Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le Napolitane sostanze, si confiscavano le Inglesi, le Austriache, le Russe; s'investigavano i Livornesi conti per iscovrirle: si disarmavano i popoli, si occupavano le fortezze, e per far colme le insolenze, si arrestava Spannocchi, governatore pel gran duca. Si scuotevano al tempo stesso fortemente i negozianti, affinchè svelassero le proprietà dei nemici, ed eglino per lo men reo partito offerirono cinque milioni di riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi da coloro che stavano sopra alla vendita, con grave discapito della repubblica conquistatrice, che vinceva i soldati altrui, e non poteva vincere i ladri proprj. Del che si muovevano a grave sdegno, e facevano grandi querele Belleville, console Francese in Livorno, per onestà di natura, Buonaparte per vedere che quel che si succiavano i predatori, era tolto ai soldati. Se ne vergognava anche Vaubois generale, che da Buonaparte era stato preposto al governo di Livorno, e se ne lavava le mani, come di cosa infame. Insomma fu rea nel principio la occupazione di Livorno, ma non fu migliore negli effetti: solo risplendè più chiaramente la virtù di Vaubois e di Belleville.
Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano al gran duca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al direttorio, di torgli lo stato, a cagione ch'egli era principe di casa Austriaca. A questo modo si voleva trattare un principe amico ed alleato della Francia dal generalissimo, e da certi agenti della repubblica, che in Italia non cessavano di accusare la perfidia Italiana e la malvagità di Machiavelli. E perchè questo tradimento di Buonaparte verso il gran duca avesse in se tutte le parti di un atto vituperoso, mandava al direttorio, che conveniva starsene quietamente, nè dir parola che potesse dar sospetto della cosa insino a che il momento fosse giunto di cacciar Ferdinando. Pure Buonaparte scriveva, due giorni dopo, al direttorio, niun governo più traditore, niun più vile essere al mondo del governo Veneziano, come se Venezia avesse in alcun tempo macchinato un'opera tanto vile, quanto quella ch'egli medesimo macchinava contro il principe di Toscana.
Nè alle raccontate enormità si rimase la violata neutralità. Eransi alcuni patriotti Sardi, tra i quali il cavaliere Angioi, fuggendo lo sdegno del re, ricoverati a Milano. Comandava Buonaparte, a requisizione del cavalier Borghese, agente del re a Milano, che fossero dati. Il che avrebbe avuto il suo effetto; se Saliceti ed il comandante di Milano non avessero portato più rispetto alla sventura, che agli ordini del loro generale. Questi medesimi Sardi, essendosi poscia ritirati a Livorno, il re ne faceva novella inchiesta a Buonaparte, ed egli già aveva ordinato che se gli consegnassero. Ma dimostratasi da Belleville e Vaubois la medesima generosità d'animo di Saliceti, e del comandante di Milano, furono salvi. Posto che importasse alla sicurezza dei Francesi in Italia l'occupazione di Livorno, che importava alla sicurezza medesima, che fossero dell'ultimo supplizio affetti tre o quattro Sardi? Atto veramente per ogni parte inescusabile fu questo, perchè violava il diritto delle genti, la sovranità del gran duca, le leggi dell'umanità, ed il rispetto che l'uom porta naturalmente a chi è misero. Che se Buonaparte temeva che questi fuorusciti di Sardegna tentassero da Livorno novità in quell'isola a pregiudizio del governo reale, e voleva in questo gratificare al re, perchè non contentarsi di allontanargli da quella sede? Perchè volere mandargli a morte? perchè volere che mani Francesi consegnassero coloro, che non erano diventati rei che per suggestioni Francesi? Mentre in tal modo si espilavano dai repubblicani le proprietà dei nemici loro in Livorno, gl'Inglesi, signori del mare, serravano il porto, ed impedivano il libero commercio. Livorno fiorente e ricco, divenne in poco tempo povero e servo.
Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè usando la opportunità, invasero i ducati di Massa e Carrara, ed occuparono tutta la Lunigiana, chiamando i popoli a libertà, e sforzandogli a grosse contribuzioni di denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che gli possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena, sposata all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di San Romano quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa e Carrara. Per questo il generale della repubblica gli trattò da nemico. Questo piccolo dominio, che dopo spenta la repubblica di Firenze dalla potenza di Carlo quinto, non aveva più sentito impressione di guerra, non andò ora esente dalle comuni calamità.
Il terrore delle armi repubblicane aveva spaventato tutta Italia; ma parendo a chi le reggeva, che ciò non bastasse a perfetto servaggio, stavano attenti i ministri del direttorio presso i diversi potentati Italiani nello spiare, e nel rapportare il vero ed il falso a Buonaparte, continuamente rappresentandogli i principi della penisola non solamente come avversi alla Francia, ma ancora come macchinatori indefessi di cose nuove contro i Francesi. Avevano in tutto questo per ajutatori, non che i pessimi fra gl'Italiani, anche personaggi di nome, e fra gli altri molto operoso si dimostrava il cavaliere Azara, buona e dolce persona, ma, come buona, assai corriva al lasciarsi prendere all'esca dei lusinghieri discorsi. La gloria guerriera di Buonaparte, unica veramente al mondo, gli aveva talmente occupato l'animo, che non distinguendo più nel capitano di Francia nè vizio nè virtù, il lodava, non che del lodevole, anco del biasimevole.
Intanto agli occhi degli agenti di Francia le chimere diventavano corpi, le visite congiure, i gemiti stimoli a ribellione, i desiderj delitti, ed era l'Italiano ridotto a tale, che se non amava il suo male, era riputato nemico. Il papa, secondochè scrivevano questi spaventati o spaventatori, Venezia, il re di Sardegna, il gran duca di Toscana, la repubblica di Genova, tutti conspiravano contro la Francia, tutti s'intendevano con l'Austria, tutti prezzolavano gli assassini per uccidere i Francesi. Certamente lo stipendiar gli assassini sarebbe stata opera nefanda, ma era tanto falsa, quanto l'imputarla era sfrenata. Rispetto al rimanente, erano piuttosto desiderj che macchinazioni, perchè il terrore era tale che non che i desiderj, i pensieri non si manifestavano. Buonaparte, che non era uomo da lasciarsi spaventare da questi rapporti fatti o per adulazione o per paura, era uomo da valersene, come di pretesto, per peggiorar le condizioni dei principi vinti, e per giustificare contro di loro i suoi disegni di distruzione. Gl'Italiani intanto in preda a mali presenti, e segno a calunnie facili, perchè venivan da chi più poteva, non avevano più speranza.
Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano, e la condizione dei repubblicani in Italia diveniva di nuovo pericolosa. Aveva l'imperatore ardente disposizione di ricuperare le belle e ricche sue province, non potendo tollerare che fossero scorporate da' suoi dominj, e che l'autorità che si era confermata da sì lungo tempo in quella parte tanto principale d'Europa, gli sfuggisse di mano per passare in balìa dei Francesi. Aveva egli adunque applicato l'animo, tostochè si erano udite a Vienna le ultime rotte di Beaulieu, a voler ricuperar il Milanese; al che gli davano speranza la mala contentezza dei popoli, la fortezza di Mantova, e il numero dei soldati che ancora era in grado di mandare in Italia. Nè indugiandosi punto, affinchè l'imperio de' suoi nemici non si solidasse, la rea stagione non sopravvenisse, Mantova non cedesse, aveva voltato con grande celerità al Tirolo tutte le genti che stanziavano nella Carintia e nella Stiria. I Tirolesi medesimi, gente armigera, e divota al nome Austriaco, fatta una subita presa di armi, si ordinavano in reggimenti armati alla leggiera; nè questo bastando alla difficile impresa, si ricorreva ad un più forte sussidio; conciossiachè l'imperatore, anteponendo la conquista d'Italia alla sicurezza dell'Alemagna, ordinava che trentamila soldati, gente eletta e veterana, che militavano in Alemagna, se ne marciassero velocemente verso il Tirolo per quivi congiungersi con le reliquie delle genti d'Italia, con quelle venute dalla Stiria, dalla Carniola e dalla Carintia, e con le masse Tirolesi: erano circa cinquantamila. Perchè poi ad un'oste tanto grossa e destinata a compire una sì alta impresa, non mancasse un capitano valoroso, pratico e di gran nome, mandava a governarla il maresciallo Wurmser, guerriero di pruovato valore nelle guerre Germaniche. Stavano gli uomini in grande aspettazione di quello che fosse per avvenire, essendo vicini a cimentarsi due capitani di guerra, dei quali uno era forte, astuto ed attivo, l'altro forte, astuto e prudente. Nè gli eserciti rispettivi discordavano; perchè nè la costanza Tedesca era scemata per le sconfitte, nè il coraggio Francese aveva fatto variazione pel tempo. Oltre a questo, se erano ingrossati gl'imperiali, anche i repubblicani avevano avuto rinforzi notabili dall'Alpi.
