Intanto già si era per modo accostato Liptay che incominciava a percuotere l'ala sinistra dei Francesi, non ancor del tutto rimessa in ordine dal precedente scompiglio. Correva pericolo, che quello, che la mezzana e la destra avevano guadagnato, la sinistra perdesse. Se a ciò si aggiunge, che Lusignano già si approssimava, e batteva il campo sulle alture, donde si cala il Tasso, si verrà a conoscere, a quale ripentaglio fossero ridotte, malgrado del riacquistato Rivoli, le Francesi sorti. Ma le ristorava, secondo il solito, quel Massena, il quale, spintosi tra la squadra di Liptay, e l'estremità della mezzana, tanto batteva l'una e l'altra, che le sforzava, non senza grave disordine, al ritirarsi: si ricoverava Liptay a Caprino. Massena poi, prevedendo l'arrivo di Lusignano, andava a porre alcune sue genti su certi colli, pei quali si poteva riuscire dietro a Rivoli. A questo modo la fortuna, che sul principio, e per parecchie ore aveva inclinato a favor degl'imperiali, voltato il viso, guardava propizia i repubblicani; il quale accidente all'opera principalmente di Buonaparte e di Joubert a dritta, di Berthier in mezzo, e di Massena a stanca si debbe attribuire. Rimaneva Lusignano, che poteva ancor disordinare la vittoria, s'ella non avesse avuto, con la rotta di lui, la sua perfezione. Infatti compariva, già erano le nove della mattina, con terribile mostra, dopo di aver varcato i monti di Sperano, di Montegazo e del Lavaletto, nella terra di Pesena, e già s'incamminava più sotto, costeggiando il Tasso, verso Affi. Debole presidio era contro questa colonna la diciottesima, alloggiata a Rocca di Garda. Infatti, dopo un grosso affronto a Calcina, aveva Lusignano continuato il suo viaggio, e già pervenuto sul monte Fiffaro a fianco ed alle spalle di Rivoli, rendeva dubbia la vittoria.

Mentre così in una battaglia già tante volte vinta e perduta stavano ancora sospese le sorti, arrivava Rey, che, come abbiam narrato, per ordine di Buonaparte veniva da Desenzano e Lonato, in luogo donde già poteva essere di sussidio a' suoi. Erasi egli, velocemente marciando, condotto sulle alture di Cavaglione custodite da alcune bande di Croati, e fatto dar dentro dai generali Partoneaux e Boyer, facilmente le superava; perchè i Croati, gente nuova e collettizia, nè usa alle battaglie ferme, fatta debole resistenza, si diedero facilmente alla fuga. Superatisi da Rey i monti di Cavaglione, e traversata la valle che gli parte dall'eminenze di Rivoli, aveva trovato modo di aprirsi la strada fino a Massena. Si avventavano allora tutti ad un tempo contro Lusignano, Massena da una parte, Monnier dall'altra, Rey alle spalle, per forma che attorniato da tutte bande, non aveva più altro rimedio, che quello di arrendersi, o di far pruova di aprirsi il varco con le bajonette. Si appigliava volentieri, come uomo di molta prodezza, a quest'ultimo partito. Ma soperchiato dal numero soprabbondante dei nemici, nè avendo con se difesa di artiglierìa, o di cavallerìa, di cui gli assalitori abbondavano, fu costretto a cedere, deponendo le armi, e dandosi con tutti i suoi prigioniero in poter dei repubblicani. Dava questo fatto piena vittoria a Buonaparte, perchè tutta la restante oste d'Alvinzi, sbigottitasi a sì infelice caso, rapidamente verso la parte più alta e più aspra del Tirolo si ritirava. Buonaparte, conseguita tanta vittoria, ed avute le novelle dell'accostarsi di Provera a Mantova, conoscendo quanta variazione potrebbero ancor fare le cose, malgrado della vittoria di Rivoli, se Mantova si rinfrescasse, con celerità uguale a quella, con cui aveva camminato da Verona a Rivoli, correva da Rivoli a Mantova, conducendo con se Massena e la sua schiera, tanto sicuro fondamento alle vittorie.

