I buoni utopisti intanto non si svegliavano dal forte sonno, e continuavano nelle loro beatitudini, non che scusassero le enormità di Francia, che anzi le detestavano, ma stimavano fra breve dover cessare per far luogo alla felicissima repubblica. Fra loro i migliori, e quelli che non andavano presi alle grida, sapevano che non si poteva mutar lo stato senza molte calamità, nè ignoravano che la presenza in Italia di una gente inquieta, non poteva portar con se se non un diluvio di mali; ma si consolavano col pensare che i Francesi, come incostanti, avrebbero finalmente lasciato Italia in balìa propria, e con quel reggimento politico che più si desiderava. A tutto questo si aggiungevano altri stimoli: credevano, i governi Italiani aver certamente bisogno di riforme, ma molto più ancora credevano, qualunque fosse il modo di governo che si avesse ad ordinare, che l'Italia abbisognasse di sottrarsi a quell'impotente giogo, a cui era posta da tanti secoli, e di risorgere a nuova vita, ed a nuova grandezza, nel qual pensiero erano infiammatissimi. Spargevano, esser venuto il tempo, che Italia pareggiasse Germania e Francia per potenza, come le pareggiava per civiltà, e per dottrina; dovere l'Italia moderna assomigliarsi all'antica; quei governi vieti ed umilianti non esser pari a tanto disegno, quelli spartimenti di stati essere pregiudiziali alla independenza; assai e pur troppo aver corso i forestieri a posta loro l'Italia; doversi finalmente alzar l'animo a più larghi pensieri; ora dovere questa nobile provincia aver tali condizioni, che la speranza della debolezza sua non dia più ai forestieri ardire di assaltarla; e poichè la libertà comune non si poteva conseguire se non con un rivolgimento totale, così questo doversi meglio desiderare che fuggire. A che montare mali passeggieri in soggetto di perpetua felicità? Benediranno, aggiungevano, benediranno i posteri con infinite laudi coloro, ai quali non rifuggì l'animo d'incontrar mille pericoli, di soggettarsi a calamità senza fine per creare un beato vivere all'Italia.
Era fra i zelatori di novità una rara spezie; quest'era di ecclesiastici di buoni costumi, e di profonda dottrina, i quali nemici alla potenza immoderata dei papi, che chiamavano usurpata, s'immaginavano, che come in Francia essa era stata distrutta, così sarebbe in Italia, se i Francesi vi ponessero piede. A questi pareva, che il governo popolare politico molto si confacesse con quel governo popolare religioso, che era in uso fra i Cristiani nei tempi primitivi della chiesa. Gridavano, essersi accordati i papi coi re per introdurre la tirannide nello stato e nella chiesa; doversi i popoli accordare per introdurvi la libertà con ritirare l'uno e l'altra verso i suoi principj. I giovani allievi delle scuole di Pavia e Pistoia avevano, e propagavano queste dottrine. Fra i vecchi poi ve n'erano anche de' più pertinaci nelle opinioni loro, e questi per l'autorità che avevano grandissima, mettevano divisione fra la gente di chiesa.
A tutte queste sette si aggiungeva quella degli ottimati, o vogliam dire, per parlar secondo i tempi, la setta aristocratica, la quale avida anch'essa del dominare e nemica ugualmente alla autorità reale ed all'autorità popolare, sperava, che in mezzo alle turbazioni potesse sorgere la sua potenza. Questi settarj avvisavano, che lo stato popolare si volge sempre all'aristocrazìa, per l'autorità che danno necessariamente le ricchezze, le dottrine, la esperienza e la celebrità del nome; e non dubitavano che debilitata, o spenta l'autorità reale, e male ordinata quella del popolo, avesse a nascere l'anarchìa, per fuggir la quale il popolo suol sempre ricorrere all'autorità dei pochi. Fra questi erano quei nobili massimamente, che, ragguardevoli per ricchezze, e per virtù, non tenevano i magistrati, e se ne vivevano lontani dalle corti. Desideravano le novità, ma siccome quelli, che erano astuti e pratichi del mondo, ed anche pretendevano dignità ad ogni proceder loro, non macchinavano, anzi se ne stavano in disparte ad aspettar quietamente quello, che la fortuna si cacciasse avanti; imperciocchè non ignoravano, che a chi comincia, sempre mal n'incoglie, e che la necessità senza nissuna cooperazione loro avrebbe indotto il loro dominio. Così costoro nè ajutavano, nè disajutavano la potenza reale che pericolava, e aspettavano la loro esaltazione dalla potenza popolare che loro era nemica.
