Questa fu la battaglia del capo di Noli, nella quale fu pari da ambe le parti il valore, ma maggiore dalla parte degl'Inglesi la perizia, e la ubbidienza dei capitani minori. Così fu sturbata ai Francesi l'impresa di Corsica, diventarono i nemici loro padroni del Mediterraneo, le province meridionali di Francia penuriarono vieppiù di vettovaglie, i repubblicani sulla riviera di Ponente furono a tali strette ridotti, che se si mostrarono mirabili nel vincere i pericoli della guerra, più ancora diedero maraviglia nel superare gli stimoli della fame, sì efficace raffrenatrice del bene, sì potente instigatrice del male.

In questo mentre si ebbero le novelle della pace conclusa tra la repubblica Francese, e il re di Prussia, accidente gravissimo, e che diede molta alterazione agli alleati, sì per l'opinione, come per la diminuzione di forze che a loro ne veniva. Non potè però fare, che l'imperator d'Allemagna ed il re di Sardegna non rimanessero in costanza; anzi cominciando a manifestarsi gli effetti in Piemonte del trattato di Valenziana, pel grosso numero di Tedeschi che vi erano arrivati, malgrado dell'alienazione della Prussia, alzarono la mente a più importanti pensieri, nutrendosi della speranza di cacciar del tutto i repubblicani dalla riviera di Genova. Per la qual cosa, avviate le genti loro verso il Cairo, dal quale i Francesi si erano ritirati, ed occupata la sommità dei monti, già inclinavano a qualche fatto memorabile. Erano in tale modo ordinati i confederati, che l'ala loro sinistra guidata dal generale Wallis, e più vicina a Savona, faceva sembiante di volersene impadronire, e di assaltare i Francesi che si erano fortificati al ponte di Vado: il mezzo, dov'era presente il generalissimo Devins, e che era il nervo principale, minacciava di voltarsi al cammino dei siti molto importanti di San Giacomo, e di Melogno: la destra, che obbediva al generale Argenteau, movendosi dalle vicinanze di Ceva, dava a dubitare che con impeto improvviso avanzandosi, andasse a riuscire a Finale. Una grossa squadra di cavallerìa Piemontese stanziava presso a Cuneo, pronta a passar le Alpi, o gli Apennini, ove la fortuna aprisse qualche adito alla vittoria. Corpi sufficienti di truppe, massime Piemontesi, munivano le valli di Stura, di Susa, e d'Aosta sotto la condotta dei duchi d'Aosta e di Monferrato. Davano gran forza a tutte queste genti i Barbetti, come gli chiamavano, i quali, gente piuttosto da strada che da milizia, nascondendosi spediti e leggieri nei luoghi più ermi e più precipitosi delle Nizzarde montagne, erano assai pronti a spiare le mosse dell'inimico, a sorprendere le vettovaglie, e ad uccidere, spesso anche crudelmente, gli spicciolati. Usavano somma barbarie nel difendere la regia causa; nè i comandamenti del re, che desiderava di metter ordine e moderazione fra di loro, bastavano per frenare appetiti così smoderati, e così disumani. Certamente questi Barbetti, se si possono lodare, non dirò dell'intenzione, che pur troppo era rea, ma della cagione che pretendevano ai fatti loro, debbono biasimarsi pei modi che usarono, perchè fecero degenerare la guerra delle battaglie, in assalti fraudolenti e crudeli di strade.

Dall'altra parte i Francesi governati dal Kellerman erano molto intenti alle provvisioni per resistere ai confederati, quantunque l'esercito loro non pareggiasse di numero quel della lega. La loro ala diritta, sotto l'imperio di Massena, stanziava coll'estremità sua a Vado, e distendendosi pei monti di San Giacomo, di San Pantaleone, di Melogno, di Bardinetto, del San Bernardo, e della sommità della Pianeta, arrivava insino alla valle del Tanaro. Quivi incominciava la parte mezzana, che pel colle di Tenda andava a congiungersi sul Gabbione con la sinistra, che muniva i colli di Raus e delle Finestre, e le valli della Vesubia e della Tinea.

