Regnava Vittorio Amedeo, terzo di questo nome, principe di animo generoso, di vivo ingegno, e di non ordinaria perizia nelle faccende di stato. Contaminava la sua buona natura un amore eccessivo della gloria militare: quindi ordinò e mantenne in piè un esercito grosso fuor di misura: il che rovinò le finanze, che tanto fiorivano ai tempi di Carlo Emanuele suo padre; sparse largamente nella nazione la voglia delle battaglie, e diè favor eccessivo e potenza ai nobili, soli ammessi a capitanar le soldatesche. Ognuno voleva essere, ognuno imitar Federigo re di Prussia. Certamente se immortali lodi si debbono a Federigo per aver difeso il suo reame contra tutta l'Europa, gran danno ancora le fece per avervi introdotto coll'esemplo suo un eccessivo umor soldatesco, ed aver messo su eserciti smisurati. Gli altri potentati o per fantastica imitazione, o per dura necessità furono costretti a far lo stesso; poi venne la rivoluzione di Francia, che dilatò questa peste ancor di vantaggio, poi sorse Buonaparte, che la portò agli estremi, ed altro non mancherebbe alla misera Europa per aver la compita barbarie, se non che ella facesse marciare, a guisa degli antichi Galli e Goti, coi combattenti anche i vecchi, le donne, ed i fanciulli. Certo nè libertà alcuna, nè ordine buono di finanza, nè civiltà durevole potrà mai essere in Europa, se i principi non si risolvono a por giù questi loro eserciti sterminati. Questi sono gli obblighi, che le generazioni hanno a Federigo.
Ma tornando a Vittorio, tanto era in questa bisogna infatuato, che soleva dire, ch'ei faceva più stima di un tamburino, che d'un letterato, benchè poi riuscisse miglior che di parole; perciocchè i letterati accarezzava e premiava, ed usava anche con loro molto famigliarmente. Ma le armi prevalevano; quindi non solamente fu dissipato il tesoro lasciato da Carlo, ma i debiti dello stato, non ostante che le imposizioni s'aggravassero, tanto s'ammontarono, che sommavano nel 1789 a meglio di cento milioni di lire piemontesi, che sono più di cento venti milioni di franchi. Le cariche civili ed ecclesiastiche conferivansi solo ai nobili, ed agli abbati di corte. Ad una generazione di magistrati integerrimi e capaci, e di vescovi santi e dotti, successero qualche volta magistrati e vescovi poco atti per dottrina, e fors'anche meno per costume a reggere gli uffizi loro.
Pure fiorivano le scienze; fiorivano anche, ma non tanto, le lettere. Quanto alle contese circa l'ecclesiastica disciplina fra il romano pontefice, ed i principi di casa austriaca, il re Vittorio, contuttochè pensasse da illuminato cristiano in materia religiosa, aveva, per amor di quiete, ordinato, che mai non si parlasse o scrivesse nè pro nè contro la bolla Unigenitus, nè mai si trattasse dei quattro capitoli della chiesa gallicana; che anzi, siccome questi capitoli erano apertamente insegnati, e costantemente difesi nell'università di Pavia dopo le riforme fattevi da Giuseppe Secondo, aveva, a petizione del cardinale Gerdil, uomo dotto, ma romano in eccesso, proibito, che i sudditi andassero a studiare in quella università. Ma tali opinioni più pullulavano, quanto più si volevano frenare.
Da quanto abbiam finora discorso si può raccogliere, che il paese d'Italia, il quale ne sta ai passi, e doveva il primo esser percosso dalla tempesta, trovavasi, sotto sembianza forte, in non poca debolezza; poichè, se aveva esercito grosso e pieno di buoni soldati, che aveva certamente, governavasi questo esercito da ufficiali più notabili per nobiltà, che per esperienza di guerra; l'erario penuriava per debiti e per dispendio esorbitante; la superiorità dei nobili odiosa a tutti. Perciò vi covava qualche mal umore, crescendo dall'una parte la superbia per sospetto, dall'altra l'ambizione per dispetto.
