Si concludeva il giorno diecinove febbrajo a Tolentino il trattato di pace fra il papa, e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice a recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a non dar soccorsi nè d'armi, nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro, nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi, a serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Francesi; al cedere alla Francia Avignone, il Contado, e le dipendenze; al cedere ugualmente le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che non vi si facessero novità pregiudiciali alla religione cattolica; al consentire, che la città, la cittadella, ed il territorio d'Ancona sino alla pace si depositassero ia mano della repubblica. Oltre a questo si obbligava il papa a pagare fra un mese ai Francesi quindici milioni di tornesi, dieci in contanti, cinque in diamanti, fra due mesi altrettanti, parte pure in pecunia numerata, parte in diamanti. Consentiva inoltre a somministrare ottocento cavalli, bestie da tiro altrettante, buoi, bufali, ed altri animali dello stato della chiesa; a dare i manoscritti, i quadri, le statue pattuite nel trattato di Bologna; a disappruovare l'uccisione di Basseville, ed al pagare per ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso trecentomila tornesi; a liberare i prigionieri per cause di stato; a restituire ai Francesi la scuola delle arti in Roma: volle finalmente il vincitore, e consentiva il papa, che il trattato fosse obbligatorio per lui, e pei successori nella cattedra di San Pietro per sempre.

Così finiva la Romana guerra. Nei capitoli della pace si vede, che se il papa restò di sotto per denari e per territorj, furono vantaggiate le condizioni attinenti alle materie religiose; perchè furono cassi dal trattato i capitoli delle disdette, delle rivocazioni, e delle ritrattazioni, che il direttorio aveva voluto imporre al pontefice, e che erano stati la cagione del rifiuto e della guerra. Intanto, per pagar la taglia, si richiedevano a Roma gli ori e gli argenti, sì dei religiosi che dei laici, e vi si facevano accatti rovinosi.

Il generale invitto, domati i grandi, volle far mostra di rispettare ed onorare i piccoli, o fosse in lui nuova spezie d'ambizione, o qualche radice di affetto buono. Pure riuscì la cosa troppo magnifica per non esser perniziosa tentazione ai modesti. Mandò, trovandosi agli alloggiamenti di Pesaro addì sette febbraio, Monge a certificare la repubblica di San Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica francese. Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto dei padri, disse enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma e Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere venuta in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la libertà, ma pur finalmente il popolo francese, del proprio servaggio vergognandosi, essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non cale i propri interessi, posti in non cale gl'interessi del genere umano, essere corsa all'armi contro di lui; la civil guerra avere aiutato la forestiera; pure essersi avventato lui alle frontiere, avere debellato i suoi nemici: avere trionfato: venuti i suoi eserciti in Italia, avervi vinto quattro eserciti Austriaci, recatovi la libertà, acquistatovi gloria immortale quasi fin sotto agli occhi della Sanmarinese repubblica; avere la repubblica di Francia, abborrente dal sangue, offerto pace, ma averla anche offerta indarno; perseguitare pertanto i suoi nemici, passare presso a San Marino per perseguitarli, ma vivessero sicuri, che Francia era amica a San Marino. A questo passo veniva Monge offerendo alla repubblica da parte del generalissimo territorj di stati vicini. Troppo squisito e magnifico parlare, e troppo inconveniente offerta era questa a quegli uomini semplici ed ammisurati; nè so perchè Monge, che uomo temperato era anch'egli, la facesse. Il torre e l'accettare, erano ugualmente brutti e pericolosi per una repubblica, che era vissa sì lunga età innocente, e pura da quel d'altrui. L'ingiustizia e la rapina erano cose ignote per lei. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli stesso: darebbe quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua protezione San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a' suoi cittadini.

Rispose il consiglio, accetterebbe i cannoni volentieri, accetterebbe anche i fromenti, ma pagandoli; dei territorj contento agli antichi, non volerne nuovi: solo pregare qualche maggior larghezza di commercio, e di ciò richiedere l'eroe invincibile. Il seguito fu, che i cannoni non furono dati, e che non si parlò più di San Marino; ciò successe molto prosperamente per lui. Continuò nella solita quiete e libertà; continuò a rispettare i diritti degli uomini senza vantargli, il che è meglio che il vantargli senza rispettargli; continuarono dall'altra parte intorno al felice monte gli strepiti, e la licenza dei popoli e dei soldati.

Rimoveva Buonaparte appoco appoco le sue genti dallo stato ecclesiastico; poscia si conduceva a Bologna intento a nuove imprese, perchè già l'Austria un'altra volta ingrossava.

Fine del Tomo II.

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