Nuove deliberazioni dei confederati nel 1793. Istanze dell'imperatore d'Alemagna presso al senato Veneziano. Discorso del procurator di San Marco Francesco Pesaro in favore della neutralità armata. Discorso di Zaccaria Vallaresso, uno dei savj del consiglio, in favore della neutralità disarmata. Risoluzione del senato. Deliberazioni di Genova. Pratiche dei confederati con Lione e Marsiglia. Disposizioni militari e politiche dei Francesi. Umori diversi in Italia. Assalto dato a Cagliari di Sardegna dall'ammiraglio Truguet. Paoli muove la Corsica, e la toglie all'imperio di Francia. Guerra sull'Alpi: fatto di Raus favorevole ai regj. Minacce superbe degl'Inglesi a Toscana ed a Genova. Insinuazioni dei medesimi a Venezia. Deliberazione del gran mastro dell'ordine di Malta contro la Francia. Moti considerabili contro il consesso nazionale in varie provincie: Lione e Marsiglia si sollevano. Fatti d'armi. I regj sono respinti dalla Savoia, e da Nizza; Marsiglia è presa, Lione si arrende. Tolone si dà ai confederati. I repubblicani l'oppugnano, e lo prendono di assalto. Spoglio fatto dai confederati nell'andarsene.
La ritirata così subita delle genti regie dalla Savoia e dal contado di Nizza, e la cacciata a forza degli eserciti Tedeschi delle terre Francesi verso il Reno, diedero molto a pensare agli alleati. Tra per questo, e per l'andar sempre più crescendo a cagione delle vittorie, e di più feroci instigamenti l'appetito delle cose nuove, la furia delle menti in Francia, eglino s'accorsero, che assai più dura impresa si avevano per le mani di quanto avevano a se medesimi persuaso; nè mai tanto discapito dalle credenze al fatto aveva la fortuna recato, che pur sì grandi ne suol mostrare, quanto a questi tempi. Bande tumultuarie ed indisciplinate, come le chiamavano, avevano vinto eserciti floridissimi; capitani di poco o nissun nome avevano superato per arte militare generali, che erano in voce dei primi per tutte le contrade d'Europa. Coloro ancora, i quali si erano concetto nell'animo di piantar facilmente le insegne della lega sulle mura di Parigi e di Lione, a mala pena potevano difendere i dominj proprj dagli assalti di un nemico poco prima disprezzato, ed ora vittorioso ed insultante.
Ciò nondimeno i confederati non vollero ristarsi, sperando che coll'andar più cauto, poichè si era conosciuto di quanto fosse capace quella furia Francese, e coll'accrescer le forze proprie, e con l'unione di aliene, si potesse mutar la fortuna, e compensar le perdite passate coi guadagni a venire. Tal è la costanza delle menti Tedesche, che più e meglio ancora che l'impeto, le fa riuscire ad onorate imprese. L'Austria ed il Piemonte, siccome più vicini al pericolo, procedevano con animo più sincero della Prussia, la cui congiunzione con la lega già forse incominciava a vacillare. L'Austria massimamente applicava i pensieri alla preservazione de' suoi stati in Italia, ai quali già si era avvicinata la tempesta, e che sono parte tanto principale della sua potenza. Perlochè si preparavano con molta diligenza tutte le provvisioni necessarie alla guerra, tanto negli stati Austriaci, quanto nel Piemonte, e si tentava ogni rimedio per impedire la passata dei Francesi. Perchè poi i popoli provocati da quelle lusinghevoli parole di libertà e d'uguaglianza, non solamente non si congiungessero con coloro che procuravano la turbazione d'Italia, e non facessero novità, ma ancora sopportassero di buona voglia tutto quell'apparato guerriero, e non si ristessero a tanto romor d'armi, usavansi i mezzi di persuasione. Il più potente era la religione: spargevansi sinistre voci: essere i Francesi nemici di Dio e degli uomini, conculcare la religione, profanare i tempj, perseguitare i sacerdoti, schernire i santi riti, contaminare i sacri arredi, e facendo d'ogni erba fascio, proteggere gl'increduli ed uccidere i credenti. I vescovi, i preti, i frati intendevano accesamente a queste persuasioni; se ne accendevano mirabilmente gli animi del volgo.
