Nè minore variazione fecero le cose di Napoli, come se fosse destinato dai cieli, che le più forti protestazioni, ed i più validi apprestamenti di difesa, in tempesta tanto improvvisa, altro effetto non dovessero partorire che una più grave diminuzione di riputazione e di potenza. Eransi udite con grandissima ansietà a Napoli le novelle delle vittorie dei repubblicani sul Po e sull'Adda; ma all'ansietà succedeva il terrore, quando vi s'intese la rotta totale dei Tedeschi, e la loro ritirata verso il Tirolo. L'impressione diveniva più grave, quando i soldati di Buonaparte, occupato Reggio e Modena, nè nulla più ostando che entrassero nell'indifesa Romagna, si vedeva il regno esposto all'invasione. Laonde il re volendo provvedere con estremi sforzi ad estremi pericoli, perchè o fosse solo, o dovesse secondare le armi imperiali, gli era necessità di usare tutte le forze, ordinava che trentamila soldati andassero ad alloggiar ai confini verso lo stato ecclesiastico; ma perchè si facesse spalla e retroguardo a tante genti con altre squadre d'uomini armati, comandava, che si tenessero pronte a marciare, e di tutto punto si allestissero, ed in corpi regolati si ordinassero tutte le persone abili all'armi; la quale massa avrebbe aggiunto quarantamila combattenti. Perchè poi si usassero coloro, che consentissero di buona voglia ad accorrere alla difesa del regno, dava loro privilegi e speranza di ricompense onorevoli. Volendo poi favorire anche con l'autorità e con l'armi spirituali, le forze temporali, scriveva ai vescovi ed ai prelati del regno lettere circolari, con cui gli ammoniva, e con parole patetiche gli esortava dicendo, che la guerra che già da tanto tempo desolava l'Europa, e nella quale già tanto sangue e tante lacrime si erano sparse, era non solamente guerra di stato ma di religione; che i nemici di Napoli erano nemici del Cristianesimo; che volevano abolire il principato, come avevano abolito la religione; per questo turbare le nazioni, per questo sollevare i popoli; per questo ridurgli all'anarchìa con le massime, alla miseria con le rapine: saperlo il Belgio, saperlo la Olanda, saperlo tanti paesi e città illustri di Germania e d'Italia, confuse, desolate, spogliate, ed arse dalla rabbia e dall'avarizia loro: invano gemere, invano querelarsi i popoli conculcati; sotto la crudele tirannide non trovar luogo il diritto, non trovar luogo l'umanità; ma la santa religione essere principalmente segno alle lor barbare voglie, perchè tolto di mezzo il suo potente freno si possano violare senza ribrezzo, ed a sangue freddo tutte le leggi sì divine che umane; ma inspirare la religione il coraggio, come insegnar il dovere; amare il cristiano la patria per gratitudine, amarla per precetto. Esortassero adunque i popoli ad impugnar le armi contro un nemico, a cui niuna legge era sacra, niuna proprietà sicura, niuna vita rispettata, niuna religione santa, contro un nemico che dovunque arrivava, saccheggiava, insultava, opprimeva, profanava i templi, atterrava gli altari, perseguitava i sacerdoti, calpestava quanto di più sacro e di più reverendo ha ne' suoi dogmi, nei suoi precetti, e ne' suoi sacramenti divini lasciato alla chiesa sua Cristo Salvatore: non abborrire il re, per amore verso i sudditi, gli accordi, ma volergli giusti ed onorevoli, nè tali potergli conseguire, che con la potenza dell'armi. Combatterebbe egli il primo a guida de' suoi soldati: sperare, che il Re dei re, il Signor dei signori, che ha in sua mano il cuore dei principi, e non cessa d'inspirargli con retti consigli, quando sinceramente invocano il suo santo nome, gli avrebbe dato favore in così santa, in così generosa impresa.

Così parlava il re ai vescovi, ed ai prelati del regno. Rivolgendosi poscia ai sudditi, con espressioni molto instanti gli ammoniva dicendo sarebbero vincitori di questa guerra, se a loro stesse a cuore difendere se stessi, il re, i tempj, i ministri del Signore, le mogli, i figliuoli, le sostanze. Dio è con voi, sclamava, Dio vi proteggerà contro le armi barbare.

