Queste esortazioni non restarono senza effetto, non già sulle popolazioni mosse, perchè a popolo mosso bisogna parlar co' fatti, non con le parole, ma bensì su quelle d'oltremonti, che eleggevano volentieri di stare sotto l'imperio d'Inghilterra. Laonde, ordinate alcune squadre di soldati subitarj, furono mandate ad ajutare nelle pievi licenziose le esortazioni del vicerè. Oltre a tutto questo Paoli, o cagione, o pretesto che fosse di questi romori, fu chiamato in Inghilterra dal re, il quale, perchè la chiamata fosse più onesta, gli aveva scritto, la presenza sua in Corsica fare i suoi amici troppo animosi; se ne venisse pertanto a respirare aere più tranquillo in Londra; rimunererebbe la fede sua, metterebbelo a parte della propria famiglia. Paoli, obbediendo all'invitazione, se ne giva a Londra, trattenutovi con due mila lire di sterlini all'anno. Visse sino all'ultimo più accarezzato che onorato. Così finì Pasquale Paoli nome riverito nella storia, e che sarebbe molto più, se non fosse nata la rivoluzione di Francia. Imperciocchè a lui furono più gloriose le disgrazie che le prosperità, e l'integrità del suo nome incominciò a restare offesa, quando consentì ad essere ripatriato dalla Francia, e molto più quando volle sottomettere la patria all'Inghilterra; e poichè era fisso là donde ogni accidente umano procede che la Corsica avesse ad essere, non di se stessa, ma o Francese o Inglese, era richiesto a Paoli, che nè accettasse il benefizio di Francia, nè servisse ai disegni d'Inghilterra. Tanto è vero, che ad alcuni uomini è più glorioso il riposare, che il travagliarsi! Ma volle il destino, che questo illustre Corso servisse di nuova ammonizione a coloro, che o per ambizione, o per l'amore scelerato delle parti sottomettono la patria loro agli strani; perchè il minor male che si abbiano, è il sospetto di coloro, a cui hanno servito.

Gli avvertimenti del vicerè, le mosse dei soldati Corsi ai soldi d'Inghilterra, la partenza di Paoli, ed insieme i benigni ordini venuti da Londra furono di tanta efficacia, che i comuni sollevati, fra gli altri massimamente quelli di Ajaccio e di Mezzana più ostinati, deposte le armi, tornarono all'obbedienza. Così fu ristorata, se non la concordia, almeno la pace in Corsica, non sì però, che per l'infezione delle parti non vi fossero molti mali semi, che avevano a partorire fra breve effetti notabili a pregiudizio degl'Inglesi in quell'isola.

Qualche moto anche accadde a questi tempi in Sardegna, principalmente in Sassari, città vicina alla Corsica. Il popolo sollevato domandava gli stamenti, che non sono altro che gli stati generali di Sardegna; domandava i privilegj conceduti dai re d'Aragona, domandava i patti giurati nel 1720. Capi e guidatori di questo moto erano Goveano Fadda, Giovacchino Mundula, e principalmente il cavaliere Angioi, uomo tanto più vicino alla virtù modesta degli antichi, quanto più lontano dalla virtù vantatrice dei moderni. Sassari mandò i suoi deputati a Torino, perchè, moderatamente procedendo, i diritti ed i desiderj dei Sardi al re rappresentassero. Dieronsi ai deputati buone parole, e forse qualche cosa più che buone parole. La missione loro non partorì frutto, e se ne partirono disconclusi. Intanto furono i tumulti di leggieri sedati, componendosi di nuovo il vivere nella solita quiete con grande contentezza del re, che molto mal volentieri aveva veduto contaminarsi la difesa di Cagliari dalle sollevazioni di Sassari. Fadda, Mundula, ed Angioi si posero con la fuga in salvo.

