Ma queste cose meglio si conoscevano per dottrina che per esperienza; desideravasi qualche saggio pratico dell'utilità loro. Aveva il re, mentre viaggiava in Lombardia, visitato le cascine, per cui tanto sono celebrate le pianure del Parmigiano, e del Lodigiano. Piacquergli opere tali, ne fondò una a San Leucio, luogo poco distante da Caserta. La colonia cresceva. Gli amatori delle riforme tentarono Ferdinando dicendo, che, poichè era stato il fondatore di S. Leucio, fossene anche il legislatore; l'ottennero facilmente. Statuì il re delle leggi della colonia, per cui venne a crearsi nel regno uno stato indipendente, di cui solo capo era il re. Dichiarossi la colonia indipendente dalla giurisdizione ordinaria, e solo soggetta ai capi di famiglia, ed agli anziani di età; gli atti appartenenti alla vita civile, massime al matrimonio, reggevansi con forme, e regole speciali, ogni cosa in conformità delle dottrine di Filangieri. Con queste leggi particolari prosperava dall'un canto continuamente la colonia, dall'altro il re vieppiù se n'invaghiva, e vedutone il frutto in pratica, diventava ogni dì meno alieno da quei pensieri, che gli si volevano insinuare. Appoco appoco si distendevano nel popolo, ed il desiderio di nuovi ordini andava crescendo, parendo ad ognuno, che quello che per l'angustia del luogo era fino allora utile a pochi, sarebbe a tutti, se con la debita moderazione a tutti si estendesse.

Questi consigli tanto più volentieri udiva Ferdinando, quanto più coloro che gliene porgevano, erano appunto i più zelanti difensori della autorità e dignità sua contro la corte di Roma. Già s'era Tanucci dimostrato molto operativo in questo negozio delle controversie romane. Già per consiglio suo erasi soppresso il tribunale della nunziatura in Napoli, a cui erano chiamate in appello avanti il nunzio del papa tutte le cause, nelle quali qualche ecclesiastico avesse interesse; fu anche troncato ogni appello a Roma. Pareva in fatti abuso enorme, che un principe forestiero esercitasse giurisdizione, e rendesse giustizia negli stati di un altro principe. Era Tanucci stato anche autore, che la corona di Napoli, e non la santa sede nelle vacanze dei benefizi nominasse i vescovi, gli abbati, e gli altri beneficiati, che la presentazione della chinea il giorno di S. Pietro in una offerta di elemosina si cangiasse, che il nuovo re non s'incoronasse per evitar certe formalità, che si usavano fin dai tempi dei re Normanni, e che la sovranità romana sul regno indicavano. Per consiglio suo medesimamente si era diminuito il numero dei religiosi mendicanti, e soppressa la società di Gesù. Parlossi inoltre di rendere i frati indipendenti dai generali loro residenti a Roma, e d'impiegar una parte dei beni della chiesa per allestir un navilio sufficiente di vascelli da guerra.

Tutte queste novità non si potevano mandar ad esecuzione senza grandissime querele dalla parte di Roma; infatti elle furono molte. Ma sorsero nel regno molti scrittori a difesa della libertà, e della indipendenza della corona. I fratelli Cestari risplendevano fra i primi; si accostò a loro l'arcivescovo di Taranto. Ma vivi soprattutto si dimostrarono coloro, che desideravano un governo più largo, proponendosi in tal modo, e ad un tempo medesimo di difendere la dignità della corona, e di combattere le prerogative feudali. Ciò andava a' versi a Ferdinando grandemente sdegnato contro Roma; però ogni giorno più si addomesticava con loro, e gli vedeva, e gli udiva più volentieri. S'aggiunse, che Carlo di Marco, uno dei ministri del re, uomo di non poca dottrina, dava lor favore, per quanto spetta alle controversie con Roma.

Tale era lo stato del regno di Napoli, in cui si vede che i medesimi tentativi si facevano, che nella Lombardia austriaca ed in Toscana circa la disciplina ecclesiastica, ma con maggior ardore a cagione delle controversie politiche con Roma. Rispetto poi alle riforme nelle leggi civili, vi si era anche incominciato a por mano, ma con minor efficacia, perchè Acton non se n'intendeva e ripugnava; la regina, che se n'intendeva, ripugnava ancor essa; ed il re occupato ne' suoi geniali diporti, amava meglio che altri facesse, che far da se. Da ciò nasceva, che gli umori non si sfogavano, ed il negato si appetiva più avidamente.

