I consiglieri del Vaticano si prevalevano dell'efficacia di queste opinioni, e si mettevano al fermo di non voler accettare le condizioni proposte dal direttorio. Ma a Buonaparte, che ora obbediva al suo governo, ed ora no, piaceva la guerra col pontefice per amplificazione di fama, e le dolci parole, che indirizzava ora al cardinal Mattei, ora al pontefice medesimo, erano piuttosto fraudi che carezze; perciocchè mentre faceva loro profferte d'accordo, e gli lusingava dicendo, che non aveva mai approvato il trattato proposto dal direttorio, e ch'ei farebbe gran cose in favor di Roma, se ella volesse comporsi con Francia, ordinava che Cacault, ministro di Francia appresso al pontefice, ed incaricato di negoziare la pace, andasse astutamente temporeggiando per ingannare, come diceva, la vecchia volpe, parlando del papa, e ciò facesse insino a tanto che il tempo fosse venuto di prorompere a compire i disegni concetti: voleva che Ancona fosse, alla pace, data per sempre alla repubblica; voleva che continuamente si sbigottisse il papale governo con dare speranze artifiziose agli scontenti di far novità. Nè migliore era la fede di Cacault nelle sue dimostrazioni amichevoli; perchè, se gli pareva poco onorevole l'andar a Roma solamente per porvi una taglia ed obbligare forzatamente il pontefice a far la pace, bene gli pareva onorevole l'andarvi per cambiarvi ogni cosa, e per atterrarvi il trono pontificale; e se per volontà del direttorio, e per le condizioni generali d'Europa ciò era impossibile a farsi, essere di bisogno, affermava, lasciare per allora la dispregevol Roma, come diceva, nel suo stato attuale, finchè sicuramente potesse la Francia voltarla tutta sottosopra; insinuava inoltre, che sarebbe stato conveniente il creare tre repubbliche dello stato ecclesiastico, delle quali una fosse di Bologna e Ferrara unite, l'altra di Perugia con la Romagna, la terza di Roma fino alle spiagge del Mediterraneo: osservava con questo, che tutto ciò poteva farsi lasciando il papa, capo della chiesa universale, risedere, come prete, e con la sua corte di preti, e come pontefice là dove volesse, e nel modo in cui risedeva a Roma innanzi che alcuna donazione dei Francesi non l'avesse fatto sovrano di un territorio. Pensava non ostante, che fosse bene per quell'inverno unire solamente la legazione di Ravenna a quella di Bologna e di Ferrara, e formare un nuovo stato del Perugino, del ducato d'Urbino e della Romagna, Roma lasciando, e la sua campagna pestilente a se stesse, perchè la Francia le potrebbe signoreggiare per via del mare. Persuadeva oltre a questo Cacault, che la introduzione della libertà, e di buone repubbliche da Milano fino al regno di Napoli fosse senza dubbio ciò, che meglio poteva far sicuri gl'interessi della Francia in Italia, e tener nel dovere, dall'un dei lati il re di Napoli, dall'altro la potente Alemagna. Il qual disegno non si può negare, che non fosse per riuscire utile alla Francia di quei tempi; ma quale sincerità fosse questa verso il duca di Parma, il gran duca di Toscana, ed il papa medesimo, col quale il direttorio allora negoziava la pace, il mondo lo potrà vedere. Giudicheranno altresì gli uomini prudenti e giusti, se tali macchinazioni non solo non autorizzassero, ma ancora non obbligassero, come a strettissimo dovere il pontefice a fare con le armi e con le alleanze il peggio che potesse agli autori loro. Se si considerano poi le scritture in numero quasi infinito, che ogni giorno si pubblicavano nei paesi conquistati contro il papa e contro le romane cose, non si potrà in alcun modo dubitare dei pensieri sinistri, che il generale repubblicano nutriva contro Roma. Anzi procedeva tant'oltre in questo la sfrenatezza, che sul gran teatro di Milano, a ciò stimolando i capi francesi che comandavano in questa città, si dava un ballo, in cui erano sconciamente scherniti il papa ed i cardinali. Costoro adunque, che con modi parte frodolenti, parte incivili s'ingegnavano d'ingannare e di distruggere il papa, si recavano poi a male, ch'egli tentasse di assicurarsi per mezzo di un'alleanza con l'Austria. Una lettera, che il cardinal Busca, segretario di stato, scriveva al prelato Albani mandato dal papa a Vienna, ed intrapresa da Buonaparte, dava occasione al generalissimo di levar romore, e di sputar fuori il veleno che aveva concetto contro Roma, ancorchè il modo stesso, con cui fu la lettera intercetta, desse e segno al pontefice del rispetto, che portava il generale della repubblica alle neutralità, e fondato motivo di correre all'armi. Erano i dispacci di Roma sotto fede pubblica, e della