In questo mezzo tempo si udirono importantissime novelle da Basilea, essere la Spagna, partendosi dalla confederazione, condescesa il dì ventidue luglio alla pace con la repubblica Francese; il quale accidente tanta efficacia doveva avere in Italia, principalmente negli stati del re di Sardegna, quanta ne aveva avuto negli affari di Germania, e principalmente in quei dell'Austria, la pace conchiusa tra la Francia e la Prussia; i repubblicani vincitori dei Pirenei potevano facilmente voltarsi contro l'Italia per farvi preponderare le forze Francesi. Mossi poi anche i Parigini reggitori da quel loro perpetuo appetito d'invadere l'Italia, col diventar padroni del Piemonte per la pace, del Milanese per la guerra, erano stati operatori, che s'inserisse nel trattato con la Spagna il capitolo, che la repubblica Francese in segno d'amicizia verso il re Cattolico, accetterebbe la sua mediazione a favore del regno di Portogallo, del re di Napoli, del re di Sardegna, dell'infante duca di Parma, e degli altri stati d'Italia, a fine di concordia tra la repubblica e questi principi. Ulloa, ministro di Spagna a Torino, fece l'ufficio, profferendosi a mediatore tra la repubblica, ed il re Vittorio. Offeriva la conservazione, e la guarentigia dei proprj stati, se consentisse a starsene neutrale, e a dar il passo ai Francesi verso l'Italia. Offeriva la possessione del Milanese, se si risolvesse a collegarsi con la repubblica. Mescolaronsi al solito speranze di acquisti di territorj più contigui, se cedesse l'isola di Sardegna alla Francia. Udiva il re Vittorio molto sdegnosamente le proposizioni della Spagna, e sulle prime dichiarò, voler continuare nell'alleanza con l'Austria. Ma poichè fu più pacatamente considerata la cosa, o che s'inclinasse ai patti, o che solo si volesse aver sembianza d'inclinarvi, si convocò il consiglio, al quale furono chiamati molti uomini prudenti, ed altri assai pratichi delle militari faccende. Erano per deliberare intorno ad un soggetto gravissimo, e da cui dipendeva questo punto, se il Piemonte avesse a conservare la signorìa di se medesimo, o di cadere in servitù di forestieri. Era presente a questo consiglio il marchese Silva, figliuolo di uno Spagnuolo, console di Spagna a Livorno. Pratico delle cose del mondo per molti viaggi in Europa, massimamente in Russia, dove era stato veduto amorevolmente dall'imperatrice Elisabetta, pratico delle cose militari per lungo studio ed esperienza, avendo anche scritto trattati sull'arte della guerra, condottosi finalmente agli stipendj della Sardegna, era il marchese da tutti stimato e riverito. Chiesto del suo parere in sì pericoloso caso, parlò, con singolare franchezza, in questi termini:

«Io fui più volte interrogato su quanto tocca questa infelice guerra, e sempre quanto risposi fu da tutti contrastato, da molti in sinistra parte voltato, da alcuni tenuto a vile, come se la malaugurosa Cassandra, sempre veritiera e non creduta mai, io mi fossi; e certamente qualunque sia il momento della presente occorrenza, che è grandissimo, anzi estremo, a tutt'altra cosa io avrei pensato prima che a questa, ch'io dovessi di nuovo del mio consiglio essere ricerco. Ma comunque ciò sia, e quantunque io avessi ad essere o poco grato ad alcuni, o calunniato da altri, non voglio in questo del mio debito mancare verso chi mi chiama, verso quel signore ch'io adoro, verso quella patria, che per mia, come se nato ed educato vi fossi, volonterosamente mi scelsi. E prima ch'io d'altre cose mi discorra, voglio su questo primo principio insistere, che una nazione, che libera vuol essere, libera sarà, e che contro di lei niuno impedimento è che prevalga; che se poi questa nazione fia grande, fia generosa, fia guerriera, acquisterà per questa medesima