Non erano ancora gli animi dei circostanti tanto abietti, che non deridessero la vanità del partito posto dal Dolfin. Seguitavano diversi pareri. Voleva Francesco Pesaro, generosamente opinando, che non si alterasse a modo alcuno la constituzione, e si facessero le più efficaci risoluzioni per difender fino all'estremo quell'ultimo ridotto della potenza Veneziana. Disputava dall'altra parte Zaccaria Vallaresso, si desse autorità ai legati di trattare con Buonaparte dell'alterazione degli ordini. Mentre si stavano esaminando i partiti posti, ecco per Tommaso Condulmer, sopraintendente alle difese dell'estuario, arrivar novelle, che già i Francesi dalle rive dell'estuario tentavano di avvicinarsi a Venezia. Parve, s'udisse il romor dei cannoni. Si suscitava gran terrore fra gli adunati: il serenissimo principe, tutto paventoso più volte su e giù per la camera passeggiando, lasciava intendere queste parole: sta notte no semo sicuri nè anche nel nostro letto. Per poco stava, che per suggerimento di Pietro Donato, e di Antonio Ruzzini, non si cedesse, e non si trattasse della dedizione; cosa, che farebbe credere, che i Veneziani fossero divenuti meno che uomini, se veramente in questo fatto solo operava la paura. Vinceva peraltro ancora in questo la fortuna della repubblica; perchè opponendosi gagliardamente al partito Giuseppe Priuli, e Niccolò Erizzo, si mandava al Condulmer resistesse alla forza con la forza. Non ostante, operando il timore e le instanze dei novatori, fu preso partito, che il doge medesimo esponesse al maggior consiglio la condizione della repubblica; proponesse la facoltà di alterar la constituzione, si convocasse il maggior consiglio il dì seguente primo di maggio. Fatta questa risoluzione, desiderio principale di Buonaparte, e mentre ella tuttavia si stava dal segretario Alberti distendendo, il procurator Pesaro lagrimando disse in dialetto Veneziano queste memorande parole: vedo, che per la mia patria le xe finìa: mi non posso sicuramente prestarghe verun ajuto: ogni paese per un galantuomo xe patria, nei Svizzeri se pol facilmente occuparse. Poi cesse da Venezia, sapendo, che Buonaparte domandava la sua morte. Felice Francesco Pesaro, se, come disse, così avesse fatto, e se trapassando ritirato e dolente la restante sua vita nell'Elvetiche montagne, avesse lasciato al mondo l'esempio di un amore di patria, scevro da ambizione, che se stesso, Venezia, Italia avrebbe perpetuamente onorato!
Era la mattina del primo maggio, quando la repubblica Veneziana doveva cadere da per se stessa nell'agguato, che le era teso. Era il palazzo pubblico circondato per ogni parte da genti armate, i cannoni presti, le micce accese, apparato insolito da tanti secoli in quella quieta repubblica. Custodivano per antico rito gli arsenalotti le interiori stanze del palazzo: i capi di strada pieni d'uomini in armi. Si maravigliava il popolo, ignaro della cagione, a quel romor soldatesco; la città tutta occupava un grandissimo terrore: quei luoghi medesimi, che per sapienza di governo, per benignità di cielo, per fortezza di sito erano stati sempre pieni di gente allegrissima per natura, civilissima per costumi, ora risuonavano d'armi e d'armati, e quelle armi, e quegli armati accennavano, non a salvamento, ma a distruzione della patria.
