Fecero i repubblicani al conte Carletti gratissime accoglienze sì per acquistar miglior fama, e sì per allettar altri principi a negoziare con quel governo insolito, e terribile. Debole era il gran duca a comparazione di Francia; ma era pei Francesi di non poco momento, che un principe d'Europa riconoscesse quel loro nuovo reggimento, e concludesse un accordo con lui; perchè, superata quella prima ripugnanza, si doveva credere, che altre potenze, seguitando l'esempio di Toscana, si sarebbero più facilmente condotte a fare accordo ancor esse. Perlocchè fu udito con facili orecchie il conte a Parigi, ed appena introdotti i primi negoziati, fu concluso, il dì nove febbrajo, tra Francia e Toscana un trattato di pace e di amicizia, pel quale il gran duca rivocava ogni atto di adesione, consenso, od accessione, che avesse potuto fare con la lega armata contro la repubblica Francese, e la neutralità della Toscana fu restituita a quella condizione, in cui era il dì otto ottobre del novantatre.
Giunte in Toscana le novelle della conclusione del trattato, si rallegrarono grandemente i popoli, massime i Livornesi per l'abbondanza dei traffichi, e con somme lodi celebrarono la sapienza del gran duca Ferdinando, il quale non lasciatosi trasportare agli sdegni d'Europa, e solo alla felicità del sudditi mirando, aveva loro quieto vivere, e sicuro stato acquistato. Bandissi la pace pubblicamente con le solite forme, ma a suon di cannoni in Livorno in cospetto dell'armata Inglese, che quivi aveva le sue stanze. Pubblicò Ferdinando, non aver dovuto la Toscana ingerirsi nelle turbazioni d'Europa, nè l'integrità, o la salute sua fidare alla preponderanza di alcuno fra i principi in guerra, ma bensì al diritto delle genti, ed alla fede dei trattati; non aver mai dato a nissuno causa di offenderla; essere stata imparziale, essere stata neutrale giusta la legge fondamentale del gran ducato pubblicata nel settantotto dalla sapienza di Leopoldo; sapere Europa come, e quando il principe ne fosse stato violentemente, e per una estrema forza svolto, e con tutto ciò non altro aver tollerato, se non che il ministro di Francia si allontanasse dalle terre di Toscana; avere ciò conosciuto la nazione Francese; però essere stata la Toscana, con la conclusione del nuovo trattato, redintegrata di quei beni, che per forza le erano stati tolti; volere perciò, ed ordinare, che il trattato si eseguisse, e l'editto di neutralità del settantotto si osservasse. Perchè poi quello, che la sapienza aveva accordato, i buoni uffizj conservassero, chiamò Ferdinando il conte Carletti suo ministro plenipotenziario in Francia. Introdotto al cospetto del consesso nazionale, orava dicendo, che mandato dal gran duca in Francia a fine di ristabilire una neutralità preziosa al governo Toscano, aveva molto volentieri accettato il carico, siccome quello, ch'ei credeva molto onorevole ad uomo, qual egli era, amico dell'umanità, amico della patria, amico della Francia; fortunatissimo per lui riputare il giorno in cui aveva concluso la pace con la repubblica Francese; essersene rallegrata Toscana con segni di universale contento; pacifica essere Toscana, voler vivere in termini amichevoli con tutti; aver sempre avuto i Toscani, malgrado di tutti gli accidenti occorsi, in onore la potente nazione Francese; sforzerebbesi egli in ogni modo per fare, che l'amicizia fra i due stati fosse perpetua; desiderare che la pace conclusa tra Francia e Toscana fosse in felice augurio di altre tanto all'Europa necessarie: gissero adunque, continuassero nella temperanza testè mostrata; che sperava ben egli, che siccome ora gli vedeva coi capi cinti di lauro, così presto gli vedrebbe con le palme piene d'ulivo.