La Sicilia, parte tanto essenziale del regno di Napoli, si reggeva con leggi particolari. Da tempi antichissimi ebbe un parlamento di tre camere dette Bracci, ch'erano gli ordini dello stato. Una chiamavasi Braccio militare, o baronale; in questo sedevano i signori, che avevano in proprietà loro popolazioni, almeno di trecento fuochi. L'altra intitolavasi Braccio ecclesiastico; entravano in questo tre arcivescovi, sei vescovi e tutti gli abati, ai quali il re conceduto avesse abbazie. La terza aveva nome Camera demaniale; era composta dai rappresentanti di quelle città che non appartenevano ai baroni, e che demaniali si chiamavano; cioè del dominio del re. Perciocchè due sorte di città avea la Sicilia, baronali, e libere. Le prime erano quelle che stavano soggette ad un barone, le seconde quelle che dipendevano immediatamente dal re, e si reggevano con le proprie leggi municipali. Accadeva spesso, che un solo barone avesse più voti in parlamento, per essere feudatario di più terre. Lo stesso accadeva, e per la medesima ragione, degli ecclesiastici; lo stesso ancora dei deputati delle città, dando più città il mandato ad una persona medesima. Capo del Braccio baronale tenevasi il barone più antico di titolo, dell'ecclesiastico l'arcivescovo di Palermo, del demaniale il pretore della medesima città: adunavasi anticamente il parlamento ogni anno; poi fu fatto quadriennale. Prima di Carlo V faceva le leggi; dopo venne ridotto a concedere i donativi.

Da questo si vede, che il nervo principale del parlamento siciliano consisteva nei baroni, perchè più ricchi erano, e più numerosi. Ma ben maggior era la potenza loro nelle terre, a cagione dei privilegi feudali. Rimediovvi in parte Caraccioli, vicerè; pure i vestigi feudatarii vi erano ancora gravi. Del resto le opinioni del secolo poco avevano penetrato in quell'isola; ma quello che non dava l'opinione, il potevano dare facilmente gli ordini dello stato.

Questa che abbiamo raccontata, era la condizione del regno delle due Sicilie verso l'ottantanove; ma poco diversa appariva quella del ducato di Parma e Piacenza, dove come a Napoli, regnava la famiglia dei Borboni di Spagna. Anche in questi luoghi vedevasi sorta una maggior perfezione del vivere civile, e le contese con la sedia apostolica pel medesimo fine delle investiture avevano aperto il campo ad investigazioni a diminuzione dell'autorità romana. Quando l'infante D. Filippo governava il ducato, era in lui grande l'autorità del francese Dutillot, il quale nato di poveri parenti in Baiona, era salito per la virtù sua al grado di primo ministro. Era stato appunto mandalo Dutillot dalla corte di Francia al duca Filippo, acciocchè lo consigliasse intorno agli affari che correvano con la corte di Roma, temendosi che in quella nuova possessione del ducato, ella volesse dare qualche sturbo in virtù dei diritti di superiorità sovrana, che pretendeva in quello stato. Per verità se grande fu la fede che la Francia ed il duca Filippo ebbero in Dutillot, non furono minori la sua destrezza, e la prudenza. Chiamò a se i più famosi ingegni d'Italia, tra i quali non è da tacersi il teologo Contini, uomo dottissimo nelle scienze canoniche, ed il Turchi, cappuccino di molte lettere, di notabile eloquenza, ed amatore delle libertà ecclesiastiche, benchè, fatto vescovo, abbia poi mutato, non dirò opinione, ma discorso; ma tanto per opera di Dutillot si dirozzarono i costumi in quella bella parte d'Italia, e tanto vi prosperarono le buone arti, che il regno di D. Filippo ebbe fama del secol d'oro di Parma. Certo, città nè più colta, nè più dotta di Parma non era a quei tempi, nè in Italia, nè forse anche altrove. Crearonsi, per consiglio del Paciaudi, a questo fine chiamato da Roma, più perfetti ordini nell'università degli studi, un'accademia di belle arti, una magnifica libreria; e perchè con gli ordini buoni concorressero i buoni insegnamenti, ed i buoni esempi, vennervi, chiamati da diversi paesi, oltre Paciaudi, e Contini, anche Venini, Derossi, Bodoni, Condillac, Millot, Pageol. Fra i buoni esempi Dutillot medesimo non era degli ultimi, scoprendosi in lui decoro, facondia, cortesia, e tutte quelle parti che a perfetto gentiluomo si appartengono: arricchivasi al tempo stesso, ed abbellivasi il ducato per manifatture o fondate o ristorate, per edifizi, per strade, per pubblici passeggi. Così passò il regno di D. Filippo assai felicemente sotto la moderazione di Dutillot.

