Noi dobbiamo continuar nel fastidio di raccontar governi non così tosto creati che spenti, secondochè portava l'utilità od il capriccio del vincitore, di cui sempre più si scoprivano i pensieri indiritti a turbare tutta l'Italia. Abbiamo nel precedente libro descritto, come per quel principal fine dell'aver la pace coll'imperatore, il direttorio di Parigi, e Buonaparte, mandato Clarke, offerivano patti di diversa natura ora all'imperatore medesimo, ora alla repubblica di Venezia, ora a quella di Genova, ed ora al re di Sardegna. L'Austria spaventata dalle calamità, a cui era stata sottoposta, non si mostrava aliena, se non di concludere, almeno di negoziare, e per questo aveva mandato a Vicenza il generale San Giuliano, acciocchè si abboccasse con Clarke. Anche l'Inghilterra, mossa dal pericolo dell'imperatore, e dalla forza della repubblica francese, che ogni dì più pareva insuperabile, si era piegata, benchè mal volentieri, a voler trattare, ed aveva mandato a questo fine lord Malmesbury in Francia. Tutti pretendevano voci di voler rimuovere tanto incendio dall'Europa afflitta, e di aver a cuore lo stato salutifero dell'umanità. Ruppero questi negoziati le vittorie dell'arciduca Carlo in Germania, che compensarono le sconfitte di Beaulieu e di Wurmser in Italia. Imperò gli alleati si fecero più renitenti, e di nuovo convenne venirne al cimento delle armi. Solo la Sardegna, che era ridotta piuttosto in potestà della Francia, che nella propria, aveva concluso un trattato di lega difensiva, avendo il re costantemente ripugnato ad una lega offensiva a motivo della guerra imminente col papa; al quale trattato il direttorio non volle ratificare a cagione della cessione, che vi si stipulava di alcuni territorj imperiali; perchè il re opportunamente valendosi della condizion sua armata, e dell'esser posto alle spalle dell'esercito francese, non cessava di addomandare o restituzione, o ricompenso delle perdute Savoja e Nizza. Il che pazientemente non poteva udire il governo di Francia, per essere quelle province unite per legge di stato alla repubblica.
Adunque il direttorio, trovata tanta durezza nell'Austria, nell'Inghilterra, e nel papa, che continuamente si preparava alla guerra, e dubitando che questo modo potesse estendersi più oltre, perchè non si fidava di Napoli, si consigliava di voler provare, se il timore delle rivoluzioni potesse sforzare i potentati a far quello che il timore delle armi non aveva potuto.
A questo fine erano indirizzati i moti dell'Emilia, e le instigazioni di Trento. Ma per parlar dei primi, si voleva da Buonaparte, che a quello che da principio aveva potuto parere frutto disordinato della guerra, succedesse uno stato regolato ed un assetto più giusto di constituzione, perchè lo stato disordinato, siccome quello che è temporaneo di natura, lascia da per sè stesso appicco a cambiamento di signoria nativa a signoria forestiera, mentre lo stato ordinato e riconosciuto non può darsi ad altrui senza nota d'infamia. Oltre a ciò sperava il generalissimo di accendere con questo allettativo d'independenza talmente quei popoli già di per se stessi tanto accendibili, che un fanatismo politico avesse a pareggiare gli effetti di quel fanatismo religioso, che per difesa propria s'ingegnava il pontefice di far sorgere in Italia contro i conquistatori. Sapeva che queste opere erano facili ad eseguirsi, perchè in alcuni ingannati operava l'amor della libertà, in altri consapevoli la peste dell'ambizione. Tanta paura aveva quel capitano vittorioso di coloro, che chiamava per isprezzo, non so se mel debba dire per la dignità della storia, pretacci. Bene ordinato era, quanto all'effetto, questo consiglio di opporre popoli accesi a popoli accesi. Ma ei conosceva bene il paese, e gli umori che vi correvano; perchè era solito dire, che in quella Cispadana repubblica erano tre sorti d'uomini: amatori dell'antico governo; partigiani di una constituzione independente, ma pendente all'aristocrazia, e quest'era il patriziato; finalmente partigiani della constituzione francese o della democrazia. Aggiungeva, che egli era intento a frenare i primi, a fomentare i secondi, a moderare i terzi, perchè i secondi erano i proprietari ricchi ed i preti, ch'ei credeva doversi conciliare, perchè rendessero i popoli partigiani di Francia. Quanto ai terzi affermava, esser giovani scrittori, uomini, che, come in Francia, così in tutti i paesi cambiavano di governo, ed amavano la libertà solamente, come diceva, per fare una rivoluzione. Dal che si vede in quale stima egli avesse quelli che professavano la libertà; e per verità non pochi fra di loro diedero tali segni al mondo, che fu manifesto come il giovane di ventott'anni con insolita sagacità avesse bene penetrato la natura loro: questo conoscere gli uomini fu cagione, ch'ei potè fare tutto quello che volle.
