Quanto al reggimento interno di ciascuna parte, o di tutta l'Italia, amavano i più, fra coloro di cui parliamo, la repubblica, ma la volevano ridurre al patriziato, istituito con la moderazione della potenza popolare prudentemente ordinata, governo antico e naturale all'Italia; il quale patriziato molto è diverso dalla nobiltà feudataria, frutto di tempi barbari; perchè il primo fa i clienti protetti ed affezionati, la seconda gli fa servi ed avversi. Può e debbe il patriziato consistere con l'egualità dei diritti civili, ma induce necessariamente inegualità di diritti politici, mentre la nobiltà vive con l'inegualità degli uni e degli altri. Nè in quei tempi, in cui tanto si gridava sulle piazze la egualità, si ristavano questi prudenti Italiani ai popolari e servili schiamazzi; perchè da una parte sapevano, che negli stati grandi la democrazìa pura non può sussistere, se non con soldatesche grosse e con tribunali terribili, atti a contenere i popoli nella quiete; i quali soldati e tribunali sono peste mortalissima di ogni libertà e di ogni egualità. Seppeselo la Francia rossa di cittadino sangue, videlo la Guiana piena dei più virtuosi uomini, pruovaronlo le stanze di San Clodoaldo, fatte testimonio di quanto ardisca e di quanto possa coi soldati un audace e fero conquistatore. Dall'altra parte, non ignoravano, che anche nella democrazìa la egualità politica è impossibile, perchè coloro che esercitano i magistrati, non sono in termini di equalità con coloro che ne son privi, nè chi comanda con chi obbedisce. Adunque vedevano, che una sola differenza poteva essere tra il patriziato misto di democrazìa, e la democrazìa pura, e quest'era, che in quello la inegualità politica è perpetua, in questa temporanea. Credevano governo non solo naturale, ma necessario ed inevitabile nelle umane società essere il patriziato; perchè chi è famoso per ricchezza, o per dottrina, o per virtù, o per servigi fatti alla patria, avrà sempre clientela, nè tutte insieme le grida democratiche potranno impedire, stantechè cosa naturale ed insita nell'uomo è il corteggiare i potenti ed il rispettare i buoni. Neanco fa effetto lo spegnere con le mannaje e con gli esigli come suol fare la democrazìa pura, i buoni ed i potenti cittadini; perchè nuovi sottentrano, e se non s'appresentano da se, il popolo se gli crea; tanta è la necessità del patriziato. Ora pensavano, dovere i legislatori prudenti usare, per ordinar bene una società, questa necessità; e poichè è il patriziato inevitabile, volevano che per leggi fondamentali si organizzasse, e non che si lasciasse sorgere, ed operare a caso; perciocchè organizzato essendo, contribuisce all'armonìa dell'umana società, non organizzato la turba. Buono, anzi necessario consiglio essere opinavano, per bene constituire uno stato, usare gli elementi insiti nella natura umana, perchè, quantunque sia l'uomo di origine divina, soggiace non pertanto, come tutti gli altri animali, a certe leggi naturali; e siccome nel domare gli animali usa l'uomo questo modo o quest'altro, secondochè la natura di ciascuna spezie di loro il richiede, così per reggere gli uomini debbono i legislatori adoperare quel modo, che dalla natura della umana spezie è necessitato. Nè è da temersi che questo procedere conduca al dispotismo, perchè l'uomo ha in se una qualità nobile, che gli fa amare le cose generose, ed abborrire le vili e le vituperevoli, nè può volere il proprio danno. Questo ordinare le società secondo la natura è ben altro che ordinarle secondo certi principj astratti e geometrici, e questo è stato altresì l'errore continuo dei legislatori Francesi ai nostri tempi, solleciti sempre dei principj astratti, non degli affetti e passioni naturali. Quali effetti ne siano nati, il mondo dolente se lo ha veduto. Adunque gl'Italiani volevano un patriziato per la conservazione della società, una democrazìa temperata per la conservazione della equalità, l'uno e l'altra per la conservazione della libertà. A questo salutare consiglio si opponevano le operazioni disordinate delle armi sì Francesi che Tedesche, l'assurdo capriccio dei Francesi di quei tempi del voler applicar il modo del loro governo a tutti i paesi che conquistavano, la volontà di Buonaparte nemico della libertà, amico del dispotismo, amatore, anzi ammiratore della nobiltà feudataria, ed odiatore del patriziato paterno; finalmente gl'Italiani, servili imitatori delle cose d'oltremonti, ed incapricciti ancor essi dei governi geometrici. Ma gl'Italiani, veri speculatori e scrutatori delle umane cose, non si sgomentavano, sperando dal tempo e dalla necessità ajuto agl'intendimenti loro; e poichè pareva che per destino l'autorità regia fosse giunta al suo fine, confidavano che la società si sarebbe fermata al governo patrizio, misto di democrazìa, e non scesa al democratico puro.
