Rivoltosi poscia ai popoli d'Italia, mandava, venire il Francese esercito per rompere i ceppi loro; essere il popolo Francese amico a tutti i popoli; accorressero a lui confidentemente, lealmente, securamente; serberebbe intatte le proprietà, la religione, i costumi; fare i Francesi la guerra da nemici generosi, solo averla coi re.
Quali sentimenti producessero sì fatti incentivi, coloro sel pensino, che sanno quanto operi la forza congiunta a magnifiche parole: nè è da far maraviglia, se queste guerre vive dei Francesi di tanto abbiano prevalso alle guerre morte dei Tedeschi.
Possente ajuto a far la guerra da fronte era la quiete alle spalle. Arrivarono le novelle desideratissime, essersi conclusa la pace il dì quindici maggio fra la repubblica e il re. Furono le condizioni principali, cedesse il re alla repubblica la possessione del ducato di Savoja e della contea di Nizza; oltre le fortezze di Cuneo, Ceva, e Tortona mettesse in potestà dei repubblicani Icilia, l'Assietta, Susa, la Brunetta, Castel Delfino ed Alessandria, od in luogo suo, ed a piacere del generale di Francia, Valenza: smantellassersi a spese del re Susa e la Brunetta, nè alcuna nuova fortezza potesse rizzare per quella frontiera; non desse passo ai nemici della repubblica; non sofferisse ne' suoi stati alcun fuoruscito o bandito Francese; restituissersi da ambe le parti i prigionieri fatti in guerra; abolissersi, ed in perpetua dimenticanza mandassersi i processi fatti ai querelati per opinioni politiche; a libertà si restituissero, e dei beni loro posti al fisco si redintegrassero; avessero facoltà, durante il loro quieto vivere, o di starsene senza molestia negli stati regj, o di trasferirsi là dove più loro piacesse; dei paesi occupati dai Francesi conservasse il re il governo civile, ma si obbligasse a pagare le taglie militari, ed a fornir viveri e strame all'esercito repubblicano; disdicesse l'ingiuria fatta al ministro di Francia in Alessandria.
Questo trattato, che dalla parte della repubblica sentiva in tutto l'oppressione, in nulla l'amicizia, aveva in se ogni radice di dissoluzione: solo poteva, e doveva durare finchè la forza durasse; si rendeva per lui lecito al sovrano del Piemonte il sottrarsi per ogni mezzo, che in poter suo fosse, da sì dure, ed inusitate condizioni; poichè, se importava alla repubblica l'indebolire un nemico ostinato, ed anzi forte e generoso, non si vede, che cosa le importasse il volere, che i fuorusciti Francesi, la più parte vecchj od infermi, e tutti miseri, da' suoi stati cacciasse. Quest'era non debilitare il nemico, ma farlo vile, ed il lasciare in lui semi di rabbia, e di vendetta. Vide intanto il Piemonte uno spettacolo miserando; che quelle mani stesse, e quelle subbie, e quei martelli che avevano costrutto la Brunetta, opera veramente maravigliosa, forse unica al mondo, e degna di Roma antica, ora la demolissero, e se allo scoppio delle distruggitrici mine sentivano i Piemontesi uno immenso sdegno, avrebbero i Francesi, quando una infatuazione compassionevole non gli avesse in quell'età fuori di loro medesimi tirati, sentito vergogna; perocchè care a tutti sono le opere mirabili dell'umano ingegno; e se la Francia voleva pure per sicurezza del suo stato, e per istabilirsi totalmente il passo in Italia, che quel propugnacolo si disfacesse, doveva almeno per un pudore Europeo, e non istraneo ad una nazione non barbara, con le proprie mani disfarlo, non obbligar a disfarlo coloro, che edificato l'avevano; conciossiacosachè ciò era aggiungere l'ingiuria al danno.
