Pervenuta a notizia di Montesquiou la conquista di Nizza, si mise in sul voler cacciar del tutto le genti Sarde dalla Savoja. A queste fine ordinò a Rossi, che cacciandosi avanti le truppe del re, le spignesse fino al Cenisio per la Morienna, ed a Casabianca fino al piccolo S. Bernardo per la Tarantasia; il che eseguirono con grandissima celerità, e quasi senza contrasto da parte del nemico. Anzi è da credere, che se Montesquiou, invece di soprastarsi, come fece, per aspettar le nuove di Nizza, fosse, dopo la conquista di Ciamberì, camminato con la medesima celerità, si sarebbe facilmente impadronito di queste due sommità dell'Alpi con grande suo vantaggio, e con maggiore speranza di andar a ferire, alla stagione prossima, il cuore stesso del Piemonte, tanta era la confusione delle genti regie. Aix, Annecì, Rumilli, Carouge, Bonneville, Tonone, e l'altre terre della Savoia settentrionale, abbandonate dai vinti, riconobbero l'imperio dei vincitori. Così questa provincia venne tutta, non senza grande contentezza pubblica e privata, in potestà dei Francesi. La quale possessione per quell'inverno venne loro assicurata dalle nevi strabocchevolmente cadute sui monti, le quali indussero da queste bande la medesima cessazione dall'armi ed anche più compiuta, che era prevalsa nell'Alpi Marittime.

In cotal modo un paese pieno di siti forti, di passi difficili, di torrenti precipitosi, fu perduto pel re di Sardegna, senza che nella difesa del medesimo si sia mostrato consiglio o valore. Del qual doloroso caso si debbe imputar in parte il re medesimo per aversi voluto scoprire, a cagione de' suoi pensieri tanto accesi alla guerra, molto innanzi, che gli ajuti austriaci arrivassero in forza sufficiente, e per aver dato il più delle volte i gradi militari a coloro, che più miravano a comparire, che ad informarsi nell'arte difficile della guerra. Certamente error grande fu quel di Vittorio di metter l'abito militare ad ogni giovane cadetto che si appresentasse, e di mandargli sulle prime alla guerra, come se l'arte della guerra ed il romor dei cannoni non fossero cose da far sudare, e tremare anche i soldati vecchi. I nobili poi ci ebbero più colpa del re, pel disprezzo, non so se mi dica ridicolo, od assurdo, in cui tenevano i Francesi. Pure fra di loro non pochi erano che modesti e valorosi uomini essendo, detestavano i male avvisati consigli, e sentivano sdegno grandissimo della vergogna presente.

