Mandava apportatore delle felicissime novelle a Parigi Lemarrois, suo ajutante di campo. Appresentava le conquistate insegne al direttorio; i segni delle avute vittorie tanto più volentieri furono veduti, quanto maggiore era stata la sollevazione degli animi all'apparato Austriaco. Le lodi del capitano invitto, e dell'esercito Italico andavano al cielo.

Decretava la repubblica, le repubblicane bandiere portate da Augereau e da Buonaparte contro gli Alemanni nella battaglia di Arcole, a loro in nazionale ricompensa si donassero. Bene considerato certamente fu questo decreto in quel che diceva, ma non in quel che taceva, perchè Massena aveva vinto gran parte della battaglia.

Le armi infelicemente usate dall'Alvinzi non avevano tanto sbigottito l'imperatore, che non confidasse di poter soccorrere con frutto le cose d'Italia. Perochè e le sue genti erano tuttavia quasi intiere, e la divozione dei popoli grande, e la somma della guerra consisteva in una vittoria, alla quale la volubile fortuna avrebbe, quando meno si pensava, potuto aprire il varco.

Nasceva altresì la sicurezza dell'Austria dalla risoluzione del pontefice di volere piuttosto incontrare una guerra pericolosa, che accettare condizioni inonorate, e contrarie, siccome credeva, alla purità della fede. Pareva, che l'autorità ed il pericolo della santa sede avessero a muovere gl'Italiani, ove l'Austria apparisse di nuovo grossa in Italia, e qualche vittoria l'assicurasse. Non si dubitava poi che se la fortuna voltasse il viso più benigno a coloro, ai quali fino allora era stata avversa, Napoli non fosse per mutar fede, per la grande entratura che avevano gl'Inglesi in quella corte. Le quali cose molto bene considerate e ponderate dall'Austria, la confortarono a fare un nuovo sforzo anche prima che la stagione si fosse intiepidita. Solo dava timore la piazza di Mantova, che si sapeva essere ridotta agli estremi, e l'averla, o non averla era per ambe le parti l'importanza della guerra. Ma Wurmser non indugiava a torre in questo proposito ogni dubbio; perchè non perdutosi d'animo all'esito infelice delle battaglie d'Alvinzi, tanta era la costanza di questo vecchio, nè alle malattie che infierivano in mezzo a' suoi soldati, nè alle tante morti che gli avevano scemati, si deliberava di trovar modo per qualche improvvisa sortita a procurare a se nuova vettovaglia. Assaltava i giorni diecinove, e ventitre novembre con quasi tutto il presidio i repubblicani a Sant'Antonio, ed alla Favorita, ed avendogli fatti piegare, predava, ed introduceva dentro la piazza non poca quantità di viveri. Avendo poi avuto avviso, che erano arrivate nel porto alcune barche cariche di munizioni da bocca ad uso dei Francesi, usciva nuovamente molto grosso gli undici, e quattordici decembre, e le predava; prezioso sussidio alle sue affamate genti. Oltre le munizioni conquistate, la sortita di Wurmser per la porta Pradella cagionava non poco danno alle trincee fatte dai Francesi.