Erasi inditto il congresso dei quattro popoli dell'Emilia, Modenesi, Reggiani, Bolognesi, Ferraresi il dì venzette decembre, malgrado di Buonaparte, che avrebbe desiderato, che più presto si adunassero per dar cagione di temere al papa in tempo, in cui, bollendo ancora le pratiche, non aveva ancora il pontefice rifiutato la pace. Convennero in Reggio i legati dei quattro Cispadani popoli, trentasei Bolognesi, venti Ferraresi, ventidue Modenesi, ventidue Reggiani. Avevano mandato amplissimo di fare quanto alla salute della repubblica si appartenesse; l'unione massimamente dei quattro popoli in un solo stato procurassero. Solo i Bolognesi avevano nel mandato loro qualche clausola di restrizione, o fosse che Bologna amasse di serbare, per la sua grandezza, qualche superiorità, o fosse che non volesse allontanarsi da quella forma di governo che con tanta solennità aveva pocanzi accettata, perchè prevedeva, che l'accomunarsi nello stato importava l'accomunarsi nelle leggi. Grande era il calore, grande l'entusiasmo di quelli spiriti repubblicani: pareva a tutti essere rinati a miglior secolo. Ordinarono, non potendo capire in se stessi dall'allegrezza, ad alta voce, non a voti segreti si squittinasse. Poi fecero una congregazione d'uomini eletti dalle quattro province, affinchè proponessero i capitoli dell'unione. Fu l'unione accettata con tutti i voti favorevoli. Accrebbero la giubbilazione gli uomini deputati di Lombardia Milanese venuti ad affratellarsi, erano Porro, Sommariva, Vismara da Milano, Visconti da Lodi, Gallinetti da Cremona, Mocchetti da Casalmaggiore, Lena da Como, Beccaria da Pavia: «Poichè erano venuti i buoni tempi Italici, orarono, essere venuti gli uomini Lombardi a congratularsi coi Cispadani popoli dell'acquistata libertà; pari essere i desiderj, pari il destino; chiamare le Francesi vittorie a nuove sorti l'Italia; dovere i popoli Eridanici infiammare con l'esempio loro a nuova vita le altre Italiche genti; l'Italiana patria avere ad essere, non più serva di pochi, ma comune a tutti: ogni giusto desiderio dover sorgere con la libertà, e tanti secoli di crudele servitù concludere una inaspettata felicità: non dubitassero i Cispadani dello aver per amici e per fratelli i Transpadani; una essere la mente, come uni gli animi, ed uni gl'interessi: dimostrerebbero al mondo, che non invano aveva dato il cielo a quei popoli testè pure divisi sotto molesti dominj, ed ora congiunti per l'amore di una comune libertà, il medesimo aere, le medesime terre, le medesime città magnifiche con un forte volere, con un alto immaginare, con un maturo pensare, e se felicissima era la occasione, sarebbe il modo di usarla generoso.»
Fu fatto risposta da Facci presidente con gratissime parole: «Corrispondere i Cispadani con pari amore ai benevoli Transpadani; accettare i felici augurj; avere la libertà spento il parteggiare fra i Cispadani, dovere spegnerlo fra tutti gl'Italiani; fuggirebbe dall'Italia la tirannide con tutto il satellizio suo; e poichè era piacciuto a chi regge con supremo consiglio queste umane cose, che principiasse un libero vivere sul Po, dovere gli Eridanici allettare i compagni coll'esempio di una incontaminata felicità».
Aprivansi in questo le porte del consesso; il Reggiano popolo, bramoso di vedere e di udire, lietamente entrava. Gravemente Fava da Bologna a nome della congregazione degli uomini eletti intorno all'unione dei quattro popoli favellava. Chiamarono di nuovo con segni d'inudita allegrezza la Cispadana confederazione, chiamarono la unità della repubblica. Fu piena la città di giubbilo; credevano che quel giorno fosse per essere principio di felici sorti. Ed ecco in mezzo a tanta allegrezza sopraggiungere l'aiutante generale Marmont, mandato da Buonaparte ad incitare ed a sopravvedere. Introdotto al cospetto del congresso, gli applausi, le grida, le esultazioni montarono al colmo. Postergata la dignità, tanta era l'ardenza, avevano i legati piuttosto sembianza di energumeni, che di uomini gravi chiamati a far leggi.