Era il maresciallo Wurmser giunto, sul finire di luglio, in Tirolo, e tosto dava opera al compire l'impresa, che alla virtù sua era stata commessa. La strada più agevole per venire dal Tirolo in Italia è quella, che da Bolzano per Trento e Roveredo porta a Verona, e questa è stata sempre frequentata dai Tedeschi nelle loro calate in Italia. Questa medesima aveva in animo di fare il capitano Austriaco; ma il principal suo fine era di liberar Mantova dall'assedio, donde, fatto un capo grosso all'ombra di quel sicuro propugnacolo, potesse, secondo le opportunità di guerra, o starsene aspettando, o correre subitamente contro il Milanese. E sapendo che i Francesi erano segregati in diversi corpi, gli uni lontani dagli altri per molto spazio, per modo che in breve tempo non avrebbero potuto rannodarsi, si deliberava a spartire i suoi in tre schiere: la prima sotto guida del generale Quosnadowich, doveva, marciando sulla destra sponda del lago di Garda, assaltare Riva e Salò, dove stava a guardia il generale Sauret coi generali Rusca e Guyeux, ma che però non aveva forze sufficienti per resistere. Era pensiero di Wurmser, che questa, occupato Salò, si divallasse, parte per la strada del monte Gavardo a Brescia, parte si conducesse a Desenzano ed a Lonato per congiungersi con la mezza, che veniva scendendo tra la destra dell'Adige e la sinistra del lago. La quale ultima mossa verso Lonato era certamente molto opportuna; ma non appare perchè l'altra dovesse indirizzarsi a Brescia, stantechè così facendo si allontanava dalla mezza e dal Mincio, dove necessariamente erano per seguire le battaglie più forti. Forse Wurmser argomentò, che già fosse venuto in odio ai popoli l'imperio dei Francesi, e perciò, sperando che fossero per tumultuare, volle ajutare la loro volontà col favore di queste genti. Forse ancora, prevalendo di numero, si era persuaso di poter opprimere con la sua forza principale il grosso dei repubblicani, e tagliar loro il ritorno alle spalle. La mezza schiera, o la battaglia condotta dal maresciallo, s'incamminava alla volta di Montebaldo per potere, scendendo vieppiù, assaltare il nervo dei repubblicani tra Peschiera e Mantova. La sinistra confidata al generale Davidowich, insistendo a mano manca dell'Adige, scendeva per Ala e Peri a Dolce, dove, fatto un ponte, varcava il fiume con intento di concorrere più da vicino all'opera della schiera Wurmseriana. Ma una parte di quest'ala sinistra, guidata dal generale Mezaros, continuando a scendere per la sinistra sponda del fiume, s'indirizzava verso Verona, donde potea, secondo le occorrenze, o condursi per Villafranca a Mantova, o non discostandosi dall'Adige, marciare a Portolegnago. Di tutte le parti dell'esercito Francese quella di Massena, che aveva i suoi alloggiamenti a Verona, a Castelnuovo e luoghi circostanti, si trovava in maggior pericolo, perchè là appunto si dovevano accozzare tutte le forze Austriache sulla sinistra del lago.