libertà tale forza, tale grandezza, tale potenza, che sotto il suo dominio, od almeno sotto le sue leggi tutti i suoi vicini ridurrà. Ora, in nome di Dio, di che si tratta nella presente controversia, se non se di accettar queste leggi onorevolmente, o di subirle ignominiosamente? e quale esitazione può essere, quale dubbio può cadere, quando si va a scerre tra un amico, forse un po' insolente, ed un nemico certamente irritato e superbo? Come un uomo prudente potrà stare in pendente, massimamente considerando la fede dubbia di un alleato, piuttosto invasore delle nostre province, che difenditore, cagione piuttosto della rovina di questo stato, che preservatore della sua salvezza? Conciossiachè, se son rotte d'ogni intorno con ispaventevole fracasso le difese di questo una volta felicissimo e securissimo regno, se la tempesta è pronta a scagliarsi nelle fertili pianure del nostro bel Piemonte, se già le fortezze vacillano, se già gli animi stan dubbj, se già lo spavento universale un eccidio universale prenunzia, se già l'Italia trema all'apparenza di un funesto avvenire, a chi deonsi tante calamità riferire, a chi sentirne obbligo, se non se a questo medesimo ambizioso, e poco fedele alleato? V'accese con incentivi subdoli, v'ingannò con sussidj insufficienti. Sovvengavi, signori, di quanto io già vi dissi, ed evidentemente altre volte dimostrai, che ove i Francesi riusciti sono a far fondamento delle operazioni loro una linea, che dal fianco orientale dell'Alpi partendo, va a dar negli Apennini, l'importantissima barriera dei monti, e delle fortezze è superata, ed il Piemonte privo de' suoi ripari, circondato, investito da tutti i lati senza difesa ridotti, si trova vicino ad una ruina inevitabile. Io dimostrai al re, quando mandommi a visitar i luoghi, che questa linea dalle Viosene insino a Toirano è insuperabile; poichè le creste dei monti per Termini ed il Galletto sino a Balestrino sono del tutto inaccessibili; che se spuntar si volesse dal Carlino, entrerebbe l'esercito in una gran fondura tra questo luogo appunto, e la contea di Nizza, dove lo sforzo di cinquanta mila combattenti sarebbe ed inutile contro il nemico, e fatale per loro. Nè migliore speranza si avrebbe, se dalla destra parte verso il Ceriale entrar si volesse, poichè i Francesi ad una seconda posizione preparata ritirandosi, e noi sappiamo che quattro fino a Ventimiglia le une più forti delle altre ne hanno, sempre potranno a posta loro, poichè occupano le più alte cime, dai luoghi più alti ai più bassi calare, e conseguentemente senza ostacolo nessuno, nel cuore stesso del Piemonte penetrare. Odo, che voi avete speranza nell'esercito vostro: ma l'esercito, sebbene per valore a nissuno sia secondo, già debole per se, ed indebolito per tante morti, a mala pena potrà bastare a presidiar la città capitale, o se indugiasse a ricoverarvisi, investito sui fianchi, circondato, e tagliato fuori dalle colonne Francesi partite da tutti i punti della circonferenza dalla riviera di Genova, e dalla valle del Tanaro sino alla Torinese Stura, alcun rimedio più non avrebbe alla sua salute. Tutte queste cose non possono parer dubbie, se non a coloro che o i luoghi non conoscono, o quanto sia debole l'esercito, quanto penuriose le finanze, quanto potenti i semi della ribellione non sanno. Veggono alcuni più parziali che prudenti uomini, con gli occhi loro abbacinati, scender continuamente dal Tirolo in ajuto del Piemonte ora quaranta, ora sessanta mila Tedeschi. Ma volesse pur Dio, che questa gente armata avesse più corpo in terra, che chimera od ombra nella fantasìa di certi consiglieri ardenti: la fama è oramai troppo lunga, perchè l'ajuto sia vero. Certamente fallace consiglio sarebbe il promettersi qualche cosa dalle vane