Parte essenziale dei disegni della lega erano le deliberazioni del senato Veneziano. L'imperatore conghietturando, che il terrore cagionato dall'invasione di Savoja e di Nizza, e quell'insistere così vicino sulle frontiere del Piemonte di un nemico audace, e che mostrava tanta inclinazione alle cose d'Italia, avessero mosso e disposto il senato a piegarsi alla sua volontà, aveva con efficacissime parole dimostrato, che era oramai tempo di non più procedere con consigli separati, e di pensare di comune accordo alla salute comune. Rappresentavagli, non isperasse preservare lo stato, se quel diluvio di gente sfrenata, valicati i monti, inondasse Italia; voler fare e per se, e per gli sforzi contemporanei del suo generoso alleato il re di Sardegna, quanto fosse in potestà sua per allontanare da quel felice paese tanta calamità; ma esser feroci i Francesi, e gli eventi di guerra incerti, vano pensiero essere il credere, che chi fa spregio dell'umanità e conculca ogni legge divina ed umana, rispetti le neutralità, disprezzare i Francesi la neutralità ed amar meglio un nemico aperto, che un amico dubbioso; avere egualmente in odio le aristocrazìe, che le monarchìe, ed il prestar fede alle protestazioni amichevoli loro essere un volersi ingannare da per se stesso; poter concludere il senato della sincerità loro dai tentativi fatti da loro a Costantinopoli per concitare contro di lui la rabbia Ottomana; poter giudicare della moderazione dalle insolenze già fin d'ora usate in sul mare verso le navi della repubblica, esser sempre disordinata la natura Francese, ma ora per la rivoluzione esser disordinatissima; nè esser di soverchio tutte le forze d'Europa per ostare ad una nazione potente, e presa di pazzia; certamente imprudentissimo consiglio essere il darsi a credere, che ove un popolo sfrenato abbia superato monti difficilissimi, prostrato le forze di un re e di un imperatore, e penetrato nel cuore stesso d'Italia, superbo per indole, superbissimo per vittoria, voglia arrestar l'impeto suo alle frontiere Veneziane, solo per vedere sulli estremi confini scritte le parole di neutralità; non sapere il senato, che tanto sa, quanto sia avida la natura dei Francesi della roba altrui? Queste terre da sì lungo tempo immuni di guerra, questo cielo sì dolce, questi campi tanto fertili, queste colline così feconde, questi palagi così sontuosi, e questi arredi così ricchi non allettar forse con forza irrepugnabile chi già non ha freno in se che lo tenga? e forse non sono in Italia i vizj e le male pesti, che gli ajuteranno? Non sono forse qui gli ambiziosi per dominare, i ladri per rubare, gli scapestrati d'ogni sorte per istraviziare? Nè perturbatrici parole, e piene di atroce influenza non sono forse le parole di libertà e d'uguaglianza, che costoro van gridando per ispogliare chi ha, e per ingannare chi non ha? Forse i popoli non corrono dietro alle novità molto volentieri? e non può più sempre in loro la fortuna che la fede? Chi dà sicurtà al senato, che una prima insegna Francese, la quale si mostri in cima all'Alpi, non mandi improvvisamente sottosopra il Piemonte, il Milanese tutto, e con essi questo felice stato Veneziano? Non empierassi allora ogni cosa di tumulti e di ribellione? Non si portan già quì di soppiatto da uomini audacissimi le scelerate insegne Francesi? e già costoro non si accordano, già non si affratellano, già non corrompono, già non rapportano per ajutare un nemico crudele, per far isgabello alla potenza loro dell'estremo sterminio d'Italia? ad occasione insolita insoliti consigli. Che montano in tanto pericolo le cautele usate un dì, e le gelosìe antiche? Non voler Germania opprimere Italia, esser queste cose dannate dal secolo; bensì voler Germania preservare Italia, e con Italia il mondo, da un sovvertimento totale, da un dominio insopportabile; fugace sempre esser la occasione, ma ora fugacissima; che superare solo il colmo dell'Alpi è pei Francesi vittoria certa, poichè il resto darallo un fiume insuperabile. Questo è, aggiunse l'imperatore, l'estremo dei tempi; il sorger di tutti solo poter esser la salute di tutti, il mancar di un solo la rovina di tutti. Pensasse adunque il senato, e maturamente considerasse la necessità dei tempi, l'infedeltà della Francia, la fede della Germania, la lega proposta, gli ajuti offerti, e l'avvenire, che già già incalzava, e premeva o felice, o funestissimo per sempre.