Era Savona sito di molta importanza, sì per l'opportunità del porto, sì pel suo castello munitissimo. L'una parte e l'altra, non portando rispetto alla neutralità di Genova, desideravano d'impadronirsene o per insidia, o per una battaglia di mano. Fuvvi sotto le sue mura un'abbaruffata fra i repubblicani che vi erano venuti, e i confederati che gli volevano pigliare: rifulse in questo fatto la virtù del governatore Spinola, che serbò la neutralità, e la piazza, costringendo le due parti a levarsene.

A questa incomposta avvisaglia successero assai tosto battaglie grossissime. Vedevano i confederati essere per loro di somma importanza lo scacciare i repubblicani dalla riviera di Genova, perchè, se a ciò non riuscissero, la Lombardìa Austriaca sarebbe sempre stata in grave pericolo, e la difesa del re di Sardegna, non che difficile, quasi impossibile. Nè stettero lungo tempo dubbj del modo, col quale e' dovevano combattere. Assai lunga era la fronte dell'esercito Francese, poichè si distendeva sui monti Liguri da Vado insino al colle di Tenda. Il romperla in mezzo era un vincerla tutta. Pure importava, giacchè gl'Inglesi avevano l'imperio del mare, e potevano ad ogni ora provvedere gli alleati di viveri e di munizioni, fare lo sforzo contro la fronte Francese non troppo lontano dal lido, affinchè le armi marittime e terrestri potessero cooperare al medesimo fine. Si risolvettero adunque a fare impeto principalmente contro i monti di San Giacomo e di Melogno, onde riuscisse loro di tagliar fuori l'ala diritta dei Francesi dalle due altre parti. Pensarono altresì ad assaltare fortemente il luogo di Vado, dove i repubblicani si erano molto fortificati, affinchè quel presidio non potesse mandar gente in ajuto di San Giacomo e di Melogno, e forse perchè speravano che la fortuna sarebbe stata per loro propizia anche a Vado; il che avrebbe allargato subitamente lo spazio, dove gl'Inglesi potevano approdare. Tuttavìa gli assalti principali erano quello di San Giacomo, che signoreggia il Savonese, e quello di Melogno, che domina Vado, e più dentro penetrava nelle viscere dell'esercito di Francia. Pertanto gli Austriaci assalirono con grandissimo valore il posto di Vado, già inclinando verso il suo fine il mese di giugno; risposero con uguale virtù i Francesi guidati da Laharpe. Tanto fecero i repubblicani, che quantunque urtati più volte con molto impeto, e con numero superiore di genti, non si piegarono punto, anzi ributtarono valorosamente il nemico, che già spintosi avanti con una ostinazione incredibile, si era impadronito del ponte, che dà l'adito dalla sinistra alla destra riva del fiume, che scorre presso alle mura di Vado. Questo fu uno dei fatti della presente guerra, per cui si debbono accrescere le laudi dei Francesi pel valor dimostrato, e per la perizia del saper prendere i luoghi, e dell'usar le occasioni. Ma non con pari fortuna combatterono sui monti di San Giacomo e di Melogno; perchè una grossa schiera di Austriaci condotti da Devins assaltava impetuosissimamente tutti i posti, che munivano le alture del primo: varj furono gli assalti, varie le difese, molti i morti, molti i feriti da ambe le parti: durò ben sette ore la battaglia, nè ben si poteva prevedere, quale avesse a prevalere, o la costanza Austriaca, o la vivacità Francese, avvegnachè quegli alpestri gioghi già fossero contaminati di cadaveri, e di sangue. Finalmente declinò la fortuna dei Francesi; gli Austriaci, che prevedevano che da quella fazione dipendeva tutto l'evento della Ligustica guerra, fatto