Questi sentimenti a sicurazione e salute d'Italia, principalmente sorgevano nell'Emilia, e più particolarmente in Bologna, ma non potevano impedire che la fazione democratica, pazza e servile imitatrice di quanto si era fatto in Francia, non vi producesse una grande inondazione. Nè essa operava da se, quantunque ne avesse voglia, ma suscitata a bella posta dagli agenti di Buonaparte e del direttorio. Il duca di Modena solo, e senza amici, e quel che era peggio, ricco, o in voce di essere, si trovava senza difesa esposto ai tentativi di quest'uomini fanatici e sfrenati; nè rimaneva per la forza delle opinioni, e degli esempj che correvano, fedele disposizione nei popoli. Furono le prime mosse date da Reggio, città scontenta, per le emolazioni con Modena, del governo del duca. La notte dei venticinque agosto vi si levarono improvvisamente a romore i partigiani della democrazìa. Era il presidio debole, i magistrati timidi, l'infezione grande. Laonde senza resistenza alcuna crescendo il tumulto, in poco d'ora fu piena la città di lumi, di canti repubblicani, di voci festive del popolo, di un gridar continuo di guerra al duca. Piantarono il solito albero, inalberarono le tricolorite insegne. La mattina nissun segno era in piede del ducale governo: Reggio fu, o credessi libero. I soldati del duca impotenti al resistere se ne tornarono di queto a Modena. Si accostarono ai primi motori uomini riputati per ricchezze e per dottrina, sì per dar norma a quell'impeto disordinato, e sì per isperare, che egli, se non era libertà, poteva col tempo divenire: l'allegrezza del popolo somma, e così anche sincera. Certamente i Reggiani amavano la buona e vera libertà, solo s'ingannavano credendo, che potesse sussistere coi conquistatori. Condotto a fine il moto, crearono un reggimento temporaneo con forma repubblicana, moderarono l'autorità del senato, instituirono magnati popolari, descrissero cittadini per la milizia. Questi erano i disegni interni. Ma desiderando di rendere partecipi i vicini di quanto avevano fatto, mandavano uomini a posta nel contado, in Lunigiana, ed in Garfagnana, acciocchè parlando e predicando muovessero a novità. Inviavano Paradisi e Re ad affratellarsi, come dicevano, coi Milanesi; fece Milano feste per la conquistata libertà di Reggio. L'importanza era di far muovere Modena. Nè in questo mancarono a se stessi i Reggiani, perchè spacciarono gente attiva a sollevare con segrete insinuazioni, e con incentivi palesi quella città. Tanto operarono, che già una banda di novatori, portando con se non so che albero, il volevano piantare in piazza: gridavano accorruomo, e libertà. Ma fu presto il governo ad insorgere contro quel moto, e fatta andare innanzi la soldatesca con le armi, risospingeva i libertini non senza qualche uccisione. Rendè Ercole Rinaldo da Venezia solenni grazie ai Modenesi per la conservata fedeltà. Pagherebbe, aggiunse, del suo gran parte delle contribuzioni, scemerebbe le gravezze dei comuni.
Questo intoppo interruppe i pensieri di Buonaparte. Ma egli, che non voleva, che gli fossero interrotti, fece con la forza propria quello, che le Reggiane non avevano potuto. Per la qual cosa mandava fuori un manifesto da Milano, pieno di querele contro il duca; non avere pagato ai tempi debiti le contribuzioni di guerra; starsene tuttavia lontano dagli stati; lasciare interi gli aggravj di guerra ai sudditi, nè volervi partecipar del suo; avere somministrato denari ai nemici della repubblica; incitare i sudditi con perniziose arti, e per mezzo di agenti contro Francia; avere vettovagliato Mantova a pro degli Austriaci. Dichiarava pertanto, non meritare più il duca alcun favore dalla Francia; essere annullati i patti della tregua, l'esercito Italico ricoverare sotto l'ombra sua, e ricevere in protezione i popoli di Modena e di Reggio; chiunque offendesse le proprietà, ed i dritti dei Modenesi e dei Reggiani, sarebbe riputato nemico di Francia. Buonaparte non era uomo da minacciare con le parole prima che eseguisse coi fatti. E però non ancora comparso il manifesto, già i suoi soldati s'impadronivano del ducato. Due mila entravano in Modena, prendevano la fortezza, sconficcavano le casse, cacciavano i soldati, afferravano le insegne, chiamavano i popoli a libertà. Al tempo medesimo occupavano Sassuolo, Magnano, ed altre terre del dominio ducale, facendo variare lo stato, e ponendo mano in tutto, che al pubblico si appartenesse. Pure le allegrezze furono molte; piantossi l'albero, contossi, ballossi; furonvi conviti, teatri, luminarie. Fatte le allegrezze, si venne alle riforme; annullaronsi i magistrati vecchi, crearonsi i nuovi, giurossi alla repubblica di Francia; dello stato politico si aspettavano i comandamenti di Buonaparte.