Il senato Veneziano che per la sua prudenza sempre seppe bene conoscere i tempi, ora male misurandogli, e volendo applicare ad un male nuovo rimedj antichi, rispose, che la repubblica sempre moderata e temperante, voleva esser amica a tutti, nemica a nissuno; che tale mansueto procedere era sempre stato a grado di tutti i principi, e sperava dover essere per l'avvenire, massime nella presente controversia tanto piena di difficoltà e d'incertezza; che quanto ai sudditi, non aveva timore alcuno di novità, stante che conosceva e la fede loro, e la vigilanza dei magistrati; che ammirava bene la costanza dell'imperatore e de' suoi alleati in un affare di tanto pericolo, ma che finalmente si persuadeva, che Sua Maestà Imperiale, considerando bene secondo la prudenza sua la natura del governo Veneziano, avrebbe conosciuto, non dovere lui allontanarsi da quella moderazione, che l'aveva preservato salvo per tanti secoli; ricever somma molestia di non poter deliberare altrimenti; esser parata la repubblica a dar il passo alle genti Tedesche, a sovvenir i confederati di quanto potesse consistere con la neutralità; ma procedere più oltre, e soprattutto implicarsi in guerre con altri, non comportar la fede, la costanza, e la consuetudine della repubblica.
Ma moltiplicando sempre più gli avvisi dei progressi fatti dai Francesi nel ducato di Savoja e nel contado di Nizza, fu ben necessario il pensare a provveder quello, che la stagione richiedeva; e se non si voleva impugnar l'armi per fare una guerra estrema, bisognava bene considerare quanto fosse a farsi per preservar la repubblica dagli assalti forestieri, e dai tumulti cittadini.
Per la qual cosa, convocato straordinariamente il senato, vi si pose in consulta, quali fossero i provvedimenti da farsi per conservar salva la repubblica nell'imminente pericolo dell'invasione dei Francesi in Italia. Francesco Pesaro, procurator di San Marco, uomo il quale e per se, e pel seguito della sua famiglia, era in grandissima fede appresso ai Veneziani, e di cui sarà spesso fatto menzione in queste storie, dal suo seggio levatosi, e stando ognuno attentissimo a udirlo, parlò con gravissimo discorso in questa sentenza: «Se la giustizia più potesse negli uomini, che la forza, voi non sareste quì a deliberare, eccelsi senatori, e della patria amantissimi, se l'innocenza vostra si possa o di per se stessa difendere, o si debba tutelare con l'armi. Imperciocchè tutto il mondo sa, che contenti allo stato vostro, nissun appetito vi costringe a desiderare quello d'altrui, e dappoichè è sorta in mezzo a queste acque la nostra generosa repubblica, piuttosto per la felicità sua, che invitava i forestieri a sottoporsi volontariamente al suo soave giogo, o per fuggire col patrocinio nostro la tirannide altrui, che per forza, o per cupidità di ampliare l'imperio, crebbimo in questa potenza, ed a questo splendore arrivammo, che, se non di terrore, certo è d'invidia agli uomini maravigliati cagione; e se pure qualche volta non provocati impugnammo le armi, ciò fu piuttosto per la salute comune d'Italia, che per acquistar nuovo e non usitato dominio. Ma poichè i disegni degli uomini sono cupi, l'invidia grande, gli appetiti sfrenati, e l'innocenza inerme è sempre stata preda dei potenti, resta per noi a deliberarsi, se in mezzo a tanto romor d'armi, se in mezzo a tante ire ed a sì crudele discordia, se allor quando nazioni potentissime corrono con infinito sdegno l'una contro l'altra, e