Il governo delle cose militari tutto al re si appartenesse, e potesse intimar guerra, e fare pace:

Il re nominasse tutti i magistrati, ma il popolo i municipali:

Niuno della sua libertà, niuno della proprietà potesse essere privato, se non per sentenza giudiziale, se l'arresto fosse dichiarato non conforme alle leggi, l'arrestato avesse facoltà del richiamarsi dei danni ed interessi innanzi ai tribunali competenti:

I delitti che importassero pene corporali, o infamanti, si giudicassero dai giurati:

Fossevi libertà di stampa, ma la licenza frenata dalle leggi:

Fosse la bandiera di Corsica una testa di Moro con le armi del re:

Giorgio III, re della Gran Brettagna, fosse re sovrano di Corsica; i successori succedessero secondo l'ordine della successione statuito pel trono della Gran Brettagna.

Orava molto acconciamente Elliot, affermando, sperare che la congiunzione della Corsica e dell'Inghilterra sarebbe durevole e fortunata: a ciò concorrere la fede vicendevole, la somiglianza delle nature, la comunanza degl'interessi; tentativi di oppressione non temessero da un re, che chiaro per virtù, chiaro per temperanza d'animo, sempre aveva retto i suoi dominj secondo le leggi, e fatto fondamento al suo regal seggio della libertà, e della prosperità del suo popolo; ora essere i Corsi liberi, ora felici; serbassero le loro antiche virtù, il coraggio, il santo amore della patria: sì facendo, manterrebbero viva fra di loro, e perpetua la libertà, quella libertà, che ha per fine i civili diritti e la felicità delle genti, che non serve nè all'ambizione nè al vizio: che si congiunge con la religione, con le leggi, e con un sacro rispetto verso le proprietà di ciascuno; che abborrisce da ogni dispotismo e da ogni violenza.

L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood e Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della nazione corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate prima le ingiurie fatte al Corsi dai Genovesi, la tirannide loro, quand'erano signori dell'isola, gli ajuti d'armi e di munizioni porti ai Francesi assediati in Bastìa ed in San Fiorenzo, l'incredibile parzialità loro verso la Francia disordinata e feroce, che la Corsica intimava la guerra a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra, corressero contro i bastimenti Genovesi; avessero gli armatori facoltà di appropriarsi, non solo le navi Genovesi, ma ancora, cosa certamente enorme le merci Genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi, e si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento scudi di premio per ogni capo di tali schiavi, che fosse condotto a Bastìa. Non è certo da maravigliare che Paoli nemicissimo per natura ai Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato in questi eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili ed umani uomini, gli abbiano tollerati e forse instillati, con lasciar anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e di schiavitù, nissuno non sarà per condannare. Adunque Algeri per mano dell'Inghilterra si trasportava in Corsica? Intanto arditissimi corsari Corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi quarti d'Inghilterra, e con patenti spedite da Elliot, facevano danni incredibili al commercio Genovese, e peggio ancora che il manifesto non portava.

Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica: ma insidiosa, e non piena fu la moderazione. Ordinava che l'assedio di Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari Corsi, autorizzati dai ministri Inglesi, avessero facoltà di predare i bastimenti Genovesi, o di qualunque nazione, che andassero o venissero dai porti di Francia, e le merci loro ponessero al fisco, e gli uomini, non più come schiavi, ma come prigionieri di guerra, si arrestassero, secondo l'uso delle nazioni civili. Tornò Drake a Genova, forse credendo che una temperanza subdola equivalesse ad una giustizia sincera.