Intanto Joubert, al quale partendo aveva dato il carico di perseguitar l'inimico, mandava sui monti a sinistra Murat coi soldati più veloci, con intendimento di girare alle spalle di Corona, dove pareva che gli Austriaci volessero rannodarsi. Riusciva la fazione, come era stata ordinata dal Francese; perchè rotta da Murat per via una banda di nemici, un terror tale entrava subitamente negli Alemanni, che pensarono meglio a salvar le persone che l'onore. Fu generale la sconfitta, e se si eccettuano dieci battaglioni, ed otto squadroni, che il giorno innanzi aveva Alvinzi spedito a Bassano per assicurare quel passo, nissun reggimento si ritirava, che intiero od ordinato fosse. Vollero fermarsi a fare un poco di fronte a Torbole ed a Mori, dove Laudon e Wukassowich avevano fatto a questo fine alcune trincee; ma la trepidazione dei soldati, una improvvisa comparsa alle spalle di Vial, che per nevi e per dirupi aveva corso un cammino malagevolissimo, e finalmente un assalto inopinato e subito dato a Torbole da quel rischievole Murat, che aveva a questo intento attraversato il lago, sbigottirono gli Austriaci per modo che, tolta ogni difesa, fuggivano a precipizio. Nè fecero fine gli uni al perseguitare, gli altri al ritirarsi, finchè Wukassowich non giunse a Lavisio, dove nelle antiche trincee distribuiva le genti. Entrava Joubert trionfante in Trento con bella e lieta mostra guerriera. Così coloro, che già abbracciavano colla mente la possessione di Mantova, non poterono nemmeno conservare la metropoli del Tirolo, antico e fedele seggio della potenza Austriaca.

Spente le speranze dell'Austria nei campi di Rivoli, si ravvivavano alcun poco, ma per breve tempo, nelle regioni vicine a Mantova. Erasi Provera accostato all'Adige coll'intento di varcarlo per accorrere prestamente al sussidio di Mantova. Simulava per ingannare Augereau, che stava schierato sull'altra riva, ora di assaltar Ronco, ora Porto-Legnago, perchè il suo pensiero era di passare ad Anghiari, passo più comodo per certi rilevati, che vi sono sulla sinistra sponda, molto atti a dar facilità di nascondere i soldati, e le artiglierie. Venendo poscia più alle strette, aveva mandato le piatte abili a far i ponti estemporanei sui fiumi, a Nichesola, e pareva, che vi si affaticasse per passare. Ma finalmente, gittatosi improvvisamente ad Anghiari, e fatto star indietro con le artiglierìe i Francesi, che dall'opposta riva lo oppugnavano, vi piantava il ponte e varcava, come abbiam detto, il giorno tredici di gennajo. I volontari Viennesi venuti sulla destra sponda, cacciavano i repubblicani da Anghiari. Non così tosto ebbe Provera effettuato il passo, che, chiamate a se le bande spartite mandate a Bonavigo, a Ronco, ed a Legnago, marciava velocemente alla volta di Mantova; perciocchè nella celerità era riposta la vittoria. Passava per Cerea, Sanguinetto, e Nogara: alloggiava in quest'ultima terra la notte dei quattordici. Il quindici, continuando a viaggiare molto per tempo, e prestamente, passato Castellara, compariva in cospetto di San Giorgio, sobborgo di Mantova. Il seguitavano più che di passo Guyeux, ed Augereau, e sebbene non potessero giungere il corpo principale, davano nondimeno addosso al retroguardo, e tutto lo ridussero, armi, soldati, e munizioni, in potestà loro. Tuttavia era ancor Provera grosso di più di cinque mila soldati. Ma Buonaparte, con celerità, unica quasi nelle storie, marciando, arrivava contra di lui la notte dei quindici, e da ogni parte il circondava. Splendeva il giorno sedici: Wurmser e Provera assaltavano la Favorita, e Sant'Antonio. Fu tanto impetuoso r assalto del maresciallo, che Dumas, posto alla guardia di Sant'Antonio, fu costretto a piegare, lasciando le trincee in mano dei Tedeschi. Mandava Buonaparte un rinforzo di genti fresche a Dumas, con le quali potè raffrenare l'impeto del nemico, ma non tanto che Wurmser non arrivasse sino in cospetto della Favorita: già anzi si accingeva ad assaltar alle terga i repubblicani, che guardavano quelle fortificazioni. Ma non era passato con la medesima felicità l'assalto dato alla fronte della Favorita da Provera, perchè ributtato aspramente da Serrurier, che stava dentro, non potè far frutto. Wurmser combattuto validamente da Victor venuto con le genti da Rivoli, temendo di esser tagliato fuori da Miollis, che poteva uscire da San Giorgio, ed assalito a mano manca da Massena, si riduceva prontamente in Mantova.