che tolto ogni rispetto, calpestato ogni diritto, non della scorza, ma del fondo stesso, non di una parte, ma del tutto, non di un danno, ma di un totale sterminio gareggiano fra di loro, noi dobbiamo starcene disarmati alla discrezion loro, ovvero usando quella potenza che Dio ci diede, armarci di modo, che il rispettarci sia pei forestieri necessità, e l'assaltarci pericolo. Nella quale disquisizione tanto mi pare il discorso facile, e la via che dobbiam seguire spedita, che il sentire diversamente da me fia piuttosto semplicità da secol d'oro, che prudenza in un secolo scapestrato. Per verità di che ora si tratta? Forse di provocare, forse di assaltare, forse di trarre ad inopportuna e pericolosa guerra questo felicissimo dominio? Non già: ma solo d'impedire che provocati, che assaltati non siamo, solo appunto di allontanare dalle terre nostre la guerra, e con lei le ingiurie, le ruberìe, e le uccisioni che l'accompagnano; conciossiachè come l'acqua allaga i luoghi bassi, così la guerra allaga i luoghi inermi, ed il migliore stromento di pace in mezzo all'armi mosse, sono appunto le armi. Ciò mostrano e la natura umana più pronta sempre ad ingiuriare che a rispettare, ciò la esperienza dei secoli, ciò nazioni distrutte, perchè trascurata la forza, sulla fede unicamente si appoggiarono. E senza riandare i secoli antichi, vi muovano i freschi esempi. Non vi ricorda ancora, ed ancora non udite i pianti e le querele dei sudditi straziati dai barbari nella fatal guerra, che arse l'Europa sul principiar di questo secolo per la successione di Spagna fra queste medesime nazioni, che ora combattono sì ferocemente fra di loro? Allora la repubblica fu lacerata, perchè inerme; allora i sudditi ricevettero molestie infinite, perchè la repubblica con imprudentissimo consiglio aveva mancato loro della necessaria tutela dell'armi. Ammaestrato da sì crudele esempio il senato armossi nella guerra che venne dopo, e lo stato fu preservato salvo. Ora credete voi che la rabbia fra chi combatte, sia minore adesso che cento anni sono, e che l'efficacia dell'armi impugnate meno possa presentemente di quanto ella potesse, or son quaranta? Certamente nol credete voi; che anzi, se dai brevi saggi che pur testè vedemmo, si dee giudicare, la rabbia è infinita, ed il timore di provocar l'armi della repubblica grande, perchè il pericolo per ambe le parti è, oltre ogni credere, grave, e mira ad un totale esterminio. E non dubitate, poichè ci va troppo posta, che alcune bocche d'artiglierìe veneziane poste ai luoghi forti, ed alcune insegne di San Marco sventolanti sulle frontiere non siano per far istar in dovere coloro, che già romoreggiano, o sarebbero per romoreggiarci intorno. Dio allontani l'augurio, ma io vedo che se Venezia non s'arma, Venezia è perduta, e vedo altresì che s'ella s'arma, ella può essere non solo la salute sua, ma ancora la salute d'Italia, poichè questi forestieri, che per appetito smoderato han sempre fatto campo dei furori loro la misera Italia, non la correranno così a grado loro, quando sapranno essere svegliato e pronto a sorgere il lione Veneziano. Ma poi che sarà? Credete voi d'evitar la guerra, se state senz'armi? Il Francese ed il Tedesco ugualmente recheransi ad ingiuria il non essere stati ajutati, e voi sapete che i pretesti d'offendere non mancano mai a chi nutre pensieri sinistri. E posto eziandio, che per inudito esempio la fede dei governi sia pura, chi vi assicura che se la guerra si conduce