Convocati i padri al suono delle solite campane (non senza lagrime io queste cose racconto) e adunatisi in maggior consiglio, rappresentava con gravissime parole il doge la funesta condizione, a cui era ridotta la repubblica, infelicissima, ma innocente; avere ella sempre, dappoichè la rivoluzione Francese aveva spaventato il mondo, vissuto in uguali termini d'amicizia con tutti; nè mai aver voluto pendere più da questa parte, che da quella; ciò aver richiesto da lei l'antica sua consuetudine; ciò gl'interessi suoi più preziosi, perchè se si fosse fatta aderente ai principi confederati contro la Francia, le navi Francesi avrebbero messo a ruba il commercio tanto florido dei Veneziani, e se avesse prestato le orecchie alle proposte Francesi, la potentissima casa d'Austria confinante con Venezia per terra e per mare, da Crema fino all'Albanìa, avrebbe potuto occupar gli stati dell'imprudente repubblica, sarebbesi in ambi i casi turbata quella quiete, per cui tanto fiorivano l'agricoltura ed il commercio: essersi avuto speranza, che le forze unite dell'Austria stessa, del re di Sardegna, e degli ausiliari Napolitani impedissero la venuta dei Francesi in Italia, e però non essersi seguitati gli esempi dei maggiori dell'apprestar armi ed armati per allontanar dalle province Venete perturbazioni, che non si mostravano probabili. A questa medesima risoluzione aver dato forza lo stato dell'erario, ancor consunto dalla guerra col Turco, dalle tre neutralità armate in Italia, dai contagi di Dalmazia, dalle riparazioni dei fiumi, dalla spedizione contro Tunisi: essersi creduto pericoloso l'impor nuove gravezze in un tempo massimamente, in cui ognuno si faceva lecito di esaminare, e di censurare ogni azione di chi comanda: da questi fondamenti essere derivate le risoluzioni fatte, la blandizie usata, il riconoscimento della repubblica Francese, l'avere accolto un suo ministro a Venezia, e mandato un ministro Veneziano a Parigi, le provvisioni apprestate agli eserciti d'ambe le parti; dai medesimi essere anche proceduta la moderazione raccomandata ai sudditi, anche in mezzo a tante cagioni di sdegno, quando già i Francesi, rotta ogni barriera, avevano inondato le terre della repubblica: per questo avere mandato sovente al supremo comandante dei Francesi ragguardevoli cittadini, acciocchè il tenessero bene edificato, e difendessero la repubblica presso a lui contro le accuse, e le minacce continue de' suoi soldati. Qui, alteratasi dal dolore la voce del serenissimo principe, fu da lui continuato a dirsi, essere oramai giunto il fatale momento, in cui la Francia, cacciati con replicate vittorie gli Austriaci dall'Italia, e costrettigli alla pace, chiusi i porti del Mediterraneo agl'Inglesi per mezzo della pace con Napoli, trionfato sul Reno, avendo per alleate la Olanda e la Spagna, poteva senza risguardo alcuno, e senza diversione usare tutte le sue forze contro i Veneziani: debole, ed umile nazione essere i Veneziani a paragone di tante altre nazioni vinte, e soggiogate dalla Francia: quando bene il profondo segreto, in cui si tenevano i preliminari di Leoben, non desse giusta cagione di sospettare di qualche grande calamità contro gli stati della repubblica, non potere lei ingannar se stessa a segno di sperare potersi difendere o contro assalti vivi, o contro lungo assedio; già stringersi per mare Venezia, già legni armati Francesi correre l'Adriatico; invano credersi, le difese apprestate nell'estuario, avutosi anche riguardo al sito naturale di Venezia, quando ogni sussidio, ogni soccorso da ogni parte mancasse, potessero durar lungo tempo contro un nemico tanto audace e tanto fortunato; una resa inevitabile dover concludere un assedio lungo, e misto di mali estremi per un popolo avvezzo ad abbondar di tutto. Tale essere la condizione della repubblica, combattuta da un amico divenuto nemico dopo tanta ospitalità usata verso di lui, appetita da un amico, per cui si erano sofferte tante disgrazie, insidiata forse da cittadini perversi, per cui il sovvertire era uso, piacere, massima, e speranza; essersi abbattuta in un secolo, in cui l'innocenza è derisa, la fede non creduta, i diritti nulla, la forza tutto; solo le stragi e le vittorie aversi in onore; la virtù non attendersi, se non per contaminarla. Che potere Venezia, a cui solo erano scudo l'innocenza e la virtù? Cedessero adunque, cedessero, esortava, ad una necessità ineluttabile, e poichè l'estremo dei tempi era giunto, in quell'estremo tempo pensassero, che meglio era recidere qualche ramo, sebbene essenziale, che l'albero tutto; che cosa di poco momento era una modificazione, purchè si conservasse la repubblica; che bisognava a guisa di provvidi marinari far getto di una parte del carico per salvar la nave. Gli pregava pertanto, e scongiurava, per quanto avessero cara la patria, per quanto avessero care le famiglie, per quelle mura stesse tanto magnifiche e tanto dilette, per la nobile Venezia, per la salute di lei, per quanto aveva in se di dolce, d'augusto, e di reverendo un'antica congiunzione d'amore e d'interessi, udissero benignamente quello, che erano per proporre alla sapienza loro i savi a fine di far abilità ai zelanti legati eletti a trattare col supremo dispositore delle cose Francesi in Italia, di qualche alterazione negli ordini fondamentali della repubblica.
Queste compassionevoli parole del doge ingenerarono terrore, dolore, e pianto negli ascoltanti. Favellava nella medesima sentenza Pietro Antonio Bembo, che fu poi uno dei municipali eletti da Villetard. Posto il partito, e raccolti i voti, fu appruovato con cinquecento novantotto favorevoli, e ventuno contrari. Lodava il doge la virtù del maggior consiglio, esortava ad aver costanza, a non disperare della repubblica, a tener credenza del partito deliberato: poscia tra il dolore, la mestizia, ed il terribile aspetto dell'avvenire si scioglieva il consiglio.