neutralità Veneziana affidati ai corrieri di Venezia, che gli portavano sino ai confini Austriaci. Uno di questi corrieri fu improvvisamente fatto arrestare alla Mesola il dì dodici gennaio da Buonaparte, e come fu svaligiato, così gli fu trovata la lettera del cardinale. Favellava il segretario di stato dei negoziati introdotti a Vienna per concludere un'alleanza, della condotta del generale Colli, di bande Tedesche da farsi venire in Romagna, del non aver voluto udire le proposizioni d'accordo fatte dalla Francia, mentr'egli negoziava con l'Austria. Quindi sorsero le note di perfidia date da Buonaparte al pontefice, come se questi il quale si trovava in condizione di guerra con la repubblica a cagione del rifiuto fatto di sottoscrivere al trattato proposto dal direttorio, non dovesse cercar rimedi ovunque rinvenire gli potesse. Bene pare a noi, che fosse sincerità il non voler concludere con Francia, mentre ei trattava con Austria.
Buonaparte, usando la occasione della lettera intercetta, e liberato dal timore delle armi Austriache, sdegnosamente dichiarava a Bologna; essere rotta la tregua col papa, si apparecchiava a fargli guerra. Allegava, avere il pontefice ricusato l'esecuzione dei capitoli ottavo e nono della tregua; gridato la crociata contro i Francesi; mandato le sue genti a minacciar Bologna; intavolato un trattato con l'Austria; condotto generali e ufficiali Austriaci al suo soldo, ricusato di rispondere alle proposizioni di Cacault. Delle quali cose si può dire, che se Buonaparte pretendeva che il pontefice fosse in condizione ostile contro i Francesi, aveva ogni ragione, ed anche aveva ragione di correre all'armi contro il pontefice, giacchè il pontefice se ne stava armato contro Francia. Ma accusarlo di non aver mandato ad esecuzione certi capitoli della tregua, non può esser altro, se non una seduzione d'intelletto, o un abuso di forza; perchè quei capitoli in ciò consistevano, che il pontefice desse milioni di denari, e vettovaglie ai repubblicani. Ora il trattato proposto, o per meglio dire, imposto dal direttorio al pontefice, non essendo stato accettato, non si sa comprendere, come ei dovesse somministrar mezzi al suo nemico di nuocere a se medesimo. Delle altre accuse date a Pio questo si può affermare, che poichè l'immoderanza del direttorio avea fatto la pace impossibile, e la guerra inevitabile, non solo poteva, ma doveva usare ogni modo per restare assicurato delle cose contro la prepotenza altrui.
Intanto Buonaparte intendeva alle sue preparazioni: circa venti mila soldati stavano pronti a correre contro il papa: e perchè Italiani ferissero Italiani, e fra tante calamità non mancasse la guerra civile, erano fra i buonapartiani molti soldati Italiani delle due repubbliche Transpadana, e Cispadana. Buonaparte richiamava da Roma Cacault: il che dimostra quale libertà fosse in un governo, in cui un generale comandava agli ambasciadori. Erano nell'oste destinata a far la guerra al papa cinque legioni di fanti Francesi, due di cavalli, tre battaglioni di fanti Lombardi, altrettanti di Cispadani con pochi cavalleggieri d'ambe le repubbliche. Comparivano inoltre due compagnie di fanti Polacchi raccolte di disertori, e prigionieri Austriaci: questo fu il primo principio di quella legione polacca, che condotta da Dombrowsky si acquistò poscia nome nelle guerre Italiche. Adunava il generalissimo tutte queste genti in Bologna; ne faceva la rassegna sulla piazza della Montagnola, esortandole alla guerra. Comandava, al cospetto suo armeggiassero. Fatta la rassegna, le spingeva oltre contro lo stato ecclesiastico, partite in tre schiere, alle quali aveva preposto Victor, testè fatto chiaro per la vittoria della Favorita. Guidava la prima Lannes, la seconda Fiorella, la terza La-Salcette. Ordinavasi una banda di corridori, e feritori alla leggiera, che composta di Lombardi aveva, sotto il colonnello Robillard, carico di sopravvedere il paese, e d'ingaggiare le prime battaglie. Marciavano il dì primo febbrajo; occupata facilmente Imola, si avviavano alla volta di Faenza per combattere i pontificj, che stavano accampati sulle rive del Senio. Tenevano Lannes e Fiorella la strada maestra per a Castelbolognese; La-Salcette i colli a destra. L'intento loro era di assaltar di fronte il nemico; e nel tempo medesimo, esplorando i luoghi sul fiume, riuscirgli alle spalle. Ma siccome Buonaparte più temeva i popoli, che i soldati, così mandava fuori un bando parte amichevole, parte minaccioso, col quale dall'un canto annunziava alle terre pacifiche pace ed amicizia, dall'altro alle ostili rigore e vendetta.
