Adunque tali essendo le condizioni della Savoia nel mese di settembre, si aperse la via alle future calamità. I capi dell'esercito, vivendo sempre nella solita sicurtà, nè potendo credere sì vicino un assalto, in vece di allogar le truppe in pochi luoghi, ma forti, ed ai passi, le avevano sparse quà e là senza alcun utile disegno, talmente che ed erano inabili al resistere al nemico ovunque si appresentasse, ed incapaci a rannodarsi subitamente dove egli assaltasse. Tanta era questa loro semplicità, che anche quando i Francesi, prima divisi in diversi campi, si erano raccolti tutti vicino al forte Barraux, il che denotava l'intenzione di un assalto vicino, non fecero dimostrazione alcuna.

Il prete Irlandese stava loro a' fianchi, e raccontava loro le più gran novelle del mondo, ed ei se le credevano. I fuorusciti Francesi, che pure incominciavano a temere, dimandarono se vi fosse pericolo; risposero del no. Aggiunsero, ch'era la gente di roba, che aveva paura, e che spargeva spaventi. In questo mordevano il conte Bottone di Castellamonte, il quale essendo intendente generale della Savoia, da quell'uomo fine e perspicace ch'egli era, avendo bene penetrate le cose, aveva domandato soldati al governatore per iscorta al tesoro, che voleva far partire alla volta del Piemonte. Certo, impossibil cosa era il difendere la Savoia, massime dopo le disgrazie dei confederati: non stanziavano in questa provincia più di nove in diecimila soldati; ma siccome erano buoni, così se fossero stati retti da capitani pratichi, e posti ai passi opportuni, avrebbero almeno fatto una difesa onorata, e ritardato l'impeto del nemico. Ma agli sparsi mancò l'ordine, il riunirgli fu impossibile in accidente tanto improvviso.

Intanto il generale Montesquiou, avuto comandamento d'incominciar la guerra, dal campo di Cessieux, dove alloggiava con l'esercito raccolto, in cui si noveravano circa quindici mila combattenti, gente, se non molto disciplinata, certo molto ardente, andò a porsi agli Abresti, donde spedì ordine al generale Anselmo, che, passato il Varo, assaltasse nel tempo medesimo la contea di Nizza. Presidiavano la contea genti poco numerose, che obbedivano al conte Pinto. Queste mosse doveva anche ajutare dalla parte del mare il contr'ammiraglio Truguet, il quale partito da Tolone con un'armata di undeci legni dei più grossi, ed alcuni più sottili, e due mila soldati di sopraccollo, se ne giva correndo le acque di Villafranca sino al golfo di Juan, pronto a sbarcar le genti ovunque l'opportunità si fosse scoperta. Sua principal intenzione era di sbarcar sotto Monaco per prender alle spalle l'esercito che difendeva Nizza. Così i Francesi dall'Isero fino al Varo si apparecchiavano ad assaltare gli stati di un re, che con ostili dimostrazioni gli aveva provocati prima che gli ajuti, che aspettava d'Alemagna, fossero giunti. Tale fu l'effetto delle rotte di Sciampagna.

Montesquiou, lasciati prestamente gli Abresti, se ne venne con tutto l'esercito a posarsi al forte di Barraux vicino a due miglia dalle frontiere della Savoia, donde disegnava di dar principio alla guerra. Era suo pensiero di assaltare col grosso dell'esercito Sanparelliano, ed il castello delle Marcie, per poscia camminar velocemente alla volta di Ciamberì. Nel medesimo tempo per tagliar il ritorno al nemico, spediva due grosse bande, delle quali una radendo la riva sinistra del fiume Isero, doveva chiudere il passo di Monmeliano, e l'altra dal Borgo d'Oisano, valicando gli aspri monti che dividono la valle della Romanza da quella dell'Arco, serrare al tutto la strada della Morienna; nel qual caso tutto l'esercito Piemontese sarebbe stato o preso ai passi, o poca parte se ne sarebbe potuta salvare per le strade aspre e difficili della Tarantasia. Aveva egli con certo pensiero avvisato, che la via principale di ritirata ai Piemontesi era la Morienna, ed il monte Cenisio. Ma queste due ultime fazioni non ebbero effetto, la prima per una piena improvvisa dell'Isero, che rotti i ponti non permise il passo, la seconda per la quantità delle nevi cadute molto per tempo sugli altissimi monti del Galibiero.