Il crudo capitano intanto perseguitava Venezia. Calava Buonaparte furibondo dalle noriche Alpi, e la circuiva d'ogni intorno. Villetard, ed i suoi aderenti l'insidiavano dentro. Piacemi in tanta depressione di spiriti e viltà d'animi, il raccontare, la costanza mostrata in Treviso in cospetto del generalissimo da Angelo Giustiniani, provveditore di quella provincia. Sdegnato il generalissimo accusava i Veneziani di perfidie, di tradimenti, di assassinj; minacciava sterminio, domandava il sangue di Pesaro, degl'inquisitori, del comandante del Lido. Rispondeva Giustiniani, le enormità d'oltremincio e di Verona essere state provocate dalle insolenze de' suoi soldati, sempre essere stata passiva Venezia, e con somma generosità, e con insopportabile dispendio avere mantenuto per sì lungo tempo l'esercito di Francia; amico fedele, non avere mai usato tante occasioni propizie per congiungersi con gli eserciti dell'imperatore a danno dei Francesi; non che avesse concitato i sudditi contro i soldati di Francia, avergli anzi sempre tenuti in freno, anche quando la fortuna si mostrava favorevole alle armi Tedesche; di ciò far fede la esperienza, di ciò gli ordini del senato inculcatori sempre di pazienza, di moderazione, di assistenza verso le genti Francesi; del fatto del Lido essere stata cagione la impertinenza dell'armatore, rompitore superbo delle municipali leggi, la resistenza medesima si sarebbe usata contro un armatore di qualunque altra nazione, che a disprezzo tanto insolente della sovranità fosse trascorso.
A queste risposte Buonaparte, in atto di furioso Giustiniani guardando, gl'intimava, se gli togliesse davanti, sgombrasse dalla terraferma; se no, l'avrebbe fatto ammazzare.
Replicava Giustiniani, il senato avere commesso alla sua fede Treviso, non potere, nè volere partir da Treviso, se non per ordine del senato; che non lo spaventava il morire; che, poichè egli aveva sete di Veneziano sangue, pigliassesi il suo, ed il restante risparmiasse. Tanta fermezza faceva, secondo il solito, piegare Buonaparte. Entrava in sull'accarezzarlo, dicendogli, che sapeva, ch'egli aveva governato con integrità e dolcezza il Trivigiano: veniva finalmente sul promettergli, che nella ordinata distruzione delle proprietà, e delle case dei nobili Veneziani, le sue sarebbero preservate, offerta certamente vile in un'occorrenza tanto miserabile della patria Veneziana, e degna di chi la faceva. Non si rimaneva per questo il Veneziano, imputandosi ad ingiuria la promessa mansuetudine. Generosamente pertanto al capitano di Francia parlando, gli dichiarava, che, poichè egli trovava lui e la sua condotta immune di colpa, confessasse ancora, essere innocente il senato, dai comandamenti del quale, qual riverente figliuolo, riconosceva quanto aveva fatto; ch'egli era stato amico dei Francesi, perchè il senato era; che se loro fosse stato nemico il senato, anch'egli sarebbe stato; conciossiachè egli era sempre stato, e sarebbe fedele esecutore dei voleri della sua patria, per pruovare l'innocenza della quale con documenti irrefragabili, gli si offeriva in ostaggio in qualunque luogo gli piacesse mandarlo. Aggiungeva, che non sarebbe eroe Buonaparte, se non l'accettasse. Quanto alla immunità offerta de' suoi beni: rifiutare sdegnosamente l'infame dono, poichè, perduta la patria, tutto era perduto per lui, ed eterno rossore avrebbe, se le proprietà sue fra le ceneri fumanti de' suoi concittadini illese restassero. Quivi scignendosi la spada, la metteva a' piè del conquistatore. Buonaparte già fin d'allora uso ad avere intorno adulatori, nè sapendo che cosa volesse dir Giustiniani con quel suo amor di giustizia e di patria, tra attonito, beffardo e dispettoso, lo lasciava andare. Atto, e parlare generoso fu questo di Angelo Giustiniani, e degno che trapassi alla posterità mediante l'instrumento delle lettere. Pure il secolo vile griderà Buonaparte grande, Giustiniani matto.