un estremo sforzo, riuscirono, cacciatone di viva forza gli avversarj, sulla sommità del monte. Con pari disavvantaggio procedevano le cose dei Francesi a Melogno, sebbene non sia stato tanto ostinato, nè tanto lungo lo scontro della battaglia che gli fu data. Era questo sito, nel quale era ridotta tutta la somma della guerra in altre parti, per una omissione inesplicabile del generale Francese, custodito solamente da due battaglioni, inabili certamente, per la pochezza delle genti, ad un grosso sforzo. Lo attaccava Argenteau con cinque mila soldati fioritissimi, e dopo breve contrasto facilmente se lo recava in mano. Il quale accidente mandò in manifesta declinazione la battaglia pei Francesi, e rendè loro impossibile lo starsene più lungamente nelle posizioni che avevano occupato. Per la qual cosa, come prima ebbe Kellerman avviso della perdita di Melogno, mandava Massena con un grosso di quattro battaglioni valentissimi a far opera di ricuperarlo; il che era, non di somma, ma di estrema importanza. Usarono i soldati di Massena molto opportunamente il benefizio di una nebbia assai folta, ed approssimatisi all'improvviso sulle prime guardie, misero in loro tanto spavento, che andarono, senza aspettar altro, in fuga; per poco stette, che non disordinassero le compagnìe, che custodivano le trincee fatte sulla sommità del monte. Ma tanti furono i conforti dei capitani accorsi a far provvisione a questo disordine, che i soldati, ripreso animo, ributtarono valorosamente con le artiglierìe e con le bajonette il nemico, che già si era avvicinato, e faceva le viste di voler saltar dentro i ripari. Ritiraronsi i Francesi, non senza aver perduto buon numero di valenti soldati. Questo rincalzo non tolse loro tanto di speranza, che non tentassero di acquistare con un secondo assalto quello, che non avevano potuto acquistare col primo. Massena medesimo al solito rischievole guidatore di qualunque più difficile impresa, reggeva i passi loro, ed avendogli divisi in tre colonne, comandava alle due estreme, ferissero l'inimico sui due fianchi, alla mezzana, percuotesse di fronte l'altura pericolosa. Marciavano molto confidenti della vittoria; ma la nebbia, che aveva tanto favoreggiato il primo sforzo, fu cagione, che succedesse sinistramente, fin dal principio, il secondo; perchè le due colonne laterali, non bene discernendo i luoghi per cui dovevano passare, in vece di andar al cammin loro, ed operare spartitamente dalla mezzana, si accozzarono a questa per modo, che invece di tre assalti che avrebbero tenuto in sospetto gli Austriaci su tutte le bande, massime sulle laterali più deboli, si ridussero a darne un solo sulla fronte. Questo cangiò del tutto la condizione della battaglia, perchè gl'imperiali combattendo per diretto da quei ripari sicuri con tutte le artiglierìe loro, obbligarono prestamente i repubblicani a ritirarsi, non senza strage, a' luoghi dond'erano venuti. S'aggiunse a questo, che gli Austriaci s'impadronirono del passo dello Spinardo, altro sito importante, che dava loro maggior facoltà di rompere e spartire in due l'esercito di Francia. Occupato san Giacomo e Melogno, salirono gl'imperiali facilmente sui monti che stanno imminenti a Vado, donde poterono bersagliare i Francesi, che tuttavìa vi avevano le stanze. Perlochè questi, disperati pei sinistri occorsi, di poter conservar questo luogo, chiodati ventidue cannoni e due obici, che non potevano trasportare, si ritirarono. Entrarono tosto in Vado gli Austriaci; poservi di presidio il reggimento di Alvinzi.

