Avvisavasi ottimamente il capitano Austriaco, che perduto il passo del Ticino, e poichè i Francesi avevano varcato il Po, non gli restava altra sedia di guerra opportuna a farvi testa, che il grosso e rapido fiume dell'Adda, le parti inferiori del quale si trovavano assicurate dalla fortezza di Pizzighettone munita di artiglierìe, e di sufficiente presidio. Vuotata adunque Pavia, e lasciati dentro il castello di Milano due mila soldati, la maggior parte del corpo franco di Giulay, aveva raunato tutte le sue genti a Lodi. Siccome poi sapeva di certo che il veloce Buonaparte, dopo le vittorie di Fombio e di Codogno, non avrebbe indugiato a venire ad assaltarlo, perchè quello era l'ultimo cimento per aver Milano, aveva collocato la sua retroguardia, sotto guida del colonnello Melcalm, suo parente, in Lodi, comandandogli che resistesse quanto potesse, ed in caso di sinistro si ritirasse sulla sinistra del fiume. Intanto per assicurare il passo del ponte, molte bocche da fuoco situava all'estremità di lui presso la sinistra sponda per modo che direttamente l'imboccavano, e spazzare potevano. Nè parendogli che questo bastasse alla sicurezza di quel varco importante, munì la riva sinistra con venti pezzi d'artiglierìe grosse, dieci sopra, dieci sotto al ponte, le quali coi tiri loro battendo in crociera parevano rendere il passo piuttosto impossibile, che difficile. Gli Austriaci, cui nè tante rotte, nè una ritirata di sì lungo spazio non avevano ancora disanimato, se ne stavano schierati sulla sinistra riva, pronti a risospingere l'inimico disordinato dal passo del ponte, se mai contro ogni credere l'avesse effettuato. Danno alcuni biasimo a Beaulieu del non aver tagliato il ponte in vece di averlo munito, presumendo che i Francesi non avrebbero potuto varcare, se il ponte, fosse stato rotto, perchè gl'imperiali forti di artiglierìe, ed ancora più di cavalli, avrebbero avuto abilità o di arrestare i passanti, o di conquidere i passati. Ma e' bisogna avvertire, che l'intento di Beaulieu era non solamente d'impedire il passo al nemico, ma ancora di conservarlo per se, perchè ed aspettava ajuti, e voleva render sospetto ai Francesi l'andare a Milano. Quale di queste sia la parte sana, perchè può essere errore uguale il giudicar dagli eventi, come il giudicare dai disegni, arrivava Buonaparte impaziente delle guerre tarde, e veduto i preparamenti del nemico, e sloggiatolo da Lodi con un assalto presto, si risolveva, correndo il decimo giorno di maggio, a far battaglia sul ponte, quantunque tutti i suoi non fossero ancora quivi raccolti. I generali suoi compagni, che vedevano l'impresa molto pericolosa, fecero opera di sconfortarnelo, rappresentandogli la fortezza del luogo, la stanchezza dei soldati, le genti menomate dalle battaglie, e minorate dalla lontananza di molte schiere valorose. Ma egli, che ne sapeva più di tutti, che voleva quel che voleva, e che era non che liberale, prodigo del sangue dei soldati, purchè vincesse, persisteva a voler dar dentro, e tosto si accingeva alla pericolosissima fazione. Fatto adunque venire a se un nodo di quattro mila granatieri e carabine, gente rischievole, use al sangue, pronta a mettersi ad ogni sbaraglio, diceva loro con quel suo piglio alla soldatesca, che tanto piaceva a' suoi soldati: «Vittoria chiamar vittoria; esser loro quei bravi uomini, che già avevano vinto tante battaglie, fugato tanti eserciti, espugnato tante città; già temere il nemico, poichè già dietro ai fiumi si ritirava: credersi quel Beaulieu già tante volte vinto, che il breve passo di un ponte arrestar potesse i repubblicani di Francia; vana presunzione, vana credenza: aver loro passato il Po, re dei fiumi; arresterebbegli l'umile Adda? Pensassero, esser questo l'ultimo pericolo; superatolo, in mano avrebbero la ricca Milano; dessero adunque dentro francamente, sostenessero il nome di soldati invitti; guardargli la repubblica grata alle fatiche loro, guardargli il mondo maravigliato, ed atterrito alla fama di tante vittorie: quì conquistarsi Italia, quì rendersi il nome di Francia immortale».
