Intanto non portarono gl'Inglesi maggior rispetto a Porto-Ferrajo, che i Francesi a Livorno portato avessero. In tal modo fu trattato Ferdinando di Toscana dai capi di due potenti nazioni; infelice condizione di un principe, che, non avendo armi, volle fondare la propria sicurezza sulla integrità della vita, in tempi in cui il più potere era stimato ragione. S'appresentavano il dì nove luglio gl'Inglesi in cospetto di Porto-Ferrajo, con diciassette bastimenti, che portavano duemila soldati; richiesero la piazza. Scriveva il vicerè di Corsica al governatore, volere occupar Porto-Ferrajo, perchè i Francesi avevano occupato Livorno, e macchinavano di occupar anche Porto-Ferrajo; ma non volere, negando con le parole quello che faceva coi fatti, solito costume di quella perversa età, offendere la neutralità. I capi della flotta poi minacciavano, se non fossero lasciati entrar di queto, entrerebbero per forza.

Avute il gran duca queste moleste novelle, comandava al governatore, protestasse della rotta neutralità, negasse la dimanda, solo cedesse alla forza. Ma già gl'Inglesi procedendo dalle minaccie ai fatti, erano sbarcati sulle spiagge di Acquaviva, luogo di confine fra lo stato di Toscana e quello di Piombino, e marciando per sentieri montuosi, erano giunti in cima al monte che sta a ridosso del forte di Porto-Ferrajo; quivi piantarono una batterìa di cannoni e di obici con le bocche volte contro la città. I soldati scendendo da quei siti erti e scoscesi nella strada che dà l'adito alla terra, stavano pronti ad osservare quello che vi nascesse dentro, per le intimazioni e presenza loro. Mandava Orazio Nelson da parte del vicerè di Corsica intimando al governatore, volere gl'Inglesi Porto-Ferrajo e i forti per preservargli dai Francesi; porterebbero rispetto alle persone, alle proprietà, alla religione; se n'anderebbero, fatta la pace, o cessato il pericolo dell'invasione; se il governatore consentisse, entrerebbero pacificamente, se negasse, per forza. Adunava il governatore gli ufficiali, i magistrati, i consoli delle potenze, i capi di casa più principali, acciocchè quello che far si dovesse, deliberassero. Risolvettero di consentimento concorde, che si desse luogo alla forza, che si ricevessero gl'Inglesi, ma che si protestasse delle seguenti condizioni: non potessero a modo niuno i Toscani essere sforzati a combattere, se qualche forza nemica si accostasse all'isola, provvedessero gl'Inglesi alla vettovaglia; i soldati nelle case particolari non alloggiassero. Accettate le condizioni, entrarono nella Toscana isola gl'Inglesi. Poco dopo s'impadronirono anche dell'isola Capraja, di stato Genovese, meno per sicurezza loro, che per dispetto del senato, contro il quale avevano risentimento, per essersi, come credevano, accostato recentemente alla parte Francese. Acquistate Elba e Capraja, correvano più molesti che prima contro i bastimenti Genovesi, e gli mettevano in preda.