speranze, dalle esagerazioni lusinghiere, dalle promesse ingannevoli della corte di Vienna. Ma che dico? Quando i fatti parlano, qual bisogno v'è di parole? Non fu stipulato nel trattato di Valenziana, che gli Austriaci solamente combatterebbero nella pianura? Ignorate voi forse gli ordini dati agli imperiali capi di non mettersi senza grande occasione in potestà della fortuna, di tenersi grossi, di usare moderatamente i soldati, di serbargli interi per la difesa della Lombardìa? Non disselo a chiare note, non predicollo apertamente a me e ad altri Devins medesimo? Voi potete a grado vostro dire, che la difesa della Lombardìa è in Piemonte, poichè ciò era vero, or son due anni, e non è più vero oggidì, perchè le Alpi son perdute, gli Apennini invasi, la pianura aperta, e voi state qui deliberando paventosi, e dubbj se vi sia possibile difendere la real Torino, e l'antico trono di questi principi giustissimi. Che se voi persistete a dire che in Piemonte è la difesa della Lombardìa, potrebbero a giusta ragione rispondervi i generali dell'Austria, che essendo oramai il Piemonte privo di difesa, se l'esercito loro si ostinasse a volerlo difendere per ritardar qualche tempo l'invasione della Lombardìa, correrebbe pericolo esso medesimo di esser tagliato fuori dal Milanese, e che per tal modo la Lombardìa stessa, l'esercito destinato a difenderla, ed il Piemonte con loro, sarebbero ad uno e medesimo tempo senz'alcuna speranza di poter risorgere perduti, e l'Italia a servil giogo posta. Non combatte l'uomo col medesimo valore quando difende le cose altrui, come quando difende le proprie. Di ciò debbonvi avervi fatti avvertiti gli Austriaci, quando già sì mollemente in ajuto vostro combatterono in casi, in cui ci andava o la speranza del conquistare, o la sicurtà loro. Eppure erano allora le forze vostre in essere, ora son prostrate; od io a gran partito m'inganno, od alle prime mosse dei Francesi verso Genova, voi vedrete questi medesimi Austriaci correre precipitosamente verso la Lombardìa, ed in preda al vincitore abbandonarvi, senza neppur lasciare un soldato in ajuto vostro di quel già sì debole e sì estenuato esercito ausiliario, che l'imperatore si è obbligato a mandarvi.

«Adunque, essendo tutte le difese dello stato od in mano del nemico, od in pericolo di cadervi, le genti nostre diminuite di numero e di animo, l'alleato poco fedele, e piuttosto della salute sua che della nostra sollecito, nè potendo le nostre necessità aspettare la tardità dei rimedj che si preparano, io porto opinione, che la pace sia assai più sicura della guerra, ed alla pace vi conforto, e la chiamo, e la bramo ora che le forze, che ancor vi restano, ve la possono dare onorevole e sicura; che se aspettate l'ultima necessità, fia la pace infame, fia distruttiva, fia congiunta con servitù intiera ed insopportabile. Se altro partito miglior di questo vi sovviene, avrei caro udirlo; ma qualunque ei sia, non istate più indugiando, che il tempo pressa, l'occasione fugge, il pericolo sovrasta. Or vi spiri benigno il cielo, e vi faccia deliberar sanamente a salvazione del generoso Piemonte, ed a preservazione della nobile Italia».

Questo discorso porto da un uomo pratico di guerra, di natura molto veridica, congiunto di amicizia col generale Austriaco Strasoldo, fece non poco effetto negli animi dei circostanti, dei quali una parte inclinava agli accordi quantunque tutti avessero la volontà aliena dai Francesi. Ma sorse a contrastar questa inclinazione alla pace il marchese d'Albarey, il quale, sebbene fosse d'indole pacifica e d'animo temperato, essendo stato operatore del trattato di Valenziana, e fondandosi sulle considerazioni politiche, opinava, doversi nella guerra e nella fede data all'Austria perseverare.