Ma perchè in tempi di tanta costernazione vieppiù per l'amore della religione s'infiammassero i popoli alla difesa, in un giorno prestabilito si conduceva il re, accompagnandolo una gran moltitudine di popolo, alla Basilica, dove, toccando gli altari, e stando tutti, tra la riverenza e lo spavento, intentissimi ad ascoltarlo, disse queste parole: «Grande Iddio, ecco alla vostra presenza colui, che avete constituito al governo di questi miei fedelissimi sudditi. Se vi piacesse mai di levarmi da un tal ministero, alla vostra santissima volontà di buona voglia mi sottometto; ed affinchè si vegga e si sappia, che questa protesta sia stata fatta da me con tutta contentezza d'animo, ecco che mi tolgo dalle spalle la clamide, dalla mano lo scettro, dal capo la corona, e tutte queste reali divise ripongo sulla mensa del vostro altare, vicine appunto al Tabernacolo, dove voi risiedete come in Paradiso. A voi dunque le lascio, a voi le dedico, acciocchè ne abbiate ad essere il custode».

Queste dimostrazioni producevano effetti incredibili in un popolo dominato da fantasìa potente. Certamente, se le mani fossero state tanto pronte all'operare, quanto erano le menti ad immaginare, si sarebbero veduti da Napoli effetti notabilissimi a salute di tutta Italia.

Partiva Ferdinando da Napoli, indirizzando il viaggio agli alloggiamenti di Castel di Sangro, di San Germano, di Sora, e di Gaeta; fuvvi accolto con segni di grandissima allegrezza dai soldati. Intanto il romore delle occupate legazioni, e le ultime strette in cui era caduto il pontefice, avevano indotto nei consiglieri del re la credenza, che l'accordare fosse più sicuro del combattere. Perlochè non aspettando pure che il papa patteggiasse in definitiva pace, nè consentendo a trattar degli accordi coi repubblicani di concerto con lui, mandavano al campo di Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli, affinchè negoziasse una sospensione di offese, proponendosi d'inviarlo poscia a Parigi a concludere la pace col direttorio. Buonaparte, considerato che Mantova si teneva ancora per gli Austriaci, nè che così presto l'avrebbe potuta piegare a sua divozione per la fortezza dei luoghi, pel numero e pel valore dei difensori, e molto più per la stagione calda e molto pregiudiziale alla salute degli oppugnatori, che oggimai si avvicinava, considerato altresì che del tutto non era ancor prostrata la potenza dell'imperatore, udiva con benigne orecchie le proposte del principe. Si concluse tra il generale e lui il cinque di giugno un trattato di tregua, con cui si stipulava, che cessassero le ostilità tra la repubblica, e il re delle Due Sicilie; le truppe Napolitane che si trovavano unite a quelle dell'imperatore, se ne separassero, e gissero alle stanze nei territorj di Brescia, Crema e Bergamo; si sospendessero le offese anche per mare, ed i vascelli del re al più presto dalle armate Inglesi si segregassero; si desse libero passo ai corrieri rispettivi tanto per le terre proprie o conquistate dalla repubblica, quanto su quelle di Napoli. Fatto l'accordo, andarono i Napolitani, lasciati gl'imperiali, alle destinate stanze. Così il papa fu solo lasciato nel pericolo dal governo di Napoli, che pure testè aveva mostrato tanto ardore per la difesa della religione, convenendo, senza che prima la necessità ultima fosse addotta, con coloro che poco innanzi aveva chiamati nemici degli uomini e di Dio. Per questo le sue parole scemarono di fede, non solamente appresso al pontefice romano, ma eziandìo presso i popoli d'Italia. Affermavano che se non si voleva combattere per la religione, e' non bisognava invocarla, e se si voleva combattere per lei, era mestiero di non concludere così presto. Il toccar gli altari il re, ed il toccar la mano di Buonaparte il principe di Belmonte, furono atti troppo l'uno all'altro vicini, da non esservi stato di mezzo piuttosto inconstanza che prudenza. Quei giuramenti tanto solenni, o non bisognava fargli, e richiedevano che si perdesse almeno una provincia prima di stipulare.