In questo mezzo tempo bollivano le cose nella partigiana Corsica perturbata da gravissimi accidenti, ed andavano a versi di Buonaparte. Bonelli condottosi nell'isola, e spargendo voci di prossimi ajuti, e detestando la superiorità Inglese, e spargendo ogni dove faville d'incendio, e turbando ogni villa, ogni villaggio, massime sui monti vicini a Bastìa ed a San Fiorenzo, aveva adunato gente, che apertamente resisteva al dominio del vicerè. A Bastìa, sendovi ancora presenti gl'Inglesi, una congregazione di patriotti, come gli chiamavano, o piuttosto di partigiani di Buonaparte e di Saliceti, nemicissimi al nome di Paoli e d'Inghilterra, avevano preso tanto ardire, che addomandarono al vicerè la libertà dei carcerati, e scrissero a Saliceti, già avesse Bastìa in luogo di città Francese. Vedutosi da Saliceti e da Gentili, che quello era il tempo propizio per restituire la patria loro alla Francia, mandarono innanzi Casalta, con una banda di fuorusciti Corsi affinchè, arrivando a Bastìa, ajutasse quel moto, cagione probabile di cambiamento. Fu opportuno il disegno, non fu infelice il successo; perchè giungeva sul finire di ottobre Casalta, tanta fu la destrezza di Sapey nel procurare il tragitto malgrado del tempo burrascoso e delle navi Inglesi, in vicinanza del porto; e sbarcava le sue genti, alle quali vennero a congiungersi i partigiani in grosso numero. I soldati di Casalta, divenuti forti, occuparono i poggi che dominano Bastìa. Intimava Casalta agl'Inglesi, che tuttavia tenevano il forte, si arrendessero; quando no, gli fulminerebbe. Sopravvennero intanto le novelle che gran tumulti nascevano in tutta l'isola contro il nome Britannico. Gl'Inglesi pertanto si risolvevano ad abbandonar quello, che più non potevano conservare; e precipitando gl'indugi dal forte di Bastìa, perchè avevano paura che i Corsi di Casalta, calando dai monti, impedissero loro il ritorno, lo spacciarono prestamente, e si ricondussero alle navi. Nè fu senza danno la ritirata, o piuttosto fuga loro; perchè soppraggiunti per viaggio dai Corsi, meglio di cinquecento restarono cattivi. Perdettero anche i magazzini; dei cannoni alcuni trasportarono, altri chiodarono. A tale fatto i tumulti crescevano, gli alberi di libertà si piantavano: San Bonifacio, Ajaccio, Calvi chiamavano il nome di Francia. Restava pei patriotti, che si cacciassero gl'Inglesi da San Fiorenzo, dove avevano adunato le maggiori forze, ed anche la fortezza della piazza gli assicurava. Ma il precipizio era tale, che si resisteva senza frutto. Guadagnava Casalta, non però senza difficoltà, le fauci di San Germano, per cui si apre la strada da Bastìa a San Fiorenzo, ed arrivava improvvisamente sopra quest'ultimo luogo cacciandosi avanti gl'Inglesi fuggiti da San Germano. Diedero tostamente opera a vuotare la piazza; vi entrarono con segni d'incredibile allegrezza i Corsi repubblicani. Conquistarono sei pezzi di artiglierìa buona e due mortai, che in tanta fretta i vinti non avevano avuto tempo di trasportare: i soldati sezzai vennero in poter del vincitore. Tuttavia l'armata Inglese stava sorta sull'ancore poco distante da San Fiorenzo in prospetto di Mortella; i soldati avevano fatto un forte alloggiamento sui monti a ridosso di Mortella medesima, non che volessero continuare nell'intenzione di conservare la Corsica, ma solamente per acquare, vettovagliarsi, e raccorre gli sbrancati sì magistrati del regno che soldati, che per luoghi incogniti e per tragetti arrivavano ad ogni ora, fuggendo il furore Corso che gli cacciava. Partiva frattanto da Livorno Gentili, conducendo con se nuove armi e munizioni, ducento soldati spigliatissimi, trecento fuorusciti di Corsica. Arrivato a Bastìa, dato riposo alla truppa, squadronati nuovi Corsi che accorrevano, si metteva in viaggio per a San Fiorenzo, con animo di cacciar gl'Inglesi da quel loro ultimo nido di Mortella. Urtava l'oste Britannica, ne seguitava una mischia mortalissima: fuggirono finalmente gl'Inglesi, ricevendo per viaggio molti danni, e si ridussero, prestamente camminando, e tutti sanguinosi alle navi. Conseguito quest'intento, saliva Gentili sopra certi monti, donde speculando vedeva l'armata Inglese, che continuava a starsene con l'ancore aggrappate in poca distanza: preparava una forte batterìa per fulminarla. Non aspettarono l'ultimo momento; che anzi, date le vele ai venti, si allargarono in alto mare alla volta di Gibilterra, lasciando tutta l'isola in potestà di coloro, che la vollero restituire all'antica madre di Francia. Si ricoverava Elliot vicerè a Porto-Ferrajo, dolente che quella preda si trasferisse di nuovo nella potenza emola all'Inghilterra. Per cotal modo furono spenti in un giro di pochi mesi un parlamento, un reggimento ordinato, un'autorità di un re della Gran Brettagna. Al tempo stesso abbandonarono gl'Inglesi le testè conquistate isole d'Elba e Capraja, brevissimo frutto di violata neutralità.

