Faceva Lallemand l'ufficio. La serva Venezia arrestava i tre inquisitori, ed il comandante; posersi in fortezza in una delle isole delle lagune; gli avogadori del comune incominciavano a far loro il processo. Liberavansi (perchè anche questo esigeva il generalissimo) i carcerati per opinioni, o fatti politici, fra gli altri i ribelli di Salò, Verona, Bergamo, Brescia e Padova. Partivane Lallemand, partivanne i Francesi, solo restava Villetard, segretario della legazione, come agente eletto ad operare la mutazione di governo.

Viaggiavano intanto i due legati Francesco Donato, e Leonardo Giustiniani alla volta degli alloggiamenti di Buonaparte. Il trovarono in Gradisca: introdotti escusavano la repubblica: aver voluto Venezia amicizia colla Francia repubblicana già prima che gli eserciti di lei inondassero l'Italia; averla riconosciuta, quand'era pericolo il riconoscerla; avere costantemente rifiutato ogni proposta fattale dai confederati ai danni della Francia; avere aperto spontaneamente agli eserciti di lei, e senza che a ciò fosse astretta da alcun trattato, come era con l'imperatore, gli stati suoi; averle fatto copia delle sue fortezze, delle armi, delle munizioni; avere obbligato i sudditi a somministrare per somme grandissime quanto fosse necessario al vivere dei soldati, ed avere in questo anche sopperito l'erario. Come esser probabile, affermavano, che uno stato illanguidito da danni sì gravosi, consumato da dispendio sì enorme, mutilato per l'alterazione di tante città, volesse far guerra alla Francia tanto potente, ora ch'ella aveva obbligato alla pace quasi tutta l'Europa: volere il Veneziano governo la pace, ma bene non volerla i sediziosi ed i ribelli, perchè trovavano nella guerra immensi profitti, ed il compimento dei loro fatali disegni: da ciò derivare le tante invenzioni di supposti fatti, le carte false, come quella di Battaglia, le gelosie dei comandanti Francesi, l'alterazione dei popoli. Del rimanente non venir loro per muover querele, ma bensì per purgarle, e fare tutte quelle opere, che s'appartenevano all'incorrotta fede: ad ogni sua richiesta pruoverebbero, tutti i sospetti dei comandanti esser opera dei raggiri, e delle fraudi dei sollevati: rispetto poi all'avvenire, esser pronto il senato a punire i rei d'assassinio, purchè gli fossero dati indizi dei fatti, dei luoghi, e delle persone: essere ugualmente pronto ad accettar la mediazione per ridurre le città ribellate all'obbedienza, e a disarmare i sudditi, purchè si disarmassero anche le popolazioni sollevate, e si preservassero le fedeli dagl'insulti loro.

Non valsero le escusazioni, e le profferte a vincere la durezza del generalissimo. Rispose, che voleva, che tutti i carcerati si liberassero, anche quei di Verona perchè erano addetti a Francia, che non voleva più piombi, ed andrebbe egli a rompergli; che non voleva più inquisizione, barbarie dei tempi antichi; che le opinioni dovevano esser libere; che i Francesi erano stati assassinati in Venezia, e nella terraferma, e che i Veneziani gli avevano fatti assassinare; che i soldati gridavano vendetta, e ch'ei la voleva fare; che bene aveva il senato tante spie che bastassero per potere scoprire i rei; che se il senato non aveva mezzi per frenare i popoli, era imbecille, e non doveva più sussistere; che non voleva alleanze con Venezia, nè progetti; che voleva comandare; che non temeva gli Schiavoni; che sarebbe andato in Dalmazia; che insomma, se il senato non puniva i rei, non cacciava il ministro d'Inghilterra, non disarmava i popoli, non liberava i prigioni, non eleggeva tra Francia ed Inghilterra, egl'intimerebbe la guerra a Venezia; che al postutto i nobili di provincia dovevano partecipare nell'autorità suprema; che il governo Veneziano era vecchio, e doveva cessare; ch'ei sarebbe un Attila per lo stato Veneto; se non avevano altro a dire, se n'andassero.

Udivano per soprassoma delle angustie loro in questo tempo i legati le novelle del fatto del Lido, e con accomodate parole il rappresentarono a Buonaparte. Rispondeva, che non gli voleva vedere, che non gli voleva udire, bruttati com'erano di sangue Francese, se prima non gli davano in mano l'ammiraglio, il comandante del Lido, e gl'inquisitori di stato. Aggiungeva, che erano mentitori per aver cercato di colorir con menzogne un fatto atroce: se gli togliessero d'avanti, sgombrassero tosto dalla terraferma; quando no, avrebbero a far con lui.

Adunque l'antico insidiatore della Veneziana repubblica dichiarava, il dì secondo di maggio, la guerra a Venezia. Avere, intimava, il governo Veneto usato l'occasione della settimana santa, mentre l'esercito Francese era impegnato nelle fauci della Stiria, per mettere in armi, e col fine di tagliargli le strade, quarantamila Schiavoni; mandar Venezia armi, e commissari straordinari in terraferma, arrestare gli amici di Francia, fomentare i nemici; risuonare le piazze, i caffè, ogni luogo pubblico di male parole, e di mali fatti contro i Francesi; chiamarvisi giacobini, regicidi, atei; avere ordine i popoli di Padova, Vicenza, e Verona di armarsi a stormo per rinnovare i vespri Siciliani: gridare gli ufficiali Veneti, che si apparteneva al Lione Veneto di verificare il proverbio, che l'Italia fosse la tomba dei Francesi; predicare i preti dai pulpiti, gli scrittori con le stampe la crociata; assassinarsi i Francesi in Padova, assassinarsi in Castiglione dei Mori, assassinarsi sulle strade postali da Mantova a Legnago, da Cassano a Verona; impedire i soldati Veneti il libero passo alle truppe della Francia, suonarsi campana a martello a Verona, trucidarvisi i convalescenti; assaltare i Veronesi con l'armi in mano i presidj Francesi ritirati ai castelli; ardersi la casa del console a Zante; trarsi da una nave Veneta contro la fregata di Francia la Bruna per salvare una conserva Austriaca; fumare il Lido di Venezia del sangue del giovine Laugier. Per tutte queste cose voleva, ed ordinava, che il ministro di Francia partisse da Venezia; che gli agenti di Venezia sgombrassero dalla Lombardia e dalla terraferma; che i suoi generali trattassero come nemiche le truppe Veneziane, ed atterrassero il Lione di San Marco da tutte le città della terraferma.