«Sono, ei disse, più che qualunque altra azione umana all'arbitrio della fortuna sottoposte le militari fazioni; le politiche cose altre variazioni non fanno, se non quelle che suole indurre la prepotente forza dell'armi. Della quale differenza la cagione si è, che le prime pendono intieramente dai casi fortuiti e dal coraggio degli uomini sempre soggetto a spaventi inopinati, mentre le seconde stanno fondate sulle umane passioni, le quali sono sempre in tutti i luoghi ed in tutti i tempi le medesime. Infatti si vede che la guerra mette spesso in fondo i più potenti, i più gloriosi reami, mentre quelli che alla ragione di stato prudentemente si conformano, vivono tutto quel corso di vita che dalla natura alle opere umane è concesso. Ha la forza in se non so che di cieco e di disadatto, che la fa dar negli scogli e nelle ruine; ha la prudenza, figliuola della cognizione vera delle umane passioni, in se non so che di disinvolto e di sguizzante, che fa che chi la segue schivi gli ostacoli, e viva eterno. Propone il marchese Silva che si faccia la pace, perchè, come crede, non si può più far la guerra; chiama l'Austria infedele; è confortatore, che il re si fidi nella repubblica Francese, la quale, sebbene ora faccia certe dimostrazioni in contrario, è pure la nemica naturale e terribile di tutti i re. Ma sul bel principio del mio favellare, e su di questo medesimo argomento di guerra insistendo, di cui tanto è il mio avversario perito, io domando a lui, quale dei due eserciti sia più grosso, o del nostro congiunto alle genti Austriache, o di quello del nemico, solo esposto a tutto lo sforzo degli alleati? Certamente, qual uomo sincero, qual egli è, sarà per rispondere, il nostro. E se gli domando, s'ei crede che per la congiunzione delle genti de' Pirenei, il Francese diventi più potente del confederato ingrossato per la giunta di nuove genti Tedesche, certo ancora ei risponderà, non credere; poichè e i Pirenei saran pure da guardarsi; e la pace con la Spagna non sarà senza sospetto. Finalmente se io gli domando, s'egli stima i Francesi più valorosi dei Piemontesi, o più degli Austriaci, certo sono ch'ei risponderà, non istimare. Dove vanno dunque a ferire queste instanti querele, che voglion significare questi predicati spaventi? Sono i Francesi padroni delle cime dei monti! E siano, e s'arrovellin pure per la fame, per la miseria, per la intemperie in que' luoghi alpestri e selvaggi; che se hanno i gioghi, e' non hanno i passi, e non vedo che alcuna fortezza vacilli, non che sia in mano loro, ed il penetrar in Piemonte con le fortezze nimichevoli a ridosso, sarebbe pei Francesi stoltizia, piuttosto che coraggio, sarebbe caso più desiderabile per noi, che spaventoso; che anche quì il valor Piemontese ed Austriaco affrontolli, ed anche quì biancheggiano ancora i campi delle Francesi ossa prostrate in battaglie giuste da queste stesse mani, da queste stesse armi, che ora contro la rabbia loro difendono l'appetita Italia. Nè so restar capace, come si possa accagionare la fede, od il valore delle genti Tedesche. Sanlo Savona e San Giacomo, sanlo Vado e Melogno ancora tinti da repubblicano sangue come feriscono le spade, come piombino le palle Tedesche. Che i generali d'Austria abbiano cura della Lombardìa, il crederei facilmente, e debbonla avere: ma che non curino il Piemonte, dov'è colui che lo dice? Poichè tanto sangue sparso, tante incontrate morti, non solo sui monti della Liguria, ma nei seni più reconditi delle Alpi, rendono testimonianza in contrario. Ma pogniamo esser le cose della guerra tanto pericolose, quanto il mio avversario asserisce, io non crederò punto mai, ch'elle siano disperate. Che ancora abbiam braccia e petti, ancora abbiam fortezze nelle bocche delle Alpi, nè credo, che siamo in grado di essere costretti ad abbracciare consigli pericolosi, od a farci incontro ad occasioni immature. Ma giacchè si grida pace, vediam che cosa sia, vediam che in se porti questa consigliata pace. La pace con la Francia importa la guerra con l'Austria; il cedere la Savoja e Nizza ai Francesi vuol significare il ricevere dalle mani loro rapaci qualche porzioncella del Milanese, vuol significare il dar loro il passo