Ma ben altri discorsi si facevano, massimamente in Italia, i quali tutti nascevano da quella inclinazione del secolo favorevole ai più. Era stata soppressa la società di Gesù, perchè era divenuta formidabile ai principi, e perchè faceva coll'autorità sua, e co' suoi maneggi formidabile di soverchio ai medesimi la corte di Roma. Imperciocchè, mescolate le profane cose con le divine, temevano i principi cattolici, che siccome era una monarchia universale spirituale di cui era capo il sommo pontefice, così venisse a nascere per mezzo dei gesuiti, tanto attivi, e tanto sagaci operatori per la santa sede, una forma di monarchia universale temporale, in cui avesse il capo della fede cattolica più autorità, che gli si convenisse. Vedevasi il sommo pontefice Clemente XIV, che lo spegnere i gesuiti era un privarsi della più efficace milizia che s'avesse: con tutto ciò non potè resistere alle esortazioni ed alle minacce di tanti principi potenti di forze, celebrati per pietà, formidabili per concordia. Pure stette lungo tempo in forse; finalmente consentì, poi fra breve si pentì. Ma seguitonne a timore del papa, ed a contentezza dei principi maggior effetto, che quello e questi non avevano creduto; poichè ne sorse più viva nel corpo della chiesa la parte popolare. Parlossi di doversi ridurre alla semplicità antica la chiesa di Cristo; allargare la autorità de' vescovi e dei parrochi; scemar quella del pontefice sommo, nè doversi più tollerare il romano fasto. Le querele, che risuonarono già fin dai tempi antichissimi contro la corruzione di Roma, rinnovellavansi, ed andavano al colmo. Le dottrine di Porto-Reale si diffondevano; coloro che le mantenevano erano in molta autorità presso il popolo, perchè risplendevano non per oro, nè per corredi, ma per dottrina, per austerità di costumi, e per una certa semplicità di vita, che molto ritraeva degli antichi tempi evangelici.
Inclinazioni di tal sorte arridevano ai principi, memori tuttavia della superiorità dei gesuiti, e della potenza di Roma. Nè non pensavano, che maggiore autorità acquisterebbero nell'ecclesiastiche discipline, se i vescovi, che sempre sono da loro dipendenti, meno da Roma dipendessero. Stimavano che la diminuzione delle prerogative papali fosse per essere la libertà dei principi.
Queste massime più strette per chi dominava, più larghe per chi obbediva, trovavano disposizioni favorevoli nell'opinione de' popoli, e però più profonde radici mettevano. Così uno spirito stesso e circa le cose civili, e circa le ecclesiastiche andava insinuandosi a poco a poco in tutte le parti del corpo sociale. Ciò non ostante, se molti pensavano a riforme, nissuno pensava a sovvertimenti; nè alcuno ambiva di far da se, ma ognuno aspettava dal tempo e dalla sapienza dei principi temperamento alle cose, e compimento a' desiderii.
