Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana affinchè si aderisse alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza frutto. Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti ajuti, ed ingrandimento di stato a pregiudizio dell'imperatore. Ma i tentativi di Costantinopoli mettevano sospetto, lo stato disordinato della Francia non dava confidenza, l'Austria sì vicina, sì potente, e già penetrata pel passo concesso quasi dentro alle viscere della repubblica recava timore, e quel perpetuo pagar lo scotto dei minori, quando si mescolano nelle differenze fra i maggiori, teneva gli animi sospesi, e lontani dall'entrar in un mare di tanto pericolo. Perseverò adunque il senato nella neutralità, offerendo ai Francesi quelle medesime agevolezze negli stati Veneti, che erano state concedute alle potenze confederate.
Parte principalissima della lega, tra per la forza de' suoi eserciti, e per la situazione del suo dominio, era certamente il re di Sardegna. Adunque i capi del governo Francese assai volentieri piegarono l'animo a pruovare, se potessero con promesse guadagnarsi la sua amicizia. A questo fine furono introdotti alcuni negoziati segreti tra un agente di Robespierre per parte della Francia, ed il conte Viretti per parte del re. Aveva il conte Viretti grande introduzione in tutte le faccende importanti, benchè di governare le cose di stato avesse piccolo intendimento. Ricercava Robespierre il re, che si alienasse dall'amicizia dell'imperatore, cedesse Savoia e Nizza, desse il transito libero all'esercito di Francia, unisse le sue armi a quelle della repubblica, od almeno se ne stesse neutrale, purchè solo desse il passo. Prometteva poi che gli sarebbero assicurati gli stati, e quanto si conquistasse in Italia a danni dell'imperatore. A questo aggiungeva, che se il re consentisse a cedere la Sardegna alla Francia, gli sarebbe dato in compenso lo stato di Genova, e che ogni giorno più apparirebbero dimostrazioni evidenti dell'amicizia della repubblica verso di lui. Il re, che era animoso, e sapeva anche del cavalleresco, non volle mai udire pazientemente le proposte di fare collegazione con Francia, nè accettare le speranze che gli si proponevano, aggiungendo parole, certo molto prudenti, che non si voleva fidar dei giacobini. Così rifiutati del tutto i consigli quieti, sorse più ardente l'inclinazione alla guerra.
Mentre così andavano i repubblicani di Francia lusingando i potentati d'Italia per conciliarsi l'amicizia loro, non cessavano per uomini a posta e per mezzo dei loro giornali, che pure malgrado della vigilanza dei governi ad interrompergli, s'insinuavano nascostamente in ogni luogo, a spargere mali semi nei popoli, con invasargli dell'amore della libertà, e con incitargli a levarsi dal collo il giogo degli antichi signori. Queste instigazioni non restavano senza effetto, perchè di quella libertà nella lontana Italia si vedevano soltanto le parole, e non bene se ne conoscevano i fatti. Le parti nascevano, le sette macchinavano accordi, le fazioni tumulti. Ma non fia senza utilità il particolarizzare gli umori che correvano a quei tempi in Italia, acciocchè i posteri possano distinguere i buoni dai tristi, conoscere i grandi inganni, e deplorare le debolezze fatali. Adunque in primo luogo gli uomini si erano generalmente divisi in due parti, quelli che parteggiavano pei governi vecchi, detestando le novità, e quelli che parteggiando pei Francesi desideravano mutazioni nello stato. Fra i primi alcuni così opinavano per fedeltà, alcuni per superbia, alcuni per interesse. Erano i fedeli i più numerosi, fra i quali chi per tenerezza verso le famiglie regnanti, e questi erano pochi, chi per bontà di giudizio o per esperienza delle azioni umane, il numero dei quali era più largo, e chi finalmente per consuetudine, e questi erano i più. Fra i superbi osservavansi principalmente i nobili, che temevano di perdere in uno stato popolare l'autorità ed il credito loro. Tra questi, oltre i nobili, mescolavansi anche non pochi popolani che volevano diventar nobili, od almeno tenere i magistrati. Per interesse poi abborrivano lo stato nuovo tutti coloro che vivevano del vecchio, e questi erano numerosissimi: a costoro poco importava la equalità o la non equalità, la libertà o la tirannide, solo che si godessero, o sperassero gli stipendj. Si aggiungevano i prelati ricchi ed oziosi, per interesse, i preti popolari e buoni, per amor della religione. In tutti poi operava una avversione antica contro i Francesi, nata per opera dei governi Italiani sempre sospettosi della potenza di quella nazione, e del suo appetito di aver signorìa in Italia.