Intanto i macchinatori non si ristavano in Venezia, non contenti al cambiamento parziale autorizzato dal consiglio grande. Spargevano voci insidiose, non potersi resistere, dovere lo stato accomodarsi al secolo con un totale cambiamento negli ordini primitivi; potere Venezia vivere ancora gloriosa lungo tempo; antiquate essere le sue forme, alcune inutili, alcune dannose, alcune ridicole; popolo, popolo vuol essere; non patriziato, non aristocrazia; la ragione avere a governar gli stati; i diritti essere per natura uguali, dover essere uguale l'autorità; nuovi secoli sorgere alla rigenerata umanità; nuova libertà nascere, non di pochi potenti, comandanti a molti schiavi, ma di tutti sovrani comandanti a nissuno schiavo. Quindi la cosa ritraevano a Venezia: detestavano Pietro Gradenigo, lodavano Baiamonte Tiepolo; i piombi, i molinelli, il canale Orfano con frequenti discorsi memoravano, gl'inquisitori di stato abbominavano. Capi a costoro erano un Giovanni Andrea Spada, di fresco uscito dai piombi, antico daziero, e come trovo scritto da alcuni, antico esploratore e rapportatore degl'inquisitori, ed un Tommaso Pietro Zorzi, di professione droghiere. Seguitavano, ma più celatamente, e più con desiderii dimostrati che con opere attive, un Gallino da Padova, un Giuliani da Desenzano, un Sordina da Corfù, finalmente un Dandolo da Venezia, uomo assai chiaro per fama, per dottrina, per eloquenza, e per un certo splendore d'animo e di corpo, che molto il rendevano osservabile. S'aggiungevano, come suol avvenire, donne amatrici di una politica libertà, che non intendevano; ma siccome elle avevano l'animo volto al bene, così formavano nelle facili fantasie loro una immagine di libertà, piena di ogni bene, spoglia di ogni male.
Ma trattando di coloro, che tenevano lo stato, alcuni per debolezza non erano capaci di risoluzione generosa, ed obbedivano al tempo: tal era il doge Manin, fievole per natura, perduto di consiglio. Altri per ambizione, o per opinione secondavano il moto. Notavansi principalmente fra costoro Pietro Donato, conferente eletto ad abboccarsi coi ministri esteri dopo la partenza di Pesaro, e Francesco Battaglia, stato provveditore in terraferma, e uno degli avogadori del comune. Quale pro sperasse quest'ultimo poter derivare da coloro, che gli avevano usato quel tratto del manifesto, io non lo so. Andavano con Donato e Battaglia, Alessandro Marcello, Antonio Ruzzini, Zaccaria Vallaresso, Alvise Pisani, Giacomo Grimani, Pietro Bembo, Daniel Dolfino, ed altri fra i savi attuali ed usciti. Nè da loro dissentiva Tommaso Condulmer, sopraintendente alle difese delle lagune, grande fondamento alle macchinazioni loro, perchè aveva la forza in mano, e le chiavi di Venezia. S'accostavano a tutti questi promotori di novità, parte ingannati, parte ingannatori, non pochi altri che credevano, che una mutazione nelle forme politiche avesse a ritrar la repubblica da quell'abisso in cui era precipitata; gente sincera e semplice, che non aveva giudicato ciò che significassero gli avvenimenti dati da Vienna e da Parigi per gli ambasciadori Grimani e Querini, le ribellioni di terraferma, la necessità di compensar l'Austria, le fraudi non troppo coperte di coloro che governavano lo stato in Francia, le armi in Italia. Aveva contrastato a tutti questi gagliardamente Francesco Pesaro; poi quando cesse dalle faccende della patria, anzi dalla patria stessa, e che Battaglia per piacere a Buonaparte domandava il suo sangue, contrastavano la maggior parte dei savj di terraferma. Fra di loro più animosi si mostravano, e più vivi Giuseppe Priuli e Niccolò Erizzo, i cui nomi saranno sempre cari a chi sono care la patria e la indipendenza.
Principalissimo fondamento ai disegni dei novatori era Villetard, segretario del ministro di Francia, il quale, sebbene fosse stata dal generalissimo intimata solennemente la guerra ai Veneziani, continuava a starsene, come persona pubblica, a Venezia; ed anzi teneva alzato alla sua porta lo stemma della repubblica di Francia, testimonianza sensibile della rotta irregolarità di quei tempi, e della debolezza del governo Veneziano. Era Villetard giovane molto infiammato nelle opinioni di quei tempi, ma d'animo integerrimo, ed amico vero della libertà: i suoi maneggi in Venezia piuttosto da un grande errore di mente, che da perversità di cuore procedevano; perciocchè certo è, ch'ei si muoveva a voler cambiare il governo Veneto, perchè credeva in ciò servire alla libertà, in una forma collocandola, con la quale non poteva sussistere: le geometrie politiche gli avevano stravolto l'intelletto; ma certamente, s'egli avesse penetrato, o per meglio dire creduto o vero o possibile il disegno di Buonaparte di cambiar Venezia per poterla dare in preda all'imperatore, ne sarebbe stato abborrente, come abborrenti ne sarebbero anche stati i novatori Italiani, che si adoperavano nel procurar queste mutazioni.