Fatta la pace e domate le forze regie, aveva Buonaparte diminuito considerabilmente la potenza della lega in Italia. L'esercito Austriaco congiunto coi soldati di Napoli, e con qualche parte di Tedeschi testè arrivata dal Tirolo, si trovava solo esposto a tutto l'impeto dei repubblicani, ai quali veniva a congiungersi gente fresca, che dall'Alpi e dagli Apennini a gran passi calava, allettata dalla fama di tante vittorie. Nè il generale della repubblica era uomo da lasciar imperfetta l'opera, perchè dall'una parte il chiamava la popolosa e ricca Milano con quelle opime terre della Lombardìa, dall'altra la necessità lo spingeva a non lasciar respirar i Tedeschi, finchè non gli avesse rotti e cacciati d'Italia intieramente. Lo starsene avrebbe raffreddato l'ardore de' suoi, e dato tempo all'imperatore, che pure aveva il cuore nelle sue possessioni Italiche, di avviarvi gagliardi ajuti di soldati, e di munizioni. La mira principale, e tutta l'importanza dell'impresa erano d'impadronirsi di Milano. Al qual fine due strade se gli appresentavano; l'una di passare il Po a Valenza e di condursi per la dritta alla metropoli della Lombardìa Austriaca, insistendo sulla sinistra del fiume largo, rapido e profondo; l'altra di varcarlo sotto la foce del Ticino per ischivare questo medesimo fiume, ancor esso grosso e profondo, e di una rapidità singolare, con tutti gli altri che avrebbe per viaggio incontrati, se avesse varcato al passo di Valenza. Appigliossi al secondo partito, il quale, oltre la maggior sicurezza che aveva in se, dava opportunità di metter taglie al duca di Parma, il quale sebbene subito dopo la tregua di Cherasco fosse stato esortato ad accordarsi con Francia da Ulloa, ministro di Spagna a Torino, non vi aveva voluto consentire.
Adunque risolutosi del tutto Buonaparte a voler varcare il Po tra le foci del Ticino e dell'Adda, il che doveva anche dar timore a Beaulieu di vedersi tagliar fuori dal Tirolo, con arte veramente mirabile, oltre la condizione del passo di Valenza inserita nella tregua fatta a Cherasco, dava voce che voleva passare a Valenza, e richiedeva continuamente il governo Sardo di barche pel Valenziano passo. Là mandava carri, là artiglierìe, là soldati, e vi faceva intorno una continua tempesta. Beaulieu, udita la tregua, tentate per una soprammano inutilmente le fortezze di Alessandria e di Tortona, perchè fu ributtato dai presidj Piemontesi che vi stavano vigilanti, aveva passato il Po a Valenza, ardendo tutte le barche che nelle vicine rive si trovavano. Condottosi sulla sinistra sponda con tutto l'esercito e proprio e Napolitano, stava attento ad osservare quello, che fosse per partorire l'astuzia, e l'ardire dell'avversario. Ma quantunque sperimentato ed accorto capitano fosse, si lasciò prendere agl'inganni del giovane generale della repubblica; perciocchè fece concetto, che veramente questi avesse l'intento di varcare a Valenza. Per la qual cosa si era alloggiato tra la Sesia ed il Ticino, affortificandosi per fare due prime teste grosse sulle rive dell'Agogna e del Terdappio, e rendendosi forte massimamente su quelle del Ticino. Siccome poi la città di Pavia, posta sul Ticino vicino al luogo dov'egli mette nel Po, e dov'è un ponte, gli dava sospetto, l'aveva munita, sulle rive del fiume, di trincee, e d'artiglierìe. Per questi medesimi motivi aveva lasciato con poche guardie la sinistra del Po, non solo fra il Ticino e l'Adda, ma ancora fra la Sesia ed il Ticino. Ecco intanto che Buonaparte sicuro oggimai di conseguire il fine che si era proposto, mandava una mano di veloci soldati, comandandole facesse due alloggiamenti per giorno, verso Castel San Giovanni. Seguitava egli medesimo più che di passo con tutte le genti, mentre le sue artiglierìe continuavano a fulminare, per non lasciar cader l'inganno, dalle rive di Valenza. Il colonnello Andreossi e l'ajutante generale Frontin spazzavano con cento soldati di cavallerìa tutta la riva destra del Po insino a Piacenza, recando anche in poter loro alcune barche, le quali navigavano alla sicura sul fiume, portando riso, ufficiali, e medicamenti destinati agl'imperiali.
