Perduto il forte sito di Calliano, restava Trento senza difesa. Infatti il cinque settembre, ritiratosene il giorno precedente il vescovo, principe dell'impero germanico, vi entravano i Francesi vittoriosi, prima Massena, poi Vaubois, il quale, non potendo tollerare sotto gli occhi suoi propri i ladronecci di Toscana, e preferendo i pericoli di morte al veder l'infamia, aveva instantemente chiesto di esser mandato al campo. Divenuto Buonaparte signore di Trento, veniva tosto in sulle lusinghevoli parole, dichiarando, volere, che la città e principato di Trento fossero per sempre liberati dalla superiorità Tedesca, e posti in libertà. Laonde, cacciati tutti coloro che per parte dell'impero germanico vi tenevano i magistrati, vi surrogava i nativi, con eleggergli tra quelli che erano più avversi al dominio Tedesco, o più amatori del nome Francese, o più zelanti di novità. Del rimanente poco importava al generale della repubblica lo stato dei popoli Trentini: bensì gli premeva di sollevare con dolci discorsi i popoli della vicina Germania, affinchè tumultuando contro i principi loro, gli rendessero facile l'impresa di congiungersi coi soldati di Ferino mandati avanti da Moreau con questo intento. Certo era, che chiamata a sedizione la Baviera, l'imperatore d'Alemagna sarebbe stato ridotto in estremo pericolo, o costretto ad accettare patti disonorevoli. Questi erano i pensieri ai quali era venuto Buonaparte, per la vastità della sua mente e per lo stimolo delle vittorie.
Gli rompeva questi disegni l'antico Wurmser. Aveva il capitano Austriaco considerato, che Buonaparte si era recato nell'animo, ch'ei fosse per difendere per quei luoghi alpestri con le reliquie de' suoi i passi della Germania. Credeva anzi, che il generale di Francia fosse confidente di venire a capo di questo suo intento; perciocchè si vedeva probabile, che coloro i quali avevano vinto con tanto impeto le strette di Calliano, potrebbero anche facilmente superare gli altri passi del Tirolo. Ma il pratico e tenace Alemanno fece avviso, che quello che combattendo di fronte non avrebbe potuto conseguire, il potrebbe per modo di diversione. Deliberossi adunque con animoso e ben ponderato consiglio di voltarsi di nuovo all'Italia, sperando che per la sua presenza inopinata in questa provincia, aggiuntovi qualche rinforzo che testè gli era giunto dal Norico, avrebbe potuto farvi qualche variazione, od almeno ritirarsi al sicuro nido di Mantova. Qualunque avesse ad essere o prospero od avverso l'esito di questa fazione, bene era certo l'effetto di tirare nuovamente Buonaparte in Italia, e di stornare per questo mezzo quella terribile tempesta dalla nativa Germania. Nasce la Brenta poco lontano da Trento, e correndo nel fondo di una valle profonda tra monti aspri e discoscesi, arriva a Bassano, luogo dove incominciano ad aprirsi le dilettevoli pianure del Padovano e del Vicentino. Questa è la strada che conduce da Venezia a Trento per la più diritta, senza passar per Verona. Adunque il maresciallo, già fin quando si combatteva a Roveredo ed a Calliano, s'incamminava, scendendo a gran passi, per la valle Brentana, intento suo essendo di congiungersi in Bassano con gli ajuti, che venuti dal Norico sotto la condotta dei generali Mitruski e Hohenzollern si erano ridotti ad aspettarlo in quella città. Si era persuaso che il suo avversario, udita la strada presa da lui, non solamente deporrebbe il pensiero di assaltar la Germania, ma ancora scenderebbe a gran passi a seconda dell'Adige per andar a far argine a quel nuovo impeto nelle vicinanze di Verona. Della prima opinione non s'ingannava Wurmser, perchè effettivamente Buonaparte, abbandonata l'impresa di Germania, si rivoltava verso l'Italia; ma bene non prese la via dell'Adige, anzi, sprolungata la destra de' suoi per la valle medesima della Brenta, seguitava frettolosamente, divallandosi ancor esso, le genti Alemanne. Erano guidatori principali di questi presti soldati, secondo il solito, quei due folgori di guerra Massena e Augereau. Questa deliberazione fece Buonaparte per interrompere a Wurmser ogni comunicazione coi corpi che lasciava ai luoghi più alti del Tirolo, e perchè non altra speranza di salute restasse al capitano dell'imperatore, se non quella o di ritirarsi più che di passo alle montagne donde sorge la Piave, o di