Prima però di raccontar la guerra pontificia, è d'uopo, l'ordine della nostra narrazione seguitando, che per noi si scriva, come e quando Mantova se ne venisse in potere dei Francesi. L'infelice battaglia della Favorita aveva persuaso a Wursmer, che per la carestia dei viveri la dedizione era inevitabile. Ciò non ostante quel suo invitto animo non ancora si sgomentava, deliberato a patire qualunque estremità prima di arrendersi. Eppure le cose sue erano ridotte in angustissimo luogo: il presidio scemato per morti frequenti, infievolito da febbri mortalissime, gli ospedali, le case tutte piene di soldati moribondi, chi non inabilitato dalla malattia, inabilitato dalla disperazione; l'ultima fame già tormentava, oggimai erano consumati tutti gli alimenti, gl'infermi si moltiplicavano ogni momento, mancavano per loro i rimedi. A tale era giunta la penuria della piazza, che un uovo vi si vendeva uno scudo, un pollo quattro, e non se ne trovava; solo pane era di saggina, sola carne la cavallina, fresca e poca pei ricchi, salata e poca pei poveri. S'appiccavano i morbi dai soldati ai cittadini: era in ogni luogo uno squallore, un fetore, una miseria, che male si potrebbe con le parole descrivere. A tale condizione era ridotta la sede dei Gonzaga, la patria di Giulio Romano, perchè Francesi e Tedeschi volevano avere in mano loro quel freno da tener in bocca agl'Italiani. Ecco intanto arrivare le acerbe novelle a Wurmser, essere state predate sul lago dal capitano Sibilla trentadue barche cariche di vettovaglie, che Alvinzi, quando era in possessione delle rive, aveva inviato in soccorso della travagliata Mantova. Questo accidente, che toglieva al capitano dell'Austria la speranza, con la quale si sostentava nell'estremità della fame, il fece accorto, che gli era oggimai necessità di mandar a prendere accordo coi Francesi, poichè certamente il poteva fare senza macchia dell'onor suo. Mandò dunque dicendo a Serrurier, che darebbe la piazza, purchè la guarnigione uscisse libera con armi, bagagli, suono di tamburi, bandiere al vento, tregua di un mese in Italia. Non volle il generale repubblicano consentire a queste domande, parendogli troppo alte; pure finalmente si convenne tra Wurmser e Serrurier in questa sentenza: darebbe il maresciallo la città, la fortezza e la cittadella ai Francesi; uscirebbe il presidio onoratamente secondo gli usi di guerra, deporrebbe le armi fuori della barriera; restasse prigioniero fino agli scambi; uscisse libero Wurmser, e con lui liberi i suoi aiutanti, ducento soldati a cavallo, cinquecento altre persone a sua elezione; solo contro la Francia per tre mesi non militassero; gissene securamente il presidio a Gorizia per Legnago, Padova e Treviso; curassersi umanamente i malati ed i feriti; fosse data venia a ciascuno delle cose fatte, e niun Mantovano potesse esser ricerco, nè molestato per opinioni o per fatti a favor dell'imperatore, condizioni onorate conformi all'onorata difesa.