L'entusiasmo dei Cispadani piaceva a Buonaparte, perchè sperava di cavarne denaro, gente armata, spavento al papa. Infatti aveva il congresso statuito, che una prima legione Italica si formasse; nè questa truppa oziosamente si ordinava: correvano gli uomini volentieri sotto le insegne; il generalissimo gli squadronava, e faceva reggere da' suoi uffiziali. Ma se dall'un lato egli era contento della disposizione degli animi nella repubblica Cispadana, dall'altro non si soddisfaceva della composizione del congresso; perchè avrebbe voluto vedere in lui per quel suo intento di far paura al papa, nobili, preti, cardinali, ed altri cittadini di maggior condizione, che patriotti fossero stimati; e quantunque alcuni e nobili e preti vi sedessero, non era il numero nè il nome di quella importanza ch'egli desiderava. Per questo si lamentava, che Garreau e Saliceti, commissari del direttorio, gli guastassero i suoi disegni, procedendo con soverchio calore in queste instigazioni, e chiamando al reggimento dello stato uomini di poca entità, o troppo risentitamente repubblicani. Spesso ei si querelava con questi commissari, e gli ammoniva con forti riprensioni; ma essi se non apertamente, almeno nascostamente continuavano ad incitare ogni sorte di persone.
Scriveva il congresso il dì trenta decembre a Buonaparte: i Cispadani popoli chiamati per amore di lui, e per le sue vittorie a libertà, essersi constituiti in repubblica; direbbegli Marmont suo, quanto fossero degni del nuovo stato; direbbegli quanta forza il nome di lui alla loro risoluzione, ed alla loro allegrezza aggiugnesse. «Accettate, continuavano, o generale invitto, questa nuova repubblica, primo frutto del vostro valore, e della vostra magnanimità. Voi ne siete il padre, voi il protettore: sotto gli auspicj vostri ella sarà salva, sotto gli auspicj vostri non s'attenteranno i tiranni di danneggiarla: noi cominciammo il mandato dei popoli, noi presto il compiremo; ma fate voi, che l'opera nostra sia, come il vostro nome, immortale».
Queste lettere del congresso Cispadano furono con lieta fronte ricevute dal conquistatore. Rispondeva, avere con molto contento udito la unione delle quattro repubbliche; l'unione sola poter dare la forza, bene avere avvisato il congresso dello aver assunto per divisa un turcasso: già da lungo tempo l'Italia non aver seggio fra le potenze d'Europa; se gl'Italiani degni sono di rivendicarsi in libertà, se abili sono di ordinare a se stessi un libero governo, verrebbe giorno, in cui la patria loro risplenderebbe fra i potentati d'Europa gloriosamente: pure pensassero, che senza la forza non valgono le leggi; si ordinassero pertanto all'armi; savie essere, ed unanimi le deliberazioni loro; null'altro mancare, se non battaglioni agguerriti, e mossi dall'amor santo della patria; aver loro miglior condizione del popolo Francese, libertà senza rivoluzione, ordini nuovi senza delitti; la unità della Cispadana repubblica simboleggiare la concordia degli animi, i frutti, se avessero per compagna la forza, avere ad essere una repubblica vivente, una libertà benefica, una felicità di tutti.
Il congresso annunziava ai popoli la creazione della repubblica: lodava la Francia institutrice di libertà; lodava Marmont testimonio benigno di popoli non indegni dell'amore della sua generosa nazione, annunziatore benevolo delle cose fatte al glorioso capo dell'esercito Italico: esortava i popoli della Cispadana a deporre le antiche invidie ed emolazioni, frutto infausto di funesta ambizione: in petto ed in fronte la libertà, la equalità, la virtù portassero, dell'ajuto della potente repubblica, che gli aveva chiamati a libertà, non dubitassero; guardargli attentamente il mondo, aspettare ansiosamente l'Italia, che a quell'antico splendore, che l'aveva fatta tanto grande, ed onorata presso le nazioni, la restituissero. Così parlava a concitazione degli animi il vincitor Buonaparte.