far opera di condursi a Mantova. Marciarono tanto speditamente i repubblicani, che giunsero gl'imperiali a Primolano, e gli vinsero con presa di molti soldati, non però di quattromila, come fu scritto, che è un'amplificazione di parole molto evidente. Si combattè poscia a Cismone, si combattè a Selagno, e sempre felicemente pei Francesi. Già quel nembo era vicino a scoccare contro Bassano, dov'era il corpo principale di Wurmser. L'assaltarono correndo Augereau a sinistra. Massena a destra, e tosto il ruppero, avendo fatto, in ciò dissimile da se medesimo, invalida difesa, con grande ammirazione e sconforto di Wurmser, che si era confidato nella fortezza di quel passo posto alla sboccatura della valle della Brenta. Ora nissun altro partito restava al maresciallo d'Austria, poichè sì presti l'avevano sopraggiunto i Francesi, se non quello di ritirarsi per far pruova di guadagnare le sicure muraglie di Mantova. Adunque, velocemente marciando, e velocemente ancora seguitato dai repubblicani, passava l'Adige a Porto-Legnago, batteva Massena a Cerea, Buonaparte a Sanguineto, ed entrava coi soldati tutti sanguinosi, ma con aver fatta sanguinosa la vittoria anche al nemico, dentro i ripari della forte Mantova.
Questo fu il fine dell'impresa di Wurmser in Italia, e del poderoso esercito che vi condusse. Ne fu afflitta la Germania, ne fu lieta la Francia, ne pendè di nuovo incerta l'Italia del destino che l'aspettasse; perchè nè Mantova era piazza che si potesse facilmente espugnare, nè l'imperator d'Alemagna era tale, che non fosse per fare un nuovo sforzo per riconquistar le rive tanto infelicemente feconde dell'Adda, del Ticino e del Po.
Siede Mantova, città antica e nobile, in mezzo ad un lago che il fiume Mincio, calandosi da Goito in una gran fondura, forma, ed in tre parti si divide, separate una dall'altra da due ponti, dei quali il superiore, da presso a porta Molina dipartendosi, dove sono i molini dei dodici apostoli, dà l'adito dalla città alla cittadella posta a tramontana; l'inferiore apre il varco dalla porta di San Giorgio al sobborgo di questo nome situato a levante. La prima parte del lago tra la bocca del fiume, dove entra nel lago medesimo, ed il superior ponte frapposta, chiamasi col nome di lago superiore; la seconda rinchiusa fra i due ponti, con quello di lago di mezzo; e finalmente quella parte che dal ponte inferiore partendo, insino all'emissario si distende, col nome di lago inferiore si appella. Nè tutta la città è circondata da acque libere e correnti; conciossiachè il Mincio, a stanca verso la cittadella precipitandosi, lascia i terreni a dritta o del tutto scoperti, o di poche acque velati, ma limacciosi tutti, ed ingombri di erbe e di canne palustri. Questa è la palude, che si dilata, e circuisce le mura, cominciando da porta Pradella, per cui si ha la via a Bozzolo ed a Cremona, insino a porta Ceresa, per cui si va alla strada di Modena. Così girando da porta Pradella per tramontana e levante fino a porta Ceresa, è Mantova bagnata dalle acque dei tre laghi; e dando la volta dalla medesima porta Pradella per Ponente ed Ostro fino a porta Ceresa, è circondata da un profondo ed instabile marese, eccettuata una parte di terreno più sodo situata a guisa di penisola da porta Postierla a porta Ceresa. Quivi sorge il castello del T, così chiamato, perchè per singolar guisa d'architettura ha forma di questa lettera dell'alfabeto. Si ammirano in lui quelle belle pitture a fresco, che rappresentano la battaglia di Giove e dei Titani, opera tanto celebrata di Giulio Romeno, nativo di Mantova. Questa penisola si congiunge al corpo della città per parecchi ponti: ma i principali aditi alla campagna si aprono pei due suddetti ponti della cittadella, e di San Giorgio, e per mezzo degli argini, che partendo dalle porte Pradella e Ceresa, ed attraversando la palude, menano i viandanti all'aperto. Oltre le anzidette porte sonvene alcune altre minori, o piuttosto uscite che porte, le quali danno sul lago, e sono quelle della Catena, della Pomponassa, di San Niccolò, degli Ebrei, d'Ozzolo, di San Giovanni e del Filatojo. Ma siccome la palude a nissun modo varcabile è difesa più forte del lago, che con le barche si può passare, così per assicurare la piazza là dove guarda il lago, fu eretta a tramontana la cittadella, che chiude