pel Piemonte, vuol significare il permettere che vadano a ferire direttamente il cuore di coloro, che fin quì difeso hanno il cuor nostro. Sicchè io vedo l'infamia sul limitare stesso di quest'accordo; perchè quivi è un dare al nemico, ed un arricchirsi delle spoglie dell'amico. Pure l'onore è qualche cosa in questo mondo, e l'incertezza degli umani eventi vi dee tener avvertiti, che tardi o tosto avrete bisogno di alleati; e quale alleato possiate trovare, dopo tanta ignominia, per me già nol so. Ma più addentro questa materia considerando, io trovo che l'accordo con Francia sarebbe la servitù del Piemonte, sarebbe il suo soqquadro, sarebbe la sua ruina. Non possono gli Austriaci, quantunque presenti, tanto avvilupparci, che diventiam servi delle spade Alemanne, perchè le sedi loro troppo sono dalle terre nostre lontane. Possonlo, e facilmente i Francesi, perchè qui pur troppo siam vicini alla fonte di un tanto diluvio, e non so se vi conforti la moderazione loro, la quale quanta e quale sia, sallo il mondo pieno oramai tutto per opera loro di spaventi e di ruine. Per giudicare quali i Francesi siano, e di che sappiano in casa altrui, addomandatelo ai Fiamminghi, addomandatelo agli Olandesi, e se son contenti essi di avergli per alleati, ed in casa loro, siatene pur contenti ancora voi, ed abbiatene il buon pro. Semi sonvi di rivoluzione e di sommossa in Piemonte? Certo sì che vi sono. Ma credete voi, o mio buon marchese Silva, che i Francesi con la presenza loro gli spegneranno? Per me nol credo; credo anzi al contrario, che le giacobine teste pulluleranno, all'aperto si mostreranno, di ultimo sterminio questa felicissima monarchìa minacceranno. Condanneranle forse i Francesi in pubblico, ma fomenteranle in segreto; camminerà lo stato sopra ceneri ingannatrici, e quando voi vi risolverete a mettere il piè sulle prime faville, le farete prorompere in universale incendio. Un manifesto francese poi molto bene acconcio, che di manifesti e di ciarle non hanno inopia, accomoderà il tutto con chiamar voi traditori, voi, che altro non avrete fatto, che sopportar pazientemente la superbia loro. S'abbia la Prussia, s'abbia la Spagna pace con la Francia, poichè per esse non debbono passar i Francesi per andarsene ai disegni loro; ma poichè eglino per nissun'altra cagione vi propongono a questi giorni la pace, se non se per passare in Piemonte ad invadere la Lombardìa, pare a me che la guerra assai più sicura sia della pace; perciocchè la presenza di questi smodati repubblicani non può essere senza semenze funeste, non senza scandali, non senza sommosse, non senza inevitabile perdizione. Nè vi esca di mente, che la Francia per non altro vi richiede ora di pace, che per farla con l'Austria più potente di voi; nè siate per dubitare punto, che ove si scoprirà la prima occasione di far pace con lei, la farà, e lasceravvi nelle peste, nè ricorderassi di voi, manco ancora dell'amicizia vostra, e dovrete tenervi molto fortunati, se non avrete ad accorgervi dai patti che seguiranno, quanto pregiudizioso consiglio sia l'abbandonare un amico fedele e pruovato, per darsi in braccio ad un amico infedele e nuovo; che questi guadagni appunto si fanno i deboli, quando vogliono farla da astuti coi potenti. Odo favellare di penuria di finanze. Ma che penuria, quando ci va la salute dello stato? Per me, ho vergogna di parlar di denaro, quando si tratta dell'essere, o del non essere. Poi credete voi, signor mio, che la Francia sia meglio per impinguar il nostro erario, che l'Inghilterra? Se vel credete voi, non so qual semplicità sia la vostra. Quanto a me, io mi credo che meglio proceda il denaro da chi ne ha troppo, e il getta in casa altrui, che da chi ne ha poco, ed il rapisce in casa altrui. Ora recando alla somma quello, che sono ito finora minutamente considerando, a me pare, che l'amicizia con l'Austria sia più sicura e meno pericolosa, che l'amicizia con Francia. Perciò esorto e prego, che rifiutati i partiti temerarj, e mostrando il viso alla fortuna, ed alla costanza nostra già tanto famosa non mancando, dimostriamo al mondo, che il Piemonte minacciato a' tempi nostri non ha avuto minor animo, che il Piemonte invaso ai tempi andati».