Tal'era la condizione d'Italia: i buoni esperti volevano la conservazione per previdenza di male, i buoni inesperti volevano le novità per isperanza di bene; i malvagi desideravano rivoluzioni per dominare e per succiarsi lo stato; il clero stesso parteggiava; dei nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed insolenti, e per l'insolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni nel popolo; altri finalmente poco fedeli, ma prudenti, aspettavano quietamente le occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni s'indebolivano continuamente i fondamenti dello stato; pure la massa dei popoli perseverava sana, ed avrebbe potuto essere di grande appoggio a chi avesse saputo usarla prudentemente, e fortemente.
Narrati i preparamenti, le trame, e le speranze d'ambe le parti, ora descriveremo gli accidenti che portò seco la fortuna dell'armi: nella quale trattazione si dovrà sempre por mente, che in quest'anno intenzione dei Francesi non era di farsi strada in Italia per forza, se non nel caso in cui la fortuna avesse loro scoperto occasioni molto favorevoli; perciò disegnavano di starsene sulla guerra difensiva, mentre dall'altro canto gli alleati volevano ad ogni modo, usando la offensiva, penetrare nell'interno della Francia.
I Francesi, prevedendo una guerra vicina coll'Inghilterra e la Spagna, potenze forti sull'armi navali, e volendo usare la breve signorìa che restava loro nel Mediterraneo, avevano ordinato una spedizione contro l'isola di Sardegna. Speravano che qualche moto interiore avrebbe ajutato l'impresa, che era per loro di grand'importanza, perchè l'avere un rifugio nei porti di Sardegna nel caso di guerra marittima e di burrasche, era stimato utilissimo; poi i fromenti che l'isola produce in abbondanza, offerivano un opportuno ristoro alle coste della Provenza sterili per se stesse, e non sicure per la presenza dei nemici sul mare. A questo dava anche fomento il considerare, che per l'autorità di Paoli, la Corsica si commoveva contro il governo testè ordinato in Francia. Si argomentava essere necessaria la possessione della Sardegna per conservar quella della Corsica, che già pericolava. Stimolato da questi motivi il governo di Francia avea messo in ordine un'armata nel porto di Tolone, composta di ventidue navi da guerra, fra le quali se ne noveravano diecinove grosse di fila; e per combattere su terra, ed usar le occasioni che si appresentassero, vi aveva imbarcato seimila soldati atti a combattere nelle battaglie stabili di terra. Questa mole guerriera dovevano seguitare molte navi da carico per imbarcarvi i fromenti, e trasportargli in Francia. Il governo di sì fiorita spedizione fu dato all'ammiraglio Truguet: laonde, trovandosi ogni cosa in pronto, ed appena giunto l'anno 1793, l'armata Francese salpando da Tolone, se ne veleggiava con vento prospero verso la Sardegna; vi giunse prima del finir di gennajo, ed il dì ventiquattro del medesimo mese pose l'ancora, mostrando un terribile apparato, nel porto di Cagliari; nè ponendo tempo in mezzo, l'ammiraglio mandò un uffiziale con venti soldati a far la chiamata alla città. Quì, secondo che narrano gli scrittori Francesi più degni di fede, nacque il medesimo caso che già abbiamo deplorato di Oneglia, cioè che i Sardi, veduto avvicinarsi il palischermo sul quale era inalberata la nuova insegna dei tre colori, trassero sì che l'uffiziale, e quattordici soldati restarono morti, e la più parte degli altri feriti. L'ammiraglio pose mano a fulminare, ed a bombardare la piazza con tutto il pondo delle sue artiglierìe. Nè i difensori se ne stettero oziosi; spesseggiando coi colpi, e traendo con palle di fuoco contro le navi Francesi, sostenevano una ferocissima battaglia. Questo assalto durò tre giorni con poco danno dei Sardi, ma con gravissimo dell'armata Francese, della quale una nave grossa