Rispondeva il presidente con magnifico discorso: il popolo Francese assalito da una lega potentissima, avere, malgrado suo, preso le armi, avere anche acquistato gloriose vittorie; ma non desiderare altra conquista, che quella della sua independenza; volere esser libero, ma rispettare i governi altrui; sarebbe temperato nella vittoria, come terribile nelle battaglie; piacergli la Toscana moderazione, piacergli le cure avute dei perseguitati, piacergli le dimostrazioni amichevoli di Ferdinando gran duca: perciò avere tosto accettato gli accordi, che Toscana era venuta offerendo; accettare con animo benevolo il presagio di altre concordie; non esser nati e fatti i popoli per odiarsi fra di loro, bensì per amarsi, bensì per travagliarsi concordevolmente a procacciare felicità vicendevole; tali essere i desiderj, tali le più instanti cure del Francese popolo in mezzo a così segnalate vittorie: esser pronto a far guerra, più pronto a far pace; vedere il consesso volentieri in cospetto suo un uomo noto per filosofia, noto per umanità, noto per servigj fatti a Francia: augurarne sincera e durabile concordia.
Infine, perchè non mancasse a queste lusinghevoli parole quel condimento dell'abbracciata fraterna, come la chiamavano, gridossi romorosamente l'abbracciata, e l'abbracciata fu fatta, plaudendo i circostanti. Andossene Carletti molto ben lodato ed accarezzato. Così verificossi con nuovo esempio l'indole dei tempi, che portava gioje corte e vane, dolori lunghi e veri.
Giacchè siamo entrati in questa lunga e nojosa briga di raccontare dolci parole e tristi fatti, non vogliamo passar sotto silenzio le dimostrazioni non dissimili, con le quali si procedette col nobile Querini, destinato dalla repubblica Veneziana ad inviato appresso al consesso nazionale di Francia. Avevano coloro, che nei consigli di Venezia prevalevano, sperato di sollidar vieppiù lo stato della repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza, acciocchè con la presenza e con la destrezza dimostrasse, esser vera e sincera a determinazione del senato di volersene star neutrale. Perlochè, adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non so se fosse maggiore o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o l'amore verso la sua patria; che certo tutte queste cose erano in lui grandissime.
Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al consesso nazionale, e vicino al seggio del presidente postosi, con bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica da tempi antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari, e pel desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una repubblica, che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue vittorie. Qual cosa infatti poter essere a lui più lusinghiera, quale più gioconda di quella di comparire in cospetto del nazionale consesso di Francia, a fine di confermar l'amicizia, che il senato e la repubblica di Venezia alla repubblica Francese portavano? sperare la conservazione di quest'antica amicizia sperarla, desiderarla, volerla con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se al mandato della sua cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede, e se conceduto gli fosse di vedere, che il consesso medesimo fatto maggiore di se, e benignamente agli strazj dell'umanità risguardando, con generoso consiglio dimostrasse, aver più cura della pace che della guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di tutti.
Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla repubblica Francese quel giorno, in cui compariva avanti a se l'inviato della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini in volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima sotto la tirannide dei re; ora dover l'accordo essere più dolce, perchè libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche: sorta la Veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei barbari; pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al mondo per la sua sapienza, e pe' suoi illustri fatti; avere spesso le querele dei re giudicato, spesso l'Occidente dai barbari preservato: similmente sorta la Francese fra le tempeste del mondo in soqquadro; gente più barbara dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori le armi, dentro le insidie, chiamato in ajuto la civile discordia; ma tutto stato essere indarno, la libertà avere vinto: non dubitasse pertanto Venezia, che siccome pari era il principio, e pari l'effetto, così sarebbe pari l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando ancora stava la gran lite in pendente, accolto l'inviato della Francese repubblica onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con procedere generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata non aveva dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così goderebbe securamente i frutti di una fortuna certa: avere potuto la Francia, quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata essere ed ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana riconoscente essere, e leale, e con tanto miglior animo riconoscere l'obbligo, quanto il benefizio non era senza pericolo: andasse pur sicura Venezia, e si confortasse, che la nazione Francese nel numero de' suoi più puri, de' suoi più zelanti alleati sarebbe: quanto a lui, nobile Querini, se ne gisse pur contento, che la Francese repubblica contentissima si riputava di averlo per ministro di una repubblica amica, e che di pari estimazione in Francia goderebbe di quella, che già si era in Venezia acquistata: i desiderj di pace essere alle due repubbliche comuni; confidare, sarebbero presto con la quiete universale d'Europa adempiti. Per tale modo si vede, che per testimonio del presidente Lareveillere-Lepeaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo, ed un soldato uso ad ogni violenza la distrussero, chiamandola vile, schiava e perfida.
Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al Querini, si rallegrarono vieppiù coloro, che avevano voluto fondar lo stato piuttosto sulla fede di Francia, che sull'armi domestiche, e si credettero di aver in tutto confermato l'imperio della loro antica patria.
Dalla parte d'Italia, dove era accesa la guerra, incominciavano a manifestarsi i disegni dei Francesi. Doleva loro l'acquisto fatto della Corsica dagl'Inglesi, e desideravano riacquistarla, perchè non potevano tollerare, che la potenza emola fermasse con la comodità di quell'isola un piede di non piccola importanza nel Mediterraneo. Oltre a ciò le genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per un'estrema carestìa di vettovaglia; importava finalmente, che il nome e la bandiera di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con incredibile celerità a Tolone un'armata di quindici grosse navi di fila con la solita accompagnatura delle fregate, e di altri legni più sottili. Genti da sbarco, e viveri in copia vi si ammassarono: usciva nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque dell'isole Iere aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi pensieri.
Il vice ammiraglio Inglese Hotham, che stava in sentore a Livorno con un'armata, in cui si noveravano quattordici grosse navi di fila, tutte Inglesi, ed una Napolitana, con tre fregate Inglesi e due Napolitane, ebbe subitamente avviso dell'uscita dei Francesi sì per un messo da Genova, sì per le sue fregate più leste, che a questo fine andavano correndo il mare tra la Corsica e la Francia. Pose tosto in alto per andar ad incontrar il nemico, e per combatterlo ovunque il trovasse. Dall'altra parte, uditosi dall'ammiraglio Francese Martin, al quale obbediva l'armata, che gl'Inglesi solcavano il mare per combattere con lui, lasciate le onerarie all'isole Iere, sciolse animosamente le ancore ancor egli, risolutosi al commettere alla fortuna delle battaglie l'imperio del Mediterraneo. Aveva per compagno a quest'impresa il rappresentante del popolo Letourneur, uomo non alieno dalle bisogne di mare, ma che in questo fatto faceva più le veci di confortatore, che di guidatore. Incominciò a dimostrarsegli con lieto augurio la benignità della fortuna; perchè avendo l'Hotham, tosto che ebbe le novelle del salpar dei Francesi, spedito ordine alla nave il Berwich, che stanziava a San Fiorenzo di Corsica, acciò con tutta celerità venisse a congiungersi con lui verso il capo Corso, ella, abbattutasi per viaggio nell'armata Francese, fu fatta seguitare dal vascello ammiraglio il San-Culotto (con questi pazzi nomi chiamavano i Francesi di quell'età le navi loro) e da tre fregate, per modo che combattuta gagliardamente, fu costretta ad arrendersi in cospetto di tutta l'armata repubblicana, che veniva via a vele gonfie per secondare i suoi, che già combattevano. Ciò non ostante non si arrese il Berwich senza un feroce contrasto, e tanto fu ostinata la sua difesa, che il San-Culotto mal concio ritirossi per forza nel porto di Genova, e poco poscia in quello di Tolone. Intanto arrivavano le due armate l'una al cospetto dell'altra nel giorno tredici marzo. Quivi incominciò la fortuna a voltarsi contro i Francesi, perchè separata per una forte buffa di vento dalla restante armata la nave il Mercurio, e perduto l'albero maestro, andò a dar fondo nel golfo di Juan; per questi accidenti si trovarono i Francesi al maggior bisogno loro con due navi di manco, delle quali il San-Culotto, essendo a tre palchi, era la principale speranza della vittoria. Godevano gl'Inglesi il vantaggio del vento, sicchè fu spinta l'armata della repubblica verso il capo di Noli, seguitandola gl'Inglesi per modo di caccia generale. In questo tra pel mareggiare, che era forte a cagione del vento assai fresco, e per la forza dell'artiglierìe Inglesi, che già si erano approssimate, perdè il vascello il Ça-ira gli alberi di gabbia, e diventato inabile a far le mosse, correva pericolo di esser predato