I Francesi liberati dagli assalti di Wurmser, stringevano viemaggiormente Provera. Percuotevanlo a fronte Serrurier, a stanca Victor, a destra Miollis, e già tempestando alle spalle Augereau, che arrivava da Castellara, gli faceva segno, che l'arrendersi era più sicuro che il combattere. Pure perseverava, volendo, se la malvagità della fortuna lo sforzava a depor le armi, averle almeno usate da guerriero franco e valoroso. Finalmente veduto che Victor già gli aveva tolto i cannoni, e che il reggimento molto bravo dei cavalleggieri di Erdodi, costretto dalla forza sopravvanzante, si era dato in potestà del vincitore, chiedeva i patti, e gli otteneva. Fecero conspicua la vittoria meglio di cinquemila prigionieri, dei quali non poca parte erano i volontari di Vienna. Furono i gregari condotti in Francia; ebbero gli ufficiali abilità di tornarsene sotto fede di non militare contro Francia. Conquistarono in questo fatto i repubblicani, oltre i prigionieri, venti cannoni, e di carriaggi, munizioni e bagaglio una quantità notabile. Grave ed importante vittoria, perchè Mantova restava senza rimedio: tutta l'Italia in balia dei repubblicani; di una parte erano padroni per la presenza, dell'altra pel terrore.

Combatterono gli Austriaci in tutte le fazioni, che abbiamo raccontate, con molto valore; nè si può negare, che i disegni dei capitani loro fossero bene ordinati: ma mancarono dell'effetto; primieramente perchè per le rivelazioni fatte da chi ne sapeva quanto Alvinzi, essendo Buonaparte conscio delle intenzioni del nemico, gli fu fatto facile il disegno della battaglia, secondamente per la incredibile celerità sua, e de' suoi soldati, che corsero da Verona a Rivole, poi da Rivole a Mantova, e nell'uno e nell'altro luogo in punto fatale arrivarono. Che se avessero indugiato poche ore solamente a sopraggiungere a Rivole, era per loro perduto quel che guadagnarono e se poche ore altresì avessero soprastato a raggiungere il campo di Mantova, sarebbe Provera entrato dentro la fortezza. Fu accagionato Provera dello aver troppo presto varcato l'Adige, la quale accusa non apparirà senza fondamento, se si avvertirà alla non effettuata congiunzione coi pontifici, ma non parimente, se si farà considerazione delle altre mosse degl'imperiali sulle rive dell'Adige superiore. Del resto il suo mandato era di romoreggiare, e di assaltare sulla sinistra sponda, e di far le viste al passare sulla destra dopo i sei del mese, ma non di passare effettualmente, se non quando avesse udito fauste novelle della mossa d'armi fatta da Alvinzi.

Perdettero gl'imperiali in tutte le descritte battaglie, inclusa quella di Provera, tra morti, feriti, e prigionieri circa ventimila soldati con sessanta bocche da fuoco, e ventiquattro bandiere. Tutti i volontari Viennesi furono o morti, o presi: le bandiere loro ricamate per mano dell'imperatrice d'Austria, ornavano il trionfo di Buonaparte. Traversarono la superiore Italia in sembianza di gente cattiva per alla volta di Francia. Non fu loro fatto scherno, nemmeno dai più scapestrati. Ammirarono anzi tutti in loro il valore, ammirarono la carità verso la patria.

Scriveva Buonaparte, essere mancati de' suoi tra morti e feriti solamente due mila; il che è lontano dalla verità, perchè furono assai più; e se si noveravano i prigionieri, che però montarono a poca gente, fu perdita di più di seimila soldati.