Schieraronsi, serraronsi, animaronsi, contro il ponte marciarono. Non così tosto erano giunti, che gli fulminavano un tuonare d'artiglierìe d'Austria orrendo, una grandine spessissima di palle, un nembo tempestoso di schegge. A sì terribile urto, a sì duro rincalzo, alle ferite, alle morti, esitavano, titubavano, s'arrestavano. Se durava un momento più l'incertezza, si scompigliavano. Pure il valor proprio, ed i conforti dei capitani tanto gli animarono, che tornavano una seconda volta all'assalto: una seconda volta sfolgorati cedevano. Vistosi dai generali repubblicani il pericolo, ed accorgendosi che quello non era tempo da starsene dietro le file, correvano a fronte Berthier il primo, poi Massena, poi Cervoni, poi Dallemagne, e con loro Lannes e Dupas, e si facevano guidatori intrepidi dei soldati loro in un mortalissimo conflitto. Le scariche delle artiglierìe Tedesche avevano prodotto un gran fumo, che avviluppava il ponte; del quale accidente valendosi i repubblicani, e velocissimamente il ponte attraversando, riuscirono, coperti di fumo, di polvere, di sudore e di sangue sulla sinistra sponda. Spigneva oltre Buonaparte subitamente i restanti battaglioni; ma le fatiche loro non erano ancora giunte al fine, nè la vittoria compita, perchè gl'imperiali ordinati sulla riva, facevano tuttavia una ostinatissima resistenza. Tuonavano le artiglierìe, calpestavano i cavalli, la battaglia, siccome combattuta da vicino, più sanguinosa. Già correvano pericolo i Francesi di essere rituffati nel fiume, ed obbligati a rivarcare con infinito pericolo il ponte con sì estremo valore acquistato, quando opportunamente giunse con la sua eletta squadra Augereau, che udito l'avviso della battaglia orribile, a gran passi dal Borghetto in ajuto de' suoi compagni pericolanti accorreva. Questa giunta di forze in momento tanto dubbio fece del tutto sormontare la fortuna Francese. Beaulieu, abbandonato il bene contrastato ponte, si ritirava prestamente con animo di andarsi a porre sul Mincio per serbare le strade aperte al Tirolo, e per assicurar Mantova con un grosso presidio.
La cavallerìa Tedesca, ma principalmente la Napolitana, che anche in questo fatto soccorse egregiamente ai Tedeschi, proteggeva il ritirantesi esercito. Per questa cagione, e perchè la cavallerìa di Francia, che non ancora aveva potuto varcar il ponte fracassato, penava a passar a guado, di pochi prigionieri nella ritirata loro furono gl'imperiali scemi. Bensì perdettero nel fatto duemila cinquecento soldati tra morti e feriti, quattrocento cavalli, gran parte delle artiglierìe. Sopraggiunse la notte. Tra per questo, e per la stanchezza dei soldati repubblicani accorsi a passi frettolosi, e per l'affrontarsi della fiorita cavallerìa dei confederati, non poterono i Francesi fare quel frutto col perseguitare, che avrebbero desiderato.
Grave fu anche la perdita dei Francesi: se non arrivò ai quattromila o morti, o feriti, o prigionieri, come la parte avversa pubblicò, certo passò i duemila, ancorchè Buonaparte con la solita fronte abbia pubblicato, essere mancati de' suoi solamente quattrocento. La ritirata dei confederati assicurò i repubblicani delle cose di Lombardìa, e pose in mano loro Pavia, Pizzighettone e Cremona: la imperial Milano, priva oramai di difesa, tanto solamente indugiava a venir sotto l'imperio repubblicano, quanto tempo abbisognava ai repubblicani per arrivarvi. Mescolaronsi a questi gloriosi fatti i saccheggi, e le devastazioni.