Mentre tutte queste cose si facevano sulla riviera di Genova, succedevano parecchie battaglie su tutte le creste degli Apennini e dell'Alpi, con vario evento; imperciocchè ed i Francesi s'impadronirono del colle del Monte, per cui potevano aprirsi il passo nel più interno della valle d'Aosta, e si combattè al monte Ginevra molto valorosamente per ambe le parti, e con lo stesso valore al colle di Tenda, ed a San Martino di Lantosca; volevano e Francesi e Piemontesi ajutare con questi assalti lontani le maggiori battaglie del Genovesato.

Kellerman, veduto che per l'occupazione fatta dagli alleati dei siti più importanti verso Savona, le sue stanze in quei luoghi non erano più sicure, e che la sua ala dritta correva pericolo di esser tagliata fuori dalle altre, pensò a tirarla indietro, restringendo in tal modo tutta la fronte de' suoi, che siccome troppo lunga dal piccolo San Bernardo sino ai confini di Vado, era più debole al resistere ad un nemico superiore di numero. Perlochè tirandola con molta prudenza e singolare arte indietro, l'andava a porre a Borghetto, donde salendo per Ceriale, Balestrino, e Zuccarello, e piegando pei monti, dai quali sorge il Tanaro, andava a congiungersi con la schiera che muniva il colle di Tenda, e quindi con tutta la fronte dell'esercito. Per tal modo Finale e Loano, abbandonati dai repubblicani, vennero in poter degl'imperiali.

La ritirata dei Francesi da Vado era necessaria per la salute loro, ma fu loro da un altro lato di grandissimo incomodo a cagione della mancanza delle vettovaglie, perchè i Corsari Vadesi e Savonesi con bandiera Austriaca correvano continuamente il mare, e lo tenevano infestato sino a Nizza per modo che i bastimenti Genovesi non potevano più portarvi i fromenti; a mala pena alcune navi più sottili d'Idriotti, sguizzando la notte, o pel favor di venti prosperi, riuscivano ad approdarvi, sussidio insufficiente a sollevare tanta carestìa. Per privare viemaggiormente le navi neutre della comodità di farsi strada ai lidi di Francia, ed alla parte della Riviera occupata dai Francesi, aveva il generale Austriaco armato nel porto di Savona certe grosse fuste, che portavano venti cannoni. Erano anche giunte in Vado due mezze galere, e quattro fuste Napolitane, che stavano vigilantissime nel sopravveder il mare. A tutti questi legni minori facevano ala le fregate Inglesi, che opprimevano con forza superiore, quanto fosse riuscito alle navi minori di scoprire. Per tutto questo nacque una penuria incredibile nel campo Francese, e già si promettevano i confederati, che i repubblicani, indeboliti dalla fame pensassero oramai a ritirarsi da tutta la riviera. Ma i Francesi, non mostrandosi meno costanti nel sopportare l'estremità del vivere, di quanto fossero stati valorosi nei fatti d'arme, continuavano ad insistere dal Borghetto, e dal Ceriale, in attitudine minacciosa e fiera. Il che vedutosi dai capi della lega, e stimando che ove la fame non bastava, e' bisognava usar la forza, assalirono con numero e con valore le posizioni nuove, alle quali i repubblicani si erano riparati. Sanguinose battaglie ne seguitavano, in cui ora gli uni, ed ora gli altri restavano superiori: la somma fu, che non essendo venuto fatto agli alleati di sloggiar i Francesi perdettero il frutto di tutta l'opera, perchè il non superare quei luoghi era un perdere tutto il frutto del trattato di Valenziana, un pruovare, che le potenze imperiale e regia erano impotenti a far impressione in Francia, un lasciar pendente la lite dell'acquisto, o della preservazione d'Italia, e finalmente un dar tempo ai Francesi di valersi dell'accidente favorevole della pace di Spagna, che già si negoziava, ed era vicina al concludersi. Così le sorti d'Italia si arrestarono, ed ebbero il tracollo sul piccolo ed ignobile scoglio del Borghetto.

