La conquista di Saorgio e del colle di Tenda diede in mano dei repubblicani tutti i mezzi della guerra Alpigiana, ed altri fondamenti non restarono alla sicurezza degli stati del re posti verso Italia, che le fortezze situate alle sboccature delle valli. Per questo cambiossi del tutto la condizione della guerra; perchè i repubblicani stavano superiormente in atto d'assalitori, i regj pel contrario in atto di difensori, ed i vantaggi che questi avevano acquistato sul principiar della guerra di quest'anno, caddero in mano di quelli. Tanto fu l'effetto dell'impeto dei Francesi, e dello aver preso il passo pei territorj della repubblica Genovese.

Tutte queste fazioni molto perniziose allo stato del re, tanto maggior terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte le male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo stato da uomini condotti da illusioni funeste ma che niun mezzo avevano di arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri si giudicò più rimessamente; moderazione degna di grandissima lode in mezzo a tanti sdegni, ed a tanti terrori. Tanto erano commendabili per la consuetudine, sebbene imperfetti per le forme, gli ordini giudiziali di quel regno, e tanto integri i magistrati, dappoichè Vittorio Amedeo secondo, moderata la potenza della nobiltà, aveva ridotto le cose ad uno stato più tollerabile di giustizia, e di equalità civile.

Vittorio, perduta la metà degli stati, e le principali difese dell'Alpi, faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema rovina. Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque grado o condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a procurarsi armi e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni quattro, e si tenessero pronti a marciare al primo tocco di campana a martello; fossero retti, e divisi in isquadroni da ufficiali di sperimentata capacità; se la spedizione più di quattro giorni durasse, somministrassersi munizioni dalle armerìe, e viveri dai magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi ne fornissero a chi ne mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie degli accorsi, ove ne abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il caso della mossa arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi coloro, che meglio avessero combattuto pel re, e per la patria.

Questo stormo, a guisa di tutte le masse di simil natura, non poteva esser di molto momento alla vittoria; che anzi avrebbe piuttosto potuto nuocere che giovare, se non fosse stato secondato da forti squadre di gente stanziale usa alle guerre, ed ai pericoli. Per la qual cosa si provvedevano di nuove reclute i reggimenti sì stabili che provinciali; ma questi rimedj non bastavano alla salute del regno, perchè i limiti dello stato essendo oramai molto ristretti, e le precedenti leve avendo diradato la gioventù atta all'armi, non si sperava molto frutto. Laonde instantemente si ricercarono i generali Austriaci, che fatti uscire dalle stanze invernali i soldati loro, prontamente verso il Piemonte, che pericolava, gl'indirizzassero. Il conte Oliviero Wallis, tenente maresciallo, preposto dall'imperatore a tutte le genti che avevano le stanze nel ducato di Milano, conformandosi alle richieste, mandò in Piemonte sollecitamente nel mese d'aprile tutte quelle, che avevano svernato in Pavia, Lodi, Codogno, Cremona, Bozzolo, Casalmaggiore, Mantova, Como, e Milano, e che unite componevano un esercito di ventimila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con queste l'audacia dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino a tanto che un esercito ancor più forte accorresse di Germania in Piemonte a norma del trattato di Valenziana. Inoltre muniva il re di genti e di provvisioni fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva, Cuneo, ed Alessandria. Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno non mancassero le armi e le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarj supplire, ordinava, che si raccogliesse il salnitro in tutte le case di Torino, e si portassero alla zecca ed all'arsenale le campane non necessarie al culto. Pure il terrore era grande. I ricchi, massime i nobili, non quelli che militando seguitavano le insegne reali, ma gli oziosi ed i cortigiani, si apparecchiavano, certo con poco generoso consiglio verso la patria loro, ad andarsene in paesi stranieri, con se le cose più preziose trasportando. Per andar all'incontro delle ignominiose fughe, mandava fuori il re una legge, che sotto pena di confiscazione di beni le proibiva, con questo altresì, che i beni confiscati s'incorporassero alla corona.

Fu anche giudicato, che per prevenir le congiure, fosse necessario il soffocarne i semi, e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava, che fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed anche i casini; la qual ultima condizione, posta o da vero, o solo per non dar cagione alle classi inferiori di lamentarsi, accennava ad una congrega particolare, che faceva la nobiltà di Torino. Così in quell'estremo frangente si preparavano le armi, si spartivano i cittadini perchè non giurassero, si univano perchè combattessero.

Le fazioni tanto favorevoli ai Francesi diedero molto a pensare ai governi Italiani, che prevedevano, che se i repubblicani vincendo compiutamente, occupassero l'Italia, sarebbe nato un sovvertimento totale per tutti; e se l'Austria ed il Piemonte vincevano, sarebbero stati, se non preda del tutto, certamente in balìa ed in soggezione loro. Laonde il re di Napoli si risolveva a fare maggiori sforzi in favore dei confederati, sì per por argine contro quella piena che minacciava l'Italia, e sì ancora per aver parte, se la fortuna si mostrasse favorevole, nei premj della vittoria. Indirizzava alla volta della Lombardìa, parte per terra parte per mare, diciottomila soldati tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega. Per bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti richiedevano, aveva comandato, pagassero i baroni, i nobili, ed i ricchi centoventimila ducati al mese; il restante, per non aggravar i popoli dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario: pagassero i beni ecclesiastici una tassa del sette per centinajo; portassersi alla zecca gli ori e gli argenti delle chiese, che non fossero necessarj al culto, obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo per centinajo del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero; il patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.

Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si scoperse la congiurazione di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama, a cambiare il governo regio, ed a fare una rivoluzione nel regno. Questo fatto grave in se stesso, e reso ancor più grave dalle menti accendibili, e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe, preponendo il governo la salute propria a quella d'altrui. Si aggiunse che i corsari sì Francesi che Algerini infestavano i littorali del regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta a volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per far peggio eziandìo che rubare.

Anche il pontefice, che fra tutti i principi era forse quello che procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose sui luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò magazzini, ospedali, e nuove regole per la milizia. Essendosi poscia condotto, siccome usava ogni anno, non interrotto il consueto pensiero dalle cure moleste della guerra, e dai terrori che correvano, a visitare le paludi Pontine, andò rivedendo i posti militari sulle coste per inspirare con la gravità dell'aspetto fedeltà, e con le esortazioni coraggio ai soldati. In questi suoi pensieri dello armare tanto più volentieri s'infiammava, quanto più sapeva essere i repubblicani molto sdegnati contro di lui per un fatto enorme accaduto in Roma sull'entrar dell'anno precedente; imperciocchè un Basseville, segretario della legazione di Francia, o per imprudenza propria, come alcuni stimano, nel voler promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo, di cui era infatuato, o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione dell'odio che portavano ai repubblicani, come altri credono, fu crudelmente ammazzato a furia di popolo, con alcuni altri individui della medesima nazione. Fu incesa anche nel medesimo fatto parte dei palazzi dell'Accademia di Francia, e del console Francese. Quantunque il governo pontificio non vi avesse colpa, e che anzi avesse fatto in quel subito accidente quanto per lui si era potuto per frenare la rabbia di chi voleva contaminar Roma con un sì grave misfatto, importava ai repubblicani che glielo imputassero, e da lui alla ferocia del Romano governo argomentando, protestavano di volerne fare condegna vendetta.

Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie dei repubblicani sull'Alpi, e del loro ingresso nel territorio Genovese, i capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero fra di loro molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi in una occorrenza di tanta importanza, contendendo aspramente tra di loro le due parti contrarie, e quella che insisteva perchè la repubblica si armasse, e quella che credeva più pericoloso l'armarsi, che il fidarsi. Sorse di nuovo in senato il procurator Pesaro, al quale s'aggiunse il suo fratello Pietro, uomo anch'egli di molta autorità, con efficacissime parole dimostrando, essere semplicità non comportevole il prestar fede al soave parlare di Francia, il governo della quale, se chiamando la repubblica di Venezia sua primogenita sorella, operava gl'incantamenti delle sirene, coi fatti poi ne avrebbe imitato il costume; che già le Alpi erano superate, che già Italia udiva il rimbombo delle artiglierìe barbare, che già le armi vacillavano in mano ai Piemontesi ed ai Tedeschi; ch'era oggimai tempo di svegliarsi dall'imbelle sonno, e di non restar più disarmati a discrezione altrui.

Sorse in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccarìa Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando tutti, che l'armarsi non era possibile, perchè l'erario era esausto, non a tempo, perchè prima le genti forestiere sarebbero sui territorj della repubblica, che i soldati, e l'armi pronte; inutile, perchè la massa sarebbe di gente fresca ed inesperta, più atta a crescere disordine, che ad allontanarlo; non aversi per la lunga pace capi di sperimentato valore, nè potersi sperare di ottenerne dagli esteri, perchè tutti in guerra; aversi la repubblica a ridurre in non piccole angustie, se consentisse a discostarsi dalle prese deliberazioni. Dopo molte contese fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiecinove voti favorevoli, e sessantasette contrarj. Decretossi, chiamassersi le truppe, sì a piede che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad assicurare la Terraferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero, le cerne in Istria si levassero, le leve in Terraferma per riempire i reggimenti Italiani si facessero, le compagnìe dalle quarantotto alle cento teste, quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero; finalmente l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato, che si rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni sul golfo infestato da corsari Africani e Francesi. A questo modo aveva il senato prudentemente, e fortemente deliberato. Ma i savj del consiglio, ai quali apparteneva la esecuzione del partito vinto dal Pesaro, essendo la maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero, scusandosi con la penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di settemila soldati, nissun effetto ebbe la deliberazione del senato, sclamando sempre in contrario il procurator Pesaro, e continuamente accusando tanto in pubblico quanto in privato l'improvvidenza degli uomini, ed il destino che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la sua diletta ed infelice patria.