Erasi intanto Alvinzi condotto in Tirolo per consultare con Davidowich sulle faccende comuni, e per fermare i consigli sull'indirizzo a darsi alle nuove armi, che si preparavano. Poco dopo Davidowich, la cui tardità era gravemente spiaciuta all'Imperatore, fu richiamato, ed ebbe lo scambio nel principe di Reuss, capitano pratico dei luoghi, avendo pochi mesi innanzi guerreggiato, non senza lode, con Quosnadowich sulle spiaggie del lago di Garda. Deliberava Alvinzi, al quale l'imperatore serbava fede malgrado dell'infelice successo della guerra testè terminata con la sconfitta di Arcole, che il principale nervo si muovesse, ed il principale sforzo si facesse dal Tirolo, calando per le rive dell'Adige; alla quale deliberazione si era accostato per la difficoltà incontrata di passare questo grosso fiume a Verona. Aveva argomentato, che venendo dal Tirolo, si trovava a campeggiare naturalmente tra l'Adige e il Mincio, ed in grado di correre senza impedimento di fiumi al soccorso della città assediata. Aveva poi ordinato, che la parte di mezzo condotta da Quosnadowich si pruoverrebbe, percotendo verso Verona, di congiungersi con la destra, che era la più grossa, e veniva dal Tirolo, e che al tempo stesso la sinistra guidata da Provera si sforzerebbe di passar l'Adige verso Porto-Legnago. Ma per poter meglio ingannare l'inimico, e tenerlo sospeso del dove avesse a ferire quella nuova tempesta, aveva Alvinzi operato, da una parte, che Laudon con una mano di soldati armati alla leggiera, disceso per la destra del lago, andasse a romoreggiare sino alle porte di Brescia, dall'altra, che un'altra parte di simil gente, partita da Padova, e traversato il Polesine di Rovigo, passasse l'Adige a Boara per mettere in sentore Ferrara e Bologna, dove i Francesi s'ingrossavano per far la guerra al papa. Era lo scopo d'Alvinzi nell'ordinare la mossa contro Brescia il far credere a Buonaparte, ch'ei volesse far campo della nuova guerra le regioni tra il Mincio e l'Oglio, e col correre contro le due legazioni intendeva di dar animo e forza al papa, che già aveva adunato le sue genti sulle rive del Senio. Sperava poi generalmente, che tempestando coi due corni estremi del suo esercito, avrebbe allontanato dalla credenza del generale repubblicano, ch'ei fosse per fare il principale sforzo tra l'Adige e il Mincio. Così come pareva nuovo questo disegno, confidava, che avrebbe suscitato nuovi pensieri di Buonaparte, e messo in sospetto di una maniera di guerra non ancora usata. Per arrivare a questo fine aveva cinquanta mila combattenti, se non tutti sperimentati, almeno tutti ardenti; perchè aveva con se in Tirolo venticinque mila soldati, dieci mila ne aveva Quosnadowich in Bassano, altrettanti Provera a Padova, il resto sulle ali estreme. Maravigliosa cosa è il pensare, come l'Austria, dopo tante rotte, abbia potuto raccorre in sì breve tempo un esercito sì grosso. Ma dal Reno erano venuti più di tre mila soldati, quattro mila dall'Ungheria: gli altri stati ereditari fornivano a proporzione. Risplendè principalmente la fedeltà e l'ardore dei Viennesi in tanta depressione della potenza Austriaca; perchè quattro mila giovani delle prime famiglie, lasciati in sì grave pericolo della patria, gli agi e le morbidezze, e prese le armi, accorrevano bramosamente fra le nevi del Tirolo, e fra i veterani dell'esercito al voler riconquistare al loro signore le perduta Italia. Buonaparte, che stimava l'utile, non il generoso, si faceva beffe di questa gente, giovinastri chiamandogli, e ciamberlani. Ma si vide alla pruova, ch'erano valenti soldati, e che se non era di una spia, e della celerità di un giorno, i vinti sarebbero divenuti vincitori, gli scherniti trionfatori.

Erasi il generale repubblicano ingrossato per nuove genti venute di Francia. Non ostante non arrivava il suo esercito al novero di quello d'Alvinzi, poichè passando i quarantacinque mila, non arrivava ai cinquanta. L'aveva egli spartito in cinque schiere principali, una delle quali governata da Serrurier teneva il campo sotto Mantova, l'altra con Augereau stanziava a Verona, distendendosi verso le regioni inferiori dell'Adige, la terza retta da Massena alloggiava pure in Verona, ma spingeva le sue genti innanzi per sopravvedere quello che fosse per annunziare la guerra dalle sponde della Brenta; la quarta, che obbediva a Joubert, surrogato a Vaubois, guardava le fauci del Tirolo, avendo il campo alla Corona, a Rivoli, e nei luoghi intermezzi; la quinta finalmente, quale corpo di ricuperazione, e per assicurare la destra del lago, aveva le sue stanze a Brescia, Peschiera, Desenzano, Salò e Lonato.