Se la monarchìa Piemontese era la più ferma delle monarchìe, la repubblica di Venezia era la più ferma delle repubbliche. Coloro i quali credono, essere le repubbliche varie e turbolente, nè poter la quiete sussistere che nelle monarchìe, potran vedere nella Veneta una repubblica più quieta di quante monarchìe siano state al mondo, eccetto solo quella del Piemonte. Passò gran corso di secoli senza turbazioni; fu percossa da potentissime nazioni, da Turchi, da Germani, da Francesi; trovossi fra guerre atroci, fra conquiste di popoli barbari, fra rivoluzioni orribili di genti; Roma stessa fulminava contro di lei. Pure conservossi, non solo salva in mezzo a tante tempeste, ma nemmeno ebbe bisogno di alterar gli ordini antichi. Tanto perfetti erano i medesimi, e tanto s'erano radicati per antichità! Pare a me, che più sapiente governo di quel di Venezia non sia stato mai, o che si risguardi la conservazione propria, o che si miri alla felicità di chi obbediva. Per questo non vi sorsero mai parti pericolose; per questo certe nuove opinioni non vi si temevano, perchè non vi si amavano, e forse ancora non vi si amavano, perchè non vi si temevano. Solo da biasimarsi grandemente era quel tribunale degl'inquisitori di stato per la segretezza, l'arbitrio, e la crudeltà dei giudizi: pure era volto piuttosto a frenare l'ambizione dei patrizi, che a tiranneggiare i popoli. Nè sola Venezia ebbe inquisitori di tal sorte, perchè i governi che non gli hanno per legge stabile, se gli procurano per abuso; e non so se muovano più il riso o lo sdegno certuni, che tanto romore hanno levato contro il tribunale suddetto, e che anche presero pretesto da lui di distruggere quell'antica e santa repubblica. Del resto, la providenza di lei era tale, che e l'umanità vi trovava luogo, e le gentili discipline vi si proteggevano. Ma la lunga pace vi aveva ammollito gli animi, e se vi rimanevano ordini buoni, mancavano uomini forti per sostenergli. Diminuita la potenza Turchesca, e composte a quiete le cose d'Italia, perchè accordate, rispetto al ducato di Milano, ed al regno di Napoli, tra Francia, Austria e Spagna, posò intieramente le armi la repubblica, e credette colla sola sapienza civile potersi preservar salva nei pericoli, che radi ancora si rappresentavano. Ma vennero certi tempi strani, in cui la sapienza civile non poteva più bastare senza la forza, troppo rotti e troppo enormi dovevano essere i moti: la sapienza civile stessa era venuta in derisione. Così Venezia verso l'ottantanove stimata da tutti, temuta da nissuno, se era capace di risoluzioni prudenti, non era di risoluzioni gagliarde; l'edifizio politico vi stava senza puntello: una prima scossa il doveva far rovinare.
Assai diversa da questa mostravasi, quanto al vigore degli animi, la condizione della repubblica di Genova. Nissun popolo si è veduto meno da' suoi maggiori degenerato del Genovese. Fortezza d'animo, prontezza di mente, amore di libertà, attività mirabile, civiltà ancor mista con qualche rozzezza, ma esente da mollezza; un osare con prudenza, un perseverare senza ostinazione, ogni cosa insomma ritragge ancora in lui di quel popolo, che resistè ai Romani, battè i Saracini, pose agli estremi Venezia, distrusse Pisa, conquistò Sardegna, produsse Colombo e Doria, cacciò dalla sua città capitale i soldati d'Austria; e se i destini in questi ultimi tempi non fossero stati tanto contrarj alla misera Italia, forse i Liguri avrebbero lasciato al mondo qualche bel saggio di valore e di virtù. Ma parlossi d'indipendenza con la oppressione, e di libertà con la servitù, e gli animi distratti fra dolci parole e tristi fatti, non poterono nè accendersi al bene, nè vendicarsi del male. Era in Venezia un acquetarsi abituale alla sovranità dei patrizj, perchè era non solamente non tirannica, ma dolce, e perchè era da principio presa, e non data. Era in Genova un vegliare continuo, una gelosìa senza posa nell'universale verso la sovranità dei nobili, non perchè tirannica fosse, ma perchè era stata non presa da chi comandava, ma data da chi obbediva. La lunga quiete aveva fatto posar gli animi in Venezia: le sette, le fazioni, le parti ora rompendo in manifesta guerra civile, ora sottomettendo la patria ai forestieri, avevano mantenuto in Genova gli animi forti, e le menti attente. Era nel paese veneto gran ricchezza con ampio territorio e fertile; era nel Genovesato gran ricchezza con angusto territorio e sterile; perciò là si poteva conservar l'acquistato posando, qua bisognava conservarlo operando. Era in Venezia chiuso a' plebei il libro d'oro; era in Genova aperto, possente stimolo a chi aveva avuto più amica la natura che la fortuna. Sicchè non dee far maraviglia, se risplendeva Venezia più per delicatezza di costumi, che per forza, e se pel contrario era più conspicua in Genova la forza che la delicatezza. Quanto alle opinioni, quelle relative allo stato poco sapevano di cambiamento, quelle relative all'ecclesiastiche discipline, assai. Quindi Porto-Reale era in favore, e molto largamente si pensava sull'autorità del papa. Tal era Genova non cambiata dai secoli, e le antiche querele sulla natura de' suoi abitatori al molto amor patrio suo sempre molesto ai forestieri, piuttosto che a verità, debbonsi attribuire.