Morto poi nel 1765 il duca Filippo, e devoluto il ducato nel duca Ferdinando, ancor minore d'età, Dutillot continuò a governar lo stato con la medesima sapienza. A questo tempo sorse una grave controversia tra il governo del duca e la corte di Roma; imperciocchè avendo il duca mandato fuori una sua prammatica intorno alle mani morte, ed un editto, che le obbligava al pagamento delle gravezze pubbliche, il papa Clemente XIII pubblicò in Roma un breve monitorio, con cui dichiarò nulle quelle ordinazioni sovrane di Parma, come provenienti da autorità non idonea a farle, e lesive dell'immunità ecclesiastica, ammonendo eziandio, che tutti coloro, che cooperato vi avevano, erano incorsi nelle censure ecclesiastiche, da cui non potessero essere assolti in nissun caso, eccettuato l'articolo di morte, se non da lui stesso, o dal pontefice, che dopo di lui sulla cattedra di San Pietro sedesse. Dutillot difese con non ordinaria franchezza e prudenza il diritto sovrano del duca, alla quale difesa diedero non poco favore molti scritti pubblicati da uomini dotti in tale proposito.

Questi accidenti concitarono contro Dutillot l'odio, e l'arti dei papisti già entrati molto addentro nella buona grazia del giovinetto principe. Ciò non ostante in tutto il tempo, in cui questi fu minore d'età, non perdè il ministro dell'autorità sua. Quando poi, giunto all'età di diciott'anni, assunse il governo, s'indrizzarono i suoi pensieri ad altro fine. Perchè congedato Dutillot, il principe si governò intieramente a seconda dei papisti. Il tribunale dell'inquisizione fu instituito in Parma, ma mostrò mansuetudine; nè aspro fu il reggimento del duca; le tasse assai moderate. Era molesto a molti il rigore eccessivo, che si usava per far osservare certe pratiche di esterior disciplina. In questo i popoli non potevano dir del principe, che altro suono avessero le sue parole, ed altro i fatti; poichè ei dava le udienze in sagrestia, ei cantava coi frati in coro, egli addobbava gli altari, ei suonava le campane, egli ordinava i santi nel calendario dell'anno. Ma mentre il duca pregava, i popoli si erudivano, nè Parma perdette il nome, che si era acquistato, di città dotta e gentile.

Sedeva a questi tempi, come abbiam già detto, sulla cattedra di san Pietro il sommo pontefice Pio VI, destinato dai cieli a sostenere il colmo della prospera, e dell'avversa fortuna. Il suo antecessore Clemente XIV da povero fraticello salito, per le virtù sue, alla grandezza del papato, aveva in tanta sublimità conservato quella semplicità di costumi, e quella modestia di vita, alle quali nella solitudine dei chiostri s'era avvezzato. Ciò parve a molti, in una Roma, nel primo seggio della Cristianità, ed in tanta non solo curiosità d'indagine, ma ancora inclinazione alla miscredenza, che nei popoli di quell'età molte evidentemente apparivano, cosa altrettanto intempestiva, e pericolosa, quanto era in se lodevole, e virtuosa; perchè ove gli argomenti non persuadono, le virtù non muovono, e per ultimo rimedio si deve por mano alla pompa, imperciocchè gli uomini facilmente credono esser la ragione dove vedono la grandezza: ed il rispettare è principio del persuadersi.