sui vostri confini, bande armate degli uni e degli altri non corrano le vostre terre, o per pigliar vantaggi sul nemico, o per far sacco a vantaggio proprio? Le sopporterete voi queste ingiurie senza risentimento? Dove sarà allora l'onor di Venezia fin quì illibato? ed anco ingiuria non vendicata moltiplica le ingiurie. O ne farete voi risentimento? Ma risentimento non armato è nullo per chi fa ingiuria, e dannoso per chi la riceve, perchè essendo di necessità senza effetto, ti scema la riputazione. Io ho vergogna, o senatori, dello andarmi aggirando fra queste supposizioni inonorate, quando penso al valor vostro, alla potenza, ed al nome di questa gloriosa repubblica. Ma pogniamo finalmente che i governi siano fedeli, ed i soldati santi, che certo non è pur poco: come siete voi sicuri, che non si turbi con grandissimo movimento tutto lo stato nostro, se i Francesi arrivano sui confini? Non abbiamo noi quì novatori, non uomini ambiziosi, non avari, non vendicativi, non contaminati sin dentro al cuor loro di perturbatrici dottrine? E se costoro fan novità, e certo la faranno, quando sarà lor porta la occasione, poichè già fin d'ora, che ancora son lontani i sussidi sperati, a mala pena rattengono il veleno loro, che farete voi, se non siete armati? I tumulti eccitati da questa gente pestifera serviran di pretesto ai Francesi per ajutargli, ai Tedeschi per frenargli, e gli uni e gli altri correranno i nostri campi impunemente, se noi per noi non siam capaci di far argine a queste acque furibonde. Farete allor voi guerra? Con che? Farete allor voi pace? Con chi? La sedizione vi condurrà alla guerra, la guerra alla rovina. Odo dire a certe timide persone, che l'armarsi è dar sospetto e pretesto di guerra ad altrui. Ma chi ha mai dannato alcuno, se pon argine alla casa quando il fiume minaccia, o se taglia i tetti quando l'incendio s'avvicina? Superba troppo, ed intollerabile pretensione sarebbe certamente quella di un forestiero, che volesse comandarci come e quando noi dobbiamo assicurare lo stato nostro, e che altra alternativa non ci lasciasse o di starcene disarmati alla discrezion sua, o d'incontrar la sua nimicizia. Per me costui come nemico, e non come amico terrei, ed amerei meglio avere con lui una guerra pericolosa, che può aver buon fine, e sempre avrà onore, che una pace pericolosa, che non può aver se non cattivo fine, e sempre porterà con se una vergogna infinita. Poi la fede di questa inclita repubblica è nota al mondo, ed il mondo sa, se noi siamo vicini inquieti, ambiziosi, ed offensivi, oppur quieti, temperanti, ed amatori del giusto e dell'onesto. In somma per restringere in poche parole quello che sono andato sinora allargando, a me pare, che lo starcene disarmati in mezzo a così rabbioso moto, non sia nè sicuro nè onorato; che l'armarci sia senza sospetto, e necessariamente richiesto all'onore ed alla salute nostra, poichè i consigli onorati sono sempre i più sicuri, e la riputazione è gran parte della forza. Per la qual cosa io opino, che si fornisca l'erario, che si allestisca il navilio, che si levino le cerne, e che alcun polso di Schiavoni sia chiamato a tutelare le cose di Terra Ferma. A questo io penso, che si debba dichiarare alle potenze belligeranti, che il senato costante sempre nel suo procedere pacifico, vuol conservarsi fedele ed amico a tutti, e che i moderati apparecchi d'armi mirano piuttosto e solamente a conservazione di pace, che a dimostrazione di guerra».