arse, e due andarono di traverso. Le altre o rotte sconciamente nel corpo, o lacerate negli arredi, a stento potevano mareggiare. In questo mentre, oltre il presidio che combattè egregiamente, massime i cannonieri, arrivarono i montanari, che già si erano mossi quando dall'alto avevano veduto avvicinarsi l'armata nemica; ed ora essendo stati distribuiti ai luoghi più opportuni, minacciavano di rincacciare e di uccidere chiunque si attentasse di sbarcare; memorabile esempio di fedeltà civile, e di virtù militare. Nè fu inutile l'opera loro, poichè i Francesi, mentre più ardeva la battaglia, avevano posto piede a terra nei luoghi circonvicini, sperando di far muovere i popoli a favor loro, od almeno, dando diversi riguardi e spartendo le forze nemiche, di far rallentare la difesa della città, nella quale consisteva tutta l'importanza del fatto. Ma coloro che sbarcarono o restarono uccisi, o costretti dai montanari si ricoverarono precipitosamente alle navi. Così restò vana la fatica ed il desiderio dell'ammiraglio di Francia. Perderono i Francesi in questo conflitto circa seicento buoni soldati. Dal canto dei Sardi, cinque solamente furono uccisi, pochi feriti. Nè Cagliari ricevè danno proporzionato a tanto bersaglio; solo i sobborghi situati di sotto e più vicini al mare patirono. L'ammiraglio, veduto che gl'isolani, nei quali aveva posto la principale speranza, non solamente non avevano fatto movimento in suo favore, ma ancora avevano validamente combattuto contro di lui, disperato dell'evento, si allargò nel mare lontano dalla portata delle batterìe, quantunque tuttavia stanziasse ancora con le sue navi, così lacere come erano, per qualche tempo nelle acque del golfo di Cagliari. Ma poco stante, non essendo senza sospetto di ammottinamento ne' suoi soldati, come suole avvenire nelle disgrazie, e levatasi una furiosa tempesta, se ne andò di nuovo a porre nel porto di Tolone, dove l'attendevano casi ancor più tremendi.
Mentre in tal modo una guerra viva si era accesa e presto spenta sulle coste di Sardegna, le cose della Corsica non passavano quietamente: la perdita medesima dell'impresa di Cagliari diè fomento a coloro, che scontenti del governo di Francia macchinavano di rivolgere lo stato. Mosso dall'odio antico e dall'ingiurie recenti, andava Paoli sollevando ed armando le popolazioni, massimamente nei luoghi montuosi ed inaccessi. Al qual disegno gli preparavano la strada la chiarezza del suo nome, la venerazione in cui lo avevano i Corsi, le esorbitanze dei repubblicani. Pubblicava, essere oramai venuto il tempo di levarsi dal collo la superiorità Francese stata sempre intollerabile, ed ora per l'insolita ferocia diventata intollerabilissima; lo sdegno di tutta l'Europa, e la rabbia interna, che consumava la Francia, aprir l'adito a compire quello che una volta impedirono i fati inesorabili; afferrassero la fortuna propizia, si liberassero dai tiranni, acquistassero la independenza, fondassero la libertà; bastare quelle anime forti, bastare quei corpi robusti all'onorata impresa, ma per soprappiù già muoversi in ajuto loro la potente Inghilterra; avere l'Inghilterra forza sufficiente per ajutare la libertà d'altri, non sufficiente per opprimerla; cacciassero quei crudeli stromenti mandati da una crudelissima assemblea a taglieggiare, a decimare la generosa ed innocente Corsica; cacciassero, o tuffassero nel mare i Casabianca, i Saliceti, gli Arena con tutti gl'infami satelliti loro; già titubare i loro eserciti, già cercar rifugio ai luoghi forti del lido, pronti a salpare, già fuggire dalle terre di Sardegna la vinta armata loro, già a pena trovar ricovero lacera e conquassata nel porto di Tolone. Sorgessero adunque, e mostrassero al mondo, non essere spenti in loro quei generosi spiriti, che detestarono una vendita infame, e combatterono con tanta gloria il compratore.