A tutte queste querele chi dritto mirava, ed amava la giustizia, rispondeva pei Veneziani, che, eccettuati gli assassinj non mai escusabili, opera dei particolari, non del governo, e frutto in gran parte delle insolenze soldatesche, essendo la vendetta passione innata all'uomo, Venezia, tacendo anche le ribellioni suscitate a posta nella terraferma, era autorizzata a far peggio dal dritto delle genti a cagione dei patti di Leoben, venditori della repubblica. Aggiungevano, che solo era da biasimarsi del non aver dichiarato, e fatto la guerra con tutte le sue forze alla Francia, guerra della quale aveva tante, e sì giuste cagioni. Gli autori, cui muove piuttosto la parzialità che la giustizia, scrivono, che Venezia fu traditrice; certo ella fu, ma di se stessa, non d'altrui.

La dichiarazione di guerra fatta da Buonaparte, non pareva a lui poter bastare per arrivare al suo fine del cambiar la forma del governo Veneziano. Per arrivarvi aveva con tanto veementi parole intimorito i legati Veneziani, toccato loro il capitolo del cambiamento di governo: a questo medesimo fine aveva ordinato a Baraguey d'Hilliers, che si accostasse coi soldati alle rive dell'estuario, e d'ogni intorno tempestasse, come se volesse farsi strada alla sede stessa della repubblica: a questo fine ancora Villetard, e gli altri repubblicani rimasti in Venezia, menavano un romore incredibile contro l'aristocrazìa, come se ella fosse la maggior peste che sia al mondo, esaltavano la democrazia, accennavano che il solo mezzo di placare lo sdegno di Buonaparte era di ridurre il governo alla democrazìa: a questo fine altresì dai medesimi continuamente si animavano, e si concitavano contro le antiche forme gli amatori di novità, ed eglino confortati dall'aspetto delle cose ai disegni loro tanto favorevoli, più apertamente insidiavano, e minacciavano lo stato: al medesimo intento finalmente si spargevano ad arte voci di congreghe segrete, di congiure occulte, di armi preparate. Il terrore era grande, le fazioni accese, i malvagi trionfavano; dei buoni, i più si ristavano per timor dell'avvenire, volendo accomodarsi al cambiamento, che si vedeva in aria; pochi coraggiosi procuravano la salute della repubblica.

Non ostante tutto questo, le trame ordite facevano poco frutto nel senato, in cui sedeva la somma dell'autorità, perchè egli era o per prudenza, o per consuetudine, o per ostinazione risoluto a voler perseverare nelle massime dell'antico stato; già aveva ordinato, che diligentemente, e fortemente si munisse l'estuario. Prevedevano i novatori, che ove fosse commesso al senato di proporre alterazioni negli antichi ordini della constituzione al consiglio grande, in cui si era investita la sovranità, e dal quale solo simili alterazioni dipendevano, non mai il senato vi si sarebbe risoluto. Per la qual cosa coloro, che indirizzavano tutti questi consigli segreti, si deliberarono di trovar modo per evitare l'autorità del senato, allegando, che ad accidenti straordinari abbisognavano rimedj straordinari. I savi attuali, dei quali Pietro Donato aveva qualche entratura con Villetard, operarono in modo che si facesse un'adunanza illegale, e contraria agli ordini della repubblica nelle stanze private del doge, la sera dei trenta aprile. Interveniva il doge Manin, i suoi consiglieri, i tre capi delle quarantie, i savi attuali, i savi di terraferma, i savi usciti, ed i tre capi del consiglio dei Dieci. Si trattava in quest'adunanza di ciò, che si convenisse fare in sì luttuosa occorrenza per la salute della repubblica. Il principal fine era di rappresentar le cose in maniera, che il consiglio grande autorizzasse l'alterazione degli ordini antichi.

Il doge venezianamente favellando, cominciava il suo discorso in questi termini: «La gravità, e l'angustia delle presenti circostanze chiama tutte elle a proponer el miglior mezzo possibile per presentar al supremo maggior conseio el stato, nel qual se trovemo per le notizie, che sta sera ne avanza Alessandro Marcello, savio de settimana. Prima peraltro, ch'elle fazza palese la loro opinion, le abbia la bontà de raccoglier brevemente quel che xe per esponerghe el cavalier Dolfin».

Assumendo le parole il cavalier Dolfin, ragionava, che fosse molto a proposito alle cose della repubblica l'obbligarsi Haller, col quale egli aveva amicizia, ed era, secondo che egli opinava, molto innanzi nell'animo di Buonaparte, per mitigare il vincitore. La quale proposta dimostra a quanto abbassamento fosse condotta quell'antica, e gloriosa repubblica; poichè era parere di uno dei principali statuali, già ambasciadore in Parigi, che si aspettasse la sua salute in sì ponderoso momento dall'intercessione di un pubblicano.