Se Venezia dimostrava quanto possa per la felicità dei popoli e per la stabilità degli stati l'aristocrazia temperata dal costume, se Genova c'insegnava quanto possa pel medesimo fine la maniera stessa di governo temperata dal costume e dalla gelosia del popolo, dimostravalo Lucca con l'uno e con l'altro, e di più col freno di una sottile investigazione sul procedere tanto dei nobili, quanto dei popolari. Era in Lucca quest'ordine, che chiamavano discolato, e rappresentava l'antico ostracismo d'Atene, e la censura di Roma, che quando alcuno, o nobile o popolano si fosse, trascorreva i limiti della modestia civile, o dei costumi buoni, tosto tenevasi Discolato, scrivendo ciascun senatore il suo nome in sur una polizza; e se venticinque polizze il dannavano in tre Discolati successivi, ei s'intendeva mandato a confine, od in esilio. Tenevasi il Discolato ogni due mesi; il che era gran freno agli uomini ambiziosi e scorretti. Pure siccome sempre il male è vicino al bene, quella continua e minuta inquisizione, col timore che ne nasceva, rendevano di soverchio gli uomini sospettosi e guardinghi; perfino l'onesta piacevolezza era sbandita dal conversare Lucchese, ed una terra, oltre ogni credere dolce e gioconda, era abitata da gente grave e contegnosa.
Nè minor gelosia era verso i giudici; quindi si chiamavano dall'estero: poi, deposto il magistrato, si sottomettevano a sindacato, o vogliam dire ad esame: seduti in luogo pubblico, poteva ognuno accusargli di gravame; commessarj espressi tenevano registro, e facevano rapporto al senato, che giudicando assolveva o condannava. Così erano in Lucca giudizj integerrimi, primo e principal fondamento alla contentezza dei popoli.