Piacemi ora, venendo ai particolari, che in proposito di riforme il mio discorso abbia principio da un nome imperiale. Giuseppe II, imperatore d'Alemagna, principe per vigor di mente, e per amore verso l'umana generazione facilmente il primo, se si paragona ai principi de' suoi tempi estranei alla sua casa; il primo forse ancora, od il secondo, se si paragona a Leopoldo suo fratello, molto pensò e molto operò in benefizio dell'austriache popolazioni. Nè voglio, che le accuse dategli, perchè era re, dagli sfrenati commettitori di tante enormità in Francia a' tempi della rivoluzione, nè quelle dategli dopo, perchè ei volle operare, ed operò molte novità, da coloro, che vorrebbono in chi regge una potestà non solo assoluta, ma anche dura e terribile, tanto gli nocciano, ch'io non lo predichi, come uno dei primi, e più principali benefattori, che abbia avuto il mondo. Molto viaggiò, non per pompa, ma per conoscere le instituzioni utili, ed i bisogni dei popoli; i casolari dei poveri più aveva in cale, che gli edifizj dei ricchi; nè mai visitava il bisognoso, che nol consolasse di parole, ed ancor più di fatti. Protesse con provvide leggi i contadini dalle molestie dei feudatari, opera già incominciata dalla sua madre augusta Maria Teresa: gli ordini feudali stessi voleva estirpare, e fecelo. Volle che si ministrasse giustizia indifferente a tutti; là creava spedali, ospizi, conservatorii, ed altre opere pie; quà fondava università di studi; i giovani ricchi d'ingegno, e poveri di fortuna, in singolar modo aiutava. Ai tempi suoi, e per opera sua lo studio di Pavia sorse in tanto grido, che forse alcun altro non fu mai sì famoso in Europa. Lo studio medesimo empiè di professori eccellenti in ogni genere di dottrina, cui favoriva con premii, e non avviliva con la necessità dell'adulazione. Nè contento a questo, fondò premii per gli agricoltori diligenti ed aprì novelle vie al commercio per nuove strade, per nuovi porti, per abolizione delle dogane interne; nè mai in alcun altro paese o tempo, furono in così grande onore tenuti, come in Italia sotto Giuseppe, gli scienziati che sollevano, ed i letterati che abbelliscono la vita incresciosa e trista. Mandovvi altresì, qual degno esecutore de' suoi consigli, il conte di Firmian, sotto la tutela del quale la Lombardia austriaca venne in tanto fiore, che sto per dire, che in lei verificossi la favolosa età dell'oro.
Quanto alle instituzioni ecclesiastiche, dichiarò Giuseppe la religione cattolica dominante, ma volle che si tollerassero tutte; comandò ai vescovi, che niuna bolla pontificia avessero per valida, che non fosse loro dal governo trasmessa, regola già praticata da altri principi, ma non sempre osservata; statuì, che gli ordini dei religiosi regolari, non dai loro generali residenti in Roma, ma bensì dal superiore ordinario, cioè dal vescovo, dipendessero; parendogli nè sicura, nè decorosa allo stato quella dipendenza, nè alla ecclesiastica disciplina profittevole; abolì i conventi che gli parvero inutili, lasciando sussistere fra le monache solamente quelle, che facevano professione d'ammaestrar le fanciulle; eresse nuovi vescovati, accoppionne altri; distribuì meglio l'entrate di tutti; fondò poi un numero assai considerabile di parrocchie, sollecito piuttosto dell'instruzione, e della salute di tutti i fedeli, che del fasto di pochi prelati.
A queste innovazioni risentissi gravemente il sommo pontefice Pio VI, uomo di natura assai subita, e delle prerogative della santa sede zelantissimo. Perciò confidatosi nell'autorità del grado, nella maestà dell'aspetto, e nell'eloquenza, che era in lui grandissima, nè pensando alla diminuzion di riputazione, che gli verrebbe, se la sua gita riuscisse senza frutto, se n'andò a Vienna. Quivi fu ricevuto forse tanto più onoratamente, quanto più gli si volevano denegare le proposte. Passate le prime caldezze, e ristrettosi con l'imperatore, entrò il pontefice a negoziare con lui delle cose che occorrevano; e con incredibile maestà favellando lo ammonì: «Badasse molto bene a quel che si faceva; magnifiche parole essere la semplicità delle cose antiche, ma non convenirsi ad un secolo che non le cura; esser trascorsi