Fatte tutte queste cose, arrivava Saliceti in Corsica con facoltà di perdonare. Veniva annunziando, che la generosa Francia perdonava; che mandato per lei espressamente recava a' suoi compatriotti constituzione e libertà; una insolenza insopportabile, proscrizioni, esigli, carceri essere stati i doni dell'Inghilterra; avere l'Inghilterra ingannato i Corsi con pretesti di religione, come se la Francia fosse nemica alla religione. A questo eravam serbati, sclamava fortemente Saliceti, di vedere gl'Inglesi divenuti amici, e protettori del papa; non essere la Francia nemica alla religione; solo volere la libertà di ogni culto; vedete, gridava, come i traditori, che all'Inghilterra, quale vil gregge, vi venderono, fuggono; vedete come non osano combattere; vedete come prestamente hanno sgombrato da queste terre, che con la presenza e coi delitti loro han voluto rendere disonorate ed infami; or sen vadano essi pure vagando per istrani lidi con la vergogna, e coi rimorsi compagni, e se qualche traditor resta, punirallo la repubblica: questi svelate, questi punite; con ogni altro vivete come con fratelli: unitevi, affratellatevi; giurate sull'are vostre, e per l'ombre dei compagni morti nelle battaglie a difesa della repubblica, giurate odio eterno alla monarchìa. Queste incitate parole, che producevano frutti conformi, dimostravano quanto gli uomini si soddisfacciano meglio delle esagerazioni, che della temperanza.

LIBRO OTTAVO

SOMMARIO

Nuovi pensieri politici, che sorgono nella mente degl'Italiani più savj dopo le vittorie replicate di Buonaparte. Rivoluzioni nel ducato di Modena. Comizj di Bologna. Congresso dell'Emilia. Spaventi del pontefice; pure non consente alla pace. Sue gravi esortazioni ai principi. Pace del re di Napoli colla repubblica di Francia: il principe di Belmonte Pignatelli suo ambasciadore presso al direttorio. Pace tra Francia e Parma. Morte di Vittorio Amedeo III, ed assunzione di Carlo Emanuele IV, re di Sardegna; qualità di questi due principi. Progetti di Buonaparte e del direttorio sul Piemonte. Conte Balbo, ambasciadore del re Carlo Emanuele a Parigi sue qualità, e suo discorso d'introito al direttorio. Nuove tribolazioni di Genova. Gl'Inglesi vengono ad un fatto condannabile, che fa gettarsi Genova del tutto alla parte Francese. Spinola, suo plenipotenziario a Parigi: conclude un trattato col direttorio. Maneggi politici in Italia. Clarke mandatovi dal direttorio: perchè, e con quali istruzioni. Proposizione d'alleanza tra Francia e Venezia. Rifiutata da Venezia, e perchè. Proposizione d'alleanza tra l'Austria e Venezia. Rifiutata dalla seconda, e perchè. Proposizione d'alleanza tra la Prussia e Venezia. Rifiutata da quest'ultima, e perchè. Desolazione dei paesi Veneti per opera sì dei repubblicani, che degl'imperiali. Querele dei Veneziani. Venezia si arma per le minacce fatte da Buonaparte al provveditor generale Foscarini. Sospetti della Francia in questo proposito, e dilucidazioni date dal senato Veneziano.