La rotta di Savoja, già sì grave in se stessa, fu anche accompagnata da accidenti parte terribili, parte lagrimevoli. Piogge smisurate, strade sprofondate, carri rotti, soldati alla sfilata parte armati, parte no, gente fuggiasca di ogni grado, di ogni sesso, e di ogni età, terribili apparenze e di cielo, e di uomini, e di terra. Ma fra tutti muovevano compassione grandissima i fuorusciti Francesi, i quali confidandosi nelle parole dei capitani regj eransi soprastati a Ciamberì fino agli estremi, ed ora cacciati dalla veloce furia che loro veniva dietro, non potevano nè stare senza pericolo, nè fuggire con frutto. Imperciocchè a chi mancava il denaro per povertà, a chi la forza per infermità, a chi le bestie, od i carri per trasferirsi; perchè non se ne trovavano per prestatura nè amichevole, nè mercenaria, ed in tanto scompiglio era venuto meno il consiglio di prevedere e di provvedere. Spettacolo miserando era quello, che si vedeva per le strade che portano a Ginevra ed a Torino, tutte ingombre di gente caduta da alti gradi in un abisso di miseria. Erano misti i padri coi figliuoli, le madri con le figliuole, i vecchi con i giovani, e fanciulle tenerissime ridotte fra i sassi e il fango a seguitar i parenti loro caduti in sì bassa fortuna. Vi erano vecchi infermi, donne gravide, madri lattanti e portanti al petto le creature loro certamente non nate a tal destino. Nè si desiderò la virtù o la carità umana in sì estremo caso, perchè furono viste spose, figliuoli, fratelli, servidori non proscritti voler seguitare nelle terre strane, anche a mal grado dei parenti e padroni loro, gli sposi, i padri, i fratelli, ed i padroni, posponendo così la dolcezza dell'aere natìo alla dolcezza del ben amare e del ben servire; secolo veramente singolare, che mostrò quanto possano fra l'umana generazione la virtù ed il vizio, l'una e l'altro estremi. Ma se era il viaggiar crudele, non era miglior lo starsi; alberghi pieni, o niuni su quelle rocche, e bisognava pernottar al cielo, e il cielo era sdegnato, e mandava diluvj di pioggia. A questo, soldati commisti che fuggivano sbandati, armi sparse quà e là, un tramestìo d'uomini sconsigliati, un calpestìo di bestie, un romor di carrette, un furore, un dolore, una confusione, un fremito, aggiungevano grandissimo terrore a grandissima miseria. Quanti si sono visti cresciuti ed allevati in tutte le dolcezze di Parigi, ora non trovar manco quel ristoro, che a gente nata in umil luogo abbonda nel corso ordinario della vita! Quanti gravi magistrati, dopo aver ministrato la giustizia nei primi tribunali del nobilissimo reame di Francia, e vissuto una vita integerrima, ora travagliosamente incamminarsi ad un esiglio, di cui non potevano prevedere nè il modo, nè il fine! Quante nobili donne, che pochi mesi prima speravano di dar eredi a ricchissimi casati nei palazzi dei maggiori loro, ora vicine a partorire, fra lo squallore di tetti abjetti ed alieni, a padri venuti in povertà figli più poveri ancora! Quante fanciulle richieste prima da principi, non sapere ora nè a qual rifiuto andassero, nè a qual consenso! Quanti capitani valorosi, ed invecchiati nella milizia, ora che per la fralezza dei corpi loro avevano più bisogno del riposo e dello stato, mancati il riposo e lo stato, correre raminghi sotto cielo straniero, cacciati da quei soldati medesimi, ai quali avevano e l'onore ed il valore insegnato! Erano le strade, per donde passavano, piene di gente instupidita a sì miserabile caso, od intenerita a tanta disgrazia. E spesso trovarono sotto gli umili tugurj più ristoro e più consolazione che non s'aspettavano. Così per molti dì e molte notti, su per le vie di Ginevra e di Torino, la tristissima comitiva mostrò quanto possa questa cieca fortuna nel precipitare in fondo chi più se ne stava in cima. Eppure in mezzo a tanto lutto la natura Francese era tuttavia consentanea a se medesima. Imperciocchè uscivano dagli esuli non di rado e canti, e risi, e piacevolezze tali, che pareva piuttosto, che a festa andassero, che a più lontano esiglio. Vedevansi altresì uomini gravissimi o galoppanti sulla fangosa terra, o dentro, o dietro le carrozze stanti, recarsi con le capellature acconce, e con croci, e con nastri, e con altri segni dell'andata fortuna. Tanto è tenace ciò che la natura dà, che la sciagura non lo toglie! Ma giunti i miseri fuorusciti in Ginevra ed in Torino, non si può spiegare quanto fosse il dire, il guardare, ed il pensare degli uomini. Gran cose aveva rapportato la fama di Francia; ma ora ai più pareva, che il fatto fosse maggior del detto; chi andava considerando quel che potesse fare una nazione furibonda, che usciva dai proprj confini; chi il valore de' suoi soldati, e chi la contagione delle sue dottrine sostenute da tanta forza. Chi pensava alla vanità di coloro che l'avevano predicata vinta, e chi all'imprudenza di coloro che l'avevano provocata potente. Meglio, sclamavano, fora stato il lasciarla lacerare da se stessa, che il riunirla con le minacce; meglio ammansarla, che irritarla: tutti poi affermavano esser venuti tempi pericolosissimi, essere minacciata Elvezia, essere minacciata Italia; già già titubare la società umana in Europa.

A Torino tutti questi discorsi si facevano, ed altri ancor più gravi. Quest'essi, dicevano (poichè nelle disgrazie gridar contro il governo è sfogo e consolazione), quest'essi sono i frutti di tante spese, di tante leve, di tanti vanti? Essersi per questo esausto l'erario, le contribuzioni fatte insopportabili? Per questo chiedersi al pontefice la vendita dei beni del clero? Per questo aumentarsi il debito dei monti? Essersi congiunta la vergogna al danno! A questo estremo essersi ridotti soldati valorosi per colpa di comandanti inesperti! Trattarsi la salute di tutti, ma principalmente dei nobili: ai nobili spettarsi maggior valore, non insolentire nella sicurtà, non perdersi d'animo nel pericolo. Ottimo essere il re Vittorio, amarlo tutti, desiderar tutti la salute sua; ma perchè separar la nazione in due con metter dall'una parte i pochi coi privilegj, dall'altra i più coi gravami? Parlasse, si mostrasse padre comune, e vedrebbe correre volonterosi i popoli per istornare dal felice Piemonte il fatale pericolo.