il passo a chi venisse da Verona, ed il forte San Giorgio a levante contro chi volesse andar contro alla terra, procedendo da Portolegnago e da Castellara. Non ostante, parti pericolose erano le due estremità della palude, perchè là sono gli argini che accennano alle due porte principali per la via di terra, cioè Pradella e Ceresa. Per questa cagione furono affortificate con bastioni, e con altre opere di difesa. Nè fu lasciata senza munizioni la porta Postierla, la quale, avvegnachè si apra quasi nel mezzo di una cortina, ha per difesa a destra il forte bastione di Sant'Alessi, a sinistra un'alta di muro chiamata la torre di Sant'Anna. Per dare poi maggiore forza a questa parte, principalmente a porta Ceresa, e per impedire soprattutto che il nemico non possa fare un alloggiamento nella penisola del T, furono ordinate alcune trincee con terrati e terrapieni sull'orlo di lei, e nel luogo che chiamano il Migliaretto. Così, oltre le acque e la palude, le principali difese di Mantova consistono nella cittadella, nel forte San Giorgio, nei bastioni di porta Pradella e di porta Ceresa, ed in altri propugnacoli, che da luogo a luogo sorgono tutt'all'intorno nel recinto delle mura, e finalmente nelle trincee del T e del Migliaretto.
Tutte queste difese fanno la fortezza di Mantova, ma più ancora l'aria pestilente, che massimamente ai tempi caldi rende quei luoghi insani per le febbri e per le molte morti, e fa le stanze pericolosissime, principalmente ai forestieri, non assuefatti alla natura di quel cielo. Non è però che nel complesso delle raccontate fortificazioni non vi sia una parte di debolezza, perchè nè la cittadella nè il forte San Giorgio sono tali, che possano resistere lungo tempo ad un nemico, che validamente e con le debite arti gli oppugnasse; e chi fosse padrone di questi due forti, potrebbe con evidente vantaggio battere il corpo della piazza, più debole assai da questo lato che da quello della palude. Male altresì la cittadella si chiama con questo nome, poichè non è tale nè per la grandezza nè per la fortezza, che il presidio di Mantova vi si possa ricoverare, nel caso in cui non fosse più abile a tenere la città. La parte poi di porta Pradella, che è pure il lato più forte, e con più diligenza munito, una sola difesa esteriore l'assicura; e quest'è un'opera a corno dominata dall'eminenza di Belfiore. Le sole difese del corpo della piazza in questa parte sono il bastione di Sant'Alessi, stimato da tutti fortissimo, e pure troppo più piccolo, che non bisognerebbe per poter essere guernito del numero di difensori e di artiglierìe necessario, e la mezza luna di Pradella. L'uno e l'altra poi non sono coperti, e le loro scarpe s'innalzano tutte sopra l'orizzonte. Oltre a ciò sono congiunti fra di loro per una cortina lunghissima, e perciò male atta ad essere difesa dai fianchi di quei due bastioni. Vero è che per rimediare a questa debolezza, sono state sospinte oltre il pelo della cortina, a guisa di due frecce, i due ridotti di terra Nuovo e del Chiostro; ma questi due ridotti sono e di sito troppo più ristretto e troppo, meno che si converrebbe, sporgenti, e male anco volti rispetto alla cortina da potere e pel numero dei difensori, e per quello delle artiglierìe, e per la direzione dei tiri acconciamente servirle di difesa.
Nè maggior fortezza appare nelle mura di Mantova a mano manca di porta Ceresa, andando verso il lago inferiore, perchè quivi, eccettuato un debole torrione a guisa d'orecchione congiunto alla cortina, e tre piccole e basse punte di bastioni, niuna difesa si ritrova. Sapevanselo i Francesi, che prima dell'arrivo di Wurmser, avevano assaltato questa parte, e già tanto si erano condotti avanti, che, aperta la breccia, stavano in punto di entrarvi. A tutto questo pensando Buonaparte, era venuto in questa opinione, che in venti giorni di trincea aperta si potesse prender Mantova, ed a questa piazza anteponeva, per la fortezza, quella di Pizzighettone. Aveva anche fatto disegno d'impadronirsene per un assalto notturno ed inopinato con attraversare il lago sopra barche, che a tal uopo aveva fatto apprestare. Avvertiva però, che la riuscita di queste fazioni notturne dipende da un gridare o di cani o di oche. Seguita da tutto ciò, che l'oppugnazione da questa parte non è tanto malagevole, quanto porta la fama.