Grande impressione fecero nella mente del senato queste parole gravemente dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente tutti i fondamenti, che nel deliberare le imprese principalmente considerare si debbono. Al contrario parlò con singolare eloquenza il savio del consiglio Zaccaria Vallaresso, a un di presso in questi termini: «Non è stato mai costume di coloro, che s'intendono dello stato, il giudicare dalle apparenze esteriori delle cose, nè da certi bollori d'opinioni, che presto sfumando se ne vanno in dileguo, lasciando in fondo la realtà. Queste apparenze, e questi fumi sono a guisa d'un nugolo, il quale vela con false forme il vero, ma in breve ora sparendo, lascia nel loro aspetto naturale i monti e le campagne. Grande certo, anzi infinito è l'amore del mio avversario verso questa nostra felicissima patria, grande l'ingegno, e grande altresì la sperienza del mondo; ma mi pare, anzi certo sono, che nel presente caso egli adombri, e si lasci svolgere da un fantasma, da un nugolo, da un'apparenza fallace. Il quale nugolo io voglio dagli occhi vostri, ed anche da' suoi, se possibil fia, sgombrare con mostrarvi la verità. Ed in primo luogo io vi dirò, che il timore è sempre stato mal consigliere; e che il timore sia quello che offusca l'intelletto del procurator Pesaro, quantunque di animo costante e sano, dimostranlo gli spaventi nati per la recente invasione di Nizza e della Savoia. Adunque un Pesaro si lascia ire alla corrente, adunque opina col volgo pazzo, adunque fa caso degli sgomenti delle donnicciuole? e che grave caso è ella mai la mentovata invasione? l'essersi perduto un paese che sempre si perde, quando nasce guerra tra il re Sardo e Francia, e che esso re nè può, nè vuole difendere! Mi maraviglierei ben io, se quelle terre si fossero conservate, non tanto che mi spaventi, perchè si sono perdute. Credete voi che le frontiere militari d'Italia siano, come le politiche, il Varo, e l'umile fiumicello che bagna Sanparigliano? mai no: le frontiere militari sue sono i monti smisurati, che la natura pose fra lei e la Francia, sono quei ghiacci eterni, quelle nevi altissime, quelle rupi senza via, quei passi stretti e difficili. Ora, se così è, qual timore può far tanto che si creda, che i Francesi, quantunque audaci, possano, ora che s'avvicina l'inverno, superar quello che sarebbe difficilissimo a superarsi anche ai tempi più caldi? Grossi sono e valorosi gli eserciti Sardi; grossi e forti quelli che loro giungono in ajuto dall'Alemagna, e le fortezze del Piemonte poste ai luoghi più opportuni nel cuore stesso, ed a tutte le sboccature dell'Alpi, danno ancor maggior sicurezza. Da tutto questo si può inferire, che il superar l'Alpi pei Francesi sarà in ogni tempo impresa difficilissima, ed in questi sei mesi impossibile. Dico poi, che nel presente caso chi vince per sei mesi, vince per sempre; perciocchè non è da dubitare che lo stato popolare introdotto presentemente in Francia, non sia in breve tempo per dissolversi; perchè la storia dimostra, che quella foggia di governo, breve persino nei paesi piccoli, non può a nissun modo sussistere ne' vasti territorj. Al che se si aggiunge l'abitudine del lungo vivere dei Francesi sotto la monarchìa, la loro natura pronta e volubile, la feroce tirannide che ora gli opprime, le confiscazioni, gli esilj, le decapitazioni de' migliori e de' più assennati cittadini, ogni cosa in incerto, ogni cosa piena di terrore, facilmente verrassi a conoscere, che quello stato avrà corta vita; poichè le sette armate vi sorgeranno, la guerra civile ajuterà l'esterna, e la Francia assalita dentro da partigiani arrabbiati, fuori da eserciti potenti, non solo non sarà in grado di opprimere Italia, ma gran fatto sarà, se non fia oppressa ella stessa. Sperate nei luoghi forti, sperate negli eserciti gagliardi, sperate nella tirannide altrui, che sarà mantenitrice della libertà d'Italia, e del benigno vivere nostro. Poterono i nostri maggiori facilmente, e senza pericolo metter su eserciti a fine di mantener la neutralità, e certo il fecero con provvido consiglio; ma allora l'erario era ricco, e poteva di per se sopperire alla voragine militare; mentre ora trovandosi esausto per le anteriori neutralità armate, pei racconci dei fiumi, pei contagi di Dalmazia, per la spedizione di Barbaria, a mala pena potrebbe bastare, e fia forza prestanziare i popoli, che gravati per modo insolito potrebbero risentirsi e pensare a novità. Questo toccar dei cofani riuscirebbe al certo più pregiudiziale, che le pazze dicerìe, che ci vengono di Francia. Oltre a ciò i mari aperti e sicuri, intrattengono ora per la frequenza del commercio i sudditi, arricchiscono le famiglie, conferiscono splendore, vigore, e potenza allo stato; ma se i Francesi dan volta a motivo delle minacce vostre, e certo la daranno, perchè e' sono superbi ed