Tali furono i vicendevoli parlari tra Francia e Sardegna. Quantunque il re non potesse amare un governo che l'opprimeva, la sua amicizia politica verso di lui era nondimeno sincera, e non si può dubitare, che suo proponimento fosse di seguitar la Francia piuttosto che l'Austria, perchè credeva, che ciò importasse alla salute ed agli interessi del suo reame. Dall'altro lato il direttorio mostrava il viso benigno al re per aver seco congiunte le sue armi, sebbene avesse disegni di distruzione del governo regio in Piemonte.

Ma quel che faceva ricercare il re della sua amicizia in questo momento, cagionava il pericolo della repubblica di Genova: il direttorio tanto odiava l'aristocrazìa, quanto la monarchìa; nè avendo Genova, come il re di Sardegna, la protezione del generale vittorioso, correva pericolo che di tanto si scemasse il suo stato, di quanto si voleva accrescere quello del suo vicino. Vennesi in sui cavilli, e sulle superbe parole. Rincominciaronsi le querele pel fatto della Modesta già composto tante volte. Esortava Faipoult Buonaparte a venire armato a Genova per cacciare dai magistrati gli avversi a Francia, a bandirgli, a cambiare le forme delle deliberazioni del governo.

Mandava la signorìa all'alloggiamento di Buonaparte Francesco Cattaneo, uno dei più gravi e più riputati cittadini della repubblica, affinchè s'ingegnasse di mitigare quella superbia; ma si tirava più su con le richieste: serrassero, imponeva, tutti i porti agl'Inglesi, seimila Francesi il golfo della Spezia occupassero, apprestasse la repubblica quanto abbisognasse alla Francia; venti milioni pagasse a compenso dei danni inferiti dagl'Inglesi e dagli Austriaci sui mari; per impedire l'entrata agl'Inglesi nel porto di Genova un presidio Francese la lanterna munisse, gli abitatori della Polcevera si disarmassero. Il senato, siccome quello, a cui le condizioni parevano intollerabili, mandava con autorità d'inviato straordinario a Parigi Vincenzo Spinola, patrizio veduto volentieri dagli agenti Francesi. Si faceva lo Spinola avanti parte con le parole, parte con fatti più efficaci delle parole.

Intanto il dì undici settembre venivano gl'Inglesi ad un fatto, che fece precipitar Genova alla parte Francese. Stavano i repubblicani sbarcando da una nave loro sorta sulla spiaggia di San Pier d'Arena armi, ed arnesi ad uso dei loro soldati. Ebbe Nelson, vice-ammiraglio d'Inghilterra, che voleva comandare con insolente arbitrio sui mari, come Buonaparte voleva comandare col medesimo arbitrio su terra, avviso del fatto: perciò, uscito incontanente dal porto di Genova con una grossa nave, e con una fregata, ed allargatosi un poco, e messi in mare i palischermi pieni di gente armata, si fece sopra alla nave Francese, e violentemente la rapì. Fu il caso tanto improvviso che i marinari della repubblica appena trovarono scampo a terra; nè la batterìa Francese piantata sul lido a tutela della nave, nè le artiglierìe della lanterna furono a tempo a rompere il disegno agl'Inglesi. Fu certamente questa una grave prepotenza: pure la batterìa piantata dai Francesi sulla terra neutrale, dava qualche motivo a Nelson di fare quello che fece. Ma fu inescusabile il capitano d'Inghilterra di essere uscito a questa fazione da quell'ospitale ricovero di Genova. Faipoult usando l'occasione, ed acceso in gravissima indegnazione domandava, che Genova intercludesse i porti agl'Inglesi, e desse, in compenso della nave rapita, in mano di Francia tutte le navi loro sorte ne' suoi porti: quando no, sarebbe tenuta del fatto verso la repubblica.

Le insolenze d'Inghilterra, e le minacce di Francia fecero facilmente andar innanzi la mutazione nelle deliberazioni di Genova. Per la qual cosa, tacendo, o poco contrastando nelle consulte coloro che inclinavano alla parte Inglese, sorse più potente la parte Francese. Però fu risoluto nel consiglio grande, ed appruovato nel piccolo, che si chiudessero tutti i porti ai bastimenti Inglesi sì da guerra che da commercio; si ritenessero quelli che nei porti stanziassero.

Il serenissimo governo, datosi tutto alla parte del nome Francese, pubblicava per giustificare la sua deliberazione, un manifesto, in cui, raccontate tutte le ingiurie ricevute da poi che aveva incominciato la guerra, dagl'Inglesi, concludeva, che, poichè la lunga pazienza ed i frequenti ricorsi erano stati indarno, nè alcuna speranza si aveva che gl'Inglesi fossero per venirne a termini più temperati, si era risoluto ad escludere insino a nuova deliberazione dai porti Genovesi le navi Britanniche, la presenza delle quali, sotto colore di non adempita neutralità per gli altrui fatti violenti, aveva dato occasione a tanti incomodi, ed a tanti pericoli.

