Sapeva Pio Sesto a quale pericolo sottoponesse se medesimo, e tutto lo stato ecclesiastico col rifiutare la pace. Perciò non ometteva alcuno di quegli ajuti, che pei tempi confermare lo potessero. Scriveva un breve a tutti i principi cattolici, col quale gravissimamente favellando, gli esortava a non abbandonare dei sussidj loro la santa sede in così imminente pericolo; corressero, ammoniva, in soccorso di quella religione, che con tanta pietà professavano, e che era cagione che i sudditi con tanto amore e soggezione a loro obbedissero; sapere il mondo quale strazio avesse fatto, e tuttavìa facesse il governo di Francia, di questa santa religione e de' suoi ministri, non solamente in Francia, ma ancora in tutti i paesi che restavano aperti alle armi sue; già minacciarsele una totale sovversione in Italia dalle rive contaminate dell'Adda, e del Po; già titubare su quelle dell'Adige, e già innoltrarsi per le nemiche rupi verso il cuore della illibata Austria; considerassero, che non si può la religione spegnere, che non si spenga, o non si turbi immoderatamente lo stato: avere ciò pruovato in Germania, quando opinioni nuove secondate da poche armi vi erano sorte; che sarebbe per accadere presentemente, che nuove e molto più disordinate opinioni, accompagnate da armi tanto formidabili sorgevano? Avere il mondo a scerre tra la pietà, e l'empietà, tra la civiltà e la barbarie, tra la libertà e la servitù; non essere il santo padre per mancare al debito suo; ma soccorrergli poche armi temporali, nè le spirituali, in tanta diminuzione di fede e di religioso costume, avere quella efficacia, che una volta avevano; nel suo ultimo ridotto essere oppugnata la religione; se anche questo si superasse, niuna speranza restare, dovere la umana generazione governata essere dalla cieca forza, dalla disordinata fortuna: sorgessero adunque, esortava, accorressero, pruovassero avere cura di quanto ha posto il cielo quaggiù di più sociale, di più salutevole, di più sacro; darebbe egli tanto vicino al pericolo l'esempio della costanza, nè potere o il romore di sì perniziosa guerra, o l'età sua oramai cadente, o le instigazioni dei male affezionati tanto operare, ch'egli non sorgesse con animo invitto a difesa di quella religione, che scesa da Cristo Dio pel ministero dei santi Apostoli sino a questi miseri tempi incorrotta e pura doveva parimente ai posteri pura ed incorrotta tramandarsi.
Queste voci mandava ai principi cattolici il pontefice ottuagenario, primo sostenitore e con le parole e con l'esempio, dell'autorità e della dignità dei principi. Ma le opinioni religiose, massimamente le cattoliche, erano diminuite: in alcuni poi fra i principi il timore superava la religione, in altri l'interesse politico la corrompeva. Solo dall'imperator Francesco veniva qualche speranza, il quale però si muoveva piuttosto per gl'interessi proprj, che per quei del papa.
Non aveva il re di Napoli intermesso per mezzo del principe di Belmonte Pignatelli i suoi negoziati a Parigi, ora con più vivezza procedendo, ora allungando il dichiararsi, secondochè gli accidenti d'Italia succedevano o più prosperi, o più avversi alle armi Francesi. Lo stimolavano dall'un de' lati l'Austria e l'Inghilterra a mantenersi in fede, dall'altro il ritraeva il timore dei Francesi saliti a tanta potenza. Il direttorio, che si accorse dell'arte, volle stringere, e fece bene: bensì merita riprensione dello aver tacciato, accennando alle tergiversazioni del principe di Belmonte, d'infame nota la fede Italica, come la chiamò; perchè noi non vediamo come si possa accusare una nazione dell'infedeltà de' suoi governi, e nemmeno vediamo come le arti usate dal principe Napolitano, ora di stringere, ora di allargarsi, possano stimarsi arti fedifraghe, e da chiamarsi con nome odioso; perciocchè di simili arti usano tutti i governi in tutti i loro negoziati politici, e la Francia stessa le usò in ogni tempo, e più ancora a quei del direttorio. L'udire poi accusarsi la fede Italica, come infedele, da coloro che a bella posta cercavano lite ai principi Italiani per cavarne danaro, e per distruggergli, non si potrà certamente senza sdegno da chi libero da ogni anticipata opinione essendo, è solo amatore del giusto e dell'onesto.