Da tutto questo si può conoscere, che Buonaparte si era persuaso, che lo sforzo dei Tedeschi avesse a indirizzarsi contro Verona; ma però, siccome astuto e prudente capitano, aveva ordinato i suoi per forma che se la tempesta si scagliasse dal Tirolo, fossero in grado di resisterle, perchè e Joubert era grosso di dieci mila soldati, ed Augereau e Massena potevano arrivare prestamente in soccorso di lui da Verona. Il primo a dar le mosse alla sanguinosa guerra, che siam per raccontare, fu Provera, che partito da Padova il dì sette gennajo, si dirizzava verso Bevilacqua, terra posta sul rivo, che chiamano la Fratta. Era in Bevilacqua il generale Duphot con una squadra, che serviva come antiguardo al presidio di Porto-Legnago. Era intendimento di Provera di tentare il passo dell'Adige poco sopra a quest'ultima fortezza per recarsi quindi al soccorso di Mantova. Il dì otto sul far del giorno il principe Hohenzollern marciava contro Bevilacqua difesa da un piccolo castello: trovato per istrada un grosso corpo repubblicano, che gli voleva far contrasto, dopo un aspro combattimento, lo fugava. Al tempo medesimo il colonnello Placseck sulla sinistra s'impadroniva del posto di Caselle, e sulla destra un capitano Giulay occupava i passi di Merlara e di San Salvaro. Frattanto i Francesi si erano rinforzati a Bevilacqua per le genti fresche venute da Porto-Legnago. Ma assaliti in diverse parti dagli Alemanni, fu loro forza di pensare al ritirarsi, e si ridussero a Bonavigo ed a Porto-Legnago sull'Adige, non senza grave danno, e con perdita di due cannoni. Combattè molto animosamente in questo fatto Duphot, ma con non minor valore combatterono i volontari Viennesi, che furono gran parte della vittoria. Conseguìti questi primi vantaggi, confidava Provera di poter presto passar l'Adige tra Ronco e Porto-Legnago. Era, quando seguirono queste prime battaglie, Buonaparte a Bologna, intento ad ordinar la guerra contro il papa, e non così tosto ne ebbe avviso, che giudicando bene del tempo, comandava a due mila soldati, che già aveva indirizzato contro gli stati della chiesa, retrocedessero, e gissero a congiungersi con Augereau, che difendeva le rive dell'Adige assaltate da Provera. Il che dimostra quanto intempestiva, e troppo presta fosse la mossa del generale Austriaco; perchè avrebbe fatto di mestiero, che si fosse dato tempo ai pontificj di venire avanti tanto che congiunti con gl'imperiali avessero potuto concorrere coi medesimi al fine, che gli uni e gli altri si proponevano.

Buonaparte, poichè tanto stringeva il tempo, e le cose se gli dimostravano pericolose, condottosi celeremente, e soprastato alquanto al campo di Mantova per ordinar quello che fosse a farsi in tanto pericolo, s'avviava a Verona la mattina del dodici, dove trovava Massena alle mani coi Tedeschi venuti a Bassano; imperciocchè Alvinzi per tener incerto l'avversario del luogo, dove principalmente volesse ferire, aveva comandato, che al tempo medesimo si urtasse contro tutta la fronte del nemico. Trovavasi l'antiguardo di Massena a San Michele, poco distante da Verona, quando assalito dai Tedeschi fu costretto a ritirarsi dentro le mura. Ma Massena, uscito fuori con tutti i suoi, attaccava la battaglia, che fu molto aspra e sanguinosa. Restava il campo ai Francesi, e prendevano al nemico seicento prigionieri con tre bocche da fuoco. Non fu senza grave danno la vittoria, perchè i repubblicani perdettero a un di presso il medesimo numero di soldati con quattro pezzi d'artiglierìa.