Usciva Wurmser circondato da' suoi liberi soldati: ammiravano in lui la fortezza, e la volontà egregia con un corso di fortuna troppo indegnamente contraria. Debbonsi lodare i vincitori, che con ogni più cortese dimostrazione il vecchio, prode, ed infelice guerriero onorarono. Buonaparte, che poco prima della dedizione era presente al campo, se n'era andato, o per modestia, o per superbia, a Bologna: ma non omise, affetto raro in lui, solito a deprimere gli avversarj, di esaltare il guerriero Austriaco, scrivendo al direttorio, avere con intento proprio voluto dimostrare la francese generosità verso il vecchio Wurmser, generale di settant'anni, segno d'avversa fortuna, d'animo invitto: avere Wurmser, perduto nella battaglia di Bassano l'esercito, concetto il pensiero di ricoverarsi in Mantova lontana a cinque giorni, passato l'Adige, prostrato i repubblicani a Cerea, traversato la Molinella, guadagnato la piazza; essere quinci più volte sortito, sempre infelicemente, sempre valorosamente, sortito essere con soldati consunti da malattie pestilenti: tale essere stato Wurmser: pure sapere, non avere a mancar uomini, soliti a perseguitare cui la fortuna perseguita, che incolperebbero l'incolpabile Wurmser. Quest'erano le generose voci di Buonaparte rispetto a Wurmser vecchio, e valoroso.
Entravano i Francesi nella desolata terra. Pietosi miravano nelle case arse o diroccate volti pallidi e sparuti; argomentavano qual fosse stata la costanza e la pazienza dei difensori. Trovavano centoventisei cannoni di sedici libbre di palla, centoquindici di quindici, con altri pezzi minori. Si rallegravano massimamente al vedere settantadue bocche da breccia conquistate dagli Austriaci al tempo, in cui per l'arrivo di Wurmser fu allargato l'assedio; s'aggiunse alla presa artiglierìa una fiorita archibuserìa: acquisto prezioso specialmente fu quello di settantadue piatte ad uso di far ponti estemporanei, le quali giunte a quelle che già avevano i repubblicani, montarono al numero di centotrenta, suppellettile capace a passare qualunque più grosso fiume. Così Mantova combattuta dalla forza e dalla fame, venne in potestà della repubblica, e per questo accidente cambiossi in Italia la servitù Tedesca in servitù Francese.
Ora è tempo di ritornare ai travagli che erano in Roma. L'esercito pontificio si era, come abbiam narrato più sopra, accampato sulla destra del Senio, pronto a difendersi, non ad offendere. Corre il Senio precipitandosi dagli Apennini, a fronte di Faenza, e va a metter foce nel destro ramo del Po, che chiamano col nome di Po Primaro. Avevano i soldati del pontefice, che ascendevano al numero di sei in settemila fanti, e cinquecento cavalli, munito il ponte del Senio sopra e sotto con buoni ridotti, e con quattordici pezzi di artiglieria. Un altro pezzo assicurava il ponte medesimo, che guarda quasi per diritto la strada di Faenza. Oltre a ciò avevano cavato un fosso a sinistra del ponte, che oltre il medesimo si sprolungava, empiendolo di feritori alla leggiera, affinchè bersagliassero coloro, che primi si fossero attentati di passare. Avevano, cavando il fosso, alzato sulla sua sponda un ciglione di terra verso il fiume, che a guisa di parapetto gli preservava dalle ferite. La cavalleria alloggiava dietro i ridotti per perseguitar l'inimico oltre il ponte, se fosse rotto, o far sicura la ritirata dei compagni, se fossero vinti. Il generale di Francia, come prima giunse ad un quarto di miglia da Castelbolognese, arrestava il passo a Lannes ed a Fiorella, e mandava avanti Junot con un buon reggimento di cavalleria ad ordinarsi in battaglia a sinistra della strada vicino al ponte, ma oltre il tiro dell'artiglierie pontificie. Robillard schierava, non fitti, ma larghi duecento feritori alla leggiera lungo il fiume sulla riva sinistra. Voleva Victor, che costoro facessero opera di passare a qualche agevole guado, poichè pei tempi secchi era il fiume guadoso in molti luoghi. Non così tosto si affacciarono al fiume, che pioveva loro addosso una tempesta di palle; già piegavano; ma incuorati dai capi, erano tutti soldati di Lombardia, tornavano al cimento, e non solamente sostenevano quel duro bersaglio, ma cacciatisi nel fiume, che correva molto rapido, il passarono. Del quale ardimento sbigottiti i soldati del papa, abbandonavano il fosso per ricoverarsi nei ridotti; al che tanto più volentieri ne vennero, quanto più Victor, accortosi del fatto, e non volendo lasciar soli al pericolo i primi feritori, aveva ordinato alla quinta dei leggieri, che varcasse ancor essa. Ma i pontificj, siccome il fosso era stato scavato per diritto, e perpendicolarmente ai