In modo tanto misero si terminava il quarto sforzo dell'Austria a difesa, ed a ricuperazione de' suoi stati Italiani. Se ne fecero grandi allegrezze in Francia, e nell'Italia suddita a Francia; ne stette l'Europa attonita, l'Austria spaventata. Ma Buonaparte non era di natura tale, che volesse lasciare l'opera imperfetta. Per la qual cosa risolutosi a non dar posa al nemico, se non quando ei fosse giunto in luoghi del tutto insuperabili, e vedendo anche avere un campo più largo a cibare i soldati nelle Veneziane pianure, si spingeva oltre perseguitando le reliquie dei vinti. Occupavano, Massena Vicenza, Augereau Padova; poi da questi luoghi partendosi si avviavano, il primo a Bassano, il secondo a Treviso. Riusciva l'impresa molto facilmente ad Augereau, perchè, eccettuati alcuni incontri di cavallerìa, tutto il paese veniva senza ostacolo a sua divozione. Treviso stesso l'accoglieva fra le sue mura. Poi il capitano di Francia più oltre spignendosi, cacciava gli avversari da tutte le regioni della Piave inferiore. Ma più verso i monti, le cose andarono più strette per Massena. Quivi Alvinzi, per gelosia dei passi del Tirolo, aveva alloggiato Mitruski e Bajalitsch con qualche nervo di gente. Massena, che aveva vinto ben altre battaglie che queste, dava dentro al ponte di Carpeneto, dove gli Austriaci volevano far testa, e gli rompeva, per opera massimamente di Menard, non senza grave perdita di soldati e d'artiglierìe. Vinto Carpeneto, gli fu agevol cosa vincere ancora Primolano, essendosi gl'imperiali intieramente ritirati a Feltre, ed ai luoghi più inaccessi della superiore Piave. Per tal modo fu aperta la strada al generale della repubblica di comunicare con Joubert, che uscito di Trento aveva rotto gli Alemanni a San Michele. Non vi fu più allora altro rimedio pei vinti, che di ritirarsi, come fecero, alle regioni più rotte, e quasi del tutto chiuse appresso a Bolzano. I soldati dell'imperatore, abbandonate intieramente le rive della Brenta, e financo le sue sorgenti, si riposarono nelle invernali stanze, avendo la fronte loro distesa dai luoghi più alti della riva destra del Lavisio, passando per le fonti della Piave vicino a Cadore, e per la sinistra di questo fiume sino alla sua foce. Quivi stavano aspettando ciò, che fossero per portare con se la stagione migliore, e la fortuna fino allora vittoriosa dell'arciduca Carlo, che già si vociferava avere ad essere fra breve capo dell'esercito Italico. I Francesi, signori di Bassano e di Treviso, attendevano anch'essi, essendo pel sopravvenire della vernata divenuti i tempi sinistri, dall'un de' lati a riposarsi, dall'altro a ridurre in potestà loro Mantova, a soggezione il papa.

Buonaparte, conoscendo, che dopo la rotta tanto compiuta degli Austriaci, era Mantova divenuta sua certa preda, si voltava incontanente contro il pontefice per condurre a fine con le armi quello che aveva incominciato col terrore per la rivoluzione di Modena, e delle due legazioni di Bologna e di Ferrara. Era entrato in Roma uno spavento grande dopo la sconfitta degl'imperiali; se ne stava dubbio il pontefice del partito che avesse ad abbracciare, perchè il calare subitamente e senza che si venisse almeno una volta al ferro, agli accordi, che sarebbero stati molto ignominiosi, e forse contrari alla sedia apostolica, gli pareva risoluzione troppo vergognosa dopo le dimostrazioni fatte; il non acconciarsi col vincitore gli pareva partito pericolosissimo, perchè vano era lo sperare, che le armi pontificie potessero resistere a quell'impeto, che aveva prostrato tante volte gli eserciti potenti ed agguerriti dell'Austria. Pure si deliberava a mostrar il viso alla fortuna, perchè con un vincitore fantastico forse la pace non sarebbe stata peggiore dopo, che prima di un combattimento. Colli dava speranza di poter opporsi con qualche frutto, prendendo i luoghi, e fortificando gli alloggiamenti. Fors'anche credeva Pio, siccome quegli che tanto altamente sentiva di Roma, che Buonaparte non si sarebbe ardito di precipitarla negli estremi. Oltre a tutto questo non s'ignorava pel pontefice, che quantunque il governo di Francia fosse divenuto tanto potente per le armi, una debolezza interna il rendeva vacillante, e questa consisteva nelle credenze cattoliche, che per le persecuzioni, e per le disgrazie erano ripullulate in Francia; il che rendeva necessario il venire ad una composizione con Roma. Sapevaselo Clarke, il quale di ciò scrivendo affermava, avere i Francesi guastato la loro rivoluzione di religione; di bel nuovo essere divenuti cattolici romani; forse aver loro bisogno del papa, affinchè i preti secondassero la rivoluzione politica in Francia.