Trattati gli affari di Modena e di Reggio, l'ordine della storia richiede, che torniamo al filo interrotto delle cose di Bologna, che non era vacua nè di sospetti nè di fatiche. Aveva il senato fatto, per conservarsi lo stato, quanto pei tempi abbisognava, cattivatosi il generale repubblicano, fatto restituir Castelbolognese, promesso riforme conformi al secolo. Ma l'aristocrazìa era odiosa ai più ardenti instigatori, la democrazìa trionfava. Perlochè voci subdole si spargevano contro gli aristocratici, gli chiamavano tirannelli; si ergevano gli spiriti allo stato popolare puro; il popolo sempr'era di mezzo e lo dicevano sovrano. Imperversavano gridando, che scacciato quel tiranno del papa, così lo chiamavano, era mestiero scacciare anche quei tiranni dei senatori, e tutto dare in balìa del popolo sovrano: il popolo adombrava, perchè non sapeva che cosa tutto questo si volesse significare: i capi repubblicani volevano consuonare con Modena e con Reggio. Vide il senato il tempo tempestoso per le condizioni tanto perturbate del paese, e volle rimediarvi con dare speranza di riforme, non accorgendosi, che se il resistere alla piena era impossibile, il secondarla era insufficiente. Pubblicava, si creasse una congregazione d'uomini dotti e probi, affinchè proponessero un modello di constituzione consentanea ai tempi, ma conforme a quel modo di reggimento, che sussisteva in Bologna prima della signorìa dei pontefici. Non parve compito il disegno, perchè quell'antica forma non piaceva, ed i nominati della congregazione si tacciavano d'aristocrazìa. La verità era, che niuna forma buona, se non la democratica, pareva a coloro che menavano più romore. Compariva intanto il modello della constituzione, tutto democratico e, secondo il solito, levato di peso dalla constituzione Francese, ma contenente molte buone parti: si abolisse la tortura, si abbreviassero i processi, si moderassero le pene. Buoni, oltre a ciò, erano gli ordini politici, quanto alla elezione dei rappresentanti nei nazionali comizj.
Io narrerò i comizj di Bologna, ancorchè creda, che questo accidente delle mie storie non parrà di molta importanza, perchè non ebbe nè frutto nè durata, e ad altro non servì, che a contristare gli spiriti prudenti nel veder messa a vicina comparazione la semplicità dei conquistati con l'arti dei conquistatori.
Era la chiesa di San Petronio destinata ai comizj, correva il dì quattro decembre; il fine era di accettare, o di rifiutare la constituzione. La milizia urbana in armi ed in arredo, manteneva gli spiriti queti; la secondavano i Francesi in armi, ed in arredo ancor essi. Entravano in quel principal tempio, e fra spettacolo solenne i rappresentanti eletti dal popolo ad accettare, od a ricusare. Era in tutti spirito raccolto, speranza dell'avvenire, desiderio di bene, riverenza alle cose sante. Chiamaronsi i nomi, verificaronsi le credenziali. Chiuse le porte, si venne alla elezione del presidente. Per voti concordi nominarono Aldini, avvocato. Intuonava Aldini, l'inno del Santo Spirito; echeggiava il tempio. Raccolto il partito, trovossi, avere squittinato quattrocento ottanta quattro, quattro cento trenta quattro pel sì, cinquanta per il no. Bandì il presidente, il popolo Bolognese avere accettato la constituzione: lodassero, ringraziassero il sommo Iddio. Intuonossi l'ambrosiano canto, al tempo stesso udissi un suonar di campane, un dar nei tamburi, una musica guerriera, un cantar repubblicano per tutta Bologna. Godeva il popolo per lo avere a memoria dell'antica libertà usato in quel giorno la sovranità; la notte fuochi artificiati, luminarie, teatri, e quanto si usa fare dai popoli contenti nelle grandi allegrezze.