Ma se vi si dava ad ognuno il suo, vi si largiva il necessario al bisognoso; perchè a chi voleva aprir traffichi, o era stato danneggiato dalle stagioni, si fornivano, o danari dall'erario, o generi dai magazzini del comune. Così mite, provvido, e libero era il reggimento di Lucca. Così ancora facilmente si vede, che nei paesi d'Italia, che non erano stati dati in preda dagl'imperadori a principi assoluti, od a signori arbitrarj, erano state ordinate la giustizia e la libertà, non impronte e superbe favellatrici, come in altri paesi, ma fondate su buoni statuti, sull'assenza d'eserciti esorbitanti, sulla modestia di chi reggeva, sulla natura sottile ad un tempo, ed assennata degl'Italiani. Che poi questi ordini fossero perfetti per fondare una compita libertà, nè io, nè altri, credo, che s'ardirà dire. Ma dove sia questo genere di perfezione, per me nol so; poichè neanco credo che sia dove le soldatesche sterminate possono conquistare, e recare a servaggio non che la patria, una, ed anche più parti del mondo. Che se poi solo ed unicamente si volesse giudicare della bontà dei governi argomentando dall'infrequenza dei delitti, certamente si affermerebbe i governi di Venezia, di Genova, di Lucca, e di Toscana essere i migliori. Va con questi, se però non è superiore per bontà, quello della repubblica di San Marino. Vive da dodici secoli la repubblica di questo nome, appena nota al mondo per fama. Quivi virtù senza fasto, quiete senza tirannide, felicità senz'invidia: quivi nobiltà solo per chiarezza di natali, non per dritti oltraggiosi, nè per privilegj, nè per desiderio di dominazione: quivi popolo occupato ed industrioso, e come fra nobili temperati, così nè irrequieto, nè tirannico. Fortunate sorti, per cui, tolta l'ambizione dalle due parti, solo rimasero gli affetti conservatori della società. Rovinavano per lunghi anni intorno a San Marino i regni, rovinavano le repubbliche, si straziavano gli uomini per civili e per esterne guerre: sul Titano monte perseverarono i Sammariniani in tranquillo stato, ed amici a tutti: dall'alto, e dal sereno miravano le tempeste. Volle l'ambizione moderna introdursi in quei placidi recessi, ma fu l'opera indarno, come fia da noi a suo luogo raccontato: l'inveterato e dolce aere resistette al pestilenziale soffio. Un consiglio di sessanta nominato primitivamente dai capi di tutte le famiglie adunati in generale congresso, o vogliam dire a parlamento, e che chiamavano aringo, poi rinnovellato da se stesso a misura delle vacanze, e due consoli semestrali col titolo di capitani del comune reggono lo stato. Hanno i capitani la facoltà esecutiva: avevano anche anticamente, a norma degli antichi consoli di Roma, parte della giudiziale, ma questa poi cesse a uomini chiamati dall'estero dal consiglio sotto nome di podestà: rimase ai capitani l'ufficio di paciali. Sono i capitani, e così ancora i podestà, per gli atti del loro ufficio soggetti al sindacato, che è il modo della legge delle obbligazioni, o come dicono i Francesi, della risponsabilità, trovato dagl'Italiani per la guarentigia dei dritti. L'equalità civile consola San Marino, i costumi il conservano, la povertà sicuro scudo contro i forestieri. Nulla ci desidera negli altri, nulla gli altri desiderano in lui, perchè i buoni hanno a schifo i vizj, la quiete non piace ai turbolenti, nè la libertà ai corrotti.
Regnava in Modena il duca Ercole Rinaldo di Este, ultimo rampollo di una casa, da cui l'Italia riconosce tanti benefizj di gentilezza, di dottrina e di lettere, come se fosse ordinato dai cieli, che non solo ogni reggimento Italiano, ma ancora ogni sangue sovrano, eccetto quel di Piemonte, dovessero andare spenti nei calamitosi tempi che vedemmo. Era il duca Ercole principe degno dei suoi maggiori, se non che forse la sua strettezza nello spendere era tale, che sapeva di miseria. Pure dubitar si potrebbe, se tale qualità in lui si debba a vizio, od a virtù attribuire; perchè se dagli eventi giudicar si dovesse, e dalla natura sua, ch'era previdentissima, sarebbe degno anzi di lode, che di biasimo. Certo, era in lui maravigliosa la previdenza, e non so se i posteri mi crederanno, perchè ciò solo a rinomati filosofi fu attribuito, quando dirò, che il duca Ercole con chiaro ed evidente discorso predisse, parecchi anni prima dell'ottantanove, il sovvertimento di Francia, e la rovina d'Europa. Aggiunse con voce ugualmente profetica, che la Francia perderebbe la sua preponderanza, che tutte le potenze si sarebbero collegate contro di lei, e che nissuna l'avrebbe aiutata. Principe buono, ed avverso agli ordini feudali, affermava ch'essi erano più funesto flagello all'umana generazione, che la guerra e la peste, nè mai comportò ai nobili le insolenze. Principe religioso, seppe tener in freno il clero e Roma, perchè e voleva intiero il dominio de' suoi, e si ricordava del tratto di Ferrara. Fiorirono maravigliosamente a tempo suo le lettere in quella parte d'Italia: finì la casa d'Este simile a lei, nell'antico costume perseverando.