Le vittorie dei repubblicani in Italia erano splendidissime: l'avere ridotto a condizione servile il re di Sardegna, costretto ad accordi poco onorevoli quel di Napoli ed il pontefice, l'avere non solo vinto, ma anche spento due eserciti d'Austria, l'essere disarmata la repubblica di Venezia, e l'aver cacciato dalla Corsica gl'Inglesi col solo sventolar d'un'insegna, davano argomento, che la potenza Francese metterebbe radici in Italia, e che questa provincia sarebbe per cambiare e di signori e di reggimento. Queste condizioni erano cagione che sorgessero ogni dì nuovi partigiani a favore del nuovo stato, e contro il vecchio. Se per lo innanzi la parte Francese solamente seguitavano o coloro che erano presi con esagerazione evidente da illusioni fantastiche di bene, o coloro che in vantaggio proprio disegnavano convertire quei rivolgimenti politici, vedute tante vittorie, si accostavano a voler secondare le mutazioni molti uomini savj e prudenti, i quali opinavano, che, poichè la forza aveva partorito movimenti di tanta, anzi di totale importanza, era oramai venuto il tempo del non dover lasciare portar al caso sì gravi accidenti; che anzi era debito di ogni amatore della patria Italiana di mostrarsi, e di dar norma con l'intervento loro, per quanto fra l'operare disordinato dell'armi possibil fosse, a quei moti, che scuotevano fin dal fondo la tormentata Italia. Prevedevano, che quantunque nella probabilità delle cose avvenire avessero i Francesi a restar signori, si sarebbero tuttavìa, per l'impazienza e l'instabilità, di cui sono notati, presto infastiditi delle cose d'Italia, ed in parte ritirati, e che la signorìa, divenuta semplice autorità, avrebbe avuto natura piuttosto di patrocinio, che di dispotismo. Allora, speravano, le cose si sarebbero ridotte ad uno stato più tollerabile, e forse gl'Italiani avrebbero potuto ordinare una libertà fondata dall'una parte sovra leggi patrie, dall'altra scevra dall'imperio insolente dei forestieri. Si persuadevano che se era scemato il pericolo delle armi Tedesche, era cresciuta la necessità di soccorrere alla patria coi buoni consigli; credevano male accetti essere ai popoli gl'Italiani intemperanti, che avevano prevenuto, o troppo ardentemente, o troppo servilmente secondato i primi moti dei Francesi, e però non doversi a loro abbandonare la somma delle cose. Gravi uomini, pensavano, avere ad essere i fondatori di un vivere libero, non cantatori, o ballerini intorno agli alberi della libertà; nè alcun nuovo stato potersi fondare senza l'autorità degli uomini autorevoli, perchè i nuovi stati non si possono in altro modo fondare che con la opinione dei popoli, che alla lunga fugge gli esagerati, seguita i savj. Costoro adunque consentivano a farsi vivi in ajuto dello stato, quantunque sapessero in quali travagli avessero a mettersi.

