Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica mandato a Basilea il conte Rocco San Fermo, acciò spiasse, e mandasse quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finittima di Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e nemici di ogni sorte. San Fermo, o che fosse spaventato egli, o che volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia; che un certo Gorani (questi è quel Gorani che scrisse i monitorj in forma di lettere a tutti i re d'Europa) era destinato dal governo di Francia ad essere stromento a far rivoluzione in Italia; che aveva con se sei satelliti, pronti a fare quello, e peggio ch'ei volesse; che già questo Gorani aveva sollevato la Polonia, e solleverebbe anche l'Italia; ch'egli era stato cagione della congiura di Napoli; che parimente insidiava a tutti i governi d'Italia; badassero bene a questo Gorani, ch'era uomo da far gran cose. Aggiungeva San Fermo non so che ciance di un Bacher, segretario della legazione Francese in Basilea; poi, che un certo Guistendoerffer gli riferiva da Parigi, essendo stato con Robespierre, Couthon, e quegli altri della salute pubblica, che la Francia faceva grandissimi disegni sull'Italia; che volevano andarvi per trovarvi grani e ricchezze; che dal Reno marcerebbero soldati all'Alpi; che per mezzo dei loro fidati, e dell'oro sparso avevano intelligenze da per tutto; che già aveva costato, nel novanta tre, l'Italia undici milioni di franchi, Venezia sola trecento cinquanta mila; che costerebbe due volte tanto nel novanta quattro, per modo che già erano a loro obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni dei destinati dal governo a sopravvedere, ed a scoprire le trame di Francia; che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica a cagione del non aver voluto accettare l'ambasciadore Noel, e dell'aver accomodato i confederati di armi, munizioni, vettovaglie e passo; che di più si accusava la repubblica di aver fatto carcerare il conte Apostoli, partigiano dei Francesi, ed addetto alla legazione loro in Venezia; che si accagionava oltre a tutto questo Venezia di sofferire, che i fuorusciti di Francia facessero sul suo territorio insulti, e superchierìe ai repubblicani. Queste novelle, che avrebbero incoraggito per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molli, e furono cagione che le deliberazioni della repubblica in quei tempi difficili sentissero meglio di debolezza, che di prudenza.
Accrebbe la difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza, fratello di Luigi decimosesto re di Francia, fuggendo il furore dei nemici della sua casa, condotto a Torino, dove accolto cordialmente, e con tutti i termini dovuti al suo grado ed alla sua disgrazia dal re Vittorio Amedeo suo suocero, se ne viveva quietamente, aspettando che la fortuna più favorevole aprisse qualche adito alla salute della Francia, e di tutti i suoi. Ma essendo i repubblicani tanto avidi del suo sangue, comparsi, prima sulle cime dell'Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccevole, stimò bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi nell'integrità del senato Veneziano, a cercar asilo sulle terre di una repubblica, giacchè alcuni fra i più potenti principi d'Europa non lo volevano raccorre nelle proprie. Seguitavano il conte di Provenza, che sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti di Francia, tra i quali principalmente si notavano il duca di Avaray, ed il conte d'Entraigues. Il senato Veneziano pietosamente risguardando ad un tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che gliene sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse umanamente ne' suoi stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con pratiche, ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderj del senato Veneziano si conformarono le intenzioni del conte di Provenza, il quale in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti, dai quali potessero seguir danno, o pericolo agl'interessi altrui. Volle egli far la sua dimora in Verona; dal quale desiderio essendo fatto consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte a quella guisa che ricercavano le sue virtù, e la sventura da cui era combattuto; riconoscesse anche in lui nei colloqui privati l'altezza del grado, ma pubblicamente si astenesse di usare verso di lui di quegli atti, coi quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di Francia di querelarsi; il che però, siccome suole avvenire, che i forti usano la vessazione, come i deboli il sospetto, non impedì punto le querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del Robespierriano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. Insomma usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode debbongli riconoscere i posteri, quanto esso era anche pericoloso. Qual frutto ne abbiano conseguito, conosceranno coloro, che leggeranno il progresso di queste storie.
La Veneziana repubblica non era ancor giunta agli affanni estremi. Era stato destinato dalla congregazione della salute pubblica con titolo d'inviato a Venezia Lallemand, per lo innanzi console di Francia a Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e molto dissimile dai tempi, al serenissimo principe il dì tredici novembre, manifestava che per l'elezione del Lallemand cessava il suo mandato. Furono in questo proposito molti e varj i dispareri nelle consulte Veneziane, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse, mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri d'Austria e d'Inghilterra, acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica. Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.