dagl'Inglesi. Infatti, non così tosto si era Hotham accorto del sinistro del Ça-ira, che il fece perseguitare dalla fregata l'Inconstante, e dal vascello l'Agamennone. Si difese molto gagliardamente Ça-ira, rendendo furia per furia molto tempo, sicchè diede abilità a' suoi di venire in soccorso. Mandava Martin la fregata la Vestale per rimorchiarlo, la nave il Censore per ajutarlo; anzi tutta l'armata accorreva per arrestar il corso al nemico, e per salvar la nave che pericolava. Queste mosse molto opportune operarono di modo che gl'Inglesi si tirarono indietro. Sopraggiunse la notte; il Ça-ira trovossi guasto per modo che quantunque liberato pel valore de' suoi compagni dal pericolo, non potè raggiungere il grosso dell'armata, e continuava tuttavia a dimorar troppo più vicino all'Inglesi, che la salute sua richiedesse. S'aggiunse, che il Censore, quantunque replicatamente comandato gli fosse, quando il Ça-ira fu sbrigato dall'assalto degl'Inglesi, di venir a ricongiungersi con l'armata, si mostrò poco ossequente alla volontà di Martin; e continuò a stanziare verso la flotta Inglese. Questi accidenti, parte inevitabili, parte fortuiti, furono cagione che la mattina del quattordici le due navi il Ça-ira ed il Censore si scopersero più vicine agl'Inglesi che ai Francesi. Non posto tempo in mezzo, Hotham mandava le due navi il Bedford ed il Capitano ad assaltarle, avvisandosi, che o le rapirebbe, o i repubblicani, per salvarle, sarebbero venuti ad una battaglia giusta. Contrastarono le due navi Francesi con tanto valore, che gl'Inglesi non poterono venire così tosto a capo del disegno loro. Chiamarono in soccorso l'Illustre ed il Coraggioso; ma furono anche queste tanto lacerate dalla furia delle cannonate repubblicane, che la prima, non più abile a governarsi, fu arsa, la seconda andò per forza a ritirarsi nel porto di Livorno. Continuavano nientedimeno il Bedford ed il Capitano a fulminare le due navi della repubblica, che fortemente danneggiate negli alberi, nelle sarte, e nelle vele, nè potendo pel silenzio dei venti il grosso dell'armata accorrere in ajuto loro, calata la tenda, si arrenderono. Avevano gl'Inglesi il benefizio del vento; finalmente, essendosi messa una brezza leggiera anche pei Francesi, se ne prevalsero, non già per riconquistare le due navi perdute, che intieramente disgiunte dalla flotta loro per la presenza dell'Inglese, che s'era posta in mezzo, non avevano più rimedio, ma bensì per ritirarsi con minor danno che possibil fosse, da quel campo di battaglia oramai più pericoloso che glorioso. La quale mossa riuscì poco ordinata, nè conforme alla volontà dell'ammiraglio; perchè il vascello il Duquesne, che era il capofila, al quale tutti gli altri avrebbero dovuto accostarsi per fronteggiar l'inimico con una non interrotta squadra, o non avendo inteso i comandamenti del capitano generale, o contraffacendo manifestamente al medesimi, passò a sopravvento degl'Inglesi. Fu seguitato dai due vascelli la Vittoria ed il Tonante, per modo che l'armata repubblicana divisa in due, e tramezzata dall'Inglese, non poteva più nè uniformare i pensieri, nè operare di concerto. Ma un cattivo consiglio fu compensato da un valore inestimabile; perchè il Duquesne, la Vittoria, ed il Tonante bersagliarono, nel passare, con tanto furore la fila Inglese, che ne fu mezzo sperperata; gl'Inglesi medesimi, sebbene in quei tempi non giusti estimatori del valore dei Francesi, ne restarono maravigliati. Questo accidente fece anche di modo che Hotham, pensando meglio a risarcire le navi guaste, che a perseguitar l'inimico, andò a porre nel porto della Spezia. Poco tempo dopo passando pel mar Tirreno, si condusse a San Fiorenzo di Corsica, per sopravvedere da luogo più vicino ciò che potesse sorgere da Tolone. Assicurò per allora questa vittoria le cose di Corsica a favor degl'Inglesi. Si ricoverarono i repubblicani dopo la battaglia al golfo di Juan, poscia all'isole Iere, e finalmente nel porto di Tolone.