Di tutti quelli che fino a qui siamo andati descrivendo, alcuni erano utili ai governi, alcuni disutili, alcuni dannosi. Gli utili erano gli uomini intelligenti di stato, e pratichi del mondo, i quali ajutavano i principi coi buoni consigli. Utilissimi erano poi i preti popolari, ed i popoli da loro ammaestrati. Solo si sarebbe desiderato che avessero usato maggior temperanza nel dire, perchè magnificando di soverchio le cose di Francia, scemavano appresso a molti fede alle parole loro, ed operavano che non credessero loro neanco la verità.
I disutili apparivano gli amatori teneri delle persone principesche, soliti ad adulare nella fortuna prospera, ed a piangere nell'avversa.
I dannosi erano i nobili ed i prelati ambiziosi, i quali credevano di render più sicuro lo stato loro coll'esagerarlo, e si proponevano di far argomento di gran fiducia con mostrar maggiore insolenza. Il frenargli non pareva buono ai governi, perchè temevano e di alienar coloro, di cui avevano bisogno, e di mostrar debolezza ai popoli.
L'odio di costoro principalmente mirava contro gli uomini della condizione mezzana, nei quali supponevano dottrine per lettura, orgoglio per dottrine, autorità col popolo per contatto. Gli uni chiamavano gli altri ignoranti, insolenti, tiranni; gli altri chiamavano gli uni ambiziosi, novatori, giacobini, e tra mezzo ad ire sì sfrenate, non trovando gli animi moderazione, ed introdotta la discordia nello stato, si preparava l'adito ai forestieri.
Ora per raccontar di coloro che inclinavano ai Francesi, od almeno desideravano, che per opera loro si facessero mutazioni nello stato, diremo, che per la lettura dei libri dei filosofi di Francia era sorta una setta di utopisti, i quali siccome benevolenti, ed inesperti di queste passioni umane, credevano esser nata una era novella, e prepararsi un secol d'oro. Costoro misurando gli antichi governi solamente dal male che avevano in se, e non dal bene, desideravano le riforme. Questa esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini, e siccome le speculazioni filosofiche, che son vere in astratto, allettavano gli animi, così portavano opinione, che a procurar l'utopìa fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto quelle speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che la felicità umana potesse solo, e dovesse consistere nella verità applicata. Atteso poi che il governo della repubblica pareva loro assai più conforme a quelle dottrine filosofiche, che quello della monarchìa, parteggiavasi generalmente per la repubblica; ognuno voleva essere, ognuno si vantava di esser repubblicano, cioè amatore del governo della repubblica. I Francesi avevano a questi tempi statuito questa maniera di governo; il che diè maggior fomento alle nuove opinioni, trovando esse appoggio in un fatto, che veduto di lontano, e consuonando coi tempi, pareva molto allettativo. Queste radici tanto più facilmente e più profondamente allignavano, quanto più trovavano un terreno bene preparato a riceverle ed a farle prosperare, massime in Italia, a cagione della memoria delle cose antiche; le storie della Grecia e di Roma si riandavano con diligenza, e maravigliosamente infiammavano gli animi. Chi voleva esser Pericle, chi Aristide, chi Scipione, e di Bruti non v'era penuria; siccome poi un famoso filosofo Francese aveva scritto, che la virtù era la base delle repubbliche, così era anche nata la moda della virtù. Certamente non si può negare, ed i posteri deonlo sapere (poichè non vogliamo, per quanto sta in noi, che le opinioni contaminino coll'andar dei secoli le virtù), che gli utopisti di quei tempi per amicizia, per sincerità, per fede, per costanza d'animo, e per tutte quelle virtù, che alla vita privata si appartengono, non siano stati piuttosto singolari, che rari. Solo errarono, perchè credettero, che le utopìe potessero essere di questi tempi, perchè si fidarono di uomini infedeli, e perchè supposero virtù in uomini che erano la sentina de' vizj.
Costoro, così affascinati come erano, offerivano fondamento ai disegni dei repubblicani di Francia, perchè avevano molto seguito in Italia; ma fra di loro non tutti pensavano allo stesso modo. I più temperati, ed erano il maggior numero, avvisavano, non doversi movere cosa alcuna, ed aspettavano quietamente quello che portassero i tempi. Altri più audaci opinavano, doversi ajutar l'impresa coi fatti; e però s'allegavano, tenevano congreghe segrete, ed avevano intelligenze in Francia, procedendo a fine di un bene immaginario con modi degni di biasimo.
A tutti questi, come suol avvenire, s'accostavano uomini perversi, i quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di virtù, di repubblica, di libertà, d'uguaglianza. Di questi alcuni volevano signoreggiare, altri arricchire; gli avidi, gli ambiziosi eran diventati amici della libertà, e nissun creda che altri mai abbia maggiori dimostrazioni fatto d'amor di patria, che costoro facevano. Essi soli erano i zelatori, essi i virtuosi, essi i patriotti, ed i poveri utopisti eran chiamati aristocrati; accidenti tutti pieni di un orribil avvenire; imperciocchè non solamente pronosticavano mutazioni nello stato vecchio, ma ancora molto disordine nel nuovo.