Adunque introdotto Lallemand al cospetto dei padri orava con lungo discorso, e pieno di graziose offerte, e promesse, sincere, credo, quanto a lui che buona e leale persona era, ma quanto a coloro che lo mandavano, più fallaci che vere.
A questo introito del Lallemand rispose gravemente il senato, piacergli la persona sua già accetta pei graziosi uffizj fatti in altri luoghi verso i Veneziani; piacergli l'amicizia della nazione Francese, conserverebbela, per quanto stesse in lui, sincera e perpetua; userebbersi verso l'inviato tutti i riguardi che la qualità d'autorità sua richiedevano; serberebbonsi protetti ed immuni da offesa i Francesi, si veramente che anch'essi le leggi del paese, come si conveniva, osservassero: assicurasse pure il suo governo, che alle parole sarebbero conformi i fatti, e che Venezia tanto più fedele quanto più rispettata, sarebbe amica a tutti, nemica a nissuno, piena ed intiera la sua neutralità conservando.
Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il Piemontese, riceveva maggiori molestie del Genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema difficoltà dimostrò maggiore o dignità, o costanza. Già abbiamo narrato il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti al governo Inglese. Fu risposto per i generali. Intanto non essendo ancora racconcia la ferita data alla repubblica dal fatto della Modesta, ne successe un altro, il quale, sebbene non mescolato col sangue, offese nondimeno anche più direttamente la dignità, e l'independenza dello stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake, ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porto di Genova. Richiedeva l'Inglese, rompesse la repubblica ogni comunicazione con Francia; scacciasse da' suoi dominj gli agenti di lei, promettesse di non accettarne, finchè la guerra durasse. Aggiungeva parole superbe: non poter più i confederati tollerare una neutralità fomentatrice di una guerra più violenta, e più pregiudiziale agli interessi loro, che la guerra aperta non sarebbe. Lo Spagnuolo eccedeva anche di vantaggio, dando in termini più esorbitanti: consegnassegli la repubblica tutti i bastimenti carichi di vettovaglie che nel porto si trovavano, e che o fossero destinati per Marsiglia, od appartenessero ai Marsigliesi. Intimavano poi entrambi, che se la repubblica non consentisse, l'avrebbero per nemica, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni suo commercio con Francia, e coi paesi occupati da Francia.
Questa prepotenza Inglese, dico Inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le rimostranze dei Genovesi, se n'era ritirato, dimostrò come la libertà di dentro non impedisce la tirannide di fuori. Nè si vide che fra gli atti scorretti, di cui i tempi posteriori abbondarono pur troppo, alcuno sia che più di questo si possa riputare insolente: perciocchè non s'era mai veduto un governo comandare forzatamente ad un altro, che niuna nave di lui in nissun tempo, in nissun posto di un paese vastissimo, e qualunque fosse il suo carico, potesse approdare. Che se i Genovesi, popolo independente, e non servo dell'Inghilterra, nè in guerra con Francia, portavano ai Francesi vettovaglie, con qual ragione potevano gl'Inglesi proibirlo? e se altro modo non avevano essi di nuocere a Francia, che un attentato degno di biasimo, che stavano facendo che non se n'andassero dal Mediterraneo, lasciando Piemontesi, Austriaci, Francesi, Genovesi a far tra di loro guerra, o pace, o neutralità, come la intendevano, e come portavano i diritti delle genti? che venivano a fare le navi d'Inghilterra nel Mediterraneo? forse a fare guerra con loro? forse ad opprimere i deboli? che val la forza senza la giustizia?
Ma tornando là, donde un giustissimo sdegno ci ha allontanati, la prepotenza tanto era più odiosa, quanto Drake non aveva mandato di farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento, che ai comandamenti del suo governo. Bensì il governo errò di non aver castigato un suo agente dello aver fatto da se una deliberazione tanto importante e disonorevole al nome d'Inghilterra. Queste cose succedevano prima che i Francesi avessero posto piede sul territorio Genovese. Perciò servirono meglio d'incentivo che di freno dall'uno de' lati, dall'altro furono violenza, e non rappresaglia.
La signorìa di Genova, serbata la dignità, e non omesse le rimostranze, fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio, quanto lontane dal diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà dell'onesto traffico, e dell'independenza della nazione richiedendolo. Ma Drake, che meglio mirava o all'utile, o allo sdegno, che al giusto, o alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica, ed abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima dichiarato, essere i porti Genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi, e poste al fisco.
Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le navi Genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle artiglierìe del molo, avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo vivace ed animoso, per modo che il nome Inglese vi era divenuto odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole, e minacciati con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di portare sui cappelli, più per vezzo che per disegno, la nappa nera, che è pure la insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse, per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse dall'empito comune, stracciavano le nappe, e le schernivano con ogni strazio.