Era giunto al suo fine il mese di luglio, quando in tale modo ordinati marciavano gl'imperiali all'impresa loro. Già erano vicini alle prime scolte dei Francesi, che questi, dispersi tuttavìa nei diversi campi loro, principalmente in quello che cingeva Mantova, non avevano ancora fatto moto alcuno per mettersi all'ordine di resistere a quella nuova inondazione del nemico. Il che dimostra in Buonaparte od una presunzione non ragionevole, o imperfette informazioni de' suoi esploratori. Per verità egli si riscosse poco poscia con mirabile maestrìa dal pericolo in cui si trovava, ma sarebbe stato anche migliore consiglio l'averlo preveduto e prevenuto. Assaltavano gli Austriaci ferocemente l'antiguardo di Massena, governato dal generoso e buono Joubert, che era ai passi di Brentino e della Corona. Fu fortissima e lunga la difesa contro un nemico, che molto superava di numero. Finalmente furono quei forti passi sforzati dagli Austriaci, che, ritirantisi Joubert e Massena velocemente verso Castelnuovo, marciavano contro la Chiusa e Verona. Bene fu fortunato Massena, che gli Austriaci nol seguitassero con quella celerità medesima con la quale ei dava indietro; perchè se il contrario avessero fatto, avrebbero potuto facilmente impadronirsi, prima che vi passasse, delle strette di Osterìa, e tutta la sua schiera sarebbe stata da forze preponderanti o tagliata a pezzi o fatta prigioniera. La qual cosa dimostra viemaggiormente l'improvvidenza di Buonaparte; perchè Massena, lasciato solo in quei luoghi contro al maggior nervo dei Tedeschi, fu obbligato della sua salute ad un fallo certamente non probabile del nemico. Da un'altra parte Quosnadowich, urtato Sauret, che custodiva Salò, l'aveva vinto, non però senza una valorosa resistenza, quantunque i Francesi in questo luogo fossero deboli, e non pari a tanto peso. S'impadronivano gli Austriaci di Salò dopo la fazione, e quivi risplendeva chiaramente la virtù di Guyeux, il quale circondato da ogni banda dal nemico, elesse, piuttosto che arrendersi, di gittarsi dentro una casa, dove sebbene già gli mancassero le munizioni sì da guerra, che da bocca, si difendè con incredibile fortezza due giorni. Occupato Salò, correvano i Tedeschi a Brescia, e se ne impadronivano. Perdettero i Francesi nei fatti di Salò e di Brescia circa due mila soldati tra morti, feriti e prigionieri. I residui dei vinti si ritiravano a Lonato e a Desenzano. Avanzavasi intanto minacciosamente Wurmser medesimo, e già si avvicinava alle cercate rive del Mincio. Così avevano le cose Francesi fatto una grandissima variazione, ed erano cadute in grave pericolo prima che Buonaparte avesse mosso un soldato per opporsi a tanta ruina. Gli giunsero al tempo medesimo le novelle della rotta di Sauret, e della ritirata di Massena. Ordinava incontanente ad Augereau, che già marciava verso Verona per frenar l'impeto, se ancora fosse in tempo, di Mezaros, tornasse indietro prestamente, venisse a Roverbella, rompesse i ponti di Portolegnago, ardesse i carretti dei cannoni più grossi, trasportasse dai magazzini quanto in sì subito tumulto potesse. Arrivava Augereau a Roverbella; scoverse in tutti una grande confusione mista ad un gran terrore. Vi giungeva ancora Buonaparte, al quale Augereau, vedendolo smarrito dalla gravità del caso, rivoltosi, con parole animosissime il confortava. A queste esortazioni tornato Buonaparte quel che era, con un'arte e con un vigore degni di eterna commendazione ordinava quanto alla difficoltà del tempo si convenisse. Avvisandosi che non poteva combattere con vantaggio, se non unito, e che anche unito non era abbastanza forte per cimentarsi con l'esercito Tedesco intero, se gli desse tempo di rannodarsi, come evidentemente Wurmser aveva in pensiero di fare, si risolveva a raccorre le sue genti in uno per correre così grosso contro una parte sola del nemico, innanzi che questa avesse potuto congiungersi con le compagne, perchè la speranza, che non aveva di vincerle unite, l'aveva di vincerle separate.