ridotti, nè l'avevano munito con le necessarie traverse, si trovavano esposti a tutto il bersaglio dei feritori nemici; il che gli fece disordinare, e sbigottire vieppiù. In questo punto la cavalleria del papa, mossa da uno spavento repentino, si metteva in fuga. Victor, conosciuto che quello era il tempo buono per vincere, mandava a dar la carica al ponte due compagnie di Lombardi, due di Polacchi. Non contrastarono più lungamente le truppe pontificali il passo, e si ritirarono con grave disordine, e precipitosamente a Faenza. Non poterono tostamente seguitarle i repubblicani per la difficoltà delle strade. Quattordici cannoni vennero in poter dei vincitori. Scrisse Buonaparte, avere ucciso in questo fatto quattrocento pontificj, presone mila. Ma mancarono solamente tra morti e feriti circa trecento cinquanta, e alcuni più di prigionieri. Perdettero i repubblicani circa settanta soldati tra morti e feriti. Morì con dolore di tutti un capitano Fokalla, giovane Polacco di grande aspettazione. Noverossi fra i feriti Lahoz, colonnello dei Lombardi. Narrò il generale repubblicano, non senza scherno, che fra gli uccisi si noverarono preti, che quando ardeva la battaglia, avevano animato i soldati del pontefice a combattere. Bene sarebbe stato meglio, che i preti non si fossero mescolati fra le armi, ma certo questa divozione loro verso Roma, e verso il loro signore, non era atto da essere beffato da nissuno, e manco da colui, che non contento al combattere con le armi, combatteva ancora con le instigazioni, per far levare contro i propri governi e chi aveva inclinazione a tumultuare, e chi non l'aveva. Affermano alcuni storici, avere i pontificj subitamente perduto la battaglia del Senio per la inaspettata ribellione di un reggimento Corso ai soldi del pontefice. Il quale accidente, come troppo grave, noi non saremo nè per affermare, nè per negare, non avendone pruove sufficienti.
Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di Faenza, le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra abbandonata dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città nobile e ricca, la moderazione del vincitore; conservò intatte ed inviolate le proprietà e le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a se i preti ed i frati, gli confortava a star di buona voglia, dimostrando volere, che da tutti la religione si rispettasse, ed i suoi ministri si beneficassero. Davansi facilmente, discorrendo i Francesi per tutto il paese come un folgore, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, quantunque il passo di quest'ultima fosse munito di buoni difensori. Si era Colli tirato indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi fare qualche resistenza sì per la cittadella, e sì per un forte alloggiamento munito di trincee, che aveva fatto sopra un monte chiamato nel paese la Montagnola, e che sta a sopracapo della città. Prevedendo intanto il pericolo della Casa di Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati già fin da principio del novantasei dal direttorio, aveva spacciatamente comandato, che posti sui carri gli arredi, e le reliquie più preziose, s'indirizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato sulla Montagnola con cinque mila soldati, e sette pezzi di buone artiglierie. Ordinava Victor agl'Italiani, ed ai Polacchi, andassero all'assalto: le genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di voler riuscire alle spalle dei pontificj. Fu debole la difesa; perchè i soldati di Colli spaventati dalla rotta precedente si ritirarono in gran fretta: appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona, e la cittadella. Se ne impadronivano i repubblicani. Il generale della chiesa, come prima potè raccorre i soldati disordinati, andava a porre il campo tra Foligno e Spoleto. La Marca, tutto il ducato d'Urbino, eccettuata la metropoli, la più gran parte dell'Umbria, venivano sotto l'obbedienza della repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della madonna, con alcuni altri capi più singolari trascelti dai commissari Monge, Villetard, e Moscati, si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si mostrava assai continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati che facessero sacco. Anzi sapendo quanta efficacia abbia a legare gli animi degli uomini l'umanità, usava un atto molto pietoso verso i preti di Francia fuorusciti, che nello stato Romano si erano ricoverati: comandava, vivessero sicuri, dessero loro i conventi il vitto, e quindici lire al mese pel vestito, risoluzione degna di grandissima commendazione. Piantava Victor il suo principale alloggiamento a Foligno.