Giunte in Milano le novelle del passo del Po, e dello abbandonarsi da Beaulieu la frontiera del Ticino, vi sorse un grande sbigottimento, poichè vi si prevedeva, che poca speranza restava di conservare la città sotto la divozione dell'Austria. Erano gli animi di tutti, come in una popolazione ricca, allo approssimarsi di soldatesche nuove, non conosciute, e forse anco troppo conosciute. Era stato mansueto il governo dell'arciduca, nè quello della nobiltà tirannico; che anzi partecipando dell'indole benigna di chi reggeva, della natura dolcissima del clima, e di una educazione piuttosto data alle mollezze della vita, che al dominare, aveva la nobiltà più clientela per amore, che potenza per feudalità. Mancavano adunque nel Milanese le cagioni di mala soddisfazione, che in altre contrade d'Italia si derivavano dalla durezza del governo, e dalle insolenze dei nobili. Quindi nasceva, che sebbene i popoli siano generalmente amatori di novità, e non conoscano il bene se non quando l'han perduto, non si manifestavano nella felice Lombardìa segni di future e spontanee rivoluzioni. Ognuno anzi temeva per se, per le famiglie, per le sostanze. Queste cose tenevano i Milanesi sospesi; nè per la natura loro erano capaci di lasciarsi muovere da certe astrazioni di governi geometrici. Temevano anzi, che siccome la città loro era grossa e ricca, così vi facessero i repubblicani la principale stanza loro, ond'ella diventasse e segno di oppressione speciale per se, e fomento di rivoluzione per gli altri. Siccome poi non erano le faccende della guerra sicure, così dubitavano che nell'andare e venire reciproco, e nel rincacciarsi dei due potenti nemici, la misera Milano non avesse a pagar il fio di quanto più la faceva cara e preziosa al mondo. Sapevano che pochi erano fra loro i zelatori di novità, e questi pochi ancora quieti, e rimessi secondo la natura del paese; ma apprendevano che ove i repubblicani vi avessero posto sede, da tutta Italia vi concorressero o gli scontenti dei governi regj, o gli amatori della repubblica, e con mezzi nuovi ed insoliti vi partorissero accidenti ignoti, e forse terribili. Per la qual cosa vi si viveva in grande spavento.
L'arciduca Ferdinando, che vedeva, che popoli disarmati e quieti non potevano difenderlo da gente armata ed audacissima, giacchè l'esercito imperiale stesso non era stato abile a tenerla lontana, abbandonato d'ogni speranza, si risolveva a lasciar quella sede per andarsene nella sicura Mantova, o quando i tempi pressassero di vantaggio, nella lontana Germania. Desiderando però prima che partisse, provvedere alla quiete dei popoli, ordinava con editto dei sette maggio, che i cittadini abili all'armi si descrivessero ed in milizia urbana si ordinassero. Ai nove, aggravandosi viemaggiormente il pericolo per l'approssimarsi dei repubblicani, creava una giunta composta dei presidenti d'appello e di prima instanza, e del magistrato politico camerale, con autorità di fare quanto al governo si appartenesse, ed a questa giunta, come a capo supremo dello stato, voleva che i magistrati minori obbedissero. L'ordine giudiziale a far l'ufficio, come per lo innanzi, continuasse.
Avendo per tale guisa l'arciduca provveduto alle faccende, se ne partiva il medesimo dì nove di maggio alla volta di Mantova, avviandosi dove già era arrivata la sua famiglia. L'accompagnavano personaggi di nome, fra i quali il principe Albani, ed il marchese Litta. Mesta era la comitiva: l'arciduca non assuefatto a sentire i colpi dell'avversità, accusava piangendo non la fortuna, ma, secondochè si usa nelle disgrazie, i cattivi consigli di Beaulieu. La fuggitiva schiera passava pel territorio Veneto, miserando spettacolo: faceva più compassionevole quella calamità la moltitudine delle persone di ogni grado, di ogni età, e di ogni sesso, le quali fuggendo la furia dei repubblicani, abbandonate agli strani le case loro, correvano a ricoverarsi sulle terre Veneziane, destinate ancor esse, e molto prossimamente, alla medesima ruina. Così l'egregia Milano, stata da lungo tempo felicissima, spogliata di difensori, privata del suo principe, se ne stava aspettando non conosciute venture. Seguitava un interregno di tre giorni, in cui non essendo più in potere dell'Austria, nè ancora in quello della Francia, si reggeva con le proprie municipali leggi; nè in questo tempo vi si udirono minacce, od insulti di persone, nè rubamenti, nè desiderj di novità. Tanto era buona la natura di quel popolo!