Non insistevano maggiormente gl'imperiali, contenti allo aver fatto credere al nemico, che lo volessero assalire fortemente, e grossi in questa parte. Si ritraevano per iscaltrimento indietro alle montagne; anzi una parte guidata da Quosnadowich si conduceva celatamente, e con molta prestezza per la valle della Brenta a rinforzare Alvinzi in Tirolo. Restava la rimanente sotto il generale Bajalitsch. Nè qui si restavano i tentativi degli Austriaci, perchè sulle due ali estreme Provera varcava l'Adige il dì tredici, non però senza molta difficoltà, contrastatogli animosamente il passo da Guyeux. Alvinzi sforzava le strette della Corona con avere obbligato Joubert a ritirarsi sull'alloggiamento forte, e fortificato di Rivoli. Pendeva in tale modo incerto Buonaparte del vero intento dell'avversario; nè sapendo a qual parte volgersi, se ne stava tuttavia a Verona, aspettando che il tempo, e più aperte dimostrazioni degli Austriaci gli dessero maggior lume. Nè tardava ad essere appagato del suo desiderio; perchè, in primo luogo, un Veronese, amatore dei Francesi, e congiunto d'antica amicizia con Alvinzi, si era segretamente condotto a Trento per visitarlo, ed ivi soprastato essendo tre giorni, ebbe trovato modo di copiare tutto il disegno di guerra del generale Austriaco, il quale disegno, tornatosene a Verona, consegnava ad un Pico, che nato in Piemonte, e mescolatosi nelle congiure di quel paese, si era ricoverato in Francia, e seguitando sempre l'alloggiamento principale, si adoperava come esploratore delle operazioni militari del nemico. Da questo Pico fu incontanente il disegno d'Alvinzi dato in mano del generalissimo di Francia. Così ebbe sicura notizia di quanto intendesse fare il generalissimo d'Austria. Giungevano in secondo luogo lettere espresse di Joubert, che portavano, quanto grossi fossero comparsi gli Austriaci alla Corona. Da tutto questo divenne chiaro, che gl'imperiali farebbero il più grosso sforzo per le regioni superiori dell'Adige col fine di andar a percuotere direttamente quelle, che sono poste fra l'Adige ed il Mincio. Buonaparte allora, solito a spingere con incredibile celerità sempre innanzi le occasioni, comandava a Massena, corresse con tutta la sua schiera a Rivoli più prestamente che potesse. Lo stesso ordine mandava a Rey, che se ne stava alle stanze di Desenzano e di Lonato. Egli poi, la notte medesima del tredici, s'incamminava frettolosamente a Rivoli per ivi sostenere la fortuna vacillante. Confidava Alvinzi, che il generale repubblicano, trovandosi alle prese a Verona, e sul basso Adige, non sarebbe accorso sull'alto con tutte le sue forze. Però si persuadeva di aver solo a fronte la schiera di Joubert. Per la qual cosa aveva ordinato talmente i suoi, che una parte urtasse contro il forte passo di San Marco occupato dalla vanguardia di Joubert, e che è la chiave di chi scende dal Tirolo verso Verona; l'altra condotta da Liptay girasse sui monti per Campione per andar a ferire alla schiena il rimanente corpo di Joubert, che alloggiava in Rivoli. Un'altra colonna grossa di quattromila soldati, e governata dal generale Lusignano, girando più alla larga, doveva riuscire più alle spalle dei Francesi, per la valle del Tasso. Arrivava intanto Quosnadowich, e romoreggiava sulla sinistra dell'Adige. Aveva infatti Alvinzi con un urto gagliardo acquistato il passo di San Marco. Ma non era ancora spuntato il giorno del quattordici, che Buonaparte già ingrossato dalle genti più leggieri di Massena, aveva dato dentro a San Marco, e dopo un grave conflitto, se n'era impossessato. Si accorgeva allora Alvinzi, che i suoi pensieri erano stati penetrati, e che in vece di avere a combattere col solo Joubert, gli era forza di sostenere l'impeto della maggior parte dell'esercito repubblicano. Ciò cambiava le sue sorti, perchè quello, che era conveniente combattendo molti contro pochi, non era parimente combattendo molti contro molti, anzi contro più. Tuttavia non diminuendo per questa difficoltà della speranza di vincere, ed essendo già presente il nemico, non aveva più comodità di cambiare l'ordine incominciato della battaglia, e dovette far fronte con mosse non acconce ad un caso inaspettato. Nè sicuro consiglio sarebbe stato il ritirarsi, perchè avrebbe portato con se la perdita di tutta l'impresa, oltrechè in cospetto di un nemico tanto attivo, la ritirata sarebbe stata accompagnata da gravissimi pericoli. Vi era adunque pel generale Austriaco necessità di combattere, e d'incontrar la fortuna, qualunque ella si fosse.