A questo si aggiunge, che quello che a prima vista pare constituire il principale fondamento della difesa, ne fa appunto la debilitazione, e questa cagione sono gli stretti argini per cui il nemico debbe necessariamente passare per arrivare alla città; imperciocchè siccome i più efficaci mezzi per ritardar le oppugnazioni e per prolungar la difesa delle piazze sono le sortite forti degli assediati, che rovinano le opere degli assedianti, così questi argini, rendendo le sortite più difficili, nuocono alla difesa; perchè dovendo gli assediati uscire, e passare per un luogo certo, stretto e lungo, facile cosa è agli assedianti di scoprirgli, e di combattergli quando escono, ed innanzi che sopraggiungano loro addosso. La quale facilità è anche più grande a Mantova che in altre piazze, a cagione che per le acque del lago possono agevolmente pervenire al campo degli assediatori i rapportatori e le novelle. Questa natura dei luoghi è cagione, che con poche genti si può fare, se non la oppugnazione, almeno l'assedio di Mantova, perchè il nemico, senza che sia in necessità di circuire tutta la piazza, ponendosi solamente, e facendosi forte alle punte dei ponti e degli argini, verrà facilmente a capo di ridurre il presidio alla necessità di capitolare per mancanza di vitto. Quindi è vero quello ch'era solito dire Buonaparte, il quale se n'intendeva, che con settemila soldati se ne possono bloccar dentro Mantova ventimila. Per la qual cosa si vede, che se nuoce agli assaltatori l'aria infetta di miasmi pestiferi, nuoce ai difensori la fame facilmente indotta. Tutti questi accidenti e di sito e di natura e di arte, operarono a vicenda ed efficacemente o negli assedj, o nelle oppugnazioni di Mantova, come si renderà manifesto dal progresso di queste storie.
Era giunto, come abbiam narrato, il maresciallo Wurmser in Mantova con un grosso corpo di genti avanzate alle stragi di Castiglione e di Bassano. Questo sussidio, mentre dava maggior forza alla guernigione già stanca da molte battaglie, e da troppo frequenti vigilie, induceva nondimeno una più grande necessità di vettovaglia. Difettava particolarmente di erba e di strame per pascere i cavalli, che erano, rispetto ai fanti, in numero assai considerabile. Adunque il capitano Austriaco, vedendosi potente per la moltitudine dei soldati, massime di cavallerìa, sortiva spesso, per allungare i pericoli, con grosse cavalcate a foraggiare alla campagna. Il che tanto più facilmente poteva fare, quanto più, essendo tuttavìa padrone della cittadella e di San Giorgio, aveva le uscite spedite, senza essere obbligato di restringere le genti in lunghe file per passare i ponti o gli argini. Queste cose infinitamente cuocevano a Buonaparte, il quale sapendo, che l'Austria, malgrado delle rotte avute, non avrebbe omesso di mandare nuovi soldati in Italia, desiderava di venirne presto alle strette per aver Mantova in mano sua, innanzichè gli ajuti arrivassero. A questo fine, essendo giunto alla metà del suo corso il mese di settembre, comandava a' suoi, andassero all'assalto di San Giorgio, perchè quello era il principale sbocco degli Austriaci alla campagna. Nel tempo medesimo il generale Sahuguet dava l'assalto alla Favorita, sito fortificato dagli Austriaci, e posto a tramontana tra San Giorgio e la cittadella. Attraversò questi disegni il vivido e sagace Wurmser; perchè cacciatosi di mezzo con la cavallerìa, e represso l'impeto dei repubblicani, gli sbaragliava, e se non era la trigesimaseconda, valorosissima fra le brigate Francesi, che sostenne l'urto del nemico, sarebbe seguìto qualche grave danno a Buonaparte. Rimasero i Tedeschi in possessione della Favorita e di San Giorgio; Sahuguet fu costretto a tirarsi indietro malconcio, e con le genti sceme pei morti e pei feriti. Ma l'audace Buonaparte non era uomo da interrompere i suoi pensieri per un piccolo tratto di fortuna contraria. E però avvisandosi che il suo avversario, fatto confidente dalla prosperità della fazione, cercherebbe ad allargarsi viemaggiormente nella campagna, volendo nutrire in lui questa baldanza nuova, ritirava i suoi più lontano dalla piazza. Era il suo fine di tirar Wurmser tanto