Intanto gli esuli facevano pietà, e con la pietà nasceva il terrore. Tutta la città era contristata, e piena di pensieri funesti. Ma tanta era la fermezza della fede dei Piemontesi nel re loro, che pochi pensavano a novità, alcuni desideravano qualche riforma nel reggimento civile e politico dello stato; tutti volevano la conservazione della monarchìa, ed i peggiori tratti che si udivano contro il governo, più miravano ad ammenda, che a satira.

Il governo mosso da accidente tanto improvviso e tanto pericoloso, poichè cominciaronsi a sgombrare i primi timori, andava maturamente pensando a quello che fosse a farsi. Il cantone di Berna fu richiesto d'ajuto, ma senza frutto; l'Austria fu richiesta ancor essa, e con frutto, perchè il fatto toccava anche a lei. Laonde reggimenti Tedeschi arrivavano a gran giornate dalla Lombardìa in Piemonte, e s'inviavano prestamente alle frontiere, massime verso il colle di Tenda. Addomandossi denaro in presto a Venezia, che ricusò, fondandosi sulla neutralità. Si spedirono corrieri per rappresentare il caso in Inghilterra, in Prussia ed in Russia. Allegavasi, essere il re solo guardiano d'Italia: se si rompesse quell'argine, non sapersi dove avesse a distendersi quella enorme piena; starsi di buon animo il re, ma ove mancano le forze proprie, abbisognar gli ajuti altrui. Cercavasi anche di scusare le rotte di Nizza e di Savoia con dire, che quei paesi non erano difendevoli, se non con grossi eserciti; le forze che là s'erano inviate, essere state sufficienti non solo per difendere, ma ancora per offendere, senza le disgrazie di Sciampagna: dopo queste non poter più bastare neanco a difendere; per verità essere stata troppo presta, ed anche disordinata la ritirata; ma doversi attribuire alla imprudenza di chi comandava; essere i soldati buoni e fedeli, parato Vittorio a non mancare a se medesimo, nè alla lega; solo richiedere, che come egli era l'antiguardo, così non fosse lasciato senza retroguardo; e siccome egli era esposto il primo alle percosse del nemico comune, così lo potesse fronteggiare con gli aiuti comuni.

Tutte queste cose rappresentate con parole appropriate, avevano gran peso. Ma la Prussia, quantunque perseverasse nell'alleanza, cominciava a pensare a' casi suoi, siccome quella che essendo lontana dalla voragine, aveva minori cagioni di temere. Bensì l'Austria, che già ardeva ne' suoi proprj stati, per preservare il resto, procedeva con sincerità, e si risolveva a mandar soccorsi gagliardi in Piemonte. L'Inghilterra, che aveva serbato certa sembianza di neutralità sino alla morte di Luigi decimosesto, dopo questa orrenda catastrofe s'era scoperta del tutto, e licenziato da Londra Chauvelin, ministro plenipotenziario di Francia, si preparava alla guerra. Però diè buone speranze al re, promettendo denari, ed efficace cooperazione con le sue armate sulle coste del Mediterraneo. Intanto in Piemonte si compivano i numeri delle compagnìe, si ordinava la milizia, si creavano nuovi luoghi di monti, si gittavano nuovi biglietti di credito, si coniavano monete che scapitavano più della metà del valor loro edittale, pessimo, ma non evitabile rimedio dei mali presenti, e segno troppo evidente dell'improvidenza dei reggitori ai tempi lieti. Nel punto medesimo si provvedevano le fortezze poste ai passi dell'Alpi con ogni genere di munizioni, e si affortificavano le cime del Cenisio e del piccolo san Bernardo. Con questo, usando l'opportunità della stagione, che andò freddissima, e fatti tutti i preparamenti necessarj, si aspettava con incredibile ansietà da tutti qual fosse per essere al tempo nuovo l'esito delle battaglie, dalle quali dipendeva il destino d'Italia e del mondo.

LIBRO TERZO

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