Già si combatteva asprissimamente dalle due parti alle cinque della mattina, e siccome gli Austriaci per ordine del loro generale puntavano massimamente contro la sinistra dei Francesi, per secondare le colonne che giravano alle spalle, così quest'ala Francese, ed anche la mezza pativano grandemente, e già, crollandosi, si tiravano indietro disordinate: erano la ottuagesimaquinta, e la vigesimanona. Pareva la fortuna inclinare a favore dei Tedeschi. Mosso Buonaparte dall'estremo pericolo, comandava a Berthier, nel quale e pel valore e per l'esperienza molto confidava, sostenesse con la quartadecima l'inimico in mezzo. Egli poi accorreva alla sinistra, che tuttavia sempre più piegava, e pericolava. Sosteneva la quartadecima un urto ferocissimo. Questo sforzo, e la terribile trigesimaseconda, che arrivava, ristoravano in questo luogo la battaglia, che inclinava. Ma non procedevano con simile prosperità le cose dei Francesi sulla sinistra, che continuava a cedere del campo: era sempre il rischio estremo, quando ecco arrivare a gran tempesta Massena, ed entrare nella battaglia sulla sinistra. Quivi risvegliatasi in lui la solita caldezza, e combattendo con grandissimo valore, fe' strage orribile del nemico, e ricuperò alcuni dei siti perduti sulle eminenze. Mentre Massena rintegrava la fortuna, e guadagnava del campo a sinistra, il mezzo e la destra dei repubblicani acremente incalzati si ritiravano, e già gli Austriaci erano in punto d'impadronirsi dell'eminenza di Rivoli, che era a chi l'avesse in poter suo, la vittoria della giornata. In questo momento compariva sulle alture a man manca Liptay, e mettendosi alla scesa già era vicino a ferire di fianco l'ala sinistra dei repubblicani. Quest'era il momento determinativo della fortuna; perchè, se gli Austriaci, in vece che erano spartiti in parecchi corpi, tanto sulla destra, quanto sulla sinistra dell'Adige, fossero stati ammassati in un solo e grosso per far forza contro Rivoli, cosa è più che probabile, che avrebbero acquistato la vittoria. Ma trovandosi le schiere divise, perchè Alvinzi, credendo di aver a far solo con Joubert, le aveva ordinate piuttosto per circondare, che per combattere, non poterono urtar tutte al medesimo tempo e di concerto, e lasciarono intervalli fra di loro, pei quali poteva il nemico penetrare, ed assaltarle di fianco. Tuttavia, spignendosi avanti con mirabile coraggio, avevano recato in poter loro il fatale Rivoli; ma Buonaparte, veduto che poteva, per la separazione delle colonne nemiche, riunire i suoi in un grosso corpo senza pericolo, il fece, e ricuperava con breve battaglia Rivoli. Pinsero di nuovo avanti i Tedeschi, e dopo una mischia spaventevole, se lo pigliavano una seconda volta. Buonaparte, che vedeva stare ad un punto la fama e la fortuna sua, comandato a Berthier, che trattenesse con la cavallerìa i Tedeschi nel piano, che fra le alture a sinistra, e Rivoli a destra si apre, acciocchè non potessero aiutare i difensori di Rivoli, adunava in un solo sforzo tutti gli squadroni che potè raccorre in quel momento, ed uniti e grossi gli conduceva contro Alvinzi, occupatore per la seconda volta del contrastato passo. Là erano le sorti d'Italia, e di tutta la guerra, là di Mantova si diffiniva. Nè nissuno creda, che dappoichè gli uomini fan guerra, e neanco nelle battaglie più famose dell'antichità, e dei tempi moderni si sia combattuto o più ostinatamente, o più coraggiosamente, come in questo fatto si combattè. Ebbero l'uno assalto e l'altro felice fine pei buonapartiani, perchè e Berthier frenava il nemico nel piano, e Joubert, che in questa giornata lasciò dubbio, se fosse più valoroso soldato, o più esperto capitano, cacciato a forza il nemico da Rivoli, se ne impossessava.