I Piemontesi, svegliati finalmente dal suono dell'armi francesi, tentarono di affortificarsi con artiglierìe presso Sanparelliano agli abissi di Mians, donde pensavano di tempestar di traverso con palle sul passo per mezzo d'artiglierìe poste sul castello delle Marcie. Ma a questo non ebbero tempo; le artiglierìe non erano ancora ai luoghi loro, quando la notte dei ventuno settembre, tirando venti orribili, e cadendo una grossissima pioggia, il generale Laroque, a ciò destinato dal generale Rossi, partito con grandissimo silenzio dal campo di Barraux, se ne marciò contro Sanparelliano con una forte schiera. E come disegnava, così gli riuscì di fare; s'impadronì in mezzo a quell'oscurità improvvisamente della terra, e se non fosse stato il tempo sinistro, avrebbe anco presa quella mano di Piemontesi che la difendevano. Ma avuto a tempo sentore dell'approssimarsi del nemico, si ritirarono a salvamento.

Perduto Sanparelliano con gli abissi di Mians, i capi Piemontesi privi di consiglio, abbandonarono frettolosamente i castelli delle Marcie, di Bellosguardo, di Aspromonte, e la Madonna di Mians. Così le fauci della Savoia vennero da quel lato in poter dei Francesi. Ma Montesquiou, usando celeremente la vittoria, e prevalendosi della rotta del nemico, si spinse avanti dal castello delle Marcie con due brigate di fanterìa, una di dragoni, e venti bocche da fuoco, alle quali fe' tener dietro come retroguardo da due altre brigate di fanterìa, una di cavallerìa, parimente con molti cannoni. Così tagliò e divise in due l'esercito Piemontese; una parte fu costretta a ritirarsi verso Annecì, l'altra verso Monmeliano. Gli rimase aperta la strada per Ciamberì, capitale della provincia. Ma già il terrore ne aveva cacciato i regj, mostrando i capi in sì importante fatto tanta pochezza d'animo, quanta vanità avevano mostrato innanzi. Sì grande fu la subitezza dello spavento loro, che i Francesi, temendo d'insidie, non s'ardirono di entrar incontanente nella città, che se ne stette posta in propria balìa alcuni giorni. Quì è debito nostro il raccontare come in sì pericoloso passo non vi fu tumulto, non insulto, non saccheggio di sorte alcuna; tanta è la bontà, e la civiltà di quel popolo Ciamberiniano. Vi arrivarono i Francesi; furonvi accolti con tutte quelle dimostrazioni d'allegrezza, che portavano le opinioni, e la ricordanza delle precedenti vessazioni.

Montesquiou andava molto cauto nello spignersi avanti, perchè non avendo ancora avuto notizia dell'assalto, che doveva dare Anselmo a Nizza, e vedendo la celerità incredibile delle genti Sarde nel ritirarsi, dubitava ch'elleno marciassero velocemente a quella banda per opprimere l'esercito che militava sotto quel generale. Si spargeva ancor voce, che i Piemontesi forti di sito, e provveduti di munizioni da guerra e da bocca, si erano fermati alle montagne delle Boge, che separano Ciamberì dall'Isero, per ivi fare una testa grossa, e passarvi l'inverno. Però deliberossi di sostare alquanto per ispiar meglio le cose, e per aspettare, che portassero i tempi dal canto dell'Alpi Marittime. Solo fece occupare il passo di Monmeliano abbandonato dai soldati reali con quella medesima celerità, con la quale avevano abbandonato la città capitale. La rotta loro fece cadere, come premio della vittoria, in mano dei Francesi dieci cannoni, quantità grande di polvere, di palle, di casse e d'altri arnesi da guerra, con magazzini pienissimi di foraggi e di vettovaglia.

Ma egli è tempo oramai di raccontare la guerra di Nizza. Non dimostrarono in queste parti i capi Piemontesi miglior consiglio, nè miglior animo che in Savoia. Conciossiachè non così tosto ebbero avviso che Anselmo aveva passato il Varo, fiume che divide i due stati, la notte dei ventitre settembre, dandosi precipitosamente alla fuga, abbandonarono la città di Nizza, e già davano mano a votare con grandissima celerità quanto si trovava nel porto di Villafranca. I Francesi usando prestamente il favore della fortuna, corsero a Villafranca; e minacciato di dare la scalata, il comandante si diede a discrezione con ducento granatieri, ottimi soldati, ed alcune bande di milizie, lasciando in preda al nemico cento pezzi d'artiglierìa grossa, una fregata, una corvetta, e tutti i magazzini reali. Così la parte bassa della contea di Nizza venne in poter dei Francesi con incredibile celerità, e facilità. Solo si teneva ancora pel re il forte di Montalbano, ma poco stante si arrese ancor esso a patti. A queste vittorie contribuì non poco l'ammiraglio Truguet con la sua armata, che dando diversi riguardi ai Piemontesi, gli teneva in sospetto d'assalti da ogni banda, e loro fece precipitar il consiglio di ritirarsi dal littorale.