discosto dal suo sicuro nido, che a lui nascesse la occasione d'impadronirsi improvvisamente di San Giorgio, per vietare all'avversario ogni comodità del paese. Eransi gli Austriaci ingrossati, coll'intenzione di conservarsi libera la campagna, a San Giorgio ed alla Favorita: avevano anzi spinto molto avanti le loro guardie fuori di questi alloggiamenti. Per meglio mandar ad effetto il suo pensiero, aveva Buonaparte comandato ad Augereau, che stanziava a Governolo, salisse per la riva del fiume, ed improvvisamente urtasse il fianco destro dell'inimico. Sahuguet occupava i passi tra la Favorita e San Giorgio; ma non avendo forze bastanti per resistere al nemico potentissimo di cavalli, ordinava a Buonaparte, che a questa schiera si accostasse quella di Pigeon, che veniva da Villanova, perchè dal tagliar la strada fra San Giorgio e la Favorita dipendeva in gran parte l'esito della fazione. Ma perchè Wurmser, avendo che fare sulla sua fronte, non potesse correre contro le ali dei repubblicani che si avanzavano, imponeva a quel pronto e valoroso Massena, urtasse francamente nel mezzo il sobborgo di San Giorgio. Fu l'industria e la virtù del generale di Francia ajutata dal benefizio della fortuna; perchè Wurmser essendosi di soverchio allargato nella campagna, non fu difficile a Pigeon di congiungersi con Sahuguet ad interrompere le strade fra i due nominati luoghi, ed Augereau arrivava tempestando a rompere l'ala dritta degl'imperiali. Il maggior danno fu quello recato da Massena; poichè fu tanto forte l'impeto suo, che prostrando ogni difesa, entrava per viva forza in San Giorgio, e se ne faceva padrone. Nè in alcun modo soprastando, per non corrompere con la tardanza il corso della fortuna favorevole, metteva anche in suo potere il capo del ponte, che dal sobborgo porta alla città. A questo modo gli Austriaci rotti e dispersi, parte furono presi o morti in numero di circa tremila, e parte si ritirarono fuggendo alla cittadella: perdettero venti bocche da fuoco. Questa fazione, avendo posto in poter dei Francesi i luoghi più opportuni all'ossidione, e fiaccando l'ardire degli Austriaci, restrinse molto la piazza; e sebbene di quando in quando il generale dell'imperio, condotto dal proprio coraggio, e tirato anche dalla necessità, per fuggire le molestie della fame, facesse, per andar a saccomanno, sue sortite, non si affidava però più di correre così liberamente la campagna, il che rendè in breve tempo le sue condizioni peggiori; perciocchè cominciava a patire maravigliosamente di vettovaglie. Già sorgevano segni di mala contentezza, che obbligavano Wurmser a star vigilante così dentro, come fuori. Munivano i Francesi con fossi e con trincee il conquistato San Giorgio, e dimostravano grandissima confidenza d'entrar presto in Mantova.
Era Buonaparte d'ingegno vastissimo, e di attività tale, che occupato in imprese di grandissimo momento, non ometteva di condurne al tempo medesimo altre di minore importanza. Perlochè, mentre dall'una parte pensava a tener lontani dall'Italia gli Alemanni, ed a conquistar Mantova, dall'altra non trascurava le cose del Mediterraneo, e principalmente quelle della Corsica. Eransi in quest'isola maravigliosamente sollevati gli animi a cagione delle vittorie dei Francesi in Italia; il quale moto tanto si mostrava più grande, quanto più alla contentezza dei prosperi successi delle armi si aggiungeva quella, che principalissimo operatore fosse quel Buonaparte, che quantunque mandato in tenera età a crearsi in Francia, era peraltro nato e cresciuto fra di loro. Per la qual cosa si vedeva, che se le vittorie di Francia in paesi tanto vicini alla Corsica davano in lei nuovo animo alla parte Francese, l'essere acquistate da Buonaparte le dava un capo e un guidatore valoroso. Questi umori erano anche ingrossati dalle insolenze degl'Inglesi, e dalle taglie che avevano poste. Quest'erano le cagioni, per cui la parte Francese in Corsica andava ogni dì acquistando nuove forze e nuovo ardire, mentre la Inglese perdeva continuamente di forza e di riputazione; già il dominio d'Inghilterra vi titubava. Accadevano non di rado nelle più interne regioni dell'isola ingiurie