i popoli, soffiò imprudente sur un fuoco che già si accendeva. Assai miglior animo aveva il conte Perrone, governator generale della Savoia, ma in mezzo a tanti sfrenati non aveva quell'autorità e quel credito, che in sì pericoloso accidente si richiedevano; ed anch'egli dava fede alle novelle del prete Irlandese. Il cavaliere di Lazari governava l'esercito; capitano certamente poco atto a sostenere le guerre vive dei Francesi.