Intanto si stipulava il dì nove ottobre a Parigi tra il direttorio ed il plenipotenziario Spinola una convenzione, con la quale si fermarono le condizioni, a norma delle quali i due stati dovevano vivere fra di loro. L'accettarono i Genovesi sperando, che con lei sarebbe confermato lo stato. L'accettarono il direttorio e Buonaparte, perchè procurava loro denaro. Fu convenuto fra i due stati, che il decreto del governo di Genova, per cui si serravano i porti agl'Inglesi, avesse la sua esecuzione fino alla pace; proibisse Genova il soccorrere di viveri e di munizioni gl'Inglesi; presidiasse sufficientemente i porti; se non potesse, la Francia la servirebbe di presidj; se la Gran Brettagna intimasse guerra a Genova, la difenderebbe la Francia; annullasse Genova i processi fatti ai sudditi per opinioni, discorsi, o scritti politici; i nobili processati, nel grande e nel piccolo consiglio si redintegrassero, la Francia promettesse di conservare intero il territorio della repubblica, di agevolarle la pace con le potenze Barbaresche; di far libere e franche le terre vincolate per dritti di feudo all'impero Germanico; i Genovesi accettassero la mediazione della Francia per comporre le loro differenze colla Sardegna; pagassero alla Francia, per prezzo dell'amicizia e della conservazione dei territorj, due milioni di franchi e le facessero un presto di altri due milioni. Furono i due milioni di taglia estratti dal banco di S. Giorgio, i due del presto pagati dai più ricchi.

Genova debole, e lacerata da due nemici potenti, fu obbligata a comporsi con uno di loro; il che non fu la sua salute: Venezia lacerata ancor essa da due nemici potentissimi, ma più forte, più padrona di se medesima, più vicina all'Austria che alla Francia, più tenace nella neutralità, non volle comporsi, nè ciò fu la sua salvezza, perchè si aveva a far con uomini tali, che il comporsi ed il non comporsi con loro erano ugualmente di rovina. Ma prima di raccontare le Veneziane disgrazie, sarà conveniente che da noi si narrino i maneggi politici, che allora giravano per l'Italia. Le vittorie di Buonaparte avevano dato speranza al direttorio, che l'imperatore d'Alemagna avrebbe concetto pensieri di pace, e che gli manderebbe ad effetto, solo che gli si proponessero condizioni, se non onorevoli, almeno non disonorevoli; conciossiachè principal mira del governo di Francia, alla quale tutte le altre erano subordinate, fosse sempre la pace con l'imperatore, non solamente per la sua potenza, ma ancora per la dignità della casa, e del grado. Parevagli, che ove Francesco avesse accettato le condizioni, la repubblica riconosciuta da un tanto principe, sarebbesi bene radicata, e per così dire, naturata in Europa. Sola l'Inghilterra sarebbe rimasta nemica: ma non avendo più speranza di muovere l'Europa contro la Francia, si conghietturava, che anch'essa sarebbe sforzata al venirne agli accordi. Chiaro appariva, che dalle condizioni dell'Italia, essendo già i Paesi Bassi Austriaci posti in possessione della Francia, pendeva principalmente la pace con l'imperatore. A questo principal fine dirizzando i suoi pensieri il direttorio, aveva mandato in Italia il generale Clarke, personaggio molto dipendente da Carnot, col mandato di veder vicino le cose, e di fare convenienti proposte d'accordo all'Austria. Era Clarke uomo molto atto a questo negozio, non solo per la sua destrezza, ma ancora perchè detestava, e sapevasi, le esagerazioni dei tempi. Inoltre egli pare, che il direttorio, od almeno qualche membro di lui avessero concepito sospetto di pensieri ambiziosi in Buonaparte, e però si erano risoluti a mandare in Italia un uomo, quale loro sembrava Clarke, molto fidato, affinchè investigasse, ed accuratamente rapportasse gli andari del generale Italico. Del che o accortosi, o sospettando Buonaparte, quando se lo vide comparire innanzi, siccome quegli che non amava gl'imperj dimezzati, gli disse a viso scoperto, che se veniva per accordarsi con lui, il vedrebbe volentieri e l'accetterebbe: quando no, se ne poteva tornare. Questa insolenza o non seppe il direttorio, o saputa, per lo meno male, la passò. Clarke, che uomo accorto era, avvisò facilmente dove era, e dove aveva a rimanere la potenza; si piegava perciò facilmente, e da inviato del governo divenne fidato di Buonaparte. Da quel punto nacque fra ambidue quella benevolenza e quella intrinsichezza, che si mantennero in tanti e sì diversi tempi, ed in tante rivoluzioni d'uomini e di cose.

Ma venendo al mandato politico di Clarke, quantunque ei dovesse principalmente indirizzarsi all'imperatore, fece opera per viaggio di racconciar le faccende colla Sardegna. Offeriva in nome della repubblica di dare al re Genova co' suoi territorj con patto che egli cedesse alla Francia l'isola di Sardegna, e si unisse in lega con la repubblica, obbligandosi a congiungere all'esercito Italico un numero determinato di soldati. Disordinò anche questo pensiero il rifiuto di Carlo Emanuele del voler entrare in questa lega; perchè, come già rapportammo, detestava grandemente di voltar le sue armi contro il papa. Allora fu fatto il trattato con Genova, col quale il direttorio, non potendo più farla cosa del re, la fece cosa sua.

A questo succedeva nei consigli dei reggitori della Francia un altro disegno per opera principalmente di Buonaparte, e questo era, persistendo sempre nella volontà di conservar la possessione dei Paesi Bassi, di dare per compenso all'imperatore la Baviera, e tutti, od alcuni territorj della terra ferma Veneta; e già i capi della repubblica facevano pubblicare nei loro giornali di Parigi, che Venezia era usurpatrice di parecchi territorj imperiali: intendevano principalmente dell'Istria e della Dalmazia. Così abbisognava, per soddisfare all'ambizione del direttorio, e perchè la Francia fosse accomodata dei Paesi Bassi, che ed il duca di Baviera ed i Veneziani fossero spodestati dei loro dominj.