i costumi, debilitate le credenze, gli animi pieni d'ambizione, però l'apparato esteriore dover aiutare la fede vacillante, frenare dall'un canto, saziare dall'altro gli appetiti; altra dover esser la condizione della chiesa ristretta, povera, e perseguitata, altra quella della chiesa estesa quanto il mondo, ricca, e trionfante; se possono convenire i governi larghi ai piccoli stati, convenirsi certamente le monarchie ai grandi, nè in tanta immensità di dominio spirituale potersi senza pericolo debilitare la potestà suprema della santa sede; senza di lei sorgerebbero tosto le ambizioni locali, e nascerebbe lo scisma; osservasse quante discordie, e quante sette fossero nate dal solo errore di Lutero, non per altro, che per aver gettato via il salutare freno del successore di San Pietro: lacererebbesi del pari la restante chiesa cattolica da tali principii; e tolti al governo consueto del pastore universale, gli agnelli diventerebbero preda dei lupi; in materia di riforme, quando si vuol far da se, cominciarsi forse con animo innocente, e volto al bene, finirsi per la pervicacia, e per l'ambizione connaturale all'uomo, nel male; non desse ascolto alle parole melliflue, e suonanti umiltà di certuni; sotto umili spoglie, entro discorsi mansueti velar essi pensieri superbissimi; non voler obbedire altrui per poter col tempo dominare altrui; deboli, esser supplicanti, forti, intolleranti; riflettesse, quanto importasse alla conservazione delle monarchie temporali la monarchia spirituale; le male usanze appiccarsi facilmente; sciolta questa, esser pericolo, che per contagio si sciolgano anche le altre, e già gittarsene motti per le dottrine dei moderni filosofi; dal torre la venerazione ad un potente, al torla a tutti esser facile la strada; in un secolo scapestrato nissun maggior fondamento aver i monarchi, che l'autorità monarchica del pontefice romano; ch'esso ne voglia abusare, come ne fu accusato ai tempi antichi contro i monarchi stessi, apparire nissun indicio, nè comportarlo il secolo; quanto a lui particolarmente, avvertisse diligentemente alla potenza del re di Prussia, emulo della potenza sua, e capo della parte protestante in Germana; se alienasse da se i cattolici, i quali seguiteranno sempre o per persuasione, o per consuetudine i dettami della chiesa di Roma, quale speranza, quale appoggio, quale forza gli resterebbe? Ricordassesi di Carlo V, suo glorioso antenato, costretto a fuggirsene in fretta da Inspruck, cacciato da quei protestanti medesimi, a cui pur troppo grandi favori aveva compartito; seguitasse le vestigia dell'augusta sua madre, e di tanti altri antecessori del suo stesso sangue famosi al mondo per le cose grandi fatte sì in pace che in guerra, ma più famosi ancora per la pietà loro e per la divozione verso la santa sede; lasciasse dall'un de' lati queste subdole opinioni, questi pericolosi fatti, tornasse al grembo suo, ch'ei l'avrebbe accolto ed abbracciato, quale amorosissimo padre accoglie ed abbraccia un amatissimo figliuolo; sapersi lui, le cose umane trascorrere di secolo in secolo, ed aver bisogno di esser ritirate di tempo in tempo verso i principii loro; esser parato a farlo, come padre comune di tutti i fedeli in tutto quanto e la religione richiedesse, e la dignità, ed i diritti della santa sede tollerassero; ma da lui solo dover venire, come da fonte comune, ed in virtù della pienezza della potestà apostolica, le riforme; venir da altri, non poter essere senza scandalo, nè senza offesa della dignità, e delle prerogative del vicario di Cristo; in età già grave aver lasciato la sede apostolica sua, corso un tratto immenso di strada, valicati aspri monti, venuto in paese tanto strano a lui, a ciò spinto da quel divino spirito, che non inganna, per rimuovere ogni intermedia persona, per ammonirlo a bocca lui medesimo dei pericoli che sovrastavano, e per farlo avvertito, che una è la chiesa di Cristo, uno il governo di lei, ed uno il suo pastore, dal quale solo gli altri derivano l'autorità loro; non sopportasse, che tanta fatica, che sì solenne viaggio, che esortazioni tanto paterne, che sì grande aspettazione dei buoni, in affare di tanto momento, fossero indarno».