Andando tanto impetuosamente in precipizio lo stato pontificio, un alto terrore assaliva Roma. Rammentavano i tempi antichi sotto Attila, i moderni sotto Borbone. Già pareva ai Romani, che quel primo seggio della cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco, per opera di coloro che dai pulpiti, e dai più secreti luoghi erano stati, quai barbari, rappresentati. Nè il romore che si udiva continuo, nè lo scompiglio che si vedeva, erano fatti per riconfortare gli spiriti. L'erario, le suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran pressa a Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone al medesimo viaggio. I religiosi, sì secolari che regolari, erano presi di spavento; ne erano piene le strade; chi verso Terracina, chi verso Firenze, chi alle montagne si ritirava. In mezzo a sì grave precipizio, uscivano, ad ora ad ora, come suol accadere in simili casi, voci più spaventose ancora, che già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di avergli uditi, e chi di avergli veduti. Raddoppiavansi le grida, il terrore, la confusione, la fuga: pareva ad ognuno, che già spenta fosse ogni salute, che già Roma, l'antica madre, rovinasse. S'aggiungeva, che il papa medesimo s'apprestava a partir per Terracina; il che era agli occhi dei popoli spaventati segno d'eccidio imminente, presagio che Dio già abbandonasse, e già portasse altrove quella veneranda sede di Pietro apostolo.
In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Francesi a volontà loro correre per tutto lo stato ecclesiastico, non era più luogo ad altra deliberazione, se non di piegarsi a quella necessità, che o sdegno di Dio, o malvagità degli uomini aveva apprestato. Si mostrava costante il pontefice nel non voler consentire a quelle condizioni, che nel modello del trattato imposto dal direttorio erano a lui parute contrarie alle dottrine della sedia apostolica ed alle consuetudini della chiesa; nè mai volle scemare, o a se od agli oracoli suoi, con pusillanimi e disonorevoli ritrattazioni quella fede, e quella dignità che pretendeva a tutte le cose sue, e che erano il fondamento principale della grandezza della Romana chiesa. Così in quest'ultimo urto di fortuna fortemente resisteva. Quanto agl'interessi temporali, preponendo il titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si preservasse con opportune concessioni, sclamava, la città, alla concordia con Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale della repubblica veduto molto volentieri il cardinale Mattei: parve mediatore opportuno a piegare lo sdegno del vincitore. Scrivessegli, deliberarono, richiedendolo della pace, e del trattare umanamente Roma desolata. Spacciarono anche incontanente a Napoli, a Parma, al ministro Azara, perchè intercedessero. Facevano i pregati intercessori l'ufficio; furono uditi benignamente; soprastava la risposta al cardinale. Cresceva tuttavia il pericolo, cresceva il terrore. Destinava il pontefice quattro legati al generale, il cardinale Mattei, monsignor Galoppi, il duca Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni modo la pace, salva però la religione, e la sedia apostolica. Incontravano per viaggio il corriero portatore delle lettere di Buonaparte al cardinale: erano molto benigne, recatrici di tregua, promettitrici d'accordo, questa fu la prima consolazione di Roma. Avute le novelle, viaggiavano più confidentemente verso Tolentino, dove Buonaparte aveva le sue stanze. S'incontravano al terminarsi della via Flaminia coll'antiguardo repubblicano, in cui erano e Francesi ed Italiani. Maravigliavansi i repubblicani al vedere quelle vecchie fogge d'abiti e di carrozze, che per loro erano nuove, e se ne muovevano a riso. Arrivavano i legati a Tolentino: accolti con dimostrazioni cortesi dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una faccenda, che oggimai non aveva più in se difficoltà d'importanza, perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva più, pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio nel temporale, essendo già posto tutto in balìa del vincitore. Sospese intanto per volontà del generalissimo le offese, visitavano Victor e Lannes, prima i campi del Trasimeno, poi le grandezze di Roma. Gli guardava curiosamente il popolo; gli accoglieva molto umanamente il pontefice.