e violenze contro il nome e gli uomini Inglesi, e contro coloro che a loro aderivano. Era l'autorità del vicerè ridotta alle terre forti e murate, poste nei luoghi dove poteva avere accesso il forte navilio d'Inghilterra. Queste cose si sapevano da Buouaparte; e siccome quegli che era sempre pronto ad usare le occasioni, aveva posto piede in Livorno, non solamente col fine di serrare questo porto agl'Inglesi, ma ancora per movere la Corsica a danno loro. Laonde indotto in isperanza di poter tosto farvi rivoltar lo stato a favore della Francia, aveva mandato a Livorno, aspettando tempo d'insorgere più vivamente, un colonnello Bonelli Corso, con alcuni altri soldati del medesimo paese, e provvedutolo di denari, d'armi e di munizioni, gli comandava andasse in Corsica, e con la presenza e con le esortazioni desse speranza di maggiori sussidj. Era il passaggio di mare assai pericoloso, per le navi Inglesi che continuamente il correvano; ma Buonaparte, confidando nell'opera di Sapey, un Delfinate molto sagace ed attivo, che aveva il carico di quel passo, gliene commetteva l'impresa. A questi primi principj crescendo vieppiù le speranze del felice fine, mandava a Livorno, perchè fossero pronti a salpare, i generali Gentili, Casalta e Cervoni, nativi dell'isola, e che potevano pel credito e dipendenza loro ajutare l'impresa. Preponeva ad essa, come capo, Gentili, uomo d'intera fama, e savio per natura e per età. I Corsi fuorusciti per intenzione di Buonaparte concorrevano a Livorno, e si ordinavano in compagnìe. Una compagnìa di ducento più attivi e più animosi degli altri, doveva essere il principal nervo dei conquistatori di Corsica. S'aggiungevano alcuni pezzi d'artiglierìe di montagna, e cannonieri pratichi per governarle. Erano vicine a mutarsi in pro della Francia le sorti della patria di Buonaparte.
Avevano molto per tempo gl'Inglesi avuto avviso di tutti questi preparamenti, e stavano vigilanti nell'impedire il passo del mare. Nè parendo loro che ciò bastasse alla sicurezza dell'isola dopo il perduto Livorno, applicarono l'animo al farsi signori di Porto-Ferrajo, terra forte, e principale dell'isola d'Elba. Pervenuto sentore di questo tentativo a Miot, ministro di Francia a Firenze, richiedeva con viva instanza dal gran duca, desse lo scambio al governatore di Porto-Ferrajo, sospetto, secondo l'opinione sua, di essere aderente agl'Inglesi. Il ricercava altresì, mettesse in quel forte un presidio sufficiente ad assicurarlo. Voleva finalmente che si aggiungessero duecento soldati Francesi. Soddisfece alla prima domanda il principe, scambiando il governatore, ma fondandosi sulla neutralità, legge fondamentale della Toscana, accettata dalla repubblica di Francia, e confermata da tutte le potenze amiche e nemiche, non consentì a mandar nuove genti, e molto meno soldati Francesi a Porto-Ferrajo. Si scusò eziandìo allegando, che gl'Inglesi proibivano l'uso del mare, e che perciò non era in sua facoltà, ancorchè volesse, di mandar nuovo presidio in quell'isola. Certamente non si può biasimare Miot dello aver domandato al gran duca quello, che credeva essere sicurtà del suo governo; ma bene gli si può dar carico dello aver usato parole intemperanti parlando della nazione Italiana, quando scrisse, di questo fatto gravemente lamentandosi, a Buonaparte, badasse bene a schivare le minacce vane, principalmente in Italia, dove i popoli accrescevano i mali con la fantasìa, ma tosto trapassavano dal terrore all'insolenza, quando non pruovavano tutto quello che temevano; perchè stava, continuava dicendo Miot, nella natura vendicativa degl'Italiani di veder sempre nei nemici loro la impotenza, non mai la generosità. Quale generosità poi fosse in coloro, che sotto specie di belle parole erano andati ad ingannare ed a spogliare l'Italia, toccherà a Miot lo spiegarlo. Intanto sapranno i posteri come egli parlasse di una nazione illustre, in quel momento stesso in cui ella era miserabil preda di Francesi e di Tedeschi, ridotta per cagione degli uni e degli altri in durissimo servaggio, spogliata de' suoi più preziosi ornamenti, rotta tutta e sanguinosa nelle parti più nobili e più vitali del corpo suo.