Tutte queste cose gravi in se stesse, e porte altresì con grandissima gravità dal pontefice, non poterono svolgere Cesare dalle prese deliberazioni. Tornossene Pio a Roma tanto più dolente, quanto più vicino alla sua sede stessa vedeva sorgere la tempesta, cui voleva stornare. Era stato assunto nel 1765 al trono di Toscana il gran duca Leopoldo. Questo principe, il quale non si potrà mai tanto lodare, che non meriti molto più, mostrò quanto possa per la felicità dei popoli una mente sana congiunta con un animo buono, e tutto volto a gratificare all'umanità. Solone fece un governo popolare, e torbido, Licurgo un governo popolare, e ruvido, Romolo un governo soldatesco, e conquistatore; fece Leopoldo un governo quieto, dolce, e pacifico, tanto più da lodarsi dell'aver concesso molto, quanto più poteva serbar tutto. E se anche si vorrà accagionare il gran duca di aver dato occasione co' suoi nuovi ordinamenti alla rivoluzione Francese, come odo che si dice, io non so se sia più da deplorarsi la cecità di certuni, o l'infelicità dei principi, più soggetti sempre ad esser adulati quando fan male, che lodati quando fan bene.
Erano prima di Leopoldo le leggi di Toscana parziali, intricate, incommode, improvvide, siccome quelle che parte erano state fatte ai tempi della repubblica di Firenze, tumultuaria sempre e piena di umori di parti, e parte fatte dopo, ma non consonanti con le antiche, le quali tuttavia sussistevano. Altre ancora erano per Firenze, altre pel contado, queste per Pisa, quelle per Siena, poche, o nissune generali. Sorgevano incertezze di foro, contese di giurisdizione, lunghezze d'affari, un tacersi per istracchezza dei poveri, un procrastinare a posta dei ricchi, ingiustizie facili, ruine di famiglie, rancori inevitabili. Erano altresì leggi criminali crudeli, o insufficienti, un commercio male favorito, un'agricoltura non curata, un suolo pestilenziale, possessioni mal sicure, coloni poveri, debito pubblico grave, dazii onerosissimi.
A tutto pose rimedio il buon Leopoldo. Annullò i magistrati o superflui, o poco proficui, o privilegiati, e tra questi quello delle regalìe, togliendo in tal modo qualunque prerogativa, che sottraesse ai tribunali ordinarii quelle cause, che percuotevano l'interesse della corona. Esentò i comuni dai fori privilegiati; gli rendè liberi nel governo dei loro beni, diè loro facoltà non solamente di esaminare, ma ancora di giudicare dell'opportunità delle pubbliche gravezze, per modo che il corpo loro venne a formare nel gran-ducato a certi determinati effetti una rappresentanza nazionale. Condonati, oltre a ciò, dei debiti verso l'erario, e soddisfatti dei crediti, sorsero a grande prosperità; crebbela ancor più il miglioramento del catasto.
Soppressi adunque i privilegii individui, ed i fori privilegiati, corpi e persone acquistarono equalità di diritti quanto alla giustizia. Tali furono gli ordini civili introdotti da Leopoldo. Circa i criminali, annullò altresì ogni immunità e parzialità di foro; abolì la pena di morte, abolì la tortura, il crimen-lese, la confisca dei beni, il giuramento de' rei; statuì, le querele doversi dare per formale instanza, e dovere stare il querelante per la verità dell'accusa; restituissersi i contumaci all'integrità delle difese; del ritratto delle multe e pene pecuniarie, cosa degna di grandissima lode, si formasse un deposito separato a beneficio e sollievo di quegli innocenti, che il necessario e libero corso della giustizia sottopone talvolta alle molestie di un processo, ed anche del carcere, non meno che per soccorrere i danneggiati per delitti altrui; il che fondò, cosa maravigliosa, un fisco, che dava in vece di torre; le pene stabilì proporzionate al delitto. Nè contento a questo, diè carico di scrivere un novello codice toscano all'auditor di Ruota Vernaccini, ed al consiglier Ciani, uomini, l'uno e l'altro i quali non solo volevano e sapevano, ma ancora credevano potersi far bene e utilmente in queste faccende delle leggi, il che non si dice senza ragione a questi nostri dì, in cui da alcuni vorrebbesi insegnare, che la miglior legislazione che sia, è quella dei tempi barbari.