Favoriva questo pensiero l'essere la mezzana e la destra degl'imperiali separate di largo spazio per mezzo del lago, del quale elleno non avevano la signorìa sicura, stantechè i repubblicani lo correvano con barche armate e leggiere. Nè poteva stare lungamente in dubbio, quale delle due parti dei Tedeschi ei dovesse assaltare; perciocchè intenzione primaria di Wurmser fosse di far allargare l'assedio di Mantova, nel qual fine insistendo, non sarebbe così facilmente corso in ajuto di un'altra parte de' suoi che pericolasse. Importava anche assai l'assalire la parte meno grossa, e nel tempo medesimo quella, che in un caso sinistro gli avrebbe potuto troncar la strada verso Milano. Fatte tutte queste considerazioni, si risolveva Buonaparte a far impeto col grosso de' suoi contro di Quosnadowich, che vincitore di Salò e di Brescia turbava ogni cosa a Desenzano, a Lonato, a Ponte-San-Marco, a Montechiaro, e già si accostava per congiungersi con Wurmser; il che, se gli fosse venuto fatto, sarebbe stato la ruina dei repubblicani. Perlochè chiamava a se tutte le sue genti, anche quelle che stavano a campo sotto Mantova, anteponendo con mirabile consiglio il perdere le artiglierìe, che servivano alla oppugnazione della piazza, al perdere l'esercito. Ordinate ed eseguite in men che non si potrebbe credere per la incredibile celerità dei soldati, tutte queste mosse, mandava a corsa considerabili rinforzi a Sauret, perchè ricuperasse Salò, e liberasse Guyeux che tuttavìa si difendeva valorosamente. Comandava a Dallemagne, assaltasse il nemico a Lonato e cacciasselo; imponeva ad Augereau lo rompesse a Ponte-San-Marco ed a Brescia, e verso Salò voltandosi, ajutasse Sauret, e facesse opera di tagliare il ritorno a Quosnadowich. Faceva anche attaccare con una grossa banda un corpo forte di Austriaci, che custodiva Desenzano a riva il lago. Ebbero tutti questi assalti, ancorachè fossero molto sanguinosi, massimamente quello di Desenzano, dove il reggimento di Klebeck, che sostenne con grandissimo valore quasi tutto il peso della giornata, perdè più di mille soldati, quel fine che Buonaparte si era proposto: entrarono vincitori, Sauret in Salò, Dallemagne in Lonato ed in Desenzano, Augereau in Montechiaro ed in Brescia. Quosnadowich, veduto che era alle mani con la maggior parte degli avversarj, che non aveva nuove che Wurmser accorresse in suo ajuto, e che temeva che il nemico, correndo a Riva, gli tagliasse il ritorno verso il Tirolo, si ritirava con passi frettolosi a Gavardo. Per tal modo Buonaparte co' suoi movimenti celeri ed ottimamente ordinati, sbaragliava in poco tempo un'ala intiera di Wurmser, che gli aveva già fatto molto male, ed avrebbe potuto fargliene un maggiore, se si fosse allargata, come aveva intenzione, nelle pianure verso il Milanese. Intanto per assicurare i luoghi abbandonati da Augereau, vi surrogava Massena con tutto il suo corpo di truppe.