Intanto le cose vieppiù s'allontanavano dalla temperanza in Napoli. Eranvi nate sì pel famoso grido della rivoluzione di Francia, sì per le instigazioni segrete di alcuni agenti di questo paese, sì per l'esempio e le esortazioni degli uomini venuti sull'armata dell'ammiraglio Truguet, che aveva visitato il porto di Napoli nel novantatre, e sì finalmente per l'inclinazioni dei tempi, opinioni favorevoli alla repubblica. Alcuni giovani con molta imprudenza palesemente la professavano; altri meno imprudenti, ma più inescusabili s'adunavano, e facevano congreghe segrete a rovina del governo. Notaronsi i discorsi, seppersi le trame: il governo insorgeva a freno dei novatori. Aveva la regina Carolina, che molto strettamente si consigliava col ministro Acton, gran parte nelle faccende del regno. Lo sdegno concetto da Carolina pei danni pubblici e privati, era operatore ch'ella credesse annidarsi più malevoli, che veramente non s'annidavano. Forse ancora si dilettava di vendetta contro coloro, che erano stimati partecipi di quelle opinioni, che avevano dato l'occasione, onde a sì lagrimevol fine fossero stati condotti i suoi parenti e consanguinei in Francia. Il ministro Acton, conosciuto l'umore, si studiava, come i favoriti fanno, di andare a seconda, con rappresentare continuamente all'animo della regina già tanto alterato, congiure, e tentativi di ribellioni pericolose. Creossi una giunta sopra le congiure. Furonvi eletti il principe Castelcicala, il marchese Vanni ed un Guidobaldi, antico procurator di Teramo, uomini disposti non solamente a far giustizia, ma ancora ad usar rigore. Emanuele de Deo, giovane invasato delle opinioni nuove, e mescolato nelle congreghe segrete, fu punito coll'ultimo supplizio, e morì con mirabile costanza. Alcuni altri, rei com'egli, furono condotti alla medesima fine: alcuni carcerati, alcuni confinati. Ciò era non solo dritto, ma ancora debito dello stato: ma si crearono gli uomini sospetti, parte per indizj più o meno fondati, parte anche senza indizj, mescolandosi le emulazioni e gli odj particolari là dove non era nè reità, nè indizio di reità. Le carceri si empierono. Era un terrore universale; s'indugiavano i giudizj; le pietose ambizioni non si stimavano, perchè il pregare pei parenti venuti in disgrazia, ed il difendere degli avvocati generava sospetto. Il famigliare consorzio era contaminato dalla paura dei delatori. Diceva Vanni, già confinata in carcere una gran moltitudine, pullulare tuttavìa nel regno i giacobini; abbisognare arrestarsene ancora ventimila; nè si ristava: i carcerati si moltiplicavano. Fu imprigionato Medici, perchè Acton aveva gelosìa dell'autorità di lui, e perchè credeva che aspirasse al favor della regina per mezzo di una sorella, damigella molto intima di Carolina. Anzi cotale macchina fu ordita per condurlo al precipizio, che se nol salvava l'integrità del giudice Chinigò, vi sarebbe anche caduto sotto, e fora stato privato il regno di un uomo di non ordinaria perizia negli affari di stato. Era Medici, oltre le opinioni che gli si attribuivano, querelato di carteggio con Francia: esibironsi anche le lettere in giudizio, come se di Francia venissero, quando Chinigò molto diligentemente risguardando, fece vedere, Napolitane carte essere, non Francesi. Duravano già da molto tempo le pene insolite, nè rimetteva il rigore. I popoli prima si spaventavano, poi s'impietosivano, finalmente si sdegnavano: ne facevano anche qualche dimostrazione. Pensossi al rimedio. Siccome Vanni principalmente era venuto in odio all'universale, ed a lui più che a' suoi compagni si attribuivano i fatti occorsi, così fu dismesso ed esiliato da Napoli, gratitudine degna del benefizio. Ciò non ostante non fu piena la moderazione che si aspettava, perciocchè l'asprezza non cessò del tutto, se non quando Napoli venne a patti con Francia. Di questi umori terribili era pieno il Napolitano regno, nè è da far maraviglia, se abbiano poscia sboccato con tanto impeto, e fatto sì grande inondazione, quando gli accidenti gli ajutarono.