Intanto tra per la mediazione di Spagna, e per le nuove che ogni dì più si moltiplicavano del venire i Tedeschi verso l'Italia, fu concluso tra Francia e Napoli un trattato di pace il dì dieci ottobre, molto onorevole, secondo i tempi, al re; perchè nè gli si comandava di serrare del tutto i porti alle potenze nemiche della repubblica, nè gli s'imponeva l'obbligo di scarcerare i mescolati in congiure. Le principali condizioni furono, che il re rinunziasse a qualunque lega coi nemici della Francia; si mantenesse puntualmente in neutralità con le potenze belligeranti; vietasse l'entrata nelle sue marine alle navi armate in guerra di esse potenze, così Francesi come di altre nazioni, se più di quattro fossero; si restituissero tutti i beni sì mobili che stabili sequestrati, e confiscati tanto in Francia quanto nel regno a motivo della presente guerra; si stipulasse un trattato di commercio; avesse luogo nella pace la repubblica Batava.
Fatto l'accordo, orava pubblicamente il principe di Belmonte in cospetto del direttorio con amichevoli parole. Rispondeva il direttorio con parole magnifiche di fede, di amicizia, di pace.
Anche la tregua tra Francia e Parma si convertiva in accordo per verità non troppo superbo pel duca, per la protezione, in cui l'aveva la Spagna, sicchè la pace gli recò minor danno che la tregua: accidente insolito, perchè le paci del direttorio erano per l'ordinario peggiori delle tregue.
Udissi a questi giorni la morte di Vittorio Amedeo terzo re di Sardegna, principe che avrebbe avuto in se tutte le parti, che in un reggitore di popoli si possono desiderare, se non fosse stata quella smania di guerra, che notte e dì il tormentava. Quindi consumò l'erario per mantener i soldati, ed i soldati consumarono il paese: lo soggettarono anche alla forza, che sarebbe stata intollerabile, se la natura buona del principe, e le vecchie abitudini di governo regolato non l'avessero temperata. Quand'io considero il destino degli uomini, non posso non maravigliarmi, come spesso eglino s'ingannino in quello, che debbe rendergli o chiari od oscuri nella posterità; perchè il re Vittorio Amedeo, che sempre anelava a voler fare commendabile il suo nome per le armi, il fece per questa parte poco degno di lode; anzi la guerra il fece andare in precipizio, mentre restano, e sempre resteranno le memorie delle onorate cose fatte da lui in pace, e nel riposo de' suoi popoli. In somma Vittorio Amedeo lasciò, morendo, un regno servo, che aveva ricevuto intiero, un erario povero, che aveva ereditato ricchissimo, un esercito vinto, che gli era stato tramandato vittorioso. Così le sue virtù, che furono molte e grandi, contaminate dal vizio della guerra, non partorirono pe' suoi sudditi tutto quel benefizio che promettevano.
Successe nel regno a Vittorio Amedeo terzo Carlo Emanuele quarto di questo nome, principe ammaestrato in molte belle discipline, ornato di tutte le virtù che in uomo capir possono, e devotissimo alla religione. Ma con l'animo santo aveva il corpo infermo; perciocchè pativa straordinariamente di nervi, e questo male, al quale non vi era rimedio, gli rappresentava spesso di strane fantasìe, che il facevano parere assai diverso da quello ch'egli era veramente. Per tal modo Carlo Emanuele quarto cominciò a regnare in un regno desolato, fu afflitto continuamente da ombre e da ubbìe singolari, e cessò di regnare più miserabilmente ancora, che non aveva incominciato. Essendo gli stati del re frapposti tra Francia ed Italia, e provveduti tuttavìa di buone armi, sebbene infelicemente usate, molto importava alla prima di averlo per amico; perciò il direttorio niuna cosa lasciava intentata per congiungerselo in amicizia stabile per un trattato di alleanza. Si aggiungeva la tenerezza di Buonaparte pel re, e massimamente pei nobili, perchè a lui parevano buoni stromenti del governare assoluto. Primario intendimento fu sempre di Buonaparte di trasportare il dominio del re dal Piemonte nello stato di Milano, e d'incorporare alla Francia il Piemonte, e l'isola di Sardegna. Questo pensiero stesso ei si volgeva per la mente, quando più con le instigazioni