Anselmo, avuto Nizza, Villafranca, e Montalbano, si spinse avanti per la valle di Roia, e non fece fine al perseguitare, se non quando arrivò a fronte di Saorgio, fortissimo castello che chiude il passo da quelle parti, ed è come un antemurale del colle di Tenda. Ma alcuni giorni dopo, le genti Piemontesi, avuto un rinforzo di un grosso corpo d'Austriaci, ed assaltato con molto impeto il posto di Sospello, se ne impadronirono. Nè molto tempo vi dimorarono, perchè ritornato Anselmo col grosso di tutto l'esercito, se lo riprese, e di nuovo Saorgio divenne l'estremo confine dei combattenti.

Queste spedizioni dei Francesi nella provincia di Nizza costarono poco sangue; perchè la ritirata dell'esercito Sardo fu tanto presta, che non successero se non poche, e leggieri avvisaglie; nè i conquistatori si scostarono dai termini dell'umanità e della moderazione. Assai diverso da questo fu il destino dell'infelice Oneglia; poichè accostatasi l'armata del Truguet a quel lido, e mandato avanti un palischermo per negoziare, gli furon tratte le schiopettate, per le quali furono uccisi, o feriti parecchi, caso veramente deplorabile, e non mai abbastanza da biasimarsi. Però l'armata francese accostatasi vieppiù, e schieratasi più opportunamente, che potè, cominciò a trarre furiosamente contro la città. Quando poi per il fracasso, per la rovina, per le ferite e per le morti, l'ammiraglio credè, che lo spavento avesse fatto fuggire i difensori, sbarcò le genti che aveva a bordo, le quali unite ai marinari s'impadronirono della città, e la posero miserabilmente a sangue, a sacco ed a fuoco; compassionevole punizione dei violati messaggeri di pace. Questa fu mera vendetta. Oneglia, cinta da ogni parte dalle terre del Genovesato, era luogo di poco profitto; perciò i Francesi l'abbandonarono, e l'armata loro, toccato Savona, e posatasi alquanto nel porto di Genova, se ne tornò poco tempo dopo a Tolone. Essendosi ora mai tanto avanzata la stagione, che non si potea guerreggiare, se non con molto disagio, si posarono dalle due parti le armi tutto l'inverno, attendendo solo a far apparecchi più che potevano gagliardi, per tornar sulla guerra con frutto, tosto che il tempo s'intiepidisse. In mezzo a questo silenzio dell'armi nulla occorse, che sia degno di memoria, se non se la differenza del procedere dei Savoiardi e dei Nizzardi verso i Francesi, avendo i primi mostrato molta inclinazione per loro, e desiderio di accomodarsi alle fogge del nuovo governo: al contrario i secondi fecero pruova di molta avversione, e di volersene rimanere nel termini del governo antico. Non è però da passarsi sotto silenzio, che sebbene l'inclinazione verso le nuove cose fosse molto maggiore in Savoja che a Nizza, non pochi ciò non pertanto fra coloro, i quali in quel paese viveano nei primi gradi della società, o nobili o ecclesiastici che si fossero, o per fede verso l'antico sovrano, o per paura del nuovo si resero fuggitivi, oppure rimasti essendo nelle loro antiche sedi, soggiacquero alle carcerazioni, ed alcuni eziandio agli estremi supplizj. Degno altresì di commemorazione si è, che i soldati del reggimento di Savoja dispersi per la subita invasione dei Francesi, di propria volontà, per istrade e sentieri insoliti trapassando, tornarono alle loro bandiere, e sotto i consueti capi si rannodarono, esempio di fede dato dai più umili figli di quell'alpestre nazione: il quale effetto fu poi rinnovato circa venti anni più tardi dai generosi Spagnuoli invasi dalle armi Napoleoniche.