amatori di preda, diventeranno chiusi i mari, interrotti i traffichi, l'ozio darà luogo ai discorsi, la povertà alle male voglie, e tra pel danno emergente delle imposte, e il lucro cessante dei traffichi, si spargeranno dissidj e semi pestiferi in queste medesime popolazioni, che finora non si sono mai partite da quell'affezione, che sempre hanno avuta verso la repubblica. Così per volere il meglio avrete il peggio, ed avrete introdotto le turbazioni nei più intimi penetrali dello stato con quei medesimi mezzi, coi quali proposto avevate di allontanarle. Nè non senza efficacia nella presente trattazione è il pensare, che se la repubblica è armata, si accresceranno i desiderj ed i tentativi delle parti contendenti, per congiungersela con esso loro, e per questo ogni modo di richiesta, di offerta, d'insidie ed anche di offese, sarà posto in opera per farla pendere dall'un de' lati. I quali tentativi se l'armi fan nascere, l'armi ancora non lasciano tollerare, perciocchè l'uomo armato è più pronto al risentimento, e peggior estimatore dei casi avvenire, che quello il quale armato non è; perchè l'armi accrescono la superbia, e fan che l'uomo creda di potere più di quello che può. Sono l'armi pericolose sempre al maneggiarsi, e chi le maneggia non sa dove sia per riuscire; perchè con esse la prudenza è muta, e se tu cominci, il futuro non è più in potestà tua. Certo io non mi fido più del mio avversano nelle lusingherìe, nella fede, e nelle promesse altrui; ma per questo medesimo io non voglio sollecitar le ire dove già la fede è incerta, ed al postutto meglio è fidarsi di governi ordinati, che di governi disordinati, ed il fine della lega è spegnere un governo disordinato. La lega farallo, perchè lo può fare, e certamente non avrà per male che noi lontani dal campo dove si combatte, noi pacifici da sì lungo tempo, noi temperanti per natura e per consuetudine, noi amici di tutti e nemici di nessuno, conserviamo studiosamente quella quiete, che stata è sempre il principal fine dei desiderj nostri; che troppo infelice sarebbe la condizione dell'umana generazione, se, ove nasca guerra in un lato, tosto abbiano a sorgere armi ed armati da tutte le terre del mondo. E' deesi dare qualche cosa alla umanità, qualche cosa all'innocenza, qualche cosa alla giustizia, nè penso che esse siano ancora del tutto sbandite dalle scene umane; che se così fosse, invano staremo noi quì a deliberare, e non credo che alcuni pochi cannoni Veneziani ci potessero salvare. Adunque fatte tutte queste considerazioni, ed avuto ad ogni cosa riguardo, io porto opinione, che continuando nel pacifico stato nostro, ed abborrendo dal tirare con preparazioni imprudenti nel dominio Veneziano una guerra di tanto pericolo, nissuna dimostrazione militare si faccia, e si protesti, volere la repubblica vivere in buono ed amichevole stato con ognuno».
Questa orazione del Vallaresso fu udita con grande inclinazione dalla più parte dei senatori soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della pace. Lo stesso Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di svegliati pensieri, si lasciò svolgere dall'eloquenza dell'avversario, e venne nella opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con unanime consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi il Savio di Terra Ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la rovina della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi umani non si potrebbe affermare, che il consiglio contrario l'avrebbe condotta a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella perisse, certo è almeno che sarebbe perita onoratamente, e con fine degno del suo principio.
Le medesime deliberazioni fece la repubblica di Genova per la vicinanza di Francia, per l'integrità dei traffichi, e pel timore del re di Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in Corsica. Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli, richiamatovi dall'assemblea constituente: godevasi quietamente il restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà, ogni cosa a soqquadro in Corsica, come l'avevano messa in Francia. Sdegnossene Paoli: sepperlo i confederati. Con lettere e con parole esortatorie lo stimolarono, non permettesse, che la sua patria fosse preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse, essere i Francesi quelli stessi nemici contro i quali aveva già sì generosamente combattuto; considerasse, avere allora i medesimi voluto opprimere la libertà del suo paese con introdurre uno stato civile, ora volervi introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensasse, quanto fosse pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il glorioso suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose, esortasse, levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova libertà, nuove benedizioni di popoli.