Queste parole vere in se stesse non restarono senza effetto, meno perchè vere erano, che perchè gli animi non avevano per un'anticipata risoluzione alcuna inclinazione alla concordia. Per la qual cosa, posta in non cale la mediazione di Spagna, e tagliata ogni pratica, deliberossi di continuar nella guerra contro la Francia, e non si partire dall'alleanza con l'Austria. Certamente il partito era pieno di molta dubbietà; perchè non vi era minor pericolo nelle suggestioni, che nelle armi repubblicane, e si temevano con molta ragione gli effetti, che avesse a portar con se la presenza dei Francesi in Piemonte. Laonde la risoluzione fatta non è se non da lodarsi, non perchè più sicura fosse, ma perchè in pari pericolo da ambe le parti, ella era più onorevole.

Giugneva intanto il tempo, che doveva mostrare, se quelle armi, che non senza grave fatica e stento avevano potuto contrastare ai Francesi divisi tra Spagna ed Italia, potessero resistere all'impeto loro unito: ed indirizzato a voler fare la conquista dell'Italiane contrade. Già fin dal principio di quest'anno si era deliberato nei consigli di Francia di voler passare con le armi in Italia. Uno dei principali confortatori a quest'impresa era Scherer, riputato fra i buoni generali di Francia, per le pruove fatte recentemente da lui nelle guerre di Germania e di Spagna. Si rinfrescavano vieppiù questi pensieri dopo la pace di Spagna; e parendo, che quegli che ne aveva fatto il disegno, più accomodato capitano fosse per mandarlo ad esecuzione, fu egli preposto all'esercito d'Italia, restando Kellerman a governare solamente le genti alloggiate nelle Alpi superiori. Concorrevano intanto i soldati repubblicani dai Pirenei agli Apennini, e con loro parecchi guerrieri di nome. Inclinava omai la stagione all'inverno, e trovandosi gli alleati riparati a luoghi forti per natura, e per arte, a tutt'altro pensavano fuori che a questo, che i repubblicani, massime privi com'erano di cavallerìe, con poche e piccole artiglierìe, e ridotti in una insopportabile stretta di vettovaglie, avessero animo di assaltargli. Ma i soldati della repubblica usi a vincere le difficoltà che più insuperabili si riputavano, ed astretti anche dall'ultimo bisogno ad aprirsi la via per mare e per terra verso Genova, dalla quale sola potevano sperare di trarre di che pascersi, non si ristettero, ed opponendo un coraggio indomabile all'asprezza del tempo, alla mancanza dell'armi, alla carestìa del vivere, ad un nemico più numeroso di loro, abbondante d'armi e di munizioni, fortificato in luoghi già per se stessi malagevoli, si deliberarono di voler pruovare, se veramente il valore vince la forza, e se l'audacia è padrona della fortuna. Così si preparava la battaglia di Loano, assai famosa pel valore mostrato dai soldati repubblicani, e per la perizia dei generali loro, specialmente di Massena, che ebbe la principal gloria di questo fatto. Era la fronte dei Francesi in tal modo ordinata, che posando con l'ala dritta sulla rocca del Borghetto bagnata dal mare, e passando per Zuccarello e per Castelvecchio, dov'era la battaglia, andava con la sinistra a terminarsi sui monti, che sono in prospetto di quelli della Pianeta e del San Bernardo per alla via verso Garessio. Reggevano la destra Scherer, che aveva con se i soldati