Usando adunque celeremente l'occasione favorevole aperta dall'arte del generale loro, i Francesi colla vanguardia composta di cinque mila granatieri, e quindici centinaja di cavalli, varcavano felicemente il dì sette maggio su quelle barche medesime, e sopra alcune altre che loro si offersero preste a Piacenza, il fiume, e con allegrezza indicibile afferravano la sinistra sponda. Seguitava a veloci passi Buonaparte, per tale guisa che il dì otto quasi tutto l'esercito aveva posto piede sulle Milanesi sponde. In questo passaggio per Piacenza si vide un funesto segno della rapacità dei primi capi repubblicani, e del poco rispetto in cui avevano le cose più sacre; perchè Buonaparte, e Saliceti commissario del direttorio, poste le mani violentemente nei monti di pietà, e nelle casse non solamente ducali, ma ancora del municipio, e di diversi luoghi pii, quante robe preziose o danari vi trovarono, tante involarono.
Non così tosto ebbe udito Beaulieu le novelle del precipitarsi i Francesi verso il basso Po, che spediva una grossa banda a Fombio, terra posta rimpetto a Piacenza sulla sinistra del fiume, per impedire, se ancora fosse a tempo, il passo ai repubblicani. Egli intanto ritirava le genti sull'Adda sì per serbarsi aperte le strade al Tirolo, e sì per munire Mantova di gagliardo presidio, se la fortuna tanto fosse contraria all'armi imperiali, che il costringesse a lasciar del tutto la possessione d'Italia ai Francesi. Avvisava ancora che finchè il grosso de' suoi, che malgrado delle sconfitte era tuttavìa formidabile, si conservasse intiero sulle rive di questo fiume, pericolosa impresa sarebbe stata pei Francesi il correre a Milano, posciachè egli avrebbe potuto a grado suo assaltargli sul loro fianco destro. Perlochè s'avviava con la maggior parte delle genti a Lodi per guardar il ponte, che ivi apre il varco dalla destra alla sinistra del fiume. Mandava altresì una forte squadra, principalmente di cavallerìa, a Casal Pusterlengo, affinchè passando per Codogno, fosse in grado di servire come retroguardo alla schiera di Fombio, e di soccorrerla, ove bisogno ne fosse. Pavìa intanto, città nobile per la università degli studj, abbandonata da' suoi difensori, non si reggeva più che con la guardia urbana, aspettando di obbedire a chi col primo strepito di tamburi sotto le sue mura si appresentasse. Bene erano considerati i disegni di Beaulieu, ma la prestezza Francese gli ebbe guasti; i soldati mandati a Fombio, benchè con veloce viaggio fossero accorsi, arrivavano, non più per contrastar il passo al nemico, ma solo per combattere il medesimo, che già era passato. Buonaparte, che con la solita sagacità prevedeva, che quella testa grossa di Austriaci, se le desse tempo di essere soccorsa, poteva disordinare i suoi pensieri, perciocchè quantunque, egli avesse varcato, non era ancor ordinato a suo modo, ed in punto di tutto, si deliberava ad assaltarla senza dilazione. Occupavano gli Austriaci la terra di Fombio, in cui avevano fatto in fretta, e munito di venti pezzi d'artiglierìa alcune trincee: i cavalli, la maggior parte Napolitani, che in questa fazione si portarono egregiamente, battevano la campagna. La moltitudine delle sue genti permetteva a Buonaparte di allargarsi, e di assaltar da diverse parti la terra, solo mezzo che gli restava, stante le fortificazioni fatte dagli Austriaci, perchè il combattere fosse breve e felice. Adunque spartiva i suoi in tre bande, delle quali la prima col generale d'Allemagne, doveva, girando a destra, assaltar Fombio sulla sinistra, la seconda condotta dal colonnello Lannes, intrepidissimo guerriero, era destinata a dar dentro sulla destra, e finalmente il generale Lanusse con la mezzana aveva carico di attaccar la battaglia sulla mezza fronte della piazza per la strada maestra. Fu forte l'incontro, forte ancora la difesa; perchè gli Austriaci sfolgorarono gli assalitori con le artiglierìe ed i cavalli Napolitani, opprimendo i soldati corridori, ed assaltando con impeto gli squadroni stabili, rendevano difficile la vittoria ai Francesi. Gli Austriaci combattevano valorosamente e per natura propria, e per la speranza del soccorso vicino. Finalmente prevalsero, non prima però che non fosse stato fatto molto sangue, l'impeto, la moltitudine e l'audacia dei Francesi. Andavano gl'imperiali in rotta ed abbandonato Fombio a chi poteva più di loro si ritiravano a gran fretta a Codogno, con lasciar ai vincitori non poca parte delle bagaglie, trecento cavalli, circa cinquecento tra morti e prigionieri: sarebbe stata più grave la perdita, se la cavallerìa Napolitana, condotta massimamente dal colonnello Federici, uffiziale di gran valore, serrandosi grossa ed intiera alla coda, ed urtando di quando in quando gagliardamente il nemico, non avesse ritardato l'impeto suo, e fatto abilità ai disordinati Austriaci di ritirarsi.