Nè con minore caldezza procedevano le faccende in Ferrara. Vi si creavano i magistrati popolari; vi si bandiva la repubblica. Mandavano deputati a Buonaparte per ringraziarlo, ai Milanesi per affratellarsi: tutta l'Emilia commossa chiamava libertà.
In questo mentre arrivava Buonaparte a Modena. Concorrevano in folla i popoli per vederlo, Ferraresi, Bolognesi, massime Reggiani, che in questi moti con maggiore ardenza camminavano. Non si potrebbe con parole meritevolmente descrivere il concorso, e la giubbilazione di queste genti cispadane. Scriveva il generalissimo al direttorio, che quello che vedeva con gli occhi suoi, era vero amore di libertà, e che i popoli cispadani erano chiamati a gran destino.
La sua presenza in Modena fruttava altro che parole. Chiamati a se i primi, fece loro intendere con un'arte esortatoria, che era in lui molto efficace, che lo star divisi era servitù, lo essere uniti libertà; che le mani inermi sono serve d'altrui, le armate padrone: si unisse adunque tutta l'Emilia in una sola repubblica, e si facesse forte sull'armi. Questi consigli trovavano disposizioni conformi in popoli esaltati. Però si adunavano il dì sedici ottobre in Modena ventiquattro deputati per parte di Bologna, altrettanti per parte di Ferrara, venti per Modena, venti per Reggio. Le parole dette, ed i partiti posti e presi in quest'adunanza generale dell'Emilia furono degni di commendazione; furono lontane le esagerazioni, solo si pensò d'ordinare uno stato libero. Tacquero eziandio pel bene comune le antiche emulazioni fra i diversi membri della lega. Buonaparte medesimo pareva, che volesse diventar savio in mezzo a gente savia. Parlava di quiete per tutti o assenzienti o dissenzienti, abborriva le persecuzioni, detestava i rapitori dei popoli e dei soldati. Decretava il consesso, tutta l'Emilia in una sola repubblica sotto protezione della Francia si unisse; la nobiltà feudataria si abolisse; fossero salve e sicure a tutti i pacifici uomini le proprietà; un magistrato si creasse, che avesse carico di levare, ordinare, armare quattromila soldati a difesa comune; un altro congresso di tutta l'Emilia si tenesse in Reggio il dì venzette decembre; questo secondo congresso statuisse la constituzione, che avesse a reggere la nuova repubblica. Questo muoversi dei Cispadani all'armi molto piaceva a Buonaparte, perchè serviva d'esempio ai Milanesi, che la medesima volontà non dimostravano. In fatti questi ultimi, per non parer da meno, offerirono dodicimila soldati. Già si dava opera a Milano ad ordinare la legione Lombarda, in cui entrarono Italiani di ogni provincia, e la legione Polacca, in cui si scrissero molti Polacchi o disertori, o fuorusciti, e parte anche uomini raccolti di tutta Germania. I Reggiani più infiammati non si contentarono nè delle parole, nè delle mostre. Dato dentro ad una squadra d'Austriaci usciti per fazione militare da Mantova, e tagliati fuori dai Francesi, gli facevano prigioni a Montechiarugolo, non senza fatica e sangue da ambe le parti. Presentarongli in una Modenese festa trionfalmente a Buonaparte, gratissimo dono, perchè ed agguerriva gl'Italiani, e gli faceva intingere contro l'imperatore.
Tutte queste cose affliggevano e spaventavano il pontefice, che si vedeva restar solo esposto alle percosse delle armi repubblicane. Aveva fatto quanto per lui si era potuto per adempir le condizioni, ancorchè gravissime fossero, della tregua. La pace che si trattava a Parigi, non veniva a conclusione. Voleva il direttorio, che il papa recedesse da qualunque lega contro Francia, negasse il passo ai nemici, il desse ai Francesi; serrasse i porti agl'Inglesi, rinunciasse a Ferrara, a Bologna, a Castro, a Benevento, a Ronciglione, a Pontecorvo, proibisse l'evirazione dei fanciulli. Quanto alla religione, il direttorio richiedeva, che il papa rivocasse qualunque scritto, od atto emanato dalla santa sede rispetto alle faccende ecclesiastiche di Francia dall'ottantanove in poi. Posto il partito dal pontefice, opinò con consentimento unanime il collegio dei cardinali, doversi rifiutare tutte le pratiche, non potersi accettare i patti, alla forza si resistesse con la forza. Quando così deliberarono, già sapevano essere in ordine una terza mossa Austriaca per l'Italia, e per questa cagione speravano di aver seco congiunte le armi imperiali.