Frattanto non si confermava l'imperio Inglese in Corsica, parte per l'inquietudine naturale di quella nazione, parte perchè i partigiani Francesi vi erano numerosi, parte finalmente perchè i popoli attribuendo, come sogliono, a quel nome di libertà più di quello che dare può, sì erano dati a credere, ch'ella dovesse indurre l'immunità delle tasse; quando poi si trovarono scaduti dalle speranze, si erano sdegnati, e gridavano, aver solo cambiato padrone, non peso. Oltre a ciò grande era tuttavìa il nome di Paoli in Corsica, e coloro che più amavano l'indipendenza che l'unione con gl'Inglesi, voltavano volontieri gli animi a lui, come a quello che avendo contrastato l'acquisto della Corsica ai Francesi, poteva anche turbarlo agl'Inglesi. Tutti questi motivi o spartitamente, o unitamente operando, facevano, che non quietando gli animi, erano sorti parecchi rumori in alcune pievi quà dai monti, massimamente nei contorni d'Ajaccio. Si adunavano quà e là bande armate, che non contente al non pagar esse le contribuzioni, impedivano che altri le pagasse, ardevano i magazzini del pubblico, entravano armatamente nelle case dei particolari addetti alla Francia, ed anche di quelli che amavano l'Inghilterra, minacciando, ed ogni cosa rubando. Il male già grave in se, induceva ogni giorno maggior timore; alcuni già gridavano apertamente il nome di Francia. Nè la mala riuscita delle armi navali Francesi nel Mediterraneo aveva potuto moderare questi umori già mossi; che anzi mescolandosi la pervicacia del continuare all'animosità del cominciare, si temeva una turbazione universale, se prontamente non vi si provvedesse. Per la qual cosa il vicerè Elliot, avvisato prima diligentemente in Inghilterra quanto occorreva, mandò fuori un bando esortatorio. Rammentava i benefizj dell'Inghilterra; avere liberato i Corsi dall'anarchìa e da un truculento dominio; col proprio sangue aver loro conservato quel quieto e libero vivere; sopperire col denaro proprio alle spese più gravi; soldati Corsi pagarsi da lei; l'arsenale d'Ajaccio da lei fornirsi; inviolata essere in Corsica la libertà delle persone, sacre ed inviolate le proprietà; il mare libero alle navi mercè la tutela del naviglio Inglese; la religione antica rispettata, trattarsi con la santità del papa nuovi ordinamenti al bene universale molto utili; tutto presagire, tutto promettere un buono e facile ordine di governo: che voler dunque significare questi umori, e questa turbolenza nuova? Badassero a non corrompere coi tumulti il bene universale; badassero che ove la licenza regna in luogo della legge, ivi non son più sicure nè le proprietà, nè le vite; badassero quanto imprudente fosse, quando era il tempo di stabilire la libertà e la sicurtà della Corsica, spargere semi di nuovi travaglj, che potevano aprir l'adito a farla ritornare nella servitù di un nemico arrabbiato e vicino; volere un governo senza tasse, essere stoltizia; doversi meno lagnar la Corsica di altri popoli, poichè l'Inghilterra suppliva del suo, ed i rappresentanti consentivano; ricordassersi della fede data, del giuramento fatto; avere più compassione che sdegno ai traviati, preferire l'ammonizione alla punizione; ascolterebbe ogni giusta querela, farebbe ragione ad ogni discreta domanda, ma non sarebbe mai per tollerare, che la violenza prevalesse alla legge, nè che fossero offesi in Corsica la dignità della corona, ed i diritti constituiti del re.