Questa fu un'epoca seconda nelle rivoluzioni d'Italia, in cui uomini prudenti per la necessità dei tempi, vennero partecipando delle faccende pubbliche. In questo concorsero e nobili e popolani, e dotti ed indotti, e laici ed ecclesiastici, desiderando tutti di cavare da quelle acque tanto torbide fonti puri e salutari per la patria loro. Fra costoro non tutti pensavano alla medesima maniera; perciocchè alcuni più timidi, o di più corta vista, o forse di più ristretta ambizione, amavano i governi spezzati; altri innalzando l'animo a più alti pensieri, desideravano l'unità d'Italia, perchè credevano, che l'Italia spezzata altro non fosse che l'Italia serva. Fra i primi si osservavano i più attempati, fra i secondi i più giovani; i primi moderavano, i secondi incitavano; i primi più manifestamente operavano, i secondi più nascostamente; i primi erano amati ed accarezzati dai francesi, i secondi odiati e perseguitati. Chiamavano questi ultimi, come se fossero gente di molta terribilità, la lega nera, e di questa lega nera avevano i capi dell'esercito più paura che dei Tedeschi, perchè e la potenza di lei di per se stessi alle menti loro esageravano, ed era loro esagerata dagl'Italiani adulatori e rapportatori che credevano, che il dar sospetto ai Francesi facesse stimare più necessarj i servigi loro. Pieni erano gli scritti, piene le parole segrete di questi rapportatori ai generali e commissarj della repubblica, del nome della lega nera, ed io ho veduto di molti sonni turbati da questo fantasma. Egli è vero, che gli addetti a questa setta tanto odiavano i Francesi, quanto i Tedeschi, e bramavano che l'Italia sgombra degli uni e degli altri, alle proprie leggi si reggesse, avvisando, che lo sconvolgimento totale prodotto dalla guerra potesse aprir la occasione a quello, a che non avrebbe mai potuto condurre lo stato quieto. Sapevano che nè i Francesi nè i Tedeschi amavano l'independenza Italiana; perciò volevano servirsi dei primi per cacciare i secondi, poi servirsi della forza dell'Italia unita per cacciare i primi. Ma questo era un ferire a caso, piuttosto che andare ad un disegno certo, perchè, essendo in quei gravissimi accidenti non attiva, ma passiva l'Italia, non era da credersi che vi sorgessero personaggi civili di estrema autorità, nè generali di gran nome, ai quali concorressero con opinione ed impeto comune per la desiderata liberazione i popoli. Pure aspettavano confidentemente il benefizio del tempo, e preparavano, non con ischiamazzi e con grida, ma con un parlare a tempo, ed anche con un tacere a tempo, i semi alle future cose. Di questi non pochi entrarono nei nuovi magistrati creati dai Francesi, che loro diedero autorità, perchè non gli conoscevano; ed essi i comandamenti altieri od avari, o moderavano coi fatti per acquistar favore presso ai popoli, o con parole gli magnificavano per acquistar odio ai Francesi. Creata la setta, entravano anche gli addetti nei magistrati instituiti dai Tedeschi, quando questi riusciti superiori inondarono il paese, e con le medesime intenzioni, ed al medesimo fine indirizzavano le operazioni loro, cioè a creare autorità a se stessi, ed odio ai Tedeschi. Questa, o vera lega che si fosse, o solamente desiderio universale, si era propagata e radicata in tutti i paesi, ed a lei s'accostarono personaggi, a cui non piacevano nè i Francesi nè la libertà, perchè pareva a tutti un dolce ed onorato vivere l'independenza dai forestieri. A questi desiderj mancarono piuttosto i principi, che i popoli Italiani, perchè i principi avevano più paura della libertà, che amore dell'independenza, i secondi più amore dell'independenza, che della libertà. Ma se un principe si fosse abbattuto in Italia, non dico quali gli partorivano i Romani tempi, ma solamente quali nascevano ai tempi di Lorenzo, di Castruccio, e di Giulio della Rovere, avrebbe prodotto, queste opinioni assecondando, ed una Italiana bandiera al vento innalzando, effetti notabilissimi non che in Italia, in tutta Europa. Ma Sardegna era fissa nel desiderio di acquistarsi una provinciuzza Milanese, o Francese, o Genovese, Genova nel commercio, Venezia nella mollezza, Roma nel sacerdozio, Napoli nel volersi una particella delle Marche, Firenze in un felice e pacifico stato; Milano privo del principe proprio ed in preda ai forestieri poteva solo seguitare, non cominciare. Così per troppo godere, o per troppo temere, o per istrettezza di mente, o per fiacchezza d'animo, i principi Italiani trasandarono le occasioni, ed indirizzarono tutti i pensieri loro al difendersi dai Francesi, non avvertendo che il proporsi per fine di tornare allo stato vecchio, indifferente a molti, odiato da alcuni, non poteva far muovere i popoli con quella efficacia, con cui gli avrebbe mossi un disegno nuovo, generoso e grande.