In questo mezzo tempo si spogliavano dall'acerbo vincitore, di statue, di quadri, di manoscritti preziosi, di oggetti appartenenti a storia naturale Parma, Pavia, Milano, Bologna, e Roma. A questo fine aveva mandato il direttorio in Italia per commissarj Tinette, Barthelemi, Moitte, Thouin, Monge e Berthollet, acciocchè procedessero alla stima ed allo spoglio; dal quale ufficio così poco onorevole per la patria loro, non so come non rifuggisse l'animo loro, massimamente quelle dei tre ultimi, uomini gravissimi, ed in cui certamente assai potevano la umanità e la gentilezza dei costumi. La castità della storia però da noi richiede, che diamo pubblica testimonianza dello aver loro temperato con molta moderazione quanto aveva in se di brutto e di odioso il carico, che era stato loro imposto dalla repubblica.

Si avvicinavano intanto i tempi de' rei disegni del direttorio e di Buonaparte contro l'innocente Toscana. Intendevano col comparire armati in questa provincia, spaventare maggiormente il pontefice ed il re di Napoli. Ma i principali fini loro in ciò consistevano, che si cacciassero gl'Inglesi da Livorno, vi si rapissero le sostanze dei neutri, vi si ponessero il segno ed il modo di far muovere la vicina Corsica contro gl'Inglesi che la possedevano: s'ingegnarono di onestare con loro ragioni questo fatto; che gli Inglesi, allegavano, tanto potessero in Livorno che il gran Duca non avesse più forza bastante per frenargli, che il commercio Francese vi fosse angariato, l'Inglese con ogni latitudine protetto, che ogni giorno vi s'insultasse la bandiera della repubblica, che quel Britannico nido fosse fomento ai principi Italiani di far pensieri contrarj agl'interessi ed alla sicurtà di Francia; dovere pertanto la repubblica andare con le sue forze a Livorno per restituire all'independenza propria il duca Ferdinando, e per liberarlo dalla tirannide degl'Inglesi.

Il gran duca negò costantemente qualunque parzialità; e che ciò fosse verità, nissuno meglio il sapeva, che i suoi accusatori medesimi. Di ciò fanno fede le parole scritte da Buonaparte stesso al direttorio, che sono quest'esse, che la politica della repubblica verso la Toscana era stata detestabile. Per purgarla andava il generalissimo ad espilar Livorno. Per la qual cosa, come prima ebbe posto piede in Bologna, e confermatovi il suo dominio, metteva ad effetto la risoluzione di correre contro la Toscana per andarsene ad occupar Livorno. Era suo intento di fare la strada di Firenze per mettere maggiore spavento nel papa; del che avendo avuto avviso il gran duca, mandava a Bologna il marchese Manfredini, ed il principe Tommaso Corsini, perchè s'ingegnassero di dissuaderlo dall'impresa, od almeno da lui questo impetrassero, che piuttosto per la via di Pisa e di Pistoja, che per quella di Firenze si conducesse. Negava il generale repubblicano la prima richiesta, consentiva alla seconda. Perlochè, non indugiandosi punto, e con la solita celerità procedendo, perchè il sorprendere improvvisamente Livorno era l'importanza del fatto, già era arrivato con parte dell'esercito in Pistoja. Da questo suo alloggiamento manifestava il vigesimosesto giorno di giugno le querele della repubblica contro il gran duca, e la sua risoluzione di correre contro Livorno.

Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente offesa alcuna contro la repubblica di Francia, o contro i Francesi: l'amicizia sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso dal direttorio, non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più vere informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione, avere dato facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni dell'ingresso.

Marciavano intanto i Francesi celeremente verso Livorno condotti dal generale Murat, e comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con una banda di cavalli alla port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero avviso del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza Livorno, trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state trattenute nel porto, tutte le proprietà loro: poi quando i repubblicani arrivavano sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessanta bastimenti tra piccoli e grossi, e sotto scorta di alcune fregate, salpava da Livorno, verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col solito brio ed aspetto militare i Francesi. Poco dopo entrava Buonaparte medesimo, contento allo avere scacciato da quel porto tanto opportuno gli odiati Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio dalla Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per voglia, ma per ordine e per paura. Il chiamavano Scipione, ed era per continenza delle donne, non per continenza delle ricchezze, per arte di guerra, non per rispetto alla libertà della patria, degno rampollo in tutto di un secolo grande per armi, piccolo per virtù.