Queste esortazioni fatte da un uomo di tanta autorità, e tanto eminente sopra il grado privato, producevano effetti incredibili. Le secondavano col credito e con le persuasioni coloro, che erano o amatori della libertà, o fastiditi della signorìa di Francia, o dipendenti dall'Inghilterra. I montanari mossi alla voce del mantenitore della libertà Corsa, calavano in folla, pronti a combattere sotto le sue insegne contro gl'intemperanti repubblicani. Le stesse città principali di Corte, e di Ajaccio, mutato l'ordine pubblico, accettavano il nuovo governo, rivocavano dal consesso nazionale di Francia i loro deputati, chiamavano Paoli generalissimo delle genti, ribandivano i fuorusciti, restituivano il clero nella pristina condizione, e fatto un grosso di miladugento soldati bene armati s'impadronivano delle riposte pubbliche, ed assaltavano le genti della repubblica. I soldati repubblicani sorpresi da tanto tumulto, e ad impeto sì improvviso, fatto prima un poco di testa ai luoghi più forti, si ritirarono nelle fortezze di Bastìa, e di San Fiorenzo. Era sorta intanto la guerra tra la Gran Brettagna, e la Francia, accidente di sì supremo momento per ambe le parti. Ne pigliavano nuovi spiriti quei Corsi, che aderivano a Paoli, e detestavano il nome di Francia.
Intanto per dar forma al governo nuovo, e ricompor quello che il disordine dei popoli tumultuanti aveva scomposto, Paoli aveva adunato una consulta, che procedendo secondo i tempi, gli conferiva potestà di fare quanto credesse necessario alla conservazione della libertà, ed alla salute del popolo. Nel tempo medesimo bandiva sotto pena di morte i commissarj di Francia Casabianca, Saliceti ed Arena.
Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli, si conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti ed Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo stato e castigar i ribelli. Mandarono al general Lacombe Saint-Michel, anch'esso rappresentante, come dicevano, del popolo, adunasse prestamente quanti soldati stanziali, quante guardie nazionali, quante genti d'armi, e quanti marinari abili all'armi potesse, e marciasse contro i ribelli. Obbediva agli ordini Lacombe; nel medesimo tempo i commissarj del consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli, e contro coloro che a lui si aderivano, gli chiamavano uomini vili, traditori della patria, prezzolati dall'avara Inghilterra; invitavano le popolazioni a conservarsi in fede, ad accorrere con le armi per assicurare a se non quella contaminata libertà antica, ma la nuova, la sola, la vera, quella che fondata era sui diritti dell'uomo; questa non poter dare, anzi a lei esser nemica l'Inghilterra; sola la Francia difenditrice dei dritti eterni, poterla dare; si ricordassero del dolce dominio col quale la Francia le aveva sempre rette, della fratellanza nata, degl'interessi fatti comuni; conoscere loro la Francia, e sapere con quali termini si potesse vivere con lei; non conoscere l'Inghilterra, anzi conoscerla troppo bene, e sapere esser sempre venditrice così del bene, come del male; quei mercanti superbi, vantatori essere di una libertà dubbia in casa loro, mantenitori aperti di una tirannide certa in casa altrui; non sopportassero di diventar fautori della tirannide universale, alla quale mirava l'Inghilterra; fossero Francesi, fossero Corsi, non fossero Inglesi; si ricordassero, che una nuova via e non mai più udita era aperta al mondo per arrivare alla felicità, e questa tenere la generosa Francia. Aggiungevano a queste esortazioni parole terribili e gonfie, secondo il solito, minacciando castigo inevitabile, e prigioni, e confische, e morti a chi contrastasse. Alcuni mossi dall'amore nè del bene nè del male, ma solo dall'amor delle parti, che e per antica consuetudine, e per natura tenace dei popoli sono sempre e vive e perpetue nelle isole, seguitavano le insegne Francesi. Altri si conducevano alla medesima deliberazione per desiderio di libertà, credendo, che là fosse dove non era, ed altri finalmente per cupidità di commetter male in mezzo alle turbazioni.