tentava di accalorare lo spirito repubblicano in Milano. Ma non andava a grado del direttorio, o fosse che non avesse ancor deposto il pensiero di restituire, se bisognasse, il Milanese all'imperatore, o fosse che per non so quale ambizione di repubblica credesse, che con tante vittorie potesse alzar l'animo a maggiori cose, con fondare una nuova repubblica negli stati dell'imperatore in Lombardìa. Amava meglio compensare il re a spese della repubblica di Genova. Ambidue cercavano con queste speranze di adescar tanto Carlo Emanuele, ch'ei venisse a concludere con la repubblica la confederazione. E siccome queste pratiche non si potevano tenere tanto segrete, con le altre potenze non le subodorassero, confidavano che l'imperatore intimorito si sarebbe più facilmente inclinato a fare la volontà della repubblica. Ma il re non volle a questo tempo consentire al trattato, perchè gli pareva, che se congiunto fosse in lega difensiva ed offensiva con Francia, sarebbe stato costretto a volgere le sue armi contro il papa, al quale sapeva che i repubblicani macchinavano allora di far guerra. Non gli poteva sofferir l'animo di offendere il capo della chiesa che non gli aveva fatto alcuna ingiuria. Per questa cagione non ebbe per allora effetto il trattato.
In questo mentre Carlo Emanuele aveva chiamato ai consiglj dello stato, in vece del conte d'Hauteville, stimato troppo aderente all'Austria, il cavaliere San Damiano di Priocca. Inoltre, avendo il direttorio ripudiato il conte di Revel, come fuoruscito Francese, dall'ambascerìa di Parigi, il re gli aveva surrogato il conte Balbo, uomo di alto legnaggio, di molte lettere, e di non poca dottrina. Del rimanente, quanto al politico, era il conte piuttosto amatore di mettere l'Italia in Piemonte, che il Piemonte in Italia, ed aveva ottimamente conosciuto di che qualità fosse la libertà di quei tempi. Arrivato come ambasciadore di Sardegna a Parigi, gli furono date gratissime parole; ed egli, siccome quegli ch'era accorto e buon conoscitore degli uomini, si mise tosto in sul negoziare, non disperando di trovar modo di far servigj importanti al re fra quei repubblicani amatori di denaro, e di nomi illustri. Intromesso al cospetto del direttorio, disse, non essere mai stato il re suo signore nemico a Francia, nè al governo di lei; tempi fatali avergli posto in mano le armi, nel corso di quella infelice guerra, ma fatta con coraggio e con lealtà, non avere mai cessato di desiderare la pace; essersi, come prima il momento comodo fu giunto, affidato in loro senza riserva alcuna, senz'altra sicurtà, che la sincerità sua propria e la loro; d'allora in poi avere il direttorio rettamente giudicato e dell'animo, e dell'opere sue; consigliarlo il rispetto dell'interesse suo, che era quello stesso del suo popolo, che restasse affezionato alla Francia: naturale adunque essere, soggiungeva, l'amicizia dei due stati; avere lui carico di nudrirla, e perchè nissuna cattiva impressione restasse, avere carico di disdire i fatti accaduti in Piemonte contro l'ultimo ambasciadore di Francia; presentare le sue credenziali; vedrebbero per loro quanta fede avesse il re posta in lui; stimerebbe meritarla, se quella del direttorio meritasse.
Rispose magnificamente il presidente, la moderazione del principe di Piemonte (quest'era la qualità di Carlo Emanuele prima della sua assunzione) avere preparato la strada alla stima del popolo Francese verso il re; accrescersi la contentezza del direttorio alle nuove protestazioni; renderebbe il governo di Francia amicizia per amicizia; desiderare, che l'esempio di un re amatore della pace piegasse tutti i nemici della repubblica ad accettarla; rallegrarsi il popolo Francese per le vittorie acquistate ad assicurazione della sua libertà, ma vieppiù essere per rallegrarsi, quando tutte le nazioni vivessero in amicizia con lui; non conoscere la repubblica l'astuzia politica; stipulare i trattati con lealtà, osservargli con fede, difendergli con coraggio; soddisfarsi il direttorio al vedere, che il re l'avesse eletto a nutritore di concordia, sperare si sforzerebbe in adempir bene il quieto mandato.