dei Pirenei, ed Augereau che gli aveva condotti, la mezza Massena, la sinistra Serrurier. I confederati stavano schierati di modo che l'ala loro da mano manca, governata da Wallis, occupava Loano, la battaglia condotta da Argenteau Roccabarbena, e la destra composta in gran parte di Piemontesi, e retta da Colli, si stendeva sui monti della Pianeta e del San Bernardo. Parendo a Devins che tutti questi siti forti non bastassero ad assicurarlo, aveva, come guardie avanzate, fatto tre campi forti, due innanzi a Loano sulle cima di tre monticelli muniti di trincee e d'artiglierìe, e nella terra di Toirano, un terzo per la sicurezza della mezzana più in su a campo di Pietra. Ma come prudente capitano, prevedendo gli accidenti sinistri, aveva munito di genti e d'artiglierìe dietro il corpo di mezzo, non solamente Bardinetto e Montecalvo, ma ancora più dietro, qual ultimo presidio e schiera soccorrevole, i monti di Melogno e di Settepani. Per tal modo si vede che Devins aveva ottimamente preveduto, donde doveva venire il pericolo, e provvedutovi ancora efficacemente; ma quello, che poco dopo succedette, dimostrò quanto sia vero, che non vale buon consiglio solo contro buon consiglio ajutato da un sopraeminente valore. Resta però, che l'infelice uscita della battaglia di Loano non dee imputarsi al generalissimo Austriaco, ma bene si vedrà, se i posteri non potranno con ragione accagionarne Argenteau, il quale o non istando sulla debita guardia prima del pericolo, o perdutosi di consiglio, quando ei sopravvenne, mancò tanto di valore, quanto aveva Devins abbondato di prudenza. Separava i due eserciti una valle profonda, il cui fondo bagna il piccolo fiumicello, che corre tra Loano ed Albenga. Il giorno diciasette novembre per riconoscere i luoghi, e per assaggiar l'inimico, Massena commise al generale Charlet, che assaltasse il posto di campo di Pietra, il quale, sostenuto un furioso urto, si arrese. Questa fazione, terribile presagio di battaglie più gravi, ed indizio probabile di quanto i Francesi avevano in animo di fare, non tenne tanto avvertito Argenteau, che pensasse a starsene avvisatamente. Era la notte dei ventidue novembre, quando Massena, raunati i suoi, così lor disse: «Soldati, il ricordare valore a voi fora piuttosto ingiusta diffidenza, che giusto incoraggiamento; bastò sempre per animarvi a vincere, il mostrarvi dove fosse il nemico. Ora, quantunque più numeroso di voi, si è riparato alle rupi, confessando in tal modo coi fatti più che con le parole, che ei non può stare a petto vostro. Ma che rupi o quali precipizj possono trattenere i soldati della repubblica? Voi vinceste le Alpi, voi gli Apennini già più volte, e costoro, nuovi compagni vostri, vinsero i Pirenei: vinsero essi i soldati di Spagna, voi vinceste quei di Sardegna e dell'Imperio: ma Sardegna ed Imperio continuano ad affrontarvi; però voi un'altra volta vincetegli, voi fugategli, voi dissipategli, e fia la vittoria vostra pace con l'Italia, come fu la vittoria loro pace con la Spagna. Questi ultimi re, non ancora fatti accorti dalle sconfitte, osano, con l'armi impugnate, stare a fronte della repubblica; ma voi pruovate loro con l'opere, che nissun re può stare armato contro di noi; e poichè aspettano l'estremo cimento, fate che esso sia l'estremo per loro».