Buonaparte intanto, espeditosi per la vittoria di Lodi di quanto più pressava nella guerra, e già stimando Milano, com'era veramente, in sua potestà, mandava Massena a farsene signore. In questo mentre mandavano i magistrati municipali i loro delegati ad offerire la città a Buonaparte, che si trovava alle stanze di Lodi, pregandolo di usare mansuetudine verso un popolo in ogni tempo quieto, nemico a nissuno, confidente nella generosità dei Francesi. Rispose benignamente, porterebbe rispetto alla religione, alle proprietà, alle persone. Il giorno quattordici di maggio entrava Massena con una schiera di diecimila soldati valorosissimi. L'accampava, la maggior parte, fuori delle mura per modo ordinandola, che i fanti occupassero tutti gli aditi degli spalti, i cavalli custodissero le porte. L'incontravano al Dazio di Porta Romana i municipali. Disse, per mescolare qualche temperamento alla fierezza dell'armi, che sarebbero salve la religione, le persone, le proprietà. Arrivarono il giorno dopo nuovi corpi di truppe; ogni parte piena di soldati. Incominciossi l'opera dell'oppugnar il castello, a cui si erano riparati gli Austriaci. I Francesi furono accolti nelle case con la dolcezza del fare Milanese, ed eglino ancora, dico la maggior parte, cortesemente procedendo, e con quel loro solito brio mostrandosi, tiravano facilmente a se gli animi dei cittadini, che, veduto, che quei repubblicani non erano tanto terribili quanto la fama aveva portato, rimettevano del terrore concetto, e si affezionavano ai nuovi ospiti, venuti per venture strane e spaventevoli nel paese loro. Tal era la condizione del popolo Milanese, quando i Francesi entrarono in Milano, dolce, ed affettuosa, nè contraria, nè propensa a quella libertà, che si andava predicando.
Arrivavano intanto i repubblicani, sì finti come sinceri, i quali o allettati dalla fama, o costretti dalla necessità, fuggendo lo sdegno dei signori loro, concorrevano, come in sede propria, e di salute nella città conquistata. A costoro si univano i repubblicani Milanesi, ed intendevano a far novità. Fra tutti questi, gli utopisti si rallegravano, persuadendosi, che fosse venuto il tempo di veder in opera quella specie di reggimento, che nelle buone menti loro si avevano concetta; nè gli poteva torre alla immagine lusinghiera l'apparato terribile delle armi forestiere, nè la natura poco costante in se medesima dei Francesi, nè l'autorità militare fatta padrona di ogni cosa, e certamente pessima compagna di libertà. Servi di un'opinione anticipata e di un dolce delirio, andavano sognando una perpetua felicità, nè s'accorgevano, che la repubblica di Francia non combatteva nè per loro nè per la libertà, ma per la grandezza e la sicurezza del suo imperio, per posseder le quali, se fosse stato necessario, avrebbe dato in preda all'Austria, non che Milano, Italia, ed ancor essi con loro. Di costoro si faceva beffe Buonaparte, stimandogli uomini dappoco, scemi, e, come sarebbe a dire, pazzi. Fra gli altri patriotti, o che si chiamavano tali, era una generazione d'uomini, che amavano lo stato libero, non per desiderio di preda, ma per ambizione, avvisandosi che fosse dolce il comandare, e venuto il tempo propizio per salire dai bassi gradi ai sublimi. Di questi faceva maggiore stima Buonaparte, perchè, come diceva, erano gente che aveva polso, e che per poco che si stimolassero, avrebbero servito mirabilmente a' suoi disegni. Eravi finalmente una terza maniera di questi patriotti, i quali amavano le novità per le ricchezze, e sperando di pescar nel torbido, gridavano ad alte e spesse voci, libertà. Questi non frequentavano mai le stanze di Buonaparte, perchè sebbene qualche volta gli accarezzasse, dava ancor loro spesso di forti rabbuffi; ma amavano molto aggirarsi fra i commissari, e gli abbondanzieri dell'esercito, dei quali diventavano sensali e mezzani, per forma che mentre i buoni utopisti andavano dietro alle loro ubbìe, ed erano per semplicità repubblicana, e volevano esser poveri, questi al contrario si arricchivano a spese di coloro, ai quali dicevano voler dare il vivere libero. Erano molti di tutti questi generi di patriotti.
Fecero grandi allegrezze in sull'entrar dei Francesi di luminarie, di balli, di festini: ma per quella servile imitazione, di cui erano invasati verso le cose Francesi, e che fu la principal cagione della servitù d'Italia, piantarono altresì alberi di libertà, e vi facevano intorno canti, balli, discorsi, ed altre simili tresche. Poscia, acciocchè non mancasse quel condimento delle congreghe pubbliche per aringarvi intorno a cose appartenenti allo stato, le fecero a modo di Francia, ed in loro chi aringava con maggior veemenza, più era applaudito. Tutte queste cose si facevano: il popolo, non potendo restar capace di ciò che vedeva, faceva le maraviglie.