Usando i repubblicani la fortuna propizia, seguitavano passo passo i confederati, ed occupavano Codogno. In questo mentre sopraggiunse la notte. Aveva Beaulieu avuto le novelle del passo dei Francesi, e del pericolo de' suoi assaltati in Fombio. Comandava pertanto a cinque mila eletti soldati, corressero da Casal Pusterlengo per la strada di Codogno in soccorso di Fombio, credendo, che i suoi tuttavìa in quest'ultima terra si sostenessero. Fu questo un molto audace comandamento, e che poteva rompere i disegni al generale della repubblica, se fosse stato secondato dalla fortuna. In fatti arrivavano i Tedeschi nel bujo della notte sopra i Francesi all'improvviso, e sbaragliate le prime guardie, seminarono terrore e disordine in Codogno; anzi spingendosi oltre, s'impadronivano di parte della terra. Non era più pari la battaglia, perchè si combatteva da una parte con intento e con ordine certo, dall'altra con soldati scompigliati, sorpresi ed impauriti. Accorreva al subitaneo romore Laharpe, e postosi a guida di un reggimento fresco marciava per rinfrancare la fortuna vacillante. L'avrebbe anche fatto, se nel bel principio di quella mischia, colto nel petto da una palla mortale, non fosse stato tolto subitamente di vita. In tale guisa mancò in un casuale incontro, ed in una battaglia notturna nel fiore della sua età il generale Laharpe, soldato di compito valore, ma ancora più di compita virtù. Ei fu tale, che amato da tutti in vita, pianto da tutti in morte, meritò, che il caso suo fatale fosse attribuito dai contemporanei, sebbene a torto, a chi per troppo diversa natura l'invidiava; uomo felicissimo, che nell'ultimo evento stesso del suo corso mortale tanto l'opinione il differenziava da altri, che non a caso fortuito, ma a pensato disegno fu la sua morte imputata.
L'accidente sinistro di Laharpe sgomentò di modo i repubblicani, che le sorti loro avevano del tutto il tracollo, se non arrivava frettolosamente il generale Berthier, che con la sua presenza tanto fece che rinfrancò gli spiriti, e riordinò le schiere sbigottite e disordinate. Spuntava intanto il giorno: i Tedeschi nell'ardir loro moltiplicando, perchè già si credevano in possessione della vittoria, si allargavano sulle ali per circondare il nemico. Ma già si erano riavuti i Francesi; i Tedeschi medesimi, veduto al lume del giorno, che i nemici superiori assai di numero, facevano le viste di assaltargli, pensarono al ritirarsi; il che fecero prima in buon ordine e regolatamente, poscia disordinati e rotti, instando acremente i Francesi, oramai consapevoli dei loro vantaggi. La schiera tutta sarebbe stata condotta all'ultimo termine, se per la seconda volta la cavallerìa Napolitana non le faceva scudo alla ritirata. Così una conseguita vittoria divenne in un subito una rotta evidente. Perdettero in questo fatto i Tedeschi quasi tutto il bagaglio, non poche artiglierìe lasciate nei fossi della terra, molti prigionieri fra i dispersi. Tenevano loro dietro a gran passo i repubblicani, e s'impadronivano di Casale, mentre i residui degl'imperiali si ricoveravano a Lodi, dov'era giunto con tutte le sue forze Beaulieu, e dove voleva pruovare per l'ultima volta, se obbligando il fortunato emulo suo a fare un moto eccentrico verso destra per venirlo ad assaltare a Lodi, gli venisse fatto di rompere quell'ascendente che aveva, e trasportare in se il favore della volubile fortuna. A Lodi adunque in un ultimo cimento si doveva combattere della salute